Manifestanti antifascisti mentre la polizia attacca una barricata durante la battaglia di cable street..

In questo opuscolo scritto per conto del Revolutionary Communist Party, Ted Grant espone le basi sociali del fascismo, come movimento di massa basato sulla classe media e sostenuto dalla classe capitalista per schiacciare il movimento operaio. Di fronte al pericolo di una rivoluzione sociale e della perdita del potere, i capitalisti non esitarono a sostenere e finanziare le bande fasciste per disintegrare le organizzazioni dei lavoratori. Questo processo venne portato a compimento in Italia e in Germania, ma i fascisti poterono contare su appoggi e finanziamenti da parte della classe dominante anche in numerosi altri paesi, come la Gran Bretagna.

 

Nel testo viene descritto come i capitalisti britannici simpatizzassero per Hitler e Mussolini prima della guerra e come foraggiarono il nascente movimento fascista in Gran Bretagna attorno alla figura di Oswald Mosley. Soprattutto viene spiegato come solo la forza organizzata della classe lavoratrice sia in grado di bloccare il riemergere delle forze fasciste.

 

La redazione

 

di Ted GRANT

 

I primi sostenitori di Mosley[1]

 

Solo due anni dopo la fine della guerra, che secondo quanto ci hanno raccontato è stata combattuta per distruggere il fascismo, i fascisti britannici hanno iniziato a riorganizzare le proprie forze. In tutto il paese, all’inizio con cautela e discrezione, poi sempre più spavaldamente, i fascisti sono usciti allo scoperto.

In principio apparivano come organizzazioni locali separate, adottando una miriade di nomi per ragioni di opportunità. L’obiettivo era chiaramente quello di prepararsi per l’unificazione in un momento successivo. Fra le più importanti di queste organizzazioni c’erano: La Lega britannica degli ex-militari, il Club del libro e il Gruppo di discussione di Mosley, l’Unione per la libertà britannica, i Figli di san Giorgio (Derby), la Lega imperiale di difesa (Manchester), il Partito britannico dei lavoratori di unità nazionale (Bristol) e il Corporate club (un gruppo di studenti dell’Università di Oxford).

Queste organizzazioni non sono a corto di denaro. Prima della guerra l’Unione britannica dei fascisti (BUF) aveva a disposizione ingenti fondi. I fascisti avevano stretti legami con il grande capitale. Mosley si vantava di aver speso 96.000 sterline del proprio patrimonio personale “a sostegno delle mie convinzioni durante la mia vita politica”. In due occasioni Mosley stesso si è sposato diventando membro di famiglie milionarie. Nel 1920 sposò Lady Cynthia Curzon, figlia del defunto marchese Curzon di Dedleston e nipote di Levi Zeigler Leiter, un ebreo milionario di Chicago. Lady Cynthia ereditò 28.000 sterline all’anno dalla propria famiglia (sono nati due bambini da questo matrimonio). Dopo la morte della prima moglie pochi anni prima della guerra, Mosley si risposò, questa volta legandosi ai milioni dei Guinness. Sua moglie è la sorella della famosa Unity Mitford, un’amica di Hitler.

Nei primi tempi del movimento fascista, Mosley era appoggiato entusiasticamente da moltissime figure prominenti del mondo militare e di quello dei capitalisti. È vero che, in seguito, quando Mosley perse il suo credito e fu chiaro che il suo movimento era inopportuno, molti di loro se ne allontanarono o si nascosero nell’ombra. A parte i membri ufficiali del partito fascista, fu formato un potente club composto da membri della classe dominante per appoggiare le camicie nere. In un opuscolo intitolato Chi appoggia Mosley pubblicato da Labour Research, sono stati rivelati alcuni fatti illuminanti:

“Il primo giorno dell’anno 1934 fu formato il January Club, il cui obiettivo è quello di costruire un solido fronte di camicie nere. Il presidente Sir John Squire, editore del London Mercury, diceva che non si trattava di un’organizzazione fascista ma ammetteva che ‘i membri, che appartenevano a tutti i partiti politici, erano in gran parte simpatizzanti del movimento fascista’. (The Times, 22 marzo 1934). Il January Club teneva le proprie cene negli alberghi Savoy e Splendid. Il Tatler mostra foto delle riunioni del club, che si distinguono per i vestiti da sera, i vini, i fiori e una generale atmosfera di lusso. Mostrano il leader che si diverte con i membri della propria classe”.

I membri di questo club erano:

  • Il colonello Lord Middleton, direttore dello Yorkshire Insurance Co., del Malton Investment Trust, del British Coal Refining Processes Ltd, e altre tre compagnie. Possiede circa 15.000 acri di terra e giacimenti minerari nel Nottinghamsire.
  • Il generale Sir Hubert De La Poer Gough, comandante della Quinta armata nel 1916-1918 e capo della missione alleata sul baltico nel 1919 (intervento russo), ora direttore di: Siemens Bros, Caxton Eletric Development Ltd, Enfield Rolling Mills e altre due compagnie.
  • Il commodoro dell’aeronautica Chamier, ex membro dell’esercito indiano. Ora consulente per l’aviazione e prima agente, ed ultimamente direttore della Vickers Aviation Ltd.
  • Vincent C. Vickers, direttore della London Assurance Corporation e grande azionista della Vickers Ltd.
  • Lord Lloyd, ex governatore di Bombay.
  • Il conte di Glasgow, consigliere privato e cognato di Sir Thomas Inskip, il procuratore generale che fu responsabile della legge sulla sedizione alla Camera. Il conte possiede il castello di Kelburn, in Ayrshire, e circa 2.500 acri di terra.
  • Il maggiore Nathan, parlamentare liberale per la zona di NE Bethnal Green, un membro dell’agenzia ebraica sotto il mandato per la Palestina, presidente della Anglo-Chinese Finance and Trade Corporation.
  • Ward Price, corrispondente speciale per il Daily Mail e direttore di Associated Newspapers e British Movietone News.
  • Il tenente colonnello Sir Louis Grieg, socio in J.&H. Scrimageour, agenti di cambio, direttore dell’Handley Page Ltd, e di una compagnia di assicurazioni, nonché Gentiluomo usciere ordinario del re.
  • Lady Ravendale, baronessa, cognata di Mosley e nipote di Levi Leiter.
  • Conte Paul Munster e signora.
  • Il maggiore Metcalfe, cognato di Lady Cynthia Mosley e Lady Ravendale, ex assistente di campo del principe di Galles e comandante in capo in India.
  • Sir Philip Magnus Bart, un dirigente conservatore.
  • Sir Charles Petrie.
  • J.F. Rennel Rodd, erede del barone Rennell e socio in Morgan, Grenfell & Co.
  • Ralph D. Blumenfeld, presidente del Daily Express e suo precedente editore. È stato editore del Daily Mail. È il fondatore dell’Unione antisocialista e membro del suo comitato esecutivo.

È significativo che fra i primi sostenitori di Mosley ci siano molti ebrei facoltosi. Questo chiaramente prima che Mosley adottasse l’antisemitismo come mezzo indispensabile per mobilitare sostenitori ignoranti e arretrati.

Mosley aveva l’appoggio finanziario dei fascisti all’estero. Riceveva un sussidio di 60.000 sterline all’anno da Mussolini. Questo è stato confermato dalla scoperta di documenti negli archivi di Roma datati 1935, e fu rivelato da Chuter Ede, il ministro degli interni, alla Camera.

Mosley incontrò Hitler e Mussolini ed era in stretto contatto con i dirigenti nazisti.

Con lo scoppio della guerra, il movimento di Mosley entrò in una fase di declino. Come altri movimenti fascisti in Europa, il BUF diventò un agente dell’imperialismo tedesco sulla cui vittoria investiva per garantirsi un futuro. I capitalisti britannici in guerra contro l’imperialismo tedesco non sapevano più cosa farsene dei fascisti e furono costretti a renderli illegali come parte della guerra ideologica contro il fascismo. Ma Mosley era ben protetto in prigione, dove poteva godere di molte delle comodità a cui era abituato, compresi i migliori cibi, bei mobili e servitori… In quanto membro della loro classe che forse si era avventurato un po’ troppo oltre, i capitalisti britannici lo trattavano con premura, con un occhio al futuro.

I capitalisti britannici sono antifascisti?


La classe capitalista britannica combatté la guerra, non perché si opponeva al fascismo e a ciò che rappresentava, ma in una lotta disperata contro gli imperialismi rivali per i mercati mondiali, per le risorse, per le materie prime, per il profitto. La sua vittoria non ha portato e non porterà la fine del fascismo.

In tutto il mondo, la classe dominante britannica ha appoggiato il fascismo e la reazione contro i movimenti progressisti della classe lavoratrice. Facciamo qualche esempio.

Mentre Mussolini stava sottoponendo la classe lavoratrice italiana ai suoi “trattamenti” all’olio di ricino e ad altre torture bestiali, Churchill fu profondamente impressionato dal suo “portamento semplice e gentile”. Parlando a Roma il 20 gennaio 1927, Churchill trovò solo elogi per i fascisti:

 “Non ho potuto evitare di essere affascinato, così come tante altre persone, dal portamento semplice e gentile del signor Mussolini e dal suo equilibrio calmo e distaccato, nonostante le molte responsabilità e i molti pericoli. Inoltre, chiunque può vedere che non ha pensato ad altro se non al bene durevole, così come egli lo concepisce, del popolo italiano e che nulla di meno importante può avere importanza per lui. Se fossi stato italiano, sono sicuro che avrei dovuto essere con tutto il cuore con voi dall'inizio alla fine nella vostra lotta trionfante contro gli appetiti e le passioni bestiali del leninismo. Dirò in ogni caso una parola sull’aspetto internazionale del fascismo. All’estero il vostro movimento ha reso un servizio al mondo intero. La grande paura che ha sempre assediato ogni dirigente democratico o della classe lavoratrice, è stata quella di essere scalzato da qualcuno più estremista di lui. L’Italia ha mostrato che c’è un modo per combattere le forze sovversive, mobilitando le masse popolari, propriamente guidate, per valorizzare e difendere l’onore e la stabilità della società civilizzata. L’Italia ha fornito l’antidoto necessario per il veleno russo. D’ora in poi nessuna grande nazione sarà sfornita dei definitivi mezzi di protezione contro la crescita cancerosa del bolscevismo.”

Qui lo schietto portavoce del capitalismo britannico indica chiaramente che come ultima risorsa, di fronte alla classe lavoratrice rivoluzionaria, la “nazione” (i capitalisti) non resterà “sfornita” di strumenti; in altre parole, sarà sempre in grado di imitare Mussolini e adottare il metodo di governo fascista sui lavoratori.

Nella lotta della Cina contro l’imperialismo giapponese, i britannici appoggiarono il Giappone perché vedevano nella sua vittoria un baluardo contro le lotte delle masse in Asia in ascesa. Il signor L.S. Amery, allora segretario di Stato per l’India, una posizione che mantenne fino al 1945, affermò il 27 febbraio 1933 alla Camera dei comuni:

“Confesso che non vedo alcuna ragione per cui, sia negli atti che nelle parole, o in simpatia, dovremmo andare individualmente o intenzionalmente contro il Giappone su questa questione. Il Giappone rappresenta un caso molto potente basato su realtà fondamentali. Chi c’è fra di noi che può scagliare la prima pietra e dire che il Giappone non ha agito con l’obiettivo di creare pace e ordine in Manciuria e di difendersi dalle continue aggressioni del vigoroso nazionalismo cinese? Tutta la nostra politica in India, la nostra intera politica in Egitto, vengono condannate se condanniamo il Giappone”.

I nazisti furono aiutati e finanziati dalla classe dominante britannica. Hitler ricevette l’approvazione incondizionata ed il supporto del grande capitale britannico. Lloyd George, il “liberale”, descrisse Hitler come un “baluardo” contro il bolscevismo. Già nel febbraio 1934, il governo britannico pubblicò un memorandum che permetteva un immediato aumento degli armamenti tedeschi. “La richiesta tedesca di un’uguaglianza di diritti in merito agli armamenti non può e non deve essere respinta. Dovrete affrontare il riarmo della Germania,” dichiarò il ministro degli esteri britannico, Sir John Simon, il 6 febbraio 1934. L'export verso la Germania di nichel grezzo, e cascami di cotone, la base per nitrocellulosa, aerei e carri armati aumentò in maniera estremamente significativa. Quando gli fu chiesto, nel marzo 1934, se la Vickers Ltd era impegnata nel riarmo della Germania di Hitler, il suo presidente rispose:

“Non posso confermarlo in termini definitivi, ma posso dirvi che niente è stato fatto senza la completa autorizzazione e approvazione del nostro governo.” (Citato da Henry Owen in La guerra è terribilmente profittevole)

I grandi finanzieri e i banchieri sostenevano apertamente una politica di sostegno e assistenza ad Hitler. Poco tempo dopo la sua ascesa al potere, il governatore della Banca d’Inghilterra dichiarò che prestiti ad Hitler erano giustificati come “un investimento contro il bolscevismo”.

Furono concessi enormi prestiti ad Hitler. La sua occupazione della Renania, il riarmo della Germania, l’annessione dell’Austria, la conquista della Cecoslovacchia, tutto fu supportato dal capitalismo britannico. La ragione: temevano un collasso del nazismo e ciò che avrebbe potuto sostituirlo. Poco prima della guerra, i britannici, attraverso R.S. Hudson, allora segretario del dipartimento per il commercio estero, fecero un’offerta di un prestito di mille milioni di sterline per accattivarsi i nazisti e impedirgli di espandersi a spese dell’imperialismo britannico, pur rimanendo un bastione contro i lavoratori tedeschi e la classe lavoratrice di tutta Europa.

Churchill guardava ai nazisti con approvazione illimitata. Nell’edizione del 1939 di Grandi Contemporanei, Winston Churchill scrisse riguardo l’ascesa al potere di Hitler:

“La storia di quella lotta non può essere letta senza ammirazione per il coraggio, la perseveranza, la forza vitale che gli permisero di sfidare e sconfiggere tutte le autorità o le resistenze che gli sbarravano il passo. Ho sempre detto che se la Gran Bretagna fosse stata sconfitta in guerra, avrei sperato che trovassimo un Hitler per guidarci di nuovo nella nostra giusta posizione fra le nazioni”. [Lo stesso libro di Churchill contiene un attacco velenoso contro Trotskij, che guadagnò il suo odio profondo in quanto creatore dell’Armata Rossa e uno dei dirigenti della Rivoluzione d’ottobre -EG]

Lord Beaverbrook[2], scrivendo sul Daily Express il 31 ottobre 1938, affermò:

“Diamo certamente credito ad Hitler della sua onestà e sincerità. Crediamo nel suo intento dichiarato più volte, di cercare un accordo con noi, e accettiamo tutte le implicazioni del documento di Monaco.”

Questo, ovviamente, non gli impedì di avere un ruolo ministeriale nel governo di coalizione nella “guerra contro il fascismo”.

Nella guerra civile spagnola, i capitalisti britannici avevano simpatie per Franco. Sotto la copertura del cosiddetto “non intervento” lo aiutarono a schiacciare la Repubblica. A nessun movimento reazionario anti-operaio mancò sostegno e aiuto da parte del capitalismo britannico. Solo quando i nazisti invasero il loro territorio, costoro dichiararono guerra nel nome dell’“antifascismo”. Ma quando i bisogni della loro classe renderanno necessario il fascismo, si rivolgeranno prontamente a Mosley o a qualche altro avventuriero fascista, proprio come i capitalisti tedeschi si rivolsero a Hitler e quelli italiani a Mussolini. Oggi, i fascisti non sono necessari per la difesa dei loro profitti. Ma domani…

Cos’è il fascismo e come nasce?

È molto importante per gli antifascisti e i lavoratori la comprensione di cosa è il fascismo e del perché è sorto. Senza tale comprensione del fascismo non è possibile combatterlo efficacemente e distruggerlo. I lavoratori non possono prepararsi adeguatamente alla futura lotta contro qualunque movimento fascista nascente, senza averlo analizzato dal punto di vista della struttura di classe della società capitalista e senza considerare le forze di classe in gioco.

Il capitalismo è un sistema sociale sviluppatosi dal decadimento del feudalesimo. Nel periodo della sua nascita, fino allo scoppio della Prima guerra mondiale, fu un sistema progressista perché determinava lo sviluppo delle forze produttive, cioè il potere dell’uomo sulla natura, e conseguentemente sviluppava il livello culturale dell’umanità.

Nonostante le crisi, la ricchezza aumentava e nei principali paesi capitalisti gli standard di vita e la cultura delle masse crescevano. Con lo sviluppo della tecnica, l’aumentata produttività del lavoro aveva per effetto un’ulteriore espansione dell’industria a spese dei metodi più vecchi di produzione e, con ciò, un aumento numerico della classe lavoratrice.

Durante gli ultimi cento anni, nella sua lotta contro il capitalismo la classe lavoratrice ha costruito le proprie organizzazioni, i sindacati e i partiti dei lavoratori. Deve sempre essere ricordato che i diritti che abbiamo oggi, il diritto di mantenere il proprio lavoro, di scioperare, di organizzarsi, il diritto di libera espressione e di stampa e anche il diritto di voto, non furono concessi benevolmente dalla classe capitalista: furono conquistati dopo una lotta terribile e senza quartiere da parte dei lavoratori. Prima della Prima guerra mondiale, i capitalisti potevano ancora permettersi di fare concessioni grazie agli enormi profitti prodotti dal capitalismo e dall’imperialismo.

Ma il capitalismo porta inevitabilmente con sé la concentrazione del capitale e la crescita del monopolio. Dato lo sviluppo del mercato mondiale, che è la funzione storica del sistema capitalista, ad un certo stadio le nazioni capitaliste inevitabilmente e necessariamente vanno in conflitto fra loro, nello sforzo frenetico di trovare ed estendere i mercati. Lo sviluppo delle forze produttive si espande più rapidamente dei mercati, oltrepassa i confini dello Stato nazionale e della proprietà privata dei mezzi di produzione. È questa contraddizione che portò alla Prima guerra mondiale, così come alla Seconda.

La fase senile del capitalismo non solo spinge la classe lavoratrice verso la povertà, non potendo più fornire alcuna sicurezza né nell’impiego né nel sostentamento; ma rovina anche la classe media, i piccoli negozianti e imprenditori, i professionisti, gli impiegati e tutti quegli strati della popolazione la cui posizione sociale si trova fra gli operai e la classe capitalista.

Per combattere la classe lavoratrice non è possibile per i capitalisti fare affidamento solo sulle vecchie forze repressive proprie della macchina statale. Nelle condizioni moderne nessuno Stato può durare a lungo se non ha, per lo meno negli stadi iniziali, una base di consenso di massa. Una dittatura poliziesca e militare non può servire a tale scopo. I capitalisti trovano una via di uscita nel fascismo, che trova il proprio sostegno nella classe media sulla base di una demagogia anti-capitalista. È importante comprendere come il fascismo rappresenti un movimento di massa: quello della piccola borghesia delusa.

La classe lavoratrice, in tempi di crisi, cerca di esprimere le proprie battaglie e aspirazioni attraverso le proprie organizzazioni già esistenti. Uniti dalla produzione, organizzati come classe in grandi fabbriche e impianti, i lavoratori pensano nei termini di una soluzione socialista ai loro problemi. La loro posizione sociale favorisce la nascita della loro coscienza sociale.

La piccola borghesia, per la sua posizione nella società, a metà strada tra i capitalisti e i lavoratori, ondeggia fra queste classi. Se la classe lavoratrice non può mostrare una via d’uscita rivoluzionaria alla piccola borghesia, quest’ultima si rivolge alla classe capitalista e diventa la colonna portante del supporto al movimento fascista.

Con la crescente rivalità sul mercato mondiale, incapaci di mettere al sicuro la propria posizione data l’esistenza delle organizzazioni dei lavoratori, i capitalisti cercano una via d’uscita dalle crisi distruggendo queste organizzazioni, privando quindi i lavoratori delle armi con cui possono difendere i propri diritti e le proprie condizioni di lavoro. Mentre la crisi colpiva un paese dopo l’altro, i capitalisti guardavano ai movimenti fascisti per schiacciare le organizzazioni e i partiti della classe lavoratrice. In questo risiede la funzione del fascismo.

La differenza fra la democrazia capitalista e il fascismo è così spiegata da Trotskij:

“Quando il fascismo è vittorioso il capitale finanziario prende nelle sue mani, come in una morsa d’acciaio, direttamente e immediatamente tutti gli organi e le istituzioni della sovranità, i poteri esecutivi amministrativi e educativi dello stato: l’intero apparato statale insieme all’esercito, alle municipalità, le università, le scuole, la stampa, i sindacati e le cooperative. Quando uno stato diventa fascista non vuol dire solo che le forme e i metodi di governo sono cambiati secondo le regole volute da Mussolini, i cambiamenti in questa sfera giocano in fondo un ruolo minore, ma significa innanzitutto e in gran parte che le organizzazioni dei lavoratori sono annientate; che il proletariato è ridotto ad uno strato amorfo e che è stato creato un sistema di amministrazione che penetra profondamente nelle masse e che serve a frustrare la cristallizzazione indipendente del proletariato. Esattamente in ciò risiede la sostanza del fascismo." (Cosa succederà ora? La questione chiave per la Germania, 1932)

 

L’ascesa al potere di Mussolini

 

Il fascismo apparve per la prima volta in Italia. Dopo la grande guerra del 1914-1918, la classe dominante italiana era terrorizzata dall’insorgere rivoluzionario delle masse. I giornali capitalisti scrivevano che i lavoratori e i contadini italiani si comportavano come se Lenin e Trotskij avessero comandato in Italia. Si sviluppò un’importante serie di lotte con degli scioperi: 1.663 scioperi nel 1919; 1.881 nel 1920. I lavoratori obbligarono la classe dominante a fare concessioni e riforme, come salari migliori, la giornata lavorativa di otto ore, il generale riconoscimento dei sindacati, e avere voce in capitolo sulla produzione attraverso i consigli di fabbrica. Nel settembre 1920, quando gli industriali ricorsero ad una serrata in risposta alla richiesta di salari più alti, 600.000 operai siderurgici italiani occuparono gli stabilimenti e portarono avanti la produzione da soli, attraverso l’elezione di propri rappresentanti.

Anche i contadini erano influenzati dalla generale ondata rivoluzionaria del dopoguerra. Iniziarono ad occupare la terra. Il governo liberale fu costretto a dargli il diritto di rimanere sulla terra che avevano occupato spontaneamente, a condizione che si organizzassero in cooperative. I lavoratori agricoli formarono forti sindacati conosciuti come le “leghe rosse”. I capitalisti e i latifondisti erano paralizzati. Il potere era nelle mani della classe lavoratrice. La classe dominante manovrava di fronte all’assalto delle masse, e iniziò a cercare una via d’uscita, pianificando una controffensiva.

All’inizio dell’aprile 1919, a Genova, i grandi industriali e i latifondisti formarono un’alleanza per la lotta contro il “bolscevismo”. “Questo incontro”, scriveva Rossi (l’antifascista poi assassinato dagli agenti di Mussolini) nel suo libro La nascita del fascismo “è il primo passo verso la riorganizzazione delle forze capitaliste per affrontare la situazione minacciosa”. Dopo la formazione della federazione generale nazionale dell’industria, e una federazione generale dell’agricoltura, i capitalisti cominciarono a finanziare i Fasci di combattimento, a puntare sulle bande di teppisti di Benito Mussolini.

Queste bande formavano una milizia anti-operaia specificatamente addestrata, il cui obiettivo era quello di terrorizzare i lavoratori e, in quella fase, di distruggerne le loro organizzazioni.  Queste leghe anti-operaie iniziarono, apertamente, ad attaccare le riunioni dei lavoratori. A Milano, roccaforte dei socialisti, già il 15 aprile 1919 una manifestazione organizzata dai socialisti e che includeva donne e bambini, fu attaccata dai Fasci armati di pugnali e bombe a mano. In gruppi di due o tre dozzine attaccarono manifestazioni pacifiche di lavoratori in tutta Italia. Nello stesso giorno dell’episodio di Milano, gli uffici del quotidiano ufficiale socialista, l’Avanti, fu devastato dai fascisti. Il primo dicembre 1919, alcuni deputati socialisti furono attaccati e picchiati appena lasciata la Camera dei deputati.

La mancata conquista del potere da parte della classe lavoratrice permise ai capitalisti di rimettere in discussione le conquiste fatte dai lavoratori, e la grave crisi in Italia fece della piccola borghesia rovinata una facile vittima della demagogia fascista. A causa delle piccole dimensioni e della poca rilevanza della popolazione ebrea in Italia, l’antisemitismo non era parte dell’arsenale del fascismo italiano. La loro demagogia era incentrata sull’opposizione ai trust e sull’appoggio dell’uomo comune. Ai teppisti e avventurieri della milizia di Mussolini si aggiunsero studenti disperati, disoccupati, professionisti e in generale reclute della classe media.

Le energie rivoluzionarie delle masse rifluirono. I fascisti, generosamente finanziati dai grandi industriali e dai latifondisti, iniziarono una vera e propria offensiva contro i lavoratori. A Bologna, centro delle “leghe rosse” emiliane, le elezioni municipali del novembre 1920 portarono alla vittoria del partito socialista. Il 21 novembre, le camicie nere attaccarono il palazzo comunale, e negli scontri che ne seguirono fu ucciso un consigliere reazionario (sembrerebbe per mano proprio di uno squadrista). Questo avvenimento rappresentò il segnale che i fascisti stavano aspettando. Secondo Gorgolini[3], uno dei sostenitori di Mussolini, questo fatto “aprì la grande era fascista; la legge della rappresaglia brutale, atavica e selvaggia, regnava sulla penisola. Era la volontà dei fascisti”.

Nei vari paesi le camice nere, armate dai latifondisti e fornite di veicoli atti allo scopo, iniziarono ad effettuare spedizioni punitive. Dopo aver distrutto le organizzazioni dei lavoratori in provincia, iniziarono ad attaccare i lavoratori nelle città. Nel 1921, a Trieste, Modena, Firenze e altrove, le camicie nere assaltarono le camere del lavoro, gli uffici delle cooperative e i giornali operai.

L’appoggio dello Stato capitalista – Polizia, tribunali ed esercito

Nella loro offensiva contro la classe lavoratrice, i teppisti in camicia nera avevano il totale appoggio della macchina statale capitalista. La polizia reclutava per conto dei fascisti, spingendo gli elementi criminali ad unirsi a loro, con la promessa di ogni tipo di benefici e immunità. Inoltre metteva le proprie auto a disposizione dei fascisti, e mentre permetteva loro di portare armi, rifiutava fermamente i permessi per le armi ai lavoratori e ai contadini. Uno studente fascista spedì una lettera derisoria ad un giornale comunista, in cui scrisse:

“Avremo la polizia a disarmarvi prima di avanzare contro di voi, non perché temiamo voi che disprezziamo, ma perché il nostro sangue è prezioso e non dovrebbe essere sprecato per vili plebei.” (Rossi, ibid.)

Nel frattempo, i tribunali “imparziali” condannavano a “secoli di prigione agli antifascisti, ed a secoli di assoluzioni i fascisti colpevoli” (Gobetti, La rivoluzione liberale). Nel 1921, il ministro della giustizia, Fera, “mandò una comunicazione ai magistrati chiedendogli di dimenticare i casi riguardanti atti criminali fascisti”. (Rosenberg, Der Weltkampf des fascismus).

L’esercito, attraverso la casta degli ufficiali, appoggiava fino in fondo i fascisti.

“Il generale Badoglio, capo di stato maggiore dell’esercito italiano, mandò una circolare confidenziale a tutti i comandanti dei distretti militari, dichiarando che gli ufficiali in fase di smobilitazione (ce n’erano circa 60.000) sarebbero stati inviati ai centri più importanti e avrebbero dovuto unirsi ai fascisti, che avrebbero organizzato e diretto. Avrebbero continuato a ricevere i quattro quinti del loro stipendio. Munizioni dall’arsenale di stato arrivarono nelle mani delle bande fasciste, che erano addestrate da ufficiali in licenza, o anche in servizio attivo. Molti ufficiali, sapendo che le simpatie dei propri superiori andavano al fascismo, aderirono apertamente al movimento. Casi di collusione fra l’esercito e le camicie nere divennero sempre più frequenti. Per esempio, il Fascio di Trento spezzò uno sciopero con l’aiuto di una compagnia di fanteria, e il Fascio di Bolzano fu fondato da ufficiali del 232° fanteria.” (Daniel Guerin, Fascismo e grande capitale)

In un breve lasso di tempo, le camicie nere diventarono sempre più audaci, iniziando apertamente una campagna per distruggere le organizzazioni dei lavoratori. Malaparte, un “teorico” fascista, raccontava nel suo Tecnica del colpo di stato, del 1931, che: “Migliaia di uomini armati, certe volte quindici o venti mila, si riversavano in una città o in paesi portati rapidamente in camion da una provincia all'altra.”

Daniel Guerin commenta:

“Ogni giorno, attaccavano le camere del lavoro, le sedi delle cooperative e della stampa operaia. All’inizio dell’agosto 1922, occuparono i palazzi comunali di Milano e Livorno che avevano amministrazioni socialiste, bruciarono gli uffici dei giornali Avanti a Milano, e Lavoro a Genova; occuparono il porto di Genova, roccaforte delle cooperative dei portuali. Queste tattiche gradualmente logorarono e indebolirono il proletariato organizzato, privandolo dei suoi mezzi d’azione e supporto. I fascisti aspettavano solo la conquista del potere per schiacciarlo una volta per tutte.”

Come hanno affrontato le organizzazioni dei lavoratori questa minaccia mortale alla loro stessa esistenza? Invece di spiegare la natura del fascismo ai lavoratori e cosa avrebbe significato per loro se Mussolini fosse andato al potere, i dirigenti continuarono a illudere sé stessi e i loro sostenitori che lo Stato capitalista li avrebbe protetti dalla minaccia di queste bande senza legge. Guerin racconta:

“I dirigenti socialisti e sindacali si rifiutavano ostinatamente di rispondere al fascismo colpo su colpo, di armarsi e organizzarsi in modo militare. ‘Il fascismo non può essere battuto in nessun caso con la lotta armata, ma solo con la lotta legale’, insisteva Battaglia Sindacale il 29 gennaio 1921. Avendo contatti nell’apparato statale, i socialisti, in più occasioni ebbero offerte di armi per proteggersi dai fascisti. Rifiutarono queste offerte, dicendo che era dovere dello stato proteggere i cittadini dagli attacchi armati di altri cittadini.” (Alfred Kurella, Mussolini ohne maske, 1931)

I socialisti arrivarono addirittura a firmare un patto di pacificazione con Mussolini il 3 agosto 1921. Questo succedeva per iniziativa del primo ministro liberale che esprimeva il desiderio di “riconciliare” i socialisti con i fascisti. Turati, dirigente dei socialisti in Italia, fece un appello allo stesso Mussolini: “Ti dirò solo questo: disarmiamoci sul serio!”

Le camicie nere devono essersi sbellicate dalle risate. Usarono questa posizione per prepararsi al meglio. Sconfessarono il patto e raddoppiarono la loro offensiva contro le organizzazioni dei lavoratori.

I socialisti imploravano lo Stato affinché agisse contro i fascisti. E lo Stato agì. Furono effettuati raid, non contro i fascisti, ma contro i lavoratori e le loro organizzazioni.

A causa della bancarotta dei socialisti e dei dirigenti sindacali, i militanti di sinistra di varie tendenze, sindacalisti rivoluzionari, socialisti di sinistra, giovani comunisti, socialisti e repubblicani, con una manciata di ex ufficiali dell’esercito si armarono e organizzarono in milizie antifasciste, nel 1921, su iniziativa di Mingrino[4]. Si chiamarono “Arditi del Popolo”. Intrapresero questa iniziativa nonostante l’opposizione dei loro dirigenti politici e sindacali. Sfortunatamente, il giovane e debole partito comunista adottò un atteggiamento estremista verso questo problema. Provocarono una scissione e organizzarono le proprie “Squadre d’Azione”.

“Il risultato fu”, scrive Guerin, “che quando le camicie nere effettuavano una ‘spedizione punitiva’ contro una località e attaccavano i quartier generali delle organizzazioni dei lavoratori o i comuni ‘rossi’, i lavoratori militanti erano, o incapaci di resistere, oppure offrivano una resistenza improvvisata e anarchica che generalmente era inefficace. Per lo più, l’attaccante rimaneva padrone del campo.”

Guerin scrive ancora:

“Dopo una ‘spedizione punitiva’, gli antifascisti si astenevano dalle rappresaglie, rispettavano le residenze ‘fasciste’, e non lanciavano contrattacchi. Erano soddisfatti con il proclamare ‘scioperi generali di protesta’. Ma questi scioperi, che avrebbero dovuto forzare le autorità a proteggere le organizzazioni dei lavoratori dal terrore fascista, risultavano solo in trattative ridicole con le autorità che erano in realtà complici del fascismo. (Silone, Der Fascismus, 1934).

Non essendo questi scioperi accompagnati da un’azione diretta, lasciavano intatte le forze del nemico. D’altra parte, i fascisti approfittavano degli scioperi per raddoppiare la loro violenza. Proteggevano i crumiri, attaccavano loro stessi gli scioperanti, e ‘in quel vuoto minaccioso che uno sciopero crea intorno a sé stesso, sferravano colpi violenti e improvvisi al cuore delle organizzazioni nemiche’. (Malaparte, Tecnica del colpo di stato, 1931).

Comunque, in rare occasioni, quando gli antifascisti offrivano una resistenza organizzata al fascismo, ottenevano temporaneamente il sopravvento. Per esempio, a Parma, nell’agosto 1922, i lavoratori respinsero con successo un attacco fascista nonostante fosse condotto da diverse migliaia di miliziani ‘perché la difesa era organizzata secondo metodi militari’ sotto la direzione degli Arditi del Popolo.” (A. Rossi, La nascita del fascismo, 1938)

Quando l’intenzione dei fascisti di prendere il potere divenne sempre più ovvia, Turati, il portavoce socialista, fece appello al re nel luglio 1922, per “ricordargli che è il supremo difensore della costituzione”. Nel frattempo, i capitalisti erano arrivati alle proprie conclusioni. Rossi scrive di “alcune riunioni molto vivaci che si tennero fra Mussolini e i capi dell’associazione degli industriali, i signori Benni e Olivetti. I capi dell’associazione delle banche, che pagarono 20 milioni per finanziare la marcia su Roma, i dirigenti della federazione dell’industria e della federazione dell’agricoltura, telegrafarono a Roma scrivendo che, secondo loro, l’unica soluzione possibile era un governo Mussolini.”

Il Senatore Ettore Conti, un grande magnate dell’energia, spedì un telegramma simile. “Mussolini era il candidato della plutocrazia e delle associazioni dei commercianti.”

Nonostante il fatto che i fascisti avessero solo 35 deputati nel parlamento italiano su circa 600, il re, obbediente alle richieste della classe dominante, cedette il potere a Mussolini.

Ma anche dopo il colpo di Stato di Mussolini nel 1922, i dirigenti riformisti furono incapaci di trarre le lezioni necessarie dalle loro amare esperienze.

“I socialisti italiani, più ciechi che mai, continuarono ad aggrapparsi alla legalità e alla costituzione. Nel dicembre 1923, la federazione del lavoro mandò a Mussolini un rapporto sulle atrocità commesse dalle bande fasciste e gli chiese di rompere con le proprie truppe (Fonte: Buozzi e Nitti, Fascismo e sindacalismo, 1930). Il partito socialista prese la campagna elettorale dell’aprile 1924 molto seriamente; Turati tenne addirittura un dibattito con un fascista a Torino in una sala le cui entrate erano sorvegliate dalle camicie nere. Quando, dopo l’assassinio di Matteotti, un’ondata di rivolta attraversò la penisola, i socialisti non seppero come sfruttarla. ‘In quel momento unico’, scrive Nenni, ‘per chiamare i lavoratori a scendere nelle strade per l’insurrezione, prevalse la tattica della lotta legale sul piano giudiziario e parlamentare’.

Come gesto di protesta, l’opposizione fu soddisfatta di non apparire in parlamento e, come gli antichi plebei, si ritirarono sull’Aventino. ‘Cosa stanno facendo i nostri oppositori?’ scherniva Mussolini alla Camera, ‘Stanno proclamando scioperi generali, o anche scioperi parziali? Stanno cercando di provocare rivolte nell’esercito? Niente del genere. Si limitano a campagne di stampa’. (Discorso, luglio 1924) I socialisti lanciarono il triplo slogan: Dimissioni del governo, dissoluzione della milizia, nuove elezioni. Continuarono a mostrare fiducia nel re, che pregarono di rompere con Mussolini; pubblicarono petizione dopo petizione per la sua illuminazione, ma il re li deluse una seconda volta.” (D. Guerin, Ibid.)

Le condizioni di vita sotto Mussolini

Una volta al potere, Mussolini stabilì il modello dello Stato totalitario. Avendo distrutto le organizzazioni dei lavoratori, la strada era pronta per l’attacco selvaggio agli standard di vita delle masse nell’interesse del grande capitale. Il peso maggiore del fascismo fu sopportato dalla classe lavoratrice, contro cui era diretto. Con le armi della lotta spezzate, con la fondazione di sindacati aziendali di crumiri, furono create le condizioni per abbassare i salari ed abbassare gli standard di vita dei lavoratori. I sindacati combattivi erano distrutti. La rappresentanza dei delegati di fabbrica fu abolita. Fu messa fine al diritto di sciopero. Tutti gli accordi con i sindacati furono annullati. Il padrone regnava nuovamente sovrano nelle sue fabbriche, divenendo allo stesso tempo il capo dei suoi dipendenti. Ogni tentativo di sciopero, ogni resistenza ai desideri del padrone, era punita con pene feroci dallo Stato. Sfidare il padrone voleva dire sfidare la piena potenza dello Stato. Per usare le parole dei fascisti: gli scioperi sono crimini “contro la comunità sociale”.

Il liberale antifascista Gaetano Salvemini, un’autorità sulla storia d’Italia, condusse una ricerca coscienziosa su tutti gli aspetti della vita sotto il fascismo. Basandosi su fonti governative fasciste ufficiali, fu in grado di mostrare cosa significò il fascismo per il popolo italiano. Nel suo libro, Sotto la scure del fascismo, rivelò che sin dall’inizio del regime di Mussolini, le condizioni del popolo peggiorarono sensibilmente, specialmente quelle dei lavoratori poveri e dei contadini. In tempi di “prosperità” così come durante la profonda crisi del 1929-1933, ci furono costanti tagli ai salari. L’orario di lavoro venne allungato senza alcun incremento salariale o pagamento dli straordinari, mentre il costo della vita aumentava. Salvemini, fornendo ampi dettagli sui tagli ai salari dal 1922 fino al 1935, nonostante tutti gli sforzi del regime di nascondere tutto ciò al mondo esterno, mostrò come il consumo di beni essenziali fosse costantemente diminuito.

Nel 1922, con una popolazione di 38.800.000 abitanti, il consumo di tabacco era di 279.000 quintali; entro il 1932 era calato a 245.000. Il consumo di caffè era di 472.000 quintali nel 1922 e calò nel 1932 a 407.000 quintali. Questi erano diventati “lussi” per i lavoratori. Ma nelle basilari necessità della vita, il crollo fu grande nello stesso modo. Il consumo di mais calò da 27.213.000 quintali ai 26.739.000 quintali del 1932. Il consumo di grano diminuì, e questo con una popolazione cresciuta fino a 41 milioni nel 1932, da 72.237.000 quintali a 69.204.000 quintali. Il consumo di sale, che insieme ai suddetti prodotti è assolutamente essenziale per un’esistenza minima, crollò da 2.646.000 a 2.606.000 quintali. Queste cifre sono prese da statistiche ufficiali (Annuario statistico italiano per gli anni 1922-1925, pagina 198, e per il 1933 pagina 119).

Il giornale La Tribuna nell’edizione del primo maggio 1935, rivelò un terribile crollo nel consumo di carne. Il consumo annuale di carne, che nel 1928 era di 22 kg a persona era sceso entro il 1932 a 18 kg. Il consumo di zucchero che arrivava a 7,5 kg nel 1922 calò a 6,9 nel 1932. In Inghilterra il consumo annuale era di 40 kg, in Francia 25 kg, in Germania 23 kg, e persino nell’arretrata Spagna, 13 Kg.

Le cifre ufficiali della disoccupazione in Italia nel febbraio del 1933 erano di 1.229.000. Il 2 luglio 1934, una comunicazione ufficiale del governo italiano ci informa che: “Nell’inverno di quell’anno la ‘solidarietà nazionale’ in Italia diede aiuti ‘quasi ogni giorno a 1.750.000 famiglie’.” Nel febbraio 1922 c’erano solo 602.000 disoccupati, e i fascisti basarono gran parte della loro demagogia sugli orrori della disoccupazione.

Quindi il mito che il fascismo possa evitare le crisi del capitalismo si rivela essere una frode. Una volta al potere, il fascismo mantiene la propria presa per un lungo periodo per via della frantumazione delle organizzazioni della classe lavoratrice. Con tutti i migliori combattenti, i proletari più avanzati, in galera o assassinati, la classe lavoratrice va incontro ad un periodo di demoralizzazione e apatia. Sotto un regime di repressione e terrore, i lavoratori sono in posizione di grande svantaggio per una lotta unificata contro i padroni. La fine ingloriosa di Mussolini fu una dimostrazione al mondo del vero odio del popolo italiano per il Duce, e rivelò la menzogna secondo cui le masse italiane appoggiavano le camicie nere.

I lavoratori italiani e il fascismo oggi

È sorprendente notare la differenza fra gli eventi in Italia dopo la Prima e dopo la Seconda guerra mondiale.

La caduta di Mussolini fu il segnale per una profonda ascesa delle lotte di lavoratori e contadini. Di nuovo, un’enorme ondata di scioperi e manifestazioni seguì il colpo di Stato di Badoglio. E dopo la sconfitta dei nazisti, i lavoratori e i contadini, armati nei loro distaccamenti partigiani, ripeterono il processo di prendere il controllo delle fabbriche e del paese. C’era un solo ostacolo lungo la strada dei lavoratori verso la presa del potere: i dirigenti delle loro organizzazioni.

Questo fallimento ha significato per i lavoratori italiani un deterioramento delle loro condizioni di vita ad un livello inferiore anche a quello esistente sotto Mussolini. I lavoratori sono stati in grado di difendersi fino ad un certo punto, grazie ai potenti sindacati che avevano costruito, molto più forti rispetto al passato. Ma la piccola borghesia, scesa a standard di vita anche più bassi di quelli dei lavoratori, ha fornito una base favorevole alla rinascita della demagogia fascista. Hanno contrastato le promesse dei democratici capitalisti con le proprie azioni. I neofascisti hanno iniziato a riemergere. Armati con l’esperienza dell’ascesa al potere di Mussolini, gli industriali e i proprietari terrieri sono proceduti su linee di condotta note. E’ stato aperto il fuoco contro una manifestazione per il primo maggio nel 1947 in Sicilia (Strage di Portella della Ginestra, ndt.), nonostante il fatto che partecipassero donne e bambini. A Napoli alcuni mesi prima, bande di monarchici e fascisti avevano manifestato contro il partito comunista e altre organizzazioni dei lavoratori. Negli ultimi mesi del 1947 ci sono stati spari e lanci di bombe durante incontri dei lavoratori nelle sedi delle proprie organizzazioni. Il terrore fascista era più attivo nelle campagne del sud arretrato, dove i proprietari terrieri organizzavano omicidi di attivisti sindacali e tentavano di terrorizzare i braccianti e i contadini per non farli entrare nei sindacati. Nel giro di pochi mesi 19 delegati sindacali furono assassinati nelle zone agricole del sud.

Al nord, anche in roccaforti operaie come Milano, sono state piazzate bombe nelle sedi del partito comunista. I lavoratori hanno risposto prontamente con uno sciopero generale a Milano e intrapreso immediatamente una rappresaglia contro le sedi delle organizzazioni neofasciste, dell’Uomo qualunque e del Movimento sociale italiano, che sono state incendiate e distrutte.

Dopo l’esperienza del fascismo, i lavoratori italiani non si sono accontentati di rimanere sulla difensiva. In quasi tutte le città, grandi e piccole, sono andati all’offensiva contro i fascisti. Manifestazioni di più di centomila persone a Milano, decine di migliaia in altre città comeTorino, Genova, Firenze, Verona. A Bari, Cremona, Roma, e anche a Napoli e Palermo (in precedenza roccaforti della reazione), i lavoratori hanno compiuto attacchi militanti alle sedi delle organizzazioni fasciste. Il sud arretrato ha seguito la guida del nord.

Naturalmente la polizia, sempre comodamente assente o inattiva quando i fascisti hanno attaccavano i lavoratori, è stata chiamata a proteggere i fascisti. Sono state utilizzate truppe dell’esercito in molte città per aiutare la polizia. Gas lacrimogeni e armi da fuoco sono state usate contro i lavoratori.

In questa situazione, il governo De Gasperi, come il suo predecessore liberale del 1920-1922, ha dato indirettamente assistenza e incoraggiamento ai fascisti. La storia si ripete, ma non esattamente allo stesso modo. L’offensiva dei lavoratori ha portato alla sconfitta dei fascisti, che per il momento sono stati obbligati a ritirarsi. I lavoratori britannici possono imparare una preziosa lezione dal recente movimento dei lavoratori italiani.

Ma questa lezione rimane una lezione puramente negativa: se, avendo imparato la lezione sul come impedire ai fascisti di alzare la testa, i lavoratori non riescono a portare avanti una soluzione positiva, la minaccia del fascismo, anche in Italia, non sarà definitivamente esorcizzata.

Il decadimento cronico del capitalismo in Italia continua. C’è già la disoccupazione di massa con un milione e mezzo di lavoratori senza impiego. I primi venti della nuova crisi mondiale faranno salire la disoccupazione a livelli record. Devastati dalla crisi, i capitalisti italiani torneranno di nuovo alla repressione brutale come unico mezzo per stabilizzare il loro regime. La lezione italiana deve essere imparata soprattutto dall’avanguardia del movimento dei lavoratori. Se falliscono nel mostrare l’alternativa rappresentata da un completo rovesciamento del sistema capitalista e dalla costituzione del potere dei lavoratori e del comunismo, il grande spirito offensivo delle masse sarà vano. Questo porterà a demoralizzazione e indifferenza. Il capitalismo genera il fascismo; i lavoratori possono garantire la fine del fascismo solo rovesciando il sistema capitalista.

Germania – Come in nazisti andarono al potere

La sconfitta della classe lavoratrice tedesca, con la salita al potere di Hitler, ha spinto indietro il movimento operaio mondiale di molti anni. Ricostruendo il contesto degli eventi in Germania, possiamo vedere chiaramente come hanno operato le forze di classe, il ruolo dei socialdemocratici e degli stalinisti tedeschi, che hanno portato alla terribile sconfitta di uno dei movimenti dei lavoratori meglio organizzati del mondo.

Subito dopo la Rivoluzione russa, la classe lavoratrice tedesca rovesciò il kaiser e tentò l’abbattimento rivoluzionario del capitalismo nel 1918. Ma furono i socialdemocratici tedeschi ad andare al potere, nonostante in realtà si opponessero all’insurrezione e alla rivoluzione.

Non avevano nessuna intenzione di portare a termine il cambiamento della società. Il loro programma era basato sulla “inevitabilità del gradualismo”. Ponendosi al di sopra dei lavoratori, avevano abbandonato il programma marxista su cui il loro partito si era basato per decenni. Noske, Ebert, Schiedemann, i dirigenti della socialdemocrazia, cospirarono con lo stato maggiore tedesco per distruggere la rivoluzione e ripristinare “legge e ordine”. I lavoratori di Berlino furono massacrati nel gennaio del 1919, e i dirigenti rivoluzionari, Luxemburg e Liebknecht, furono assassinati da ufficiali reazionari su diretta istigazione dei dirigenti socialdemocratici. I soviet costituiti durante la rivoluzione furono sciolti, e la Germania divenne uno Stato democratico capitalista, il più democratico del mondo, secondo il vanto dei socialdemocratici.

In quel momento i capitalisti furono costretti ad affidarsi ai dirigenti politici e sindacali dei lavoratori per salvare il loro sistema dal completo collasso. Digrignando i denti, furono obbligati a fare enormi concessioni alla classe lavoratrice. I lavoratori conquistarono la giornata lavorativa di otto ore, il riconoscimento dei sindacati, l’indennità di disoccupazione, il diritto ad eleggere consigli di fabbrica e il suffragio universale per uomini e donne. I lavoratori agricoli, che vivevano in condizioni semi-feudali nella Prussia orientale sotto gli Junker, conquistarono il diritto di organizzarsi e diritti simili a quelli degli operai.

Riprendendosi dal primo shock, i grandi industriali ed i latifondisti iniziarono a preparare l’offensiva contro la classe lavoratrice. Il loro atteggiamento era esemplificato da quello di Krupp, il magnate delle armi che informò arrogantemente i propri dipendenti: “Vogliamo solo lavoratori leali che sono grati dal profondo del loro cuore per il pane che gli lasciamo guadagnare.”

Nel febbraio 1919, Stinnes, un magnate del ferro e dell’acciaio della Ruhr, dichiarava apertamente: “Il grande capitale e tutti quelli che governano l’industria un giorno recupereranno la loro influenza e il loro potere. Saranno richiamati da un popolo disilluso, mezzo morto di fame, che avrà bisogno di pane e non di frasi.” L’ex ministro Dernberg, rappresentante della grande industria, dichiarò: “ogni giornata da otto ore è un chiodo sulla bara della Germania.”

Già in questi primi anni i capitalisti iniziarono a finanziarie delle leghe anti-operaie composte da ex ufficiali dell’esercito, criminali, avventurieri e altra marmaglia simile. I nazisti in questo periodo erano un piccolo gruppo anti-operaio tra tanti altri.

Iniziarono una campagna di terrore, che incluse l’omicidio di politici di sinistra e anche di capitalisti democratici. Si posero l’obbiettivo di sciogliere le riunioni operaie. “Il movimento nazionalsocialista in futuro preverrà lo svolgersi, se necessario con la forza, di tutte le riunioni e conferenze che possano verosimilmente esercitare un’influenza depressiva” dichiarò Hitler il 4 gennaio 1921.

Come in Italia, anche in Germania, i tribunali, le autorità militari, la pubblica amministrazione, i capi della polizia, diedero ogni supporto a questi gruppi reazionari. Lo Stato agiva in complicità e collusione con loro. Quando il capo della polizia di Monaco, Pohner, fu avvisato dell’esistenza di “vere e proprie organizzazioni dedite agli omicidi politici”, rispose: “Si, si, ma sono troppe poche!”

Tuttavia in questa fase i gruppi fascisti non avevano una base di massa. Costituivano una forza sociale insignificante, composta solo dalla feccia della società. La piccola borghesia guardava alle organizzazioni dei lavoratori per trovare una via d’uscita. I capitalisti usarono le organizzazioni fasciste solo come forze ausiliarie anti-operaie, e come una riserva per il futuro. Parlando dello sviluppo del movimento nazista, Hitler ammise: “solo una cosa avrebbe potuto spezzare il nostro movimento, cioè se l’avversario avesse compreso i suoi principi e dal primo giorno avesse colpito, con la più estrema brutalità, il nucleo del nostro nuovo movimento.” Goebbels sottolineò: “se il nemico avesse saputo quanto deboli eravamo, ci avrebbe probabilmente ridotto in poltiglia, ci avrebbe schiacciati nel sangue proprio all’inizio del nostro lavoro.”

Durante la crisi rivoluzionaria del 1923, causata dall’inflazione e dall’occupazione della Ruhr da parte della Francia, la piccola borghesia guardava al partito comunista, che stava riuscendo a guadagnarsi il sostegno della maggioranza dei lavoratori. Ma la situazione rivoluzionaria andò sprecata per colpa dagli allora dirigenti del partito comunista tedesco, Brandler e Thalheimer, e dei consigli sbagliati di Stalin da Mosca alla dirigenza del partito comunista.

Brandler ammise successivamente ad una riunione del comitato esecutivo dell’Internazionale comunista: “C’erano segni di un nascente movimento rivoluzionario. Avevamo temporaneamente la maggioranza dei lavoratori con noi, e in quella situazione credemmo che in circostanze favorevoli avremmo potuto procedere immediatamente all’attacco.”

Dopo che la possibilità di conquistare il potere fu persa, la dirigenza dell’Internazionale provò a gettare tutta la responsabilità sulle spalle del partito tedesco. Ma i dirigenti tedeschi avevano cercato il consiglio della dirigenza dell’Internazionale comunista a Mosca. Il parere di Stalin in questo senso fu catastrofico. Egli scrisse a Zinovev e Bucharin:

“Se i comunisti cercassero di prendere il potere senza i socialdemocratici, sarebbero abbastanza pronti per farlo? Questo, secondo me, è il problema. Di certo i fascisti non stanno dormendo, ma è nel nostro interesse che attacchino per primi: questo farebbe schierare tutta la classe lavoratrice con i comunisti (la Germania non è la Bulgaria). Tra l’altro, secondo le nostre informazioni, i fascisti sono deboli in Germania. Secondo me i tedeschi dovrebbero essere frenati e non stimolati.” [cit. da Trotskij, La terza internazionale dopo Lenin, pag. 312]

Questo quando avevano la maggioranza dei lavoratori con loro! Quindi tragicamente si perse l’occasione per la rivoluzione tedesca e fu gettata la base per un conseguente aumento dell’influenza fascista.

Il grande capitale e i nazisti

Spaventati dalla prospettiva del “bolscevismo” in Germania, i capitalisti americani, britannici e francesi elargirono prestiti per aiutare il capitalismo tedesco. Questi prestiti contribuirono ad una ripresa capitalista su scala mondiale, che riguardò in particolare proprio la Germania. La crescita in Germania durò dal 1925 fino al 1929. I capitalisti tedeschi, accumulando enormi profitti dalla razionalizzazione dell’industria, non avevano bisogno dei fascisti, e quindi il supporto per i nazisti diminuì. Ricevevano solo fondi sufficienti alla loro sopravvivenza come arma di riserva e per evitare la loro sparizione improvvisa dalla scena.

Poi arrivò la recessione mondiale del 1929-1933. Le condizioni di vita dei lavoratori crollarono. La disoccupazione arrivò a sette milioni di persone e più. La piccola borghesia fu rovinata dalla crisi economica e vide il proprio standard di vita crollare più in basso di quello dei lavoratori. Gli operai avevano la protezione dei loro contratti ottenuti grazie ai sindacati, ed entro certi limiti dei sussidi di disoccupazione; potevano quindi meglio resistere alle peggiori imposizioni delle associazioni padronali e dei monopoli. Al contrario, la classe media era indifesa.

Gli industriali erano allarmati per la prospettiva di una rivoluzione proletaria. Per questo iniziarono a versare somme favolose nelle casse del partito nazista. Krupp, Thyssen, Kirdorff, Borsig, i vertici degli imperi industriali tedeschi nel settore del carbone, dell’acciaio, della chimica ecc., fornirono generosamente ad Hitler i mezzi per alimentare la sua propaganda.

La decisione finale di cedere il potere ad Hitler fu presa a casa del banchiere di Colonia Schroder (che secondo le leggi razziali naziste era un ebreo!). I capitalisti concessero enormi sussidi ai nazisti, come nessun altro partito politico in Germania aveva mai ricevuto, ritenendo che fosse arrivato il momento di distruggere le organizzazioni e i diritti dei lavoratori.

Spiegando cosa significassero questi sussidi, Hitler sottolineò che: “Senza automobili, aeroplani e altoparlanti, non avremmo potuto conquistare la Germania. Questi tre mezzi tecnici permisero al nazionalsocialismo di portare avanti un’incredibile campagna di propaganda.”

In un documento confidenziale pubblicato dal governo britannico nel 1943, ad uso di ufficiali e funzionari statali che stavano per essere mandati in Germania, sono presentati i seguenti fatti inconfutabili:

“Fritz, Thyssen e Kirdoff nella Ruhr, e Ernst von Borsig a Berlino, presidente della federazione tedesca degli imprenditori (Vereinigung Deutscher Arbeitgeberverbande) furono i sostenitori più decisi di Hitler. Fra altri sostenitori finanziari sin dal primo momento di Hitler, c’erano il famoso produttore di pianoforti, Karl Bechstein, a Berlino, lo stampatore Bruckmann (Monaco), il ben noto commerciante d’arte e editore, Hanfstaengl (Monaco) e l’azienda Reetsma Cigarette ad Amburgo a cui, dopo che Hitler andò al potere, fu garantito un monopolio esclusivo.

Ma non fu solo durante la grande crisi precedente alla formazione del governo nazista che il supporto finanziario dei grandi gruppi industriali si sviluppò su larga scala. La maggior parte di questi non davano i loro contributi direttamente al partito nazista, ma ad Alfred Hugenberg, ex direttore della Krupp e segretario del 'Deutschnationale Volkspartei' (Partito nazional popolare tedesco). Hugenberg poneva un quinto delle somme ricevute a disposizione del partito nazista.

Fritz Thyssen, dopo la rottura con Hitler, affermò che il suo contributo personale fu di un milione di marchi, e stimò che il partito nazista ricevette dall’industria pesante, attraverso Hugenberg, circa due milioni di marchi. All’anno!

Al convegno del club degli industriali di Dusseldorf il 27 gennaio 1932, dopo che Hitler illustrò il proprio programma, fu siglato il patto fra l’industria pesante e il partito nazista. Qui Hitler convinse i suoi auditori che non avevano niente da temere dal suo ‘socialismo’, e poi celebrò sé stesso affermando che la sua organizzazione paramilitare era il bastione contro qualunque tipo di ‘bolscevismo’.

La politica economica portata avanti dai ‘nazionalsocialisti’ giustificava completamente la fiducia che i grandi industriali avevano riposto in Hitler, che in ogni aspetto portò avanti la loro politica. Distrusse le organizzazioni dei lavoratori. Introdusse il ‘principio della direzione’ nelle fabbriche. Portò avanti l’espansione dell’industria pesante nella Germania occidentale attraverso un immenso programma di riarmo, portando alle aziende enormi profitti.

I profitti che accumularono i padroni della Ruhr e della Renania sono dimostrati molto bene nel cosiddetto ‘decreto’ riguardante la resa dei ‘dividendi’ del 1941 (Dividend en abgabeverordnung). Questo decreto che, come molti decreti nazisti, significa l’opposto di ciò che indica nel nome, permise alle società per azioni di ricevere i profitti che avevano accumulato durante gli anni 1933-1938 e che non erano stati pagati in dividendi per via della cosiddetta ‘rettificazione’. Circa cinque miliardi di marchi di profitti, che erano stati accumulati negli anni prima della guerra, furono distribuiti agli azionisti sotto forma di bonus.”

Trotskij fa appello per il fronte unico

Alle elezioni generali del maggio 1924, i nazisti ricevettero 1.920.000 voti, eleggendo 32 deputati. Ma nel dicembre dello stesso anno, dopo che il piano Dawe riportò un po’ di stabilità all’economia tedesca, ne ricevettero “solo” 840.000. Il declino dei nazisti si approfondì ancora di più. Basti pensare che alle elezioni presidenziali tedesche del 1925, il generale Ludendorff, candidato dei nazisti, ottenne 210.000 voti! Mentre alle elezioni generali del maggio 1928, i nazisti presero 720.000 voti, perdendone 120.000, e ottenendo due seggi in meno.

Poi arrivò la recessione mondiale e la spaventosa crisi del capitalismo tedesco. Nel giro di due anni, alle elezioni generali del 14 settembre 1930, i voti per i nazisti salirono a sei milioni. I fascisti portarono sotto la propria bandiera vasti settori della piccola borghesia disperata. Il fallimento dei socialisti nel 1918 e dei comunisti nel 1923 portò una grande fetta della classe media dalla neutralità, o addirittura dal sostegno verso i lavoratori, a sostenere la controrivoluzione con la sua denuncia del “marxismo”, ossia del socialismo.

Appena si conobbero i risultati delle elezioni, Trotskij e l’Opposizione di sinistra, che si consideravano parte dell’Internazionale comunista anche se erano stati espulsi, pubblicarono un appello al partito comunista tedesco affinché organizzasse immediatamente un fronte unico con i socialdemocratici per prevenire l’arrivo al potere di Hitler. Solo così potevano sperare di proteggere i diritti della classe lavoratrice dalla minaccia del nazismo. I trotskisti avvertirono delle tragiche conseguenze che avrebbe comportato l’arrivo al potere dei nazisti, non solo per la Germania, ma per tutto il movimento operaio internazionale. Avvisarono che avrebbe reso inevitabile la guerra contro l’Unione Sovietica.

Ma gli stalinisti non ascoltarono. La loro politica in Germania era che il fascismo, o “socialfascismo”, era già al potere, che il pericolo maggiore per la classe lavoratrice erano i socialdemocratici, anch’essi fascisti, o meglio “socialfascisti”.

I trotskisti britannici furono espulsi dal partito comunista nel 1932 per aver promosso il fronte unico fra i socialdemocratici e i comunisti in Germania, così come in Gran Bretagna.

“È significativo,” scrissero gli stalinisti britannici sul Daily Worker il 26 maggio 1932, “che Trotskij sia uscito in difesa di un fronte unico fra i partiti comunisti e socialdemocratici contro il fascismo. In un momento come il presente non potrebbe esserci direzione di classe più distruttiva e controrivoluzionaria.”

Ernst Thaelmann, nel suo discorso conclusivo del tredicesimo plenum dell’Internazionale comunista nel settembre 1932 (vedi Communist International, No. 17/18, p. 1329), disse:

“Nel suo opuscolo sulla questione, Come sconfiggere il nazionalsocialismo? Trotskij dà sempre e solo una risposta: ‘il partito comunista tedesco deve costituire un blocco con la socialdemocrazia’. Nella costituzione di questo blocco, Trotskij vede l’unica via per salvare completamente la classe lavoratrice tedesca dal fascismo. O il partito comunista farà il blocco con la socialdemocrazia, oppure la classe lavoratrice tedesca sarà sconfitta per dieci o venti anni. Questa è la teoria di un fascista completamente rovinato e di un controrivoluzionario. Questa teoria è la teoria peggiore, la teoria più pericolosa e la più criminale che Trotskij abbia costruito negli ultimi anni della sua propaganda controrivoluzionaria.”

La voce che dettava la politica del partito comunista tedesco, cioè Stalin, affermò:

“Queste due organizzazioni [socialdemocrazia e nazionalsocialismo] non sono mutuamente esclusive, ma al contrario sono mutuamente complementari. Non sono agli antipodi ma gemelle. Il fascismo è un blocco informe di queste due organizzazioni. Senza questo blocco la borghesia non potrebbe rimanere al timone.” (Communist International, n. 6, 1925)

Gli stalinisti arrivarono addirittura al punto di incitare i lavoratori comunisti a picchiare i lavoratori socialisti, sabotare le loro assemblee, ecc. Thaelmann propose apertamente lo slogan: “cacciate i social-fascisti dai posti di lavoro, dalle fabbriche e dai sindacati”. Seguendo questa linea, l’organo dei Giovani comunisti, La Giovane Guardia, propose lo slogan: “Cacciate i socialfascisti dalle fabbriche, dalle camere del lavoro e dalle scuole per apprendisti”. Anche l'organo dei Giovani Pionieri, che si rivolgeva ai figli dei comunisti, Il tamburo, invitava i figli dei comunisti a “picchiare i piccoli Zoergiebels nelle scuole e nei campi da gioco”.  (Zoergiebels era il capo della polizia socialdemocratico)

Ma non si fermarono lì. I dirigenti dell’Internazionale comunista arrivarono al punto di proporre che il partito comunista tedesco si alleasse con i fascisti contro i socialdemocratici. Il partito socialdemocratico era al potere in Prussia, la regione che costituiva i due terzi, e la parte più significativa, della Germania. C’era un detto tradizionale proprio in Germania: “chi ha la Prussia ha il Reich”. I nazisti organizzarono un plebiscito il 9 agosto 1931, in uno sforzo per far cadere il governo socialdemocratico. Se ci fossero riusciti, sarebbero arrivati al potere nel 1931 anziché nel 1933. In un primo momento, il partito comunista tedesco decise di opporsi al referendum e appoggiare i socialdemocratici. Ma la dirigenza del Comintern, sotto la diretta influenza di Stalin, richiese che il partito comunista partecipasse a questo referendum e lo definì un “referendum rosso”. Al comitato esecutivo dell’Internazionale comunista, Piatnitzky[5] si vantò:

“Sapete, per esempio, che la dirigenza del partito si è opposta alla partecipazione al referendum sullo scioglimento del land prussiano. Un numero di giornali di partito ha pubblicato articoli in prima pagina contro la partecipazione a quel referendum. Ma quando il comitato centrale del partito, insieme al Comintern, è arrivato alla conclusione che era necessario prendere parte attiva al referendum, i compagni tedeschi, nel corso di pochi giorni, hanno scatenato tutto il partito. Non un singolo partito, a parte il PCUS potrebbe farlo.” [dalla guida al XII plenum, E.C.C.I. pag. 42]

Furono avventure folli di questo tipo a disorientare i lavoratori e facilitare il successo dei nazisti. Il rifiuto dei dirigenti delle organizzazioni di massa dei lavoratori di portare avanti una politica rivoluzionaria contro i fascisti ebbe come risultato che questo imponente movimento operaio, con una tradizione marxista vecchia di 75 anni, fosse schiacciato e reso impotente dinanzi ai teppisti nazisti.

È importante ricordarsi che i nazisti conquistarono il consenso solo di una piccola percentuale dei lavoratori tedeschi; la stragrande maggioranza si opponeva loro. Nel 1931, i nazisti ottennero solo il 5% dei voti alle elezioni per i delegati sindacali nelle fabbriche. Questo succedeva dopo una enorme campagna volta a penetrare nella classe operaia. Nel marzo 1933, dopo che i fascisti furono al potere, nonostante il fatto che il terrore fosse già iniziato, presero solo il 3% dei voti alle elezioni per i delegati sindacali! Nonostante le disastrose politiche delle direzioni, che portarono ad una certa demoralizzazione fra i ranghi dei lavoratori e aiutarono i tentativi di penetrazione fascisti, la stragrande maggioranza dei lavoratori rimase fedele alle idee del socialismo e del comunismo.

Come i socialisti e i comunisti affrontarono la minaccia di Hitler

I lavoratori erano ansiosi e avevano una ferma volontà di combattere i nazisti per prevenirne l’ascesa al potere. In milioni erano armati ed addestrati nelle organizzazioni di difesa socialiste e comuniste. Questa era un’eredità della rivoluzione tedesca. La classe lavoratrice organizzata avrebbe costituito il potere più grande in Germania, se solo avesse adottato la linea politica necessaria per combattere per la difesa delle proprie organizzazioni e passare al contrattacco per prendere il potere. Ma i dirigenti tradirono i lavoratori in Germania così come aveva fatto in Italia.

Mentre il pericolo di un colpo di Stato da parte di Hitler cresceva, questi imbroglioni dichiaravano che i nazisti erano in declino. I dirigenti socialisti affermavano, quasi plagiando le loro controparti italiane, la necessità del “coraggio impopolare”. Sollecitarono la necessità di appoggiare i decreti legislativi del governo Bruning e di appoggiare il presidente Hindenburg contro il pericolo di Hitler. Sghignazzavano all’idea che un paese altamente civilizzato come la Germania potesse cadere sotto il dominio della barbarie fascista. Il fascismo poteva andare al potere solo in un paese arretrato come l’Italia, ma non in Germania, con la sua economia altamente industrializzata!

In principio, ridevano delle rozzezze e delle idee malsane portate avanti dai nazisti. Sollecitavano i lavoratori a ridere di loro e ignorare le loro provocazioni. “Serve solo a fargli pubblicità”, dicevano, “qui non può succedere”. Conosciamo le argomentazioni simili di intellettuali della classe media come Rebecca West[6], in Gran Bretagna e altrove. Hanno sottostimato costantemente il pericolo dei fascisti e fatto appello proprio alla macchina statale, che proteggeva e faceva da scudo ai fascisti.

Ma come la minaccia fascista si fece più vicina, sezioni dei lavoratori socialisti e dei sindacati iniziarono a formare gruppi di difesa nelle fabbriche e fra i disoccupati. La federazione sindacale tedesca, tuttavia, si rifiutò di appoggiarli: “la situazione non è sufficientemente grave da giustificare che i lavoratori si preparino ad una lotta per difendere i propri diritti.” L’organizzazione si opponeva alla “centralizzazione e generalizzazione di queste misure preventive” in quanto erano “superflue”.

Il 6 novembre 1932, il Vorwarts, l’organo centrale della socialdemocrazia, scriveva del presunto crollo nei sondaggi dei nazisti, che passavano da 13.700.000 a 11.705.257 voti, e del rifiuto di Hindenburg di consegnare il potere ad Hitler: “dieci anni fa abbiamo predetto la bancarotta del nazionalsocialismo; è scritto nero su bianco sul nostro giornale!”

Alla vigilia dell’ascesa dei nazisti al potere, Schiffrin, uno dei dirigenti della socialdemocrazia, scrisse: “Non percepiamo più niente se non l’odore di un cadavere putrefatto, il fascismo è definitivamente morto: non risorgerà mai più.”

La linea dei dirigenti del partito comunista era anche peggiore. Dichiararono che il fascismo era già al potere in Germania e che la salita al potere di Hitler non avrebbe fatto alcuna differenza. Al Reichstag, Remmele, uno dei loro capi, dichiarò, il 14 ottobre 1931:

“Herr Bruning l’ha detto molto chiaramente, una volta al potere [i fascisti], il fronte unico del proletariato sarà costituito e farà piazza pulita di tutto. (forti applausi dai comunisti) Non abbiamo paura dei gentiluomini fascisti. Spareranno tutte le loro cartucce prima di qualunque altro governo. (“Hai ragione!” dai comunisti)”

Nel 1932, Thaelmann, in un discorso al comitato centrale, condannò “l’opportunistica sovrastima del fascismo di Hitler.” Già alla prima vittoria del movimento di Hitler alle elezioni del 14 settembre 1930, l’organo centrale del partito comunista tedesco, Rote Fahne, dichiarò: “Il 14 settembre è stato il punto culminante del movimento nazionalsocialista in Germania. Sarà seguito solo da indebolimento e declino”. Nel giro di tre anni, i nazisti riuscirono a conquistare il grosso della piccola borghesia, ottenendo 13 milioni di voti.

Proprio quando i nazisti ricevettero il primo scacco elettorale, perdendo due milioni di voti, e iniziarono ad apparire i primi segni di disintegrazione del movimento nazista, il presidente Hindenburg, i capi militari, la burocrazia statale, i grandi industriali e i latifondisti passarono il potere ad Hitler.

Anche all’ultimo minuto, i dirigenti socialisti e stalinisti non fornirono una giusta direzione da seguire. Il 7 febbraio 1933, Kunstler, capo della federazione di Berlino del partito socialdemocratico, diede queste istruzioni ai lavoratori della SPD:

“Soprattutto non lasciatevi provocare. La vita e la salute dei lavoratori berlinesi sono troppo preziose per metterle a rischio alla leggera; devono essere preservate per il giorno della lotta”.

Questo quando Hitler era già andato al potere, nel gennaio 1933.

I dirigenti del partito comunista piagnucolavano: “che i lavoratori evitino di dare al governo alcun pretesto per nuove misure contro il partito comunista!” (Wilhelm Pieck, 26 febbraio 1933)

I dirigenti di questi partiti non fecero nulla anche dopo che Hitler andò al potere. E i lavoratori tedeschi volevano combattere. Il 5 marzo, la notte delle elezioni, i capi del Reichsbanner, l’organizzazione militare della socialdemocrazia, chiesero un segnale per l’insurrezione. Ricevettero per risposta dai dirigenti del partito socialdemocratico l’intimazione: “State calmi! Soprattutto nessuno spargimento di sangue.” Costoro fecero sì che il grande movimento operaio tedesco si arrendesse ad Hitler senza sparare neanche un colpo.

La lotta per un fronte unico da parte del partito comunista, la formazione di un tale fronte di lotta nel 1930, avrebbero trasformato l’intero corso futuro degli eventi. La piccola borghesia avrebbe seguito la direzione delle organizzazioni dei lavoratori. Se i fascisti si fossero scontrati con la forza organizzata dei lavoratori, sarebbero stati schiacciati. Capitolando vilmente alle “autorità”, la direzione permise ad Hitler di ottenere una vittoria a buon mercato.

I riformisti e gli stalinisti sono gli stessi in tutti i paesi. Negli anni successivi la responsabilità per la débâcle fu gettata sulle spalle dei lavoratori tedeschi. Ma al congresso di Brighton del TUC (Trades Union Congress, la confederazione sindacale britannnica, ndt), il presidente Citrine difese i dirigenti sindacali in Germania e il loro fallimento nel dichiarare uno sciopero generale nel 1933:

“Poco dopo le elezioni si sviluppò una campagna di terrore. Il movimento socialista e il movimento sindacale erano stati virtualmente soppressi il 2 maggio. Ci fu molta preoccupazione riguardo l’apparente assenza di resistenza all’avvento della dittatura nazista. I dirigenti dei sindacati tedeschi e i dirigenti socialisti tedeschi furono attaccati apertamente e criticati per l’assenza di una resistenza effettiva. Tutto quello che poteva dire era che sapeva da fonti di prima mano che erano stati preparati metodi di resistenza assolutamente adeguati.

Tutto quello che poteva dire era che sicuramente uno sciopero generale era stato pianificato e progettato, ma i dirigenti tedeschi dovevano considerare il fatto che uno sciopero generale, dopo l’atmosfera creata dall’incendio al Reichstag, e con almeno 6,25 milioni di persone disoccupate, era un atto foriero delle conseguenze più gravi, conseguenze che potrebbero essere descritte come niente meno che la guerra civile. Sperava che loro non si sarebbero mai dovuti trovare in una tale situazione in questo paese. Sperava di non dover mai affrontare una tale situazione.” (La minaccia della dittatura, pagina 8).

Cosa è successo alla piccola borghesia

I nazisti attaccavano demagogicamente gli ebrei, i trust e i cartelli delle grandi aziende. Proposero anche lo smantellamento della grande industria e la sua suddivisione fra piccoli imprenditori, lo smantellamento dei grandi magazzini e la loro suddivisione fra piccoli negozianti. Naturalmente non avevano alcuna intenzione di portare a termine questi propositi demagogici, cosa comunque impossibile da fare.

Tuttavia raccolsero il sostegno delle masse della piccola borghesia. Questa era la base sociale dei fascisti.

Eppure è ironico che i sostenitori del nazismo appartenenti alla classe media divennero gli strati della popolazione a passarsela peggio proprio una volta che i nazisti salirono al potere. I nazisti avevano pianto la morte della piccola borghesia, lo strato più importante della nazione, la spina dorsale della razza. Le statistiche parlano chiaro sulla distruzione del piccolo capitale da parte dei giganteschi monopoli e dei trust. La tendenza alla concentrazione del capitale, lungi dal rallentare, accelerò perché la piccola borghesia non aveva strumenti per resistere. E questo processo fu coscientemente coadiuvato dai nazisti.

Nel suo libro La crisi in arrivo, Sternberg fa notare che nel 1925, il numero di proprietari in Germania, insieme ai loro dipendenti, arrivava a 12.027.000 persone, o il 20,9% della popolazione totale. A causa della crisi, quando i nazisti salirono al potere nel 1933, il totale era sceso a 11.247.000, ovvero il 19,8% della popolazione totale. Nei primi 6 anni di dominio nazista, nel periodo della Wehrwirhschaft (economia di guerra), il numero diminuì ulteriormente a 9.612.000, ovvero il 16,2% della popolazione totale.

La rivista economica tedesca Wirtschaft und statistik nel 1940 (pag. 336) commenta brutalmente questo fenomeno:

“Il declino del numero di proprietari e dei loro dipendenti – il loro totale si è ridotto di 1,7 milioni o approssimativamente del 15% dal 1933 – è in accordo con una tendenza di sviluppo lunga e costante. Dal 1895 in poi, i loro numeri sono diminuiti di censimento in censimento, anche se il declino dal 1933 è, ovviamente, da record.”

Ulteriori prove di questo processo sono date nel volume Germania, un manuale di base, che fa notare come:

“La concentrazione di capitale in un numero sempre inferiore di mani procede rapidamente. Molte medie e piccole aziende sono state assorbite dai grandi gruppi. Dal 1937 alla fine del 1942, il capitale investito in società per azioni è cresciuto di più del 10%. Allo stesso tempo, il numero totale di queste compagnie è diminuito. Quindi, alla fine del 1942, l’1% delle compagnie possedeva il 60% del capitale investito in società per azioni. Come sottolinea il Deutsche Allegemeine Zeitung del 6 gennaio 1944: ‘di un numero totale di società per azioni tedesche con un capitale di 30 miliardi di marchi, dai tre quarti ai tre quinti circa sono di proprietà di grandi azionisti o trust’.

I rappresentanti del grande capitale controllavano tutte le posizioni chiave nell’economia. Allo stesso tempo c’era una “mutua inter-penetrazione: da una parte i più importanti industriali e i banchieri, in quanto a capo dell’economia di guerra, i dirigenti dei Gau (regioni), dei consigli di amministrazione di gruppi commerciali del Reich, ecc. divennero agenti dello Stato, e furono nominati a importanti posizioni amministrative; dall’altra, alti ufficiali, membri della burocrazia nazificata dei dipartimenti di Stato, si impegnarono per ottenere posizioni ben pagate nella sfera delle imprese private. Alla fine c’erano moltissime compagnie semi-statali, semi-private, che potrebbero essere descritte come di pubblica utilità nella sfera industriale. La più conosciuta di questo tipo è l’impresa Hermann Goring.

È abbastanza ovvio che questo sviluppo diede ampie opportunità ai membri dell’élite nazista di trasformarsi in nuovi industriali e affaristi, e quindi vediamo questi nuovi nomi, insieme ai vecchi e ben conosciuti nomi dei vari rami dell’industria tedesca e austriaca, in posizioni chiave della gestione e dell’amministrazione di vari rami dell’impresa di Goring.

In questo senso, qualche parola può essere aggiunta riguardo a una tipica impresa di partito, la fondazione Gustloff, che fu fondata sulla base di una proprietà ‘arianizzata’, la fabbrica di armi Suhl in Turingia, battezzata così in onore di Wilhelm Gustloff, un agente nazista in Svizzera, assassinato nel 1934, e che presto si trasformò in un non indifferente trust per la produzione di macchine utensili e armamenti, consistente in sei compagnie, compresa tra di esse la famosa fabbrica di munizioni austriaca Hirtenberg. Questa associazione è guidata solo dal partito, cioè, dal Gauleter della Turingia Sauckel. Non si sa niente delle finanze del trust visto che, come la Hermann Goring Werke, non pubblica bilanci e conti economici.

Lo sviluppo di questo settore del grande capitale legato al partito, non comporta nazionalizzazioni, né è una negazione del capitalismo o della plutocrazia. Al contrario, è il mantenimento di tutto ciò che permette ai membri del partito di costruire per sé stessi imperi industriali e di attingere a nuove fonti di profitto.

Quindi, i ranghi dei vecchi reggenti dell’industria e del commercio si prestarono a un compromesso nella misura in cui i benefici derivanti dall’alleanza con l’élite del partito e con la burocrazia, cioè la spoliazione congiunta delle piccole imprese e della piccola borghesia, superavano tutti i sacrifici.”

Durante la purga del 30 giugno 1934, Hitler colpì quegli elementi nei ranghi dei nazisti che stavano giocando demagogicamente con le aspirazioni della classe media, così come quelli che erano stati genuinamente illusi dalle menzogne della propaganda nazista. Raggiunto lo scopo, Hitler trasformò la sua dittatura in uno Stato militar-poliziesco, rappresentando gli interessi degli industriali e dei proprietari terrieri. Invece di dividere i possedimenti degli Junker tra i contadini come promesso, il potere degli Junker fu rafforzato. Invece di smantellare i grandi magazzini e dividerli fra i piccoli negozianti, i piccoli negozi furono chiusi a migliaia, e inoltre ci fu un’ulteriore concentrazione dell’economia nelle mani dei trust.

Vediamo quindi che l’unica promessa mantenuta fu la persecuzione degli sfortunati ebrei. La piccola borghesia fu depredata, le organizzazioni dei lavoratori distrutte, e solo gli alti funzionari nazisti e i grandi capitalisti beneficiarono del regime di Hitler. Tutti i peggiori eccessi del sistema capitalista trovarono espressione in quanto non era consentita alcuna forma né di opposizione né di controllo da parte dell’opinione pubblica.

 

Il regno del terrore

 

Una volta al potere, i nazisti avanzarono speditamente e compirono in mesi quello che i fascisti italiani avevano compiuto in anni. I partiti politici furono resi illegali; i sindacati furono distrutti; i fondi delle organizzazioni dei lavoratori furono confiscati a beneficio dei nazisti. Furono costruiti i campi di concentramento, ed iniziò un regno di terrore contro i lavoratori socialisti e comunisti e contro gli ebrei, così come non era mai stato visto nella storia.

I fascisti insistono molto sul fatto che non c'era disoccupazione nella Germania hitleriana. È vero che, come risultato degli immensi piani di riarmo di Hitler, del lavoro forzato per armi e fortificazioni, non c’era disoccupazione. Ovviamente, se non si fosse arrivati alla guerra, in Germania ci sarebbe stata una disastrosa recessione economica come negli altri paesi capitalisti. Hitler spese somme favolose per preparare una guerra che vedeva come l’unica via per l’imperialismo tedesco e per il proprio regime. Puntò tutto sulla produzione di armamenti su una scala mai raggiunta prima in qualsiasi Stato in tempo di pace.

I lavoratori tedeschi dovevano lavorare molte ore per bassi salari in modo da preparare gli strumenti di distruzione che non avrebbero portato alcun beneficio a loro o ai lavoratori di altri paesi. Erano impiegati per produrre per la terribile catastrofe che avrebbe sopraffatto la Germania durante la guerra. Hitler li considerava come maiali da ingrassare e macellare.

Nel 1935, un rapporto del padronato salutava entusiasticamente le nuove leggi sul lavoro: “In questo preciso periodo, che richiede un’intensificazione maggiore della produzione” (cioè un’accelerazione), Goring dichiarò apertamente in un discorso, “dobbiamo lavorare il doppio oggi per portare il Reich fuori dalla decadenza, impotenza, vergogna e povertà. Otto ore al giorno non sono sufficienti. Dobbiamo lavorare!” Il 22 maggio 1933, Hitler disse al Reichstag: “in Germania la proprietà privata è sacra.”

Di tutti i 25 punti del “programma” nazista, solo la persecuzione degli ebrei, un capro espiatorio per i crimini del capitalismo, fu portato avanti. La disillusione ebbe come sfogo la caccia agli ebrei. Il mito degli ebrei responsabili per tutti i mali della società fu portato avanti anche dopo che gli ebrei furono resi impotenti, privati di tutti i diritti, gettati nei campi di concentramento. Come sottolineò Hitler: “se non ci fossero stati gli ebrei, avremmo dovuto inventarli.” Non c'è da stupirsi che Goebbels si sia pentito pubblicamente per aver pubblicato il programma dei nazisti.

Dopo la guerra e la sconfitta dell’imperialismo tedesco, gli Alleati non portarono a termine la distruzione del fascismo. La piccola borghesia, la base di massa potenziale del fascismo, oggi sta appoggiando i cristiano-democratici in Germania. La politica stalinista delle riparazioni e della vendetta non poteva avere il supporto delle masse tedesche. Come risultato della politica degli Alleati, le masse tedesche sono letteralmente ridotte alla fame. Quando la recessione colpirà la Germania, il collasso dei partiti capitalisti “democratici” sarà inevitabile. Non c’è via di mezzo. Le alternative si porranno di nuovo in Germania: o la vittoria della classe lavoratrice o una nuova dittatura fascista.

Mosley prima della guerra e le lotte antifasciste dei lavoratori

Le leggi del declino del sistema capitalista sono le stesse in Gran Bretagna come nel resto dei paesi capitalisti. La leggenda, coltivata assiduamente, in particolare dai dirigenti del movimento operaio, che la Gran Bretagna sia “diversa” non ha una base nei fatti. Ciò è stato dimostrato in molte occasioni nella storia della Gran Bretagna capitalista. Il fascismo, come espressione del declino della società borghese, può diventare una vera minaccia in certe condizioni in Gran Bretagna così come lo è stato in Germania ed in Italia.

La recessione mondiale del 1929-1933 vide l’emergere del movimento fascista di Mosley come forza significativa per la prima volta in questo paese. La classe capitalista della Gran Bretagna riconobbe nel movimento di Mosley un’arma di lotta politica extra-parlamentare, che avrebbe potuto utilizzare contro la classe lavoratrice in un periodo di sollevazione sociale, in tempi di crisi e recessione.

Solo il fatto che i capitalisti britannici riuscirono ad uscire da quegli anni critici senza il bisogno di azioni dirette contro i lavoratori, determinò il loro uso limitato dei fascisti in quel periodo. Ciononostante, mantennero in essere il movimento fascista come “garanzia” per il futuro.

Il mito, propagato dalla classe capitalista, che tutti i problemi possano essere e saranno risolti attraverso il parlamento, è venuto meno proprio per via dei preparativi dei capitalisti stessi, quando sembrava possibile che la classe lavoratrice avrebbe preso la via della lotta. Con la minaccia della recessione economica prima della guerra, i capitalisti britannici intrapresero passi apertamente extra-parlamentari contro la classe lavoratrice.

Negli anni precedenti la guerra del 1939-1945, furono condotte manovre militari in Gran Bretagna sulla base di tattiche da guerra civile. I palazzi governativi considerati strategici furono preparati per essere difesi. Fu creata la guardia civile come forza speciale anti-sciopero, composta da reclute prese dai ranghi della classe dominante e di quella medio-alta, addestrati all’uso di mitragliatori, fucili e carri armati. Gli fu insegnato a guidare le locomotive, automezzi pesanti, e a fare il lavoro a terra negli aeroporti. La guardia civile doveva costituire la spina dorsale di qualsivoglia forza anti-sciopero nel caso di scontri seri con i lavoratori.

Un indizio significativo fu il fatto che le grandi compagnie d’assicurazione, insieme alle grandi banche, cioè chi governa veramente la Gran Bretagna, si rifiutarono di assicurare contro i rischi di stravolgimenti sociali e guerra civile. I capitalisti capirono che la Gran Bretagna non poteva sfuggire alle sollevazioni sociali provocate dal malato e decadente sistema capitalista, non più di Italia, Francia, Germania o Spagna. Se non fosse scoppiata la Seconda guerra mondiale, l’incombente recessione mondiale avrebbe colpito il paese con effetti di gran lunga maggiori, anche rispetto al 1929.

In questo periodo i fascisti ricevevano aiuti da molti influenti industriali britannici. Verso la fine del 1936, Mosley si vantò in un’intervista con il giornale fascista Giornale d’Italia, che stava “ricevendo supporto dagli industriali britannici”, e che “alcuni industriali del nord che finora hanno appoggiato il movimento in segreto, temendo il boicottaggio commerciale, stanno ora dichiarando apertamente che sono dalla parte del fascismo.” (News Chronicle, 19 ottobre 1936). Inoltre Mosley ricevette il sostegno di giornali importanti come Daily Mail, Evening news e Sunday Dispatch.

Allora come ora, il movimento delle camicie nere portava avanti le sue provocazioni anti-operaie e antisemite sotto la protezione dello Stato. I fascisti britannici diedero presto prova che riguardo a brutalità e metodi di repressione, c’era poco da scegliere fra loro e le squadre d’assalto tedesche o quelle di Mussolini. Ad una manifestazione di massa dei fascisti britannici all’Olympia (centro conferenze nel quartiere londinese di Fulham, ndt.)  il 7 giugno 1934, la classe lavoratrice britannica si fece un’idea di cosa aspettarsi se avesse trionfato il fascismo.

Le brutalità selvagge e premeditate ad opera di picchiatori fascisti addestrati appositamente, contro chiunque fra il pubblico avesse osato dar voce anche alla più moderata opposizione al discorso di Mosley, indignarono tutti i settori della popolazione. Bande organizzate di fascisti si lanciarono sui disturbatori, sia uomini che donne, picchiandoli fino a farli svenire, prendendoli a calci mentre erano a terra.

Sostenuti ed aiutati dalle autorità e dalla polizia, i fascisti organizzarono insolentemente delle marce provocatorie in quartieri operai o abitati da ebrei, imitando le tecniche dei nazisti all’alba del loro movimento in Germania. Ma la classe lavoratrice britannica diede alle camicie nere la sua risposta. Ad ogni manifestazione indetta dai fascisti, fu risposto con grandi contro-manifestazioni di lavoratori e antifascisti. A Trafalgar Square, Hyde Park, Liverpool, Merthyr, Newcastle, in tutto il paese, i lavoratori manifestarono contro i fascisti. Nella rossa Glasgow, i fascisti non riuscirono a tenere assemblee. Nel distretto operaio di Bermondsey, a Londra, furono innalzate barricate protette da decine di migliaia di lavoratori che impedirono ai fascisti di Mosley di marciare attraverso Long Lane.

Fra queste lotte dei lavoratori contro i fascisti fu eccezionale la mobilitazione contro la marcia programmata da Mosley attraverso l’East End di Londra nel 1936. Nonostante gli appelli di tutte le sezioni del movimento operaio, inclusi i dirigenti del partito laburista, l’allora ministro dell’interno Sir John Simon si rifiutò di proibire la marcia. Al contrario, cercò di facilitarla in tutti i modi. 10.000 poliziotti a piedi e a cavallo chiamati da tutta Londra e dalla provincia furono mobilitati per difendere Mosley e i suoi 2.500 fascisti, con lo scopo di proteggere la loro marcia attraverso l’East End. Questo corpo di polizia a protezione dei fascisti era molto ben organizzato, con il ricorso a radiotrasmittenti ed a molti autoveicoli. Di fatto il peso dello Stato fu usato per proteggere le camicie nere di fronte all’opposizione della classe lavoratrice londinese. Le autorità di polizia pianificarono la protezione di Mosley come se si trattasse di una missione militare.

Nonostante queste misure prese dallo Stato, la marcia fascista fu sconfitta. Mezzo milione di lavoratori si riversarono nelle strade. Manifestando con lo slogan “non passeranno”, i lavoratori formarono un muro di corpi sulla strada attraverso la quale sarebbe dovuto passare Mosley. Dal primo mattino furono effettuate cariche con i manganelli dalla polizia a cavallo contro i lavoratori per sgombrare la strada ai fascisti.

La polizia cercò di creare un diversivo sgomberando Cable Street. Ma anche qui i lavoratori di Londra innalzarono nuove barricate di mobili, tavole di legno, balaustre, porte smontate dalle case circostanti e qualunque cosa potesse sbarrare la via agli odiati fascisti. Questa magnifica azione di massa, che includeva e rappresentava tutte le tendenze e le organizzazioni dei lavoratori, il Partito laburista, il Partito comunista, l’ILP (Indipendent Labour Party, ndt)[7], i trotskisti, la League of Youth e la Youth Communist League (YCL), costrinsero l’allora commissario di polizia, sir Philip Game, a ordinare a Mosley e ai suoi teppisti di abbandonare l’idea di proseguire la manifestazione. L’azione unita dei lavoratori aveva sconfitto i fascisti!

La sconfitta di Cable Street nel 1936 fu un duro colpo per Mosley. Spaventato dalla potenza della classe lavoratrice organizzata, che si era dimostrata in modo così militante, il movimento fascista dell’East End declinò. Lo spettacolo dei lavoratori in azione diede ai fascisti una ragione per fermarsi, diffondendo scoraggiamento e demoralizzazione tra le loro fila. Al contrario, la vittoria sui fascisti infuse fiducia tra i lavoratori. L’azione unita dei lavoratori a Cable Street dimostrò nuovamente la lezione secondo cui solo un vigoroso contrattacco blocca la crescita della minaccia fascista.

A quel tempo il partito comunista era il principale responsabile della mobilitazione dei lavoratori militanti alle contro-manifestazioni antifasciste. L’YCL giocò un ruolo magnifico in questo. Ma dopo il 1936 questa politica militante del partito comunista cambiò e si iniziò ad evitare qualunque azione contro i fascisti in modo aperto, ampio e militante come prima. Quando Hitler arrivò al potere, i partiti comunisti di tutto il mondo erano degenerati in nient’altro che strumenti della politica estera russa e le loro attività riflettevano questo stato di cose. Quando Stalin scoprì che era impossibile arrivare ad un accordo con Hitler, ci fu un'inversione di rotta da parte dell'allora Internazionale comunista.

Dal rifiuto di offrire un fronte comune con i lavoratori socialdemocratici contro il fascismo, l’Internazionale comunista avviò una politica di fronti popolari. In linea con gli sforzi di Stalin di stringere alleanze con le classi capitaliste “democratiche”, l’Internazionale promosse su vasta scala la collaborazione di classe tra i lavoratori e i capitalisti “buoni”. Questa politica estera degli stalinisti si riflesse nel partito comunista britannico, che arrivò al punto di proporre un “governo di unità nazionale” con Churchill, Attlee[8] e Sinclair[9]. Dopo aver etichettato il fronte unico dei partiti dei lavoratori contro il fascismo come “controrivoluzionario”, gli stalinisti ora respingevano l’analisi di classe marxista della società capitalista e promuovevano un fronte unico con i conservatori e i liberali.

Nel loro sforzo per accontentare quei conservatori e liberali favorevoli ad un’alleanza con Stalin, i dirigenti del partito comunista fecero tutti i tentativi per dipingersi come solo un altro partito di cittadini rispettabili e obbedienti alla legge. A questo scopo la falce e martello, emblema dell’unità della classe lavoratrice, fu eliminata dalla testata del Daily Worker; il linguaggio del marxismo fu rimpiazzato da quello dei quartieri residenziali della classe media.

Soprattutto, la politica della lotta di classe militante sparì, e questo si rifletteva nel nuovo atteggiamento da “struzzo” verso il movimento fascista. Intraprendere azioni militanti contro i fascisti avrebbe offeso i nuovi “amici” conservatori e liberali del partito stalinista. Le attività e le provocazioni dei fascisti adesso passavano inosservate; non si organizzavano più azioni e contromanifestazioni dei lavoratori contro i fascisti. La precedente politica di azione militante fu rimpiazzata da appelli e suppliche allo Stato per adottare misure contro i fascisti. Dall’affidarsi alla classe lavoratrice per affrontare il fascismo, gli stalinisti passarono alla politica di affidarsi proprio a quell’apparato statale che nel così recente passato aveva dimostrato il proprio favoritismo verso le camicie nere!

Per chiarire come funzionasse nella pratica questa nuova politica dei dirigenti stalinisti, basta citare un esempio tra i tanti che se ne potrebbero fare. Poco prima della guerra, un mostruoso assembramento delle camicie nere, fatte arrivare da tutto il paese a Londra per lo scopo, si riunì a Earl’s Court per ascoltare Mosley. Quel giorno la Lega dei giovani comunisti (YCL) organizzò una passeggiata in campagna!

A manifestare contro le camicie nere fuori da Earl’s Court furono solo i trotskisti e un piccolo numero di militanti antifascisti. Non c’era traccia del partito comunista. La nuova politica del partito stalinista servì a coltivare l’apatia nei ranghi della classe lavoratrice nella lotta contro i fascisti e ad incoraggiare e rendere spavalde le camicie nere. Sembrava che il movimento fascista potesse guadagnare nuova forza di fronte alla mancanza di un’azione organizzata e militante da parte delle organizzazioni dei lavoratori. Ma la guerra sconvolse questi sviluppi e diede una nuova direzione agli eventi.

Il “programma” di Mosley

Tutte le pubblicazioni di Mosley sostengono il principio dell’impresa privata. In uno dei recenti “bollettini” di Mosley, egli sostiene il “piccolo” uomo, non contro i monopoli capitalisti, ma contro le misure di nazionalizzazione del governo laburista. Mosley si vanta del fatto che le sue “opinioni rimangono invariate”. Nel suo Greater Britain (pubblicato prima della guerra) scrisse che: “Fare profitto non solo sarà permesso, ma incoraggiato”. In una lettera aperta agli uomini d’affari pubblicata sul Fascist week, nel 1934, Mosley rassicurava gli industriali: “nello Stato corporativo rimarrete in possesso delle vostre imprese”. Ai parassiti che vivono dei loro dividendi, Mosley promise: “finora, il possessore di azioni ordinarie, è stato trattato ai fini della tassazione come il possessore di ‘entrate non guadagnate’, l’intera procedura è illogica, e pensata per scoraggiare l’impresa da cui dipende il nostro futuro”.

Mentre prima Mosley enfatizzava l’idea che la Gran Bretagna e l’impero dovessero isolarsi con l’ “autarchia” economica, oggi promuove l’“unione dell’Europa occidentale”. Riconoscendo la debolezza del capitalismo britannico e il pericolo del collasso economico del continente europeo, Mosley propone l’idea di un’unione dell’Europa capitalista basata sulla schiavitù e lo sfruttamento dei popoli africani. Nel “piano” di Mosley “non ci saranno assurdità riguardanti ‘la tutela dei nativi’” e “i negri non avranno alcuna parità con i loro superiori bianchi”.

Uno degli assi principali di Mosley è la guerra contro la Russia. Se lui fosse stato al potere avrebbe “mandato un ultimatum alla Russia, che avrebbe dovuto accettare l’offerta americana di smantellare le armi atomiche e sottomettersi ad un’ispezione”; un ultimatum che se non fosse stato accettato, avrebbe dovuto essere seguito da una guerra “preventiva”.

Nell’intervista alla stampa rilasciata da Mosley il 28 novembre 1947, per annunciare l’imminente lancio del suo nuovo partito, il nostro ha ulteriormente elaborato il suo “programma”. Il presente parlamento dovrebbe essere rimpiazzato dallo Stato corporativo modellato sulle due camere di Mussolini. Invece delle elezioni, ci dovrebbero essere plebisciti in cui i votanti avrebbero il privilegio di registrare il loro “sì” o “no” a qualunque governo formato da Mosley. Il suo governo si “sarebbe dimesso” se sconfitto, ma questo, naturalmente, “era poco probabile”.

Mosley inoltre promette di sopprimere il comunismo. Con questo intende che il suo governo sopprimerebbe tutti i partiti e le organizzazioni della classe lavoratrice. I sindacati sarebbero “obsoleti” se non “cooperassero” con i fascisti. Il nuovo partito di Mosley è quindi modellato apertamente sui regimi fascisti totalitari di Hitler e Mussolini. Mosley ha chiaramente rivelato i suoi calcoli. Si aspetta di essere chiamato al potere in un momento di crisi allo stesso modo in cui Mussolini fu chiamato al potere dalla monarchia e dai capitalisti italiani. Nel suo Greater Britain, Mosley ha scritto:

“Se la situazione si sviluppa rapidamente, ma la mentalità collettiva si sviluppa lentamente, potrebbe verificarsi un collasso prima che qualunque movimento abbia preso il potere parlamentare. In tal caso, altre e più severe misure devono essere adottate per la salvezza dello Stato, in una situazione che si avvicina all’anarchia. Una tale situazione non è da noi ricercata. In nessun caso ci risolveremo alla violenza contro la Corona, ma solo contro le forze dell’anarchia se, e quando, la macchina dello Stato venga lasciata dissolversi nell’impotenza.

Chiunque sostenga che in una situazione del genere i normali strumenti di governo, come la polizia e l'esercito, possano essere utilizzati efficacemente, non ha studiato né la storia europea del suo tempo né la realtà della situazione attuale. Nella lotta complessa per lo Stato moderno in crisi, solo le organizzazioni articolate del fascismo e del comunismo sono riuscite a prevalere, o possono prevalere a seconda del caso. Governi e partiti che si sono affidati ai normali strumenti di governo (che non sono costituiti a tali fini) sono facilmente e ignobilmente caduti vittime delle forze dell'anarchia. Se, quindi, una tale situazione si presentasse in Gran Bretagna, ci prepareremmo ad affrontare l'anarchia del comunismo con la forza organizzata del fascismo; ma noi non cerchiamo quella lotta e, per il bene della nazione, desideriamo evitarla. Solo quando vediamo la debole capitolazione di fronte a problemi minacciosi, il fatuo ottimismo che più e più volte è stato smentito, la deriva senza spina dorsale verso il disastro, ci sembra necessario organizzarci per una tale contingenza.”

Quindi, i fascisti vedevano la lotta in arrivo con le forze dell’“anarchia”, cioè la classe lavoratrice, come una lotta extra-parlamentare. Nella seconda edizione di Greater Britain, Mosley cancellò i capitoli riguardanti questo problema, perché erano troppo espliciti. Ciononostante, questa rimane la base delle idee di Mosley oggi. Non per caso ha dichiarato all’assemblea di lancio del nuovo partito, il 7 febbraio 1948, che lui e i suoi seguaci erano “pronti a rispondere alla forza con la forza”.

Le azioni antisemite e anti-operaie dei fascisti stanno aumentando e, nonostante siano pochi al momento, costituiscono una sfida per la classe lavoratrice. Il fascismo dev’essere sconfitto ai suoi esordi. I campi di sterminio dei nazisti, in cui centinaia di migliaia di lavoratori tedeschi furono torturati e uccisi, dovrebbero servire da promemoria permanente per la classe lavoratrice di non lasciarsi mai cullare da un falso senso di sicurezza. Il movimento fascista britannico non sarà diverso dai fascisti tedeschi o italiani, né nella composizione sociale, né negli obiettivi e metodi.

Il governo laburista e la rinascita fascista

Il riemergere di Mosley e il suo nuovo “Union Movement” in Gran Bretagna sono oggi guardati con compiacenza dai dirigenti laburisti. Le lezioni amare dalla Germania e dall’Italia sono passate sopra questi dirigenti. Traducono in inglese le stesse idee e le stesse parole false dei dirigenti socialdemocratici tedeschi e italiani: “non può succedere qui”. I britannici, dichiarano, sono “diversi”, sono un popolo “tollerante”, un popolo con una tradizione democratica. Il fascismo è “alieno” ai britannici, e così via. Le ultime parole famose! Il crimine dei dirigenti laburisti non è che si riempiono la bocca della pretesa che “non può succedere qui”, ma che disarmano i lavoratori coltivando illusioni ed aiutano oggettivamente la crescita del rinascente movimento fascista, affidandosi alla protezione della polizia.

La classe lavoratrice, che ha votato per portare il partito laburista al potere, potrebbe ben sentirsi sconcertata e indignata osservando Mosley e i fascisti tenere riunioni provocatorie sotto la protezione di molti poliziotti, appositamente preparati per questo lavoro, o vedendo il consiglio municipale di Londra, controllato dal partito laburista, offrire strutture a Mosley e al suo movimento per incontrarsi in scuole e sale comunali. Questo è un periodo in cui i fascisti hanno le maggiori difficoltà nell’intervenire per la pressione dell’opinione pubblica. Per via delle proteste, il ministro dell’interno Chuter Ede ha risposto che sta “considerando” il divieto di utilizzare altoparlanti nei raduni pubblici. Ma questo si applicherebbe a “tutti” i partiti che usano gli altoparlanti durante i raduni. Questo, invece di sferrare un colpo al movimento fascista, in pratica colpirebbe le organizzazioni dei lavoratori che usano tale equipaggiamento per la propaganda. Questo è il risultato della “imparzialità” dei riformisti. La loro “imparzialità” consiste nel tagliare le gambe agli antifascisti e permettere ai fascisti di andare avanti.

Nonostante gli ultimi sei anni di guerra terribile, in teoria per distruggere il fascismo, al momento, come se nulla fosse successo, i fascisti hanno ripreso da dove si erano fermati allo scoppio della guerra. Si presenta nuovamente il quadro familiare della polizia e dei tribunali che intraprendono un'azione decisa contro gli antifascisti mentre i fascisti sono trattati con mano leggera e persino protetti.

Tutto questo, nel nome dell’idea liberale di “democrazia”, di “imparzialità” e di “libertà per tutti”. In realtà, questo è l’opposto della libertà, come insegnato dai grandi maestri del socialismo. Sotto questa maschera di “libertà” e “imparzialità” dello Stato, i dirigenti laburisti hanno usato la polizia per bastonare i picchetti che scioperavano per i loro diritti elementari e democratici di organizzarsi in sindacati. Nessun lavoratore socialista che non sia un traditore della sua classe metterà sullo stesso piano la libertà di un crumiro di rompere uno sciopero e la libertà degli scioperanti di impedirgli di farlo. Eppure, a questa forza dei più spregevoli crumiri, il movimento fascista, vengono date tutte le possibilità per fiorire e prepararsi a distruggere proprio il diritto di sciopero e tutte le altre libertà guadagnate a caro prezzo dalla classe lavoratrice. Questa non è né libertà né democrazia. È una violazione della democrazia operaia e la vera negazione della libertà.

Come coronamento di questa follia, i dirigenti laburisti hanno dato a Mosley la possibilità di pubblicare la sua propaganda. Invece di accogliere favorevolmente le proteste spontanee da parte dei lavoratori contro ogni tentativo di rinascita dell’attività fascista, il governo laburista organizza le forze di polizia per proteggere i fascisti dai lavoratori. Dirigenti laburisti degni di questo nome accoglierebbero l’azione dei lavoratori contro la reazione e l’appoggerebbero con atti legislativi. Questo sarebbe un avvertimento per i capitalisti che ogni tentativo di instaurare una dittatura fascista sarebbe affrontato senza pietà dall’intero movimento operaio. Nel nome della “libertà di parola” ai fascisti, vengono dati tutti gli strumenti per portare avanti la loro propaganda proprio a coloro che hanno come scopo la distruzione della libertà di parola ed di ogni vestigia di democrazia conquistata dalla classe lavoratrice. In tempo di guerra, e la lotta di classe è guerra fra le classi, al nemico non vengono dati vantaggi tramite i quali può attaccare più facilmente e colpire i nostri ranghi in un secondo momento.

L’elezione del governo a maggioranza laburista dopo la Seconda guerra mondiale ha dato espressione alle aspirazioni dei lavoratori britannici nel voler stabilire un nuovo sistema sociale. Le masse si sono spostate a sinistra e in questo spostamento si sono portate dietro larghi settori della piccola borghesia, la cui posizione è stata indebolita durante la guerra. La guerra ha posto un enorme peso sulle spalle della classe media, che è stata duramente colpita dall’innalzamento del costo della vita. Molti piccoli commercianti sono falliti a causa della concorrenza dei grandi capitalisti e delle misure di “concentrazione”, incoraggiate dallo Stato nell’interesse delle grandi imprese “più efficienti”. Durante la guerra, su un numero totale di 10.000 aziende in alcuni settori commerciali di Londra – tra cui riparatori, pelliccerie, tintorie ecc. – c’è stato un taglio di circa il 40%. Come conseguenza, la classe media ha guardato al partito laburista per una soluzione.

Un sondaggio della Gallup ha rivelato che, nei primi mesi del governo laburista, la sua popolarità è aumentata enormemente come risultato delle riforme sociali introdotte. Se i dirigenti laburisti avessero introdotto misure di ampia portata volte alla distruzione dei privilegi e dei grandi interessi della classe capitalista, se avessero espropriato tutte le imprese industriali e finanziarie su larga scala senza indennizzi e gestito la vita economica della Gran Bretagna sulla base della pianificazione economica sotto il controllo democratico della classe lavoratrice, ci sarebbe stata ben poca resistenza effettiva da parte della classe capitalista. Questa sarebbe stata la soluzione socialista ai mali che il capitalismo infligge non solo alla classe lavoratrice, ma anche alla classe media.

Ma qual è la realtà oggi? Sotto il governo laburista il capitalismo rimane intatto. Vengono elargiti larghi indennizzi ai precedenti padroni delle industrie nazionalizzate, che continuano a essere gestite puramente in base alle “leggi di mercato” e per lo più dagli stessi manager che le controllavano prima. La stragrande maggioranza dei settori dell’economia rimangono sotto il controllo delle imprese private e i settori nazionalizzati sono orientati a servire gli interessi dei privati.

Anche nelle industrie nazionalizzate non c’è traccia di un autentico controllo democratico da parte dei lavoratori. Mentre i dirigenti laburisti parlano tanto della sacralità della democrazia, non c’è alcun controllo democratico affidato ai minatori o ai lavoratori delle industrie che si presume dovrebbero essere di proprietà del “popolo”.

In Gran Bretagna elementi di democrazia operaia esistono nella forma dei sindacati, dei partiti dei lavoratori, dei comitati di fabbrica e dei diritti che essi hanno conquistato. Ma il controllo effettivo è nelle mani della classe capitalista. Loro controllano la vita economica del paese attraverso la loro proprietà dei mezzi di produzione; hanno i mezzi decisivi per influenzare l’opinione pubblica attraverso il controllo di stampa, radio, cinema, scuole e chiesa e tutti gli altri strumenti necessari allo scopo. Questa è la realtà della democrazia capitalista.

La democrazia borghese, disse Trotskij, significa che tutti hanno il diritto di dire quello che vogliono finché è il capitale finanziario a decidere ciò che viene fatto. Ma una volta che i lavoratori si muovono per ottenere il vero controllo democratico, allora i capitalisti decidono che è arrivato il tempo di abolire del tutto la democrazia.

Se la preoccupazione principale dei dirigenti laburisti fosse la democrazia, avrebbero introdotto la vera democrazia e il controllo operaio. Gli elementi di democrazia che già esistono sarebbero stati portati alla loro completa realizzazione.

La vera democrazia per la maggioranza e non per i pochi capitalisti, cioè la democrazia operaia, significherebbe non solo la completa distruzione della morsa economica delle grandi imprese, ma la fine del loro controllo sui mezzi di influenza dell’opinione pubblica attraverso il loro controllo economico. Il governo laburista avrebbe dovuto immediatamente togliere la stampa, il cinema e la radio dalle mani del capitale monopolistico e metterli a disposizione del popolo. Tutte le tendenze del movimento operaio dovrebbero avere il pieno accesso gratuito ai mezzi di propaganda per spiegare il proprio punto di vista. Tutti i partiti politici che sono pronti ad accettare la volontà democratica della maggioranza, compresi persino i liberali e i conservatori, avrebbero la libertà di parola e di stampa. Al contrario il movimento fascista sarebbe immediatamente soppresso.

Al posto di una soluzione rivoluzionaria socialista, i dirigenti laburisti stanno scendendo a patti col capitalismo. Le misure intermedie del governo laburista hanno prodotto l’allontanamento dal partito laburista della classe media e dei settori più arretrati dei lavoratori. Alle elezioni municipali del 1947 e a quelle parlamentari dello stesso anno, c’è stato un marcato aumento dei voti per i conservatori.

E come sintomo di questa tendenza verso destra, i fascisti sono rientrati nell’arena politica. Ciò è successo in un periodo di piena occupazione ed espansione capitalistica. Il capitalismo britannico ha perso i vantaggi che aveva nel passato. Nonostante gli sforzi della classe lavoratrice che hanno portato all’aumento del 20% della produzione rispetto a prima della guerra, non c’è stato un aumento proporzionale nel livello di vita delle masse. La Gran Bretagna è molto più dipendente dal mercato mondiale ora che nel passato. Con la crescente concorrenza, i livelli di vita non aumenteranno, ma al contrario la classe capitalista sarà costretta a tagliare i salari.

Il governo laburista sta già intraprendendo un'offensiva per persuadere i lavoratori ad accettare il congelamento dei salari, mentre si profila un abbassamento della domanda. Con il rumoroso applauso della classe capitalista e della stampa, i dirigenti laburisti stanno esortando i lavoratori a fare più sacrifici nella frenetica spinta ad aumentare e accelerare la produzione, ad accettare il congelamento dei salari, allo scopo di ridurre i costi nella competizione nel commercio mondiale.

Cripps spiega ai lavoratori che se non accetteranno volontariamente il giogo del capitale, i lavoratori britannici si troveranno di fronte al giogo d’acciaio della dittatura totalitaria. Con le sue parole:

“E’, quindi, essenziale raggiungere un accordo generale fra tutta la popolazione per agire su valide linee economiche: l’alternativa sarebbe probabilmente un governo totalitario.”

Le proposte sulle “solide linee economiche” dei dirigenti laburisti sono, naturalmente, solide linee capitaliste.

Sono qui presenti i sintomi del declino, dell’imminente recessione economica, della sovrapproduzione. Anche se i dirigenti laburisti dovessero aver successo nel loro obiettivo di aumentare la produzione a livelli ancora più alti, questo non potrebbe risolvere il problema, ma al contrario, potrebbe solo preparare la catastrofe per il governo laburista e la classe lavoratrice britannica.

Sotto l’impatto della radicalizzazione nel 1945, i capitalisti furono costretti alla ritirata. Ma non sono stati esautorati dal governo laburista. Oggi stanno guadagnando tempo. Ma stanno sistematicamente fomentando lo scontento della classe media e dei settori arretrati dei lavoratori in preparazione di un’offensiva in futuro.

Sotto il sistema capitalista, con le crisi di sovrapproduzione, recessioni seguiranno espansioni come la notte segue il giorno. Se già la classe media è scontenta, come reagirà quando arriverà la recessione? I lavoratori saranno spinti in una direzione rivoluzionaria, ma a meno che non venga avanzata l’alternativa marxista, la piccola borghesia sarà portata nell’orbita del movimento fascista. I capitalisti diranno che i “marxisti” e il movimento operaio sono responsabili della crisi del loro sistema e guadagneranno il supporto della classe media per agire contro i lavoratori.

Nella morsa della crisi economica, i capitalisti saranno costretti ad intraprendere attacchi selvaggi ai livelli di vita dei lavoratori. Troveranno fastidiosa la pressione delle organizzazioni dei lavoratori, specialmente dei sindacati. Il programma di Mosley di annientare i sindacati e le organizzazioni dei lavoratori, la sua difesa della proprietà privata, sono progettati per attirare l’attenzione delle grandi imprese proprio durante la prossima crisi. Per eliminare i sindacati e terrorizzare i lavoratori fino alla loro sottomissione, i capitalisti avranno bisogno delle bande fasciste e guarderanno allo Stato totalitario come ad un mezzo per la loro salvezza. Poi inizieranno a finanziare Mosley o qualche altro fascista meno screditato fra la popolazione.

Non potrebbe esserci pericolo maggiore oggi dell’adagiarsi soddisfatti sull’idea che i fascisti hanno poco peso politico in Gran Bretagna. Mentre la società capitalista esiste, anche l’arma del fascismo esiste, come potenziale minaccia per la classe lavoratrice. Gli eventi potrebbero provare che l’“Union Movement” di Mosley non sarà il principale movimento fascista del paese. Mosley e i suoi seguaci si sono molto screditati durante la guerra. Ciononostante, qualche nuova forma di organizzazione fascista potrebbe ben sorgere, un’organizzazione non apertamente fascista ma di carattere simile al “raggruppamento del popolo francese” di De Gaulle, che mentre rinnega il fascismo, nelle politiche fondamentali e negli obiettivi, serve allo stesso scopo.

Come un germe della malattia già presente anche oggi in Gran Bretagna, WJ Brown, parlamentare indipendente per il collegio di Rugby, precedentemente un dirigente del “nuovo partito” di Mosley nel 1931, ha timidamente proposto un “raggruppamento per il popolo britannico”. È ancora più indicativo il fatto che lo Statist, in un articolo dal titolo “Può il nostro sistema essere modificato?”, il 29 novembre 1947, scriva celebrando De Gaulle:

“Il Generale de Gaulle, naturalmente allarmato dallo stato caotico della politica e dell’economia ben esemplificato dalla Francia del giorno d’oggi, ha chiesto al popolo di dargli il potere di formare quello che chiama un raggruppamento nazionale. Allo stesso tempo ci avverte che il nostro sistema è così instabile che potrebbe portarci, in una data non indefinitamente remota, verso guai seri. Non sarebbe saggio ignorare tale avvertimento.”

A meno che la classe lavoratrice non possa offrire qualche alternativa nella forma di un programma coraggioso e, soprattutto, di azione audace, la gioventù piccolo borghese fuorviata, che oggi supporta il conservatorismo, sarà portata verso il movimento fascista, che sia l’“Union Movement” o qualche tipo di “raggruppamento del popolo britannico” o “British Royalist Empire Saviors Society”.

La politica del partito comunista

La ripresa dell’attività fascista ha fatto sì che i lavoratori guardassero al partito comunista per una guida. Sono stati amaramente delusi. Ad eccezione di qualche assemblea d’opposizione a Ridely Road[10] nei primi giorni, la dirigenza del partito comunista non ha intrapreso niente di più militante dell’organizzare riunioni cittadine sotto l’egida del Consiglio nazionale per le libertà civili, e di far passare risoluzioni nelle camere del lavoro e nelle sezioni sindacali per chiedere al governo di agire contro i fascisti.

Queste riunioni cittadine unitarie includono rappresentanti delle organizzazioni locali dei lavoratori, ma anche chiassosi rappresentanti degli uomini d’affari locali, conservatori e liberali. Solo il Partito comunista rivoluzionario (l’organizzazione trotskista di cui faceva parte Ted Grant, ndt) è stato escluso da queste piattaforme. Questo “fronte popolare” con i conservatori e i liberali è un inganno per i lavoratori militanti che cercano una politica di lotta per sconfiggere la minaccia del fascismo.

Fare un fronte unico con i conservatori e i liberali contro il fascismo significa diseducare la classe lavoratrice. Invece di insegnargli la natura di classe del fascismo, che i partiti capitalisti rappresentano proprio la classe che farà affidamento sui fascisti contro i lavoratori, e che solo la forza organizzata della classe lavoratrice può sconfiggere il fascismo, coltivano illusioni e scoraggiano l’azione militante.

Il partito comunista ha recentemente pubblicato un opuscolo antifascista intitolato La minaccia fascista alla Gran Bretagna. Consigliamo a tutti i lavoratori di comparare l’analisi e la politica dell’opuscolo con quella del Partito comunista rivoluzionario. Il fulcro della politica del partito comunista è spiegato dalla loro descrizione degli obiettivi di guerra degli imperialisti. Questo è ciò che scrivono:

“Molti presero parte a questa lotta. Non serve far finta che gli obiettivi di guerra di tutti i dirigenti nazionali fossero esattamente gli stessi, o che tutti nell’esercito britannico, per esempio, fossero perfettamente d’accordo. Ma su una cosa ogni nazione e ogni individuo erano completamente unanimi. E questa era che la guerra era combattuta per porre fine a questa cosa, il fascismo, per sempre, di schiacciarlo senza lasciarne traccia.”

La storia insegna come la classe capitalista “democratica”, con i suoi portavoce conservatori e liberali, ha appoggiato la reazione e il fascismo all’estero. La storia recente ha mostrato, nella Seconda guerra mondiale, che lungi dall’essere interessata alla fine del fascismo, la classe dominante ha solo usato i sentimenti antifascisti dei lavoratori per i propri fini imperialisti. I loro tentativi di accordo con Darlan[11] e Badoglio testimoniano il fatto che, in piena guerra, la loro preoccupazione principale era quella di instaurare regimi capaci di fronteggiare la classe lavoratrice. E in Gran Bretagna, durante la cosiddetta guerra contro il fascismo, il governo si rifiutò di pubblicare il “libro rosso” del capitano Ramsay, che conteneva la lista dei nomi dei sostenitori del fascismo in questo paese.

Eppure, il partito comunista continua a diseducare i lavoratori affermando che tutte le nazioni, tutte le classi, erano completamente unanimi durante la guerra nel cercare di distruggere il fascismo. Da qui, l’appello a tutta l’opinione pubblica:

“Tu che stai leggendo potresti essere un sostenitore laburista, liberale, conservatore o comunista. Qualunque sia il tuo credo politico ti chiediamo, nel tuo interesse, di mantenere l’unità su questo. Perché se non agiamo molto presto, la discussione democratica e una vita decente potrebbero diventare impossibili.”

Se non agiamo! Quale azione propone il Partito comunista?

“Se i fascisti vengono nei nostri quartieri, fate firmare a tutti gli abitanti una petizione di protesta al ministro degli interni.”

Ma le firme non spaventeranno i fascisti. Seguendo le orme degli sciagurati riformisti, il partito comunista si auto-limita agli appelli alla macchina dello Stato capitalista:

“Chiedete che le leggi esistenti riguardanti ‘l’incitamento alla violenza’ e i comportamenti ‘volti a provocare una rottura della pace’ siano severamente attuate: che la polizia sia mandata alle riunioni fasciste per arrestare e non per offrire protezione.”

Mentre il partito comunista chiede “vigilanza”, esorta i suoi membri e sostenitori a stare lontano dalle riunioni fasciste.

Ovviamente, è necessario condurre una campagna nei sindacati e nelle organizzazioni dei lavoratori attraverso la presentazione di risoluzioni, per mettere pressione al governo laburista che sostiene di parlare nel nome nella classe lavoratrice. Ma ciò che è più essenziale è che la pressione sui dirigenti laburisti sia integrata da azioni di mobilitazione, dalla partecipazione dei lavoratori alla lotta contro i fascisti. Qualcuno può negare che la mancanza di azioni promosse dalle organizzazioni dei lavoratori abbia imbaldanzito e incoraggiato i fascisti? Può qualcuno dubitare che, se il partito comunista e i Giovani comunisti si fossero radunati a Londra con la loro potente organizzazione e il loro apparato per svolgere una contro-manifestazione contro i fascisti e contro Mosley quando questi sono riemersi, i fascisti ci avrebbero pensato due volte prima di lanciare il loro nuovo movimento?

Il Partito comunista rivoluzionario è stato attivo nel manifestare e tentare di combattere i fascisti ovunque sono apparsi. Abbiamo scritto a Harry Pollitt[12] facendo appello per un fronte unico contro i fascisti. Il comitato distrettuale di Londra del Partito comunista rivoluzionario ha mandato un appello simile ai dirigenti londinesi del partito comunista e dei giovani comunisti. L’essenza della nostra osizione può essere riassunta dal seguente estratto dal nostro appello:

“Nonostante le differenze profonde e fondamentali che separano i partiti trotskisti e stalinisti al giorno d’oggi, il comitato distrettuale di Londra del Partito comunista rivoluzionario è fermamente convinto che non solo è possibile effettuare azioni antifasciste congiunte fra i membri londinesi dei nostri rispettivi partiti, su basi pratiche e specifiche, ma che tale fronte unico incontrerebbe il supporto entusiastico della base delle nostre rispettive organizzazioni. Le recenti esperienze a Londra hanno dimostrato che quando i nostri compagni sono stati impegnati in attività antifasciste, si è stabilito un fronte unico spontaneo fra i membri delle nostre organizzazioni, con evidente successo contro i fascisti.”

I nostri appelli sono stati ignorati in un momento in cui gli scontri di Ridley Road erano al culmine ed era imperativo che i lavoratori formassero un fronte unico contro i fascisti, che si vantavano di aver cacciato il partito comunista da Ridely Road. Invece di marciare su Ridley Road, come hanno fatto i trotskisti, i dirigenti del partito comunista hanno sconsigliato ai loro membri di riunirsi lì e quindi sono finiti nel campo dei moralisti e dei riformisti della piccola borghesia che dicevano: “ignorateli”.

Nonostante la politica vigliacca della dirigenza, molti membri di base del partito comunista e dei Giovani comunisti hanno continuato a manifestare a Ridley Road insieme ai membri del Partito comunista rivoluzionario e di altre organizzazioni in un fronte unico di protesta. La linea ufficiale del partito comunista non era condivisa da molti militanti di base, il cui istinto di classe li portava correttamente a partecipare alla lotta contro i fascisti.

Una politica rivoluzionaria operaia deve necessariamente favorire una reale partecipazione delle masse alla lotta. Nessuna quantità di appelli alla “vigilanza” o petizioni, risoluzioni o appelli allo Stato capitalista possono sostituirsi alla reale attività delle masse della classe lavoratrice nel combattere il loro nemico più pericoloso.

Come combattere il fascismo – La linea del Partito comunista rivoluzionario

Con il riemergere dei fascisti, il compito più importante del movimento operaio è quello di educare e spiegare ai lavoratori la natura di classe del fascismo e la sua funzione di forza di combattimento contro le organizzazioni della classe lavoratrice. Ma spiegare le radici di classe e la funzione del fascismo non è abbastanza. La classe lavoratrice deve partecipare attivamente alla lotta contro i fascisti ogni qual volta alzano la testa. Per questa ragione è necessario che le organizzazioni della classe lavoratrice radunino i militanti attorno ad un programma di lotta contro le assemblee di propaganda antisemita ed anti-operaia, contro la stampa e le altre attività pericolose dei fascisti.

I lavoratori sindacalizzati devono rifiutarsi di stampare, gestire o trasportare la propaganda fascista ed esigere che i loro dirigenti stabiliscano questa come una regola. Tutti quelli che violeranno questa regola devono essere inseriti in una “lista nera”.

Il primo passo per mobilitare i lavoratori è quello di unificare tutte le sezioni del movimento – laburisti, sindacati, il partito comunista, i trotskisti, le cooperative – in un fronte unito della classe lavoratrice. Questa è la chiave per una lotta efficace contro la minaccia del fascismo. Delle differenze fondamentali separano queste organizzazioni l’una dall’altra, ma riguardo al fascismo è possibile e deve essere possibile raggiungere un accordo nelle forme di lotta. Mantenere il diritto di critica reciproca è necessario per organizzare contromanifestazioni, riunioni e campagne di propaganda antifascista congiunte.

Il fascismo non fa differenze tra le diverse opinioni nel dibattito interno della classe lavoratrice organizzata. Cerca di distruggere l’opposizione di tutti i partiti dei lavoratori, siano essi laburisti, comunisti o comunisti rivoluzionari. Per difendere e proteggere le riunioni ed i locali della classe lavoratrice, degli ebrei e delle altre minoranze contro le provocazioni e gli attacchi fascisti, si deve organizzare un Corpo di Difesa dei lavoratori, basato sui sindacati e le organizzazioni sociali e politiche della classe lavoratrice.

Mosley una volta si vantò di avere un distaccamento composto da “uomini fisicamente forti, altamente disciplinati, in modo paramilitare”. Distaccamenti organizzati di camicie nere posso essere combattuti solo da distaccamenti organizzati di proletari militanti.

Durante la campagna per spingere il governo laburista a “mettere al bando i fascisti”, i lavoratori devono tenere presente che la storia ci ha insegnato che l’imposizione delle leggi di uno Stato capitalista è sempre a svantaggio della classe lavoratrice. Lo Stato si avvale dell’esercito, della polizia e delle corti di giustizia. Tutte queste istituzioni sono infestate dalla testa ai piedi da elementi simpatizzanti col fascismo, specialmente ai livelli più alti. Anche se la pressione dei lavoratori avesse successo nell’imporre leggi antifasciste, chiaramente queste leggi potrebbero essere rese efficaci solo dalla forza dei lavoratori. Ciò vuol dire che le richieste al governo laburista possono avere efficacia solo quando sostenute da attività concrete dei lavoratori organizzati.

Ciò non vuol dire che non dobbiamo sforzarci di mettere pressione al governo laburista per attivarsi contro i fascisti. Ma vuol dire che le nostre richieste possono avere efficacia solo se rafforzate dall’azione determinata e organizzata dei lavoratori.

Dobbiamo immediatamente pretendere dal governo laburista di:

  • Pubblicare i nomi dei sostenitori dei fascisti noti, contenuti del Libro Rosso del capitano Ramsay
  • Pubblicare tutte le prove e le informazioni nelle mani dei servizi segreti britannici che rivelano le connessioni fra i nazisti ed i fascisti britannici ed i rappresentanti della classe dirigente britannica.
  • Introdurre una legislazione che renda illegale la propaganda dell’antisemitismo o dell’odio razziale in qualsiasi forma.
  • Introdurre una legislazioni che renda la propaganda e le organizzazioni fasciste illegali ed allo stesso tempo garantisca protezione a qualsiasi settore della popolazione che faccia rispettare queste leggi, o che sia impegnato in qualsiasi attività antifascista.

È vero che oggi il movimento fascista è solo un piccolo fattore nella vita politica britannica. Ma da un graffio può insorgere il pericolo di cancrena! Non dobbiamo ripetere gli stessi sbagli fatti dalla classe operaia tedesca.

L’esperienza storica ci ha insegnato che non si può eliminare il fascismo con le leggi. La vera natura dello Stato capitalista lo preclude, in quanto il fascismo, per sua stessa natura, è l’espressione nuda e cruda del regime della classe capitalista.

Solo le masse della classe operaia organizzata, che comprendono la natura del fascismo, e con una politica militante di lotta contro il fascismo stesso, saranno capaci di procedere efficacemente contro la minaccia del fascismo. 

In ultima analisi, la distruzione del sistema capitalista, che ha bisogno del fascismo e lo alimenta con tutti i suoi orrori e la repressione della classe operaia e delle minoranze razziali e religiose, è l’unico modo per assicurare una decisiva sconfitta del fascismo.

APPENDICE: Gli ebrei nella società britannica – Alcuni fatti.

Nel suo tentativo di trovare un capro espiatorio per i mali di un sistema che si sta disintegrando, il fascismo adotta la tecnica della “caccia agli ebrei”, nata durante il periodo di decadenza del feudalesimo. Tutti i crimini del monopolio capitalista vengono accreditati al capitale finanziario degli ebrei. Tutte le lamentele dei piccoli commercianti e dei professionisti vengono incanalate nell’antisemitismo. Mosley considerò questa strategia un’arma troppo utile nell’arsenale del suo “programma” per poterla tralasciare.

I fascisti tentano di suscitare i pregiudizi più bassi nei piccoli commercianti e usano una superstizione ben radicata fin dai tempi del Medio Evo, che vede gli ebrei come coloro che sono padroni, controllano e manipolano la finanza del paese, o addirittura del mondo intero! Sotto questa bandiera, ottengono il supporto della gente ignorante - piccoli commercianti che si trovano di fronte alla competizione di piccoli commercianti ebrei sulla stessa strada o lavoratori che hanno come padroni di casa degli ebrei.

Anche se fosse vero che la maggior parte del paese è di proprietà di capitalisti ebrei, ciò farebbe poca differenza per i compiti che deve affrontare la classe lavoratrice. Fa poca differenza per il sistema se i capitalisti sono ebrei o gentili (non ebrei, ndt). Entrambi sono soggetti alle leggi dell’economia capitalista e si comportano di conseguenza. In un paese come la Spagna, dove non esistono capitalisti ebrei (gli ebrei sono stati espulsi nel 1492), povertà, fame e sfruttamento dei lavoratori sono tra i peggiori in Europa, per via delle circostanze economiche di quel paese. Come si sa, la lotta di classe in Spagna culminò in una guerra civile tra lavoratori e fascisti. I fascisti spagnoli dovettero adottare altri slogan demagogici. È interessante notare che De Gaulle non sta attualmente utilizzando l’antisemitismo.

Tuttavia molte persone, anche facenti parte del movimento operaio, credono al mito degli ebrei che controllano il paese. È necessario che ogni lavoratore cosciente sia a conoscenza dei fatti riguardanti la posizione reale degli ebrei nella società britannica, in modo da combattere la malattia dell’antisemitismo.

In Gran Bretagna e Irlanda del Nord ci sono solo 370,000 ebrei, su una popolazione totale di 48 milioni. Ciò vuol dire che ci sono 7 ebrei ogni mille persone, meno dell’1% della popolazione.

Le grandi banche, insieme alle compagnie di assicurazione, controllano l’economia del paese, ma non c’è un singolo ebreo alla Banca d’Inghilterra, né fra i direttori né tra i funzionari. Le “Big Five” hanno in totale 150 direttori, di cui solo 4 sono ebrei.

Nella finanza internazionale la più grande compagnia bancaria del mondo è la JP Morgan &Co. Anche in questa compagnia non c’è neanche un ebreo in posizioni dirigenziali.

La borsa, che domina le transazioni di azioni e titoli ed è considerata come una misteriosa influenza mistica da molti piccoli commercianti, è, secondo i fascisti, dominata dagli ebrei. Ma di fatto, nel comitato che gestisce la borsa, c’è solo un ebreo. 

Prima della nazionalizzazione delle ferrovie, c’erano 18 direttori nella LMS, 22 nella LNER, 20 nella GWR, 16 nella Southern e 7 nella LPTB. Di tutti questi, solo uno era ebreo ed un altro di discendenza ebraica, la cui famiglia era di fede cristiana da molte generazioni.

In Gran Bretagna vi sono in tutto 116 quotidiani e 17 settimanali. Nonostante il mito che gli ebrei controllano la stampa, c’è stato solo un ebreo direttore di giornale, era il presidente del Daily Herald ed è deceduto.

Le compagnie Gaumont British e Odeon in passato erano controllate da ebrei. Adesso sono passate nelle mani della JA Rank, la firma più potente nell’industria cinematografica, che controlla circa 600 sale e praticamente tutti gli studi più importanti. La terza società più importante, la ABC, non è mai stata di proprietà di ebrei.

Un’altra bugia fascista, che ha catturato l’attenzione di alcuni settori della popolazione meno istruita, è che gli ebrei controllano il governo ed il parlamento. In realtà non c’è neanche un ebreo nel Consiglio dei ministri. Ci sono solo 28 parlamentari ebrei su 640. I quattro membri ebrei del governo sono Shinwell, Silkin, George Strauss e Lord Nathan. Nessuno è attualmente nel Consiglio dei ministri. (AJ Cummings, News Chronicle, 11 novembre, 1947).

È popolarmente creduto che gli ebrei dominino tutte le attività del mercato nero. Ma di fatto, la stragrande maggioranza delle accuse, sia verso piccoli che grandi uomini d’affari, riguardanti attività nel mercato nero, non riguardano ebrei o persone collegate a imprese di ebrei. La stampa capitalista dirige l’attenzione su casi che coinvolgono delinquenti ebrei, precisamente per dare l’impressione che siano loro a dominare il mercato nero. Gli speculatori, siano essi ebrei, non ebrei, irlandesi o scozzesi, non trascurano la minima possibilità di fare un profitto in più, che le loro transazioni siano legali o meno. L’intera storia del capitalismo ne è la prova. Il saccheggio di India, Cina e Africa non è avvenuto per mano degli ebrei. La tratta degli schiavi era in mano a gentiluomini religiosi; uno dei più famosi chiamò la sua nave The Jesus!

Naturalmente gli ebrei giocano un ruolo negli affari. Ma in Gran Bretagna, nelle industrie decisive c’è molto poco capitale ebraico. Nel ferro, acciaio, ingegneria, chimica, auto, spedizioni e gomma e, prima della nazionalizzazione, nel carbone e nelle ferrovie, il capitale ebraico è insignificante. Per quello che riguarda i grandi gruppi di fabbricanti d’armi come la Vickers, non c’è nessun investimento da parte di ebrei.  Ma in certe industrie secondarie, dove gli ebrei sono stati tradizionalmente concentrati in diverse nazioni, il capitale ebraico gioca un ruolo importante, ma anche in questo caso non dominante.

Alcuni fatti: nella sartoria un quarto dell’intero commercio è nelle mani degli ebrei, un settimo nel settore dei mobilifici, un quinto nell’oreficeria, un ottavo nelle calzature, due terzi nella pellicceria, ma solo l’11% nell’industria elettrica e della radio, meno del 7% nei cosmetici. A Londra solo un sesto dei negozi alimentari sono di ebrei, addirittura solo un sedicesimo nelle province.

L’impresa di sartoria Montague Burton è una ditta di ebrei. Il 50% dei sarti sono gentili. Per quello che riguarda i grandi magazzini, Woolworths, che conta 762 negozi con un capitale di 12 milioni, non è di proprietà di ebrei. Marks and Spencer è una ditta di ebrei con 236 negozi e un capitale di 3.950.000 sterline.

Per quel che riguarda le catene di negozi delle cooperative, come parte del movimento della classe lavoratrice, sono di proprietà dei lavoratori stessi. Questa è la catena più grande del paese. Vi sono 92 catene di negozi con un capitale di 150 milioni. La tappezzeria e le ditte collegate costituiscono circa un terzo del capitale investito. Metà è controllato da ditte non ebraiche (Harrods, Selfridges, John Lewis eBarkers). La Unilever, che domina il mercato dei generi alimentari, non è, come comunemente creduto, composta interamente da capitale ebraico. L’unico capitale ebraico è quello degli ebrei olandesi, i Van den Berghs.

Per ciò che riguarda i generi alimentari al dettaglio, i negozi Home and Colonial, Maypole Dairies e anche Liptons, non sono controllati da ebrei. La più grande ditta di carni della nazione è la Union Cold Storage, che conta 5.000 succursali. Questa ditta è completamente non ebraica. Gli ebrei sono completamente assenti dall’industria lattiero-casearia: Southern Dairies, United Dairies ed Express Dairies sono ditte non ebraiche. Nell’industria farmaceutica, i negozi di monopolio (Boots Taylors, Timothy White's, Savory & Moore's ed Hodders) sono tutti di proprietà non ebraica.

La parte decisiva di tutte le industrie è controllata da capitale non ebraico. Il numero di piccoli negozi e mediatori ebrei dà una falsa impressione degli ebrei nel mondo degli affari. Quindi l’eliminazione degli ebrei non eliminerebbe nessuna delle ingiustizie del sistema capitalista.

La grande maggioranza degli ebrei in Gran Bretagna, contrariamente a quanto si crede, sono lavoratori, impiegati per la maggior parte in sartorie e mobilifici, con una quota abbastanza alta di commessi. Circa il 15% degli ebrei impiegati in attività remunerative, sono nel commercio e nell’industria con attività proprie. Di tutta la popolazione, il 7,5% è occupato nel settore del commercio.

La lotta per l’emancipazione della classe operaia non è fra razze e religioni. È una lotta di classe contro classe. Ogni traccia di antisemitismo, o qualsiasi altra forma di odio razziale, non può aiutare gli oppressi, al contrario, può solo aiutare gli sfruttatori. I lavoratori di qualsiasi nazionalità, religione o credo devono unirsi contro il nemico comune: il capitalismo.  [I fatti riguardanti gli ebrei sono stati raccolti da The Jews in Work and Trade di N. Baron, e pubblicato dal Comitato consultivo per il commercio, e Questions and Answers - Facts and Figures of Jewish Economic Life and History. Stessi editori]

 

[1] Oswald Mosley è il fondatore dell’Unione Britannica dei Fascisti. Questa formazione politica nata nel 1932 si ispirava a Benito Mussolini. Proveniente da una famiglia aristocratica, Mosley fu eletto deputato conservatore nel 1918 radicalizzando il suo discorso a destra. Eletto nuovamente deputato come indipendente, e dopo un breve passaggio nel partito laburista, diventava sostenitore del Duce, che incontrava nel 1932, facendosi promotore dalla demagogia fascista nel Regno Unito.

[2]     Magnate del cemento e deputato conservatore, fu anche editore. Sostenitore della politica liberale di Lloyd George, durante la Seconda guerra mondiale fu ministro del governo Churchill.

[3]     Pietro Gorgolini, giornalista e fervente antibolscevico, fascista della prima ora, fu autore di numerosi saggi su Mussolini e il suo regime.

[4]     Giuseppe Mingrino, ardito, decorato per meriti di guerra, fu deputato socialista tra il 1921 e il 1924. Tra i fondatori degli Arditi del Popolo, fu coinvolto nel 1924 in uno scandalo per contrabbando di cocaina. Nel 1926 fu diffidato dal Partito comunista d’Italia. Si trasferì in Francia dove divenne informatore della polizia.

[5]     Collaboratore di Lenin dal 1901, poi dirigente bolscevico. Membro candidato del cc del partito bolscevico dal 1920, nello stesso anno inizia ad avere incarichi nell’Internazionale Comunista fino ad arrivarne ai massimi vertici. Sostenitore dell’orientamento ufficiale del Comintern fino al 1934. Al VII congresso dell’Internazionale comunista (estate 1935) critica la politica dei fronti popolari. Viene quindi privato delle sue cariche nell’Iinternazionale. Nel Giugno 1937 nel cc del Pcus critica la condanna a morte di Bucharin e successivamente nel luglio dello stesso anno è accusato di “organizzazione fascista-trotskista con finalità spionistiche”. Fucilato da Stalin nell’ottobre 1938.

[6]     Scrittrice e intellettuale liberale

[7]     Partito centrista nato come scissione del Partito Laburista britannico nel 1932, riassorbito dallo stesso partito laburista nel dopoguerra.

[8]     Clement Attlee, leader laburista tra il 1935 e il 1955.

[9]    Archibald Sinclair, leader del Partito Liberale britannico dal 1935 al 1945.

[10]  Ridley Road è un area di Londra, sede in un mercato ad alta concentrazione di popolazione ebraica nella quale i fascisti erano soliti organizzare scorribande e provocazioni di carattere antisemita. Il 1 Giugno 1947 militanti di organizzazioni ebraiche assieme a militanti socialisti e trotskisti cacciarono i fascisti, dando vita a quella che prese il nome di Battaglia di Ridley Road.

[11]  Francois Darlan, militare francese, ministro durante la repubblica di Vichy, con il quale gli Alleati avviarono trattative durante la seconda guerra mondiale.

[12]  segretario generale del partito comunista britannico  

Presentiamo in questo spazio una serie di risposte ai luoghi comuni più diffusi e alle domande più frequenti su temi come il marxismo, il socialismo e la rivoluzione. Lo scopo è quello di armarci con gli argomenti necessari a difendere in maniera corretta le idee marxiste e di dotarci di alcuni strumenti indispensabili nella lotta per la trasformazione rivoluzionaria della società.

 

Molte persone sembrano disposte ad accettare che il capitalismo non sia in grado di risolvere problemi come la disoccupazione, i senzatetto, la fame e la guerra. E sarebbero d'accordo sul piano teorico sul fatto che, se le vaste risorse del mondo fossero usate razionalmente per soddisfare i bisogni umani piuttosto che per i profitti di pochi miliardari, a tutti sul pianeta potrebbero essere garantite condizioni di vita decenti.
La classe dominante, per garantire la sopravvivenza di un sistema in cui otto individui controllano tanta ricchezza quanto la metà della popolazione mondiale messa insieme, ci fa credere che è nella natura dell'umanità essere avidi ed egoisti, che lo stato attuale delle cose sia naturale e che qualsiasi tentativo di creare un sistema più egualitario sia destinato a fallire. Quindi non pensateci nemmeno! Questo può sembrare convincente, in particolare visti i fallimenti dello stalinismo nel XX secolo. Ma cos'è davvero la "natura umana"?
Più si guarda indietro nella storia, più diventa difficile parlare di un insieme universale di valori applicabile a tutti gli esseri umani in ogni epoca. Per esempio, è nella nostra "natura" rendere altri esseri umani schiavi? Le classi dominanti dell’antichità greco-romana lo sostenevano, ma chiaramente non è così. Gli esseri umani come noi li conosciamo esistono da circa 200.000 anni, con tracce di vita ominide che risalgono fino a 6-7 milioni di anni fa. Mentre l'uso di utensili risale a 3 milioni di anni fa. Per la maggior parte della nostra storia abbiamo vissuto in tribù in cui vigeva una situazione di “comunismo primitivo”, dove non c'erano né ricchi né poveri, né classi sfruttatrici né sfruttate, né denaro, né polizia, né prigioni. Gli strumenti e i beni di una tribù appartenevano ad ogni membro ed erano in comune, a disposizione di tutti. Poiché la produttività del lavoro era bassa, era impossibile per chiunque vivere sfruttando il surplus di lavoro degli altri. I singoli individui mettevano la tribù prima di loro stessi. Le società divise in classi, cioè i sistemi basati sullo sfruttamento della maggioranza da parte di una minoranza, sono esistite solo negli ultimi 6-12.000 anni, da quando si è sviluppata l'agricoltura al posto della semplice raccolta dei frutti della terra.
La prima prova chiara di una società strutturata in classi completamente formata risale a solo circa 5.500 anni fa, con la civiltà dei Sumeri e l'inizio dell'età del bronzo. È all'interno di queste società che un numero ristretto di persone – la classe degli sfruttatori – sono “indotte” dalla loro posizione di governanti ad agire in modo avido ed egoistico. Se non agissero spietatamente e nel proprio interesse, cesserebbero di godere delle loro posizioni di potere, poiché individui più spietati prenderebbero il loro posto.
Quindi sotto il capitalismo è la prospettiva della classe dominante, necessariamente egoista e avida, che ci viene presentata come applicabile a tutti gli esseri umani, in ogni luogo e in ogni tempo, vale a dire come parte della nostra "natura" intrinseca. Tuttavia questo non è ovviamente vero, come dimostrano milioni di atti di solidarietà e gentilezza che si vedono ogni giorno in tutto il mondo, dai vigili del fuoco che rischiano la loro vita per salvare gli altri, alla gente comune che, dedicandosi al volontariato, sacrifica tempo e denaro per aiutare degli sconosciuti in difficoltà. Ciò che non è certo "naturale" è che quasi tutti i mezzi di produzione (comprese le risorse naturali, l'industria e la tecnologia) siano di proprietà di privati e controllati da una piccola minoranza della popolazione. Liberando l'economia dai vincoli della produzione per il profitto, potremmo facilmente produrre abbastanza perché tutti possano prendere liberamente ciò di cui hanno bisogno ed anche di più! In una società dell’abbondanza, l'idea di accumulare più di quanto si possa usare diventerebbe un'assurdità, proprio come in un ufficio con un armadio di cancelleria ben fornito, nessuno accumula le proprie scorte di carta e penne. Come spiegava Marx, sono le condizioni materiali a determinare in ultima analisi la coscienza, non il contrario. Se siete d'accordo con un programma socialista ma credete che la "natura umana" sia un ostacolo, chiedetevi se è nella vostra natura voler sfruttare spietatamente gli altri. Se non lo è, allora perché dovrebbe essere vero per tutte le altre persone?
È celebre l’osservazione di Einstein per cui "la follia è fare la stessa cosa più e più volte e aspettarsi risultati diversi". Allora perché, se il socialismo è stato realizzato e apparentemente ha fallito (come ci viene detto), i marxisti si battono ancora per il socialismo? Per rispondere a questa domanda è importante capire cosa è successo in Unione Sovietica e negli altri paesi che si definivano "socialisti". Nel 1917 la classe operaia in Russia prese il potere sull’onda di un movimento rivoluzionario di massa. La direzione dell’economia fu tolta dalle mani dei capitalisti e dei proprietari terrieri e la società iniziò ad essere gestita in base al controllo democratico degli operai e dei contadini poveri, esercitato attraverso i consigli dei lavoratori (conosciuti come "soviet"). Tali misure rappresentavano l'inizio di una transizione dal capitalismo al socialismo. Tuttavia Lenin, Trotskij e i bolscevichi non hanno mai pensato che sarebbe stato possibile "costruire il socialismo in un paese solo", ma consideravano la Rivoluzione russa come il primo passo della rivoluzione mondiale.
Poiché il capitalismo è un sistema mondiale, allo stesso modo deve esserlo anche il socialismo. Questo orientamento trovò ben presto conferma nella realtà concreta, quando rivoluzioni o situazioni rivoluzionarie si svilupparono in tutta Europa dopo la fine della prima guerra mondiale: in Germania, Austria, Ungheria, Italia, Francia, Spagna e persino Gran Bretagna. Se la classe operaia non riuscì a prendere il potere in questi paesi non fu per mancanza di determinazione, ma per la mancanza di un partito rivoluzionario in grado di convogliare tutta l'energia delle masse verso la conquista del potere. La Rivoluzione russa rimase isolata, senza la possibilità di collegare le sue vaste risorse naturali all'industria avanzata dell'Europa occidentale e con un'economia a pezzi dopo anni di guerra. Come marxisti, comprendiamo che la capacità di creare una società libera dagli orrori della povertà, della disoccupazione, della fame e così via, è determinata in ultima analisi dal livello delle forze produttive (industria, agricoltura, scienza e tecnica), così come dalla loro proprietà e dal loro controllo. Marx stesso ha affermato: "Questo sviluppo delle forze produttive è una premessa materiale assolutamente necessaria [del comunismo], poiché senza di essa la penuria è generalizzata, e con essa ricomincia la lotta per la necessità e questo significa l’inevitabile risorgere di tutto il vecchio ciarpame."
La Russia dei primi anni '20, dopo un lungo periodo di guerra, subì un catastrofico collasso industriale e agricolo. La penuria era davvero generalizzata. Fu in questo contesto, con milioni di lavoratori morti o esausti dopo anni di lotte, che la partecipazione ai soviet si ridusse considerevolmente e uno strato di burocrati privilegiati cominciò a usurpare il controllo della società. Già nel 1920 il numero di funzionari statali e burocrati ammontava a quasi 6 milioni. La maggior parte di questi proveniva dagli strati privilegiati del vecchio regime zarista. Stalin rappresentava proprio questo settore sociale e fu grazie ad esso che riuscì a prendere il potere. Da qui l’instaurazione di una dittatura totalitaria, che era necessaria per mantenere il dominio sui burocrati e distruggere ogni legame con le genuine tradizioni della Rivoluzione d’ottobre. Oltre a sterminare i vecchi bolscevichi, fu schiacciata ogni forma di democrazia operaia. Senza la partecipazione democratica della classe operaia alla pianificazione e alla gestione della società, l'economia sovietica fu soffocata dalla cattiva gestione burocratica e dagli sprechi.
Con l'economia sovietica stagnante, negli anni ’90 uno settore di burocrati si mosse verso la restaurazione del capitalismo (con loro stessi ora nel ruolo di nuovi milionari), come Trotskij aveva previsto decenni prima nel libro La rivoluzione tradita. Nonostante gli orrori del regime stalinista, che gli autentici marxisti non hanno mai sostenuto, la restaurazione del capitalismo fu un disastro per la classe operaia. Il compito della classe lavoratrice oggi è quello di lottare per il vero socialismo, non per la rozza distorsione rappresentata dai regimi stalinisti. È lo stalinismo che alla fine ha fallito, non il socialismo. Per i marxisti, la democrazia dei lavoratori è la linfa vitale di uno Stato socialista. La cosa più importante è capire che il socialismo in un paese solo non è possibile. Ecco perché siamo internazionalisti, ecco perché lottiamo per il socialismo non solo qui in Italia, ma in tutto il mondo. Questo è il socialismo per cui lottiamo, un socialismo che spazzerà via il vero disastro dei tempi moderni: il capitalismo.
In superficie questa idea sembra attraente. Piuttosto che le tempeste ed i problemi di una rivoluzione, non sarebbe molto più facile vincere semplicemente le elezioni, ottenere una maggioranza in parlamento e promulgare riforme progressive in modo da trasformare lentamente, un po’ alla volta, il capitalismo in socialismo? È vero che in passato la classe operaia ha ottenuto riforme significative in questo modo. Lo stato sociale, il servizio sanitario nazionale, la sicurezza sul lavoro, la giornata lavorativa di otto ore – tutto questo è stato conquistato attraverso la lotta all'interno del sistema esistente. Non è quindi strano contrapporre riforme e rivoluzione, come se si potesse avere solo le une o l'altra? I veri marxisti non hanno mai rifiutato la lotta per le riforme sotto il capitalismo. Non diciamo "ci limitiamo ad aspettare la rivoluzione, quando tutti i nostri problemi saranno risolti". Combatteremo vigorosamente per qualsiasi riforma autenticamente progressista che vada a beneficio della classe lavoratrice. Marx ha sottolineato che è nella lotta per le riforme sotto il capitalismo che la classe operaia arriva a comprendere la propria forza. È attraverso queste lotte che i lavoratori sviluppano la propria coscienza di classe e costruiscono le loro organizzazioni, come i sindacati e i partiti politici. È anche attraverso queste lotte che i lavoratori imparano in prima persona i limiti delle riforme sotto il capitalismo. Questo è particolarmente vero nei periodi di crisi come quello che viviamo oggi.
In passato la classe dominante, quando veniva sottoposta a una forte pressione dal basso, era disposta a concedere alcune riforme, anche se sempre in conseguenza dell’iniziativa della classe lavoratrice. Soprattutto quando l'economia cresceva, poteva permettersi di fare concessioni per mantenere la pace sociale. Ed infatti le riforme più significative sono state concesse dall'alto, proprio per evitare una rivoluzione dal basso. Così, per un certo periodo, le classi dominanti europee si sono riconciliate con l’idea dello "stato sociale". Questo è stato reso possibile anche dalla massiccia espansione dell'economia durante il boom del dopoguerra. Il problema è che quello che i capitalisti concedono un giorno, se lo riprendono il giorno dopo. Questo avviene soprattutto durante una crisi, quando al fine di mantenere i loro margini di profitto, i capitalisti cercano di strappare alla classe lavoratrice tutte le conquiste del passato. Piuttosto che spendere soldi in riforme, sono le controriforme ad essere all'ordine del giorno.
A partire dalla crisi degli anni '70, molte delle riforme progressiste del dopoguerra sono finite sotto attacco. Le industrie nazionalizzate sono state privatizzate, le pensioni e i salari ridotti, le case popolari sono state svendute e il servizio sanitario nazionale è in grave crisi. Tutto perché i ricchi possano continuare ad arricchirsi a nostre spese. Questi attacchi possono essere respinti ma in un periodo di crisi mondiale, questo richiede una rottura con il capitalismo. Sono le esigenze del mercato (cioè gli interessi dei banchieri e dei miliardari) a dettar legge ai governi, non il contrario. Come marxisti, capiamo che problemi come la povertà, la disoccupazione, le crisi e la guerra sono prodotti inevitabili del sistema capitalista. Nessun provvedimento che preveda di tassare i ricchi o di concedere denaro in prestito, cambierà questa situazione.
È necessario prendere il controllo delle leve chiave dell'economia e pianificare il loro utilizzo democraticamente, al fine di soddisfare i bisogni della popolazione come parte di un piano socialista di produzione sotto il controllo e la gestione dei lavoratori. Immaginare che un governo socialista possa farlo gradualmente – nazionalizzare questa industria un anno, quella banca l'anno successivo e così via – vuol dire ignorare l'intera storia della lotta di classe. È come immaginare di poter vincere una partita a scacchi dove solo i propri pezzi possono muoversi. In realtà l’altra parte contrattacca, se necessario ferocemente. Nessuna classe dominante ha mai rinunciato al suo potere e ai suoi privilegi senza combattere. Ecco perché abbiamo bisogno di una rivoluzione, per togliere finalmente il potere e il controllo dalle mani di una piccola minoranza di capitalisti e assicurare così riforme profonde e durature che trasformeranno il mondo.
Secondo gli apologeti del capitalismo, non c'è niente di più efficiente del "libero mercato". Ma quando si tratta di provvedere ai bisogni della società, cose come il cibo o gli alloggi per esempio, l'economia di mercato dimostra tutta la sua inefficienza. La sola e unica ragione per cui i capitalisti investono nella produzione è quella di realizzare un profitto. I bisogni sociali delle persone non figurano affatto nei loro calcoli. Tutto ciò che li preoccupa è come spremere nel modo più efficiente quanto più lavoro non pagato dalla classe lavoratrice per massimizzare i loro profitti. L'inefficienza del capitalismo è rivelata chiaramente dalla disoccupazione cronica che è oggi una caratteristica permanente del "mercato del lavoro".
Secondo l'Organizzazione Internazionale del Lavoro, la disoccupazione globale ammonta a più di 200 milioni di persone ed è ancora in aumento. Questo è un colossale spreco del potenziale dell'umanità. In un'economia socialista pianificata, i talenti produttivi di tutti potrebbero essere utilizzati al massimo e il peso del lavoro necessario condiviso tra tutti. Sotto il capitalismo, molto del lavoro che potrebbe essere fatto dalle macchine è ancora svolto dagli uomini, poiché è più redditizio impiegare lavoratori a basso salario che investire in una tecnologia più efficiente. Sotto il socialismo libereremmo il potenziale delle macchine al massimo, aumentando la produttività e permettendoci di ridurre la settimana lavorativa a poche ore. Rispetto ad un'economia pianificata razionalmente, il capitalismo è enormemente dispendioso. Si stima che produciamo abbastanza cibo per sfamare la popolazione mondiale diverse volte, eppure milioni di tonnellate di generi alimentari vengono distrutte ogni anno, per mantenere alti i prezzi di mercato (e quindi i profitti). Allo stesso tempo, più di cinque milioni di persone muoiono di fame ogni anno, perché non possono permettersi un’alimentazione adeguata. Dal punto di vista dei bisogni della società, ogni anno vengono sprecate enormi somme di denaro in spese totalmente improduttive. Solo nel 2019, più di 600 miliardi di dollari sono stati spesi globalmente in pubblicità e 1.917 miliardi di dollari sono stati investiti in spese militari!
L'idea di pianificare la produzione non è estranea ai capitalisti, purché vada a beneficio del loro profitto. Infatti all'interno di ogni azienda capitalista c'è un alto grado di pianificazione. Prendete, per esempio, una casa automobilistica come la Ford. Non lasciano che sia il "mercato" a decidere i modi e i tempi con cui ogni componente arriverà alla fabbrica, il numero di operai e la durata di ogni turno, o la distribuzione delle auto finite. Queste cose vengono pianificate con largo anticipo su scala globale, utilizzando le risorse digitali, per ridurre i costi di produzione e massimizzare l'efficienza. Tuttavia quando si tratta di pianificare la produzione nel suo insieme, i capitalisti indietreggiano. Questo perché non si può davvero pianificare razionalmente l'economia per tutti i nostri bisogni, senza che la classe lavoratrice si impadronisca delle posizioni di comando dell'economia e le sottoponga a un controllo democratico – cioè che le sottragga dalle mani dei capitalisti.
La maggior efficienza della pianificazione rispetto al mercato è stata riconosciuta durante la Seconda guerra mondiale, quando in diversi paesi lo Stato introdusse nell’economia un alto grado di pianificazione per produrre le munizioni necessarie al conflitto e per sostenere l'economia del fronte interno con risorse molto limitate. L'ascesa dell'URSS, che nel girò di pochi decenni passò dall’essere un paese arretrato e semi-feudale a diventare la seconda superpotenza mondiale, testimonia i benefici della pianificazione.
Fu solo a causa della natura burocratica della pianificazione sotto lo stalinismo, che questa economia alla fine dovette soccombere sotto il peso della corruzione e della cattiva gestione. I marxisti non prevedono l'attuazione di un piano di produzione socialista in modalità burocratiche, dall'alto verso il basso. Rivendicano invece il coinvolgimento dei più ampi settori della società nel determinare quali risorse sono disponibili e come possono essere usate più efficacemente per soddisfare i nostri bisogni in armonia con l'ambiente. Il fatto che otto miliardari controllino tanta ricchezza quanto la metà più povera dell'umanità messa insieme, mostra il vero significato dell'"efficienza" capitalista. Sotto il socialismo, con il controllo e la gestione dei lavoratori, saremmo in grado di utilizzare tutte le nostre risorse – umane, materiali e scientifiche – e combinarle in modo efficiente per massimizzare il nostro benessere e vivere la vita al massimo delle sue potenzialità.
Gli autentici marxisti sono sempre stati internazionalisti. Marx ed Engels, come è noto, scrissero nel Manifesto del Partito comunista: "Gli operai non hanno patria" e "Lavoratori di tutti il mondo, unitevi!". Per mettere in pratica queste idee, i marxisti hanno costruito una serie di organizzazioni rivoluzionarie internazionali, a partire dall'Associazione Internazionale dei Lavoratori, la cosiddetta Prima Internazionale, fondata da Marx ed Engels, e più tardi la grande Internazionale Comunista (la Terza Internazionale), fondata da Lenin e Trotskij. In queste organizzazioni, i "partiti" nazionali erano considerati solo come sezioni di un'unica organizzazione rivoluzionaria mondiale. Questo non era dovuto a qualche idea utopica, o al sentimentalismo. La necessità di una rivoluzione mondiale deriva dallo sviluppo del capitalismo stesso come sistema mondiale.
Nei primi anni del capitalismo, lo sviluppo degli Stati nazionali fu un fattore progressista, che fece avanzare la società. In contrasto con i limiti ristretti delle città-stato e dei principati isolati del feudalesimo (ognuno con le proprie leggi, consuetudini, unità di misura e i propri sistemi fiscali), si svilupparono Stati più grandi che unificarono le nazioni in un unico mercato e in un unico sistema politico. Questo era necessario perché il capitalismo potesse decollare, dato che i mercati delle piccole città e delle singole regioni erano insufficienti per sviluppare l'industria su larga scala. Ad un certo punto, però, anche i mercati più vasti sviluppati dagli Stati nazionali si dimostrarono insufficienti a tenere il passo con la crescita delle forze produttive. Il mondo intero fu così colonizzato dalle potenze imperialistiche, dando luogo allo sviluppo di un mercato mondiale. Lo Stato nazionale, da fattore progressivo che incoraggiava la crescita, si trasformò nel suo opposto: un ostacolo regressivo allo sviluppo dell'umanità, che ha invece bisogno di utilizzare nella maniera più libera e completa le risorse di tutto il mondo, senza vincoli di frontiera e di competizione per le risorse.
Oggi nessun paese può sfuggire al dominio schiacciante del mercato mondiale, che funziona come un’unica entità interconnessa. Da qui i tentativi di superare questo problema attraverso blocchi commerciali come l'Unione Europea e vari altri accordi tra paesi. Tuttavia, come dimostra la crisi in Europa, anche questi giganteschi accordi commerciali non sono in grado di proteggere i paesi contrenti dagli effetti della crisi del capitalismo, tanto che un governo dopo l'altro deve affrontare crisi economiche e sociali. La cosiddetta libera concorrenza sotto il capitalismo tende al monopolio, poiché le imprese più forti fagocitano le più deboli. Questa tendenza ha portato all'emergere di aziende veramente globali, i cui bilanci superano di gran lunga quelli di molti Stati nazionali. Il rovescio della medaglia di queste imprese giganti è che rappresentano per i lavoratori di diversi paesi un nemico comune. «Gli operai non hanno patria» non è mai stato più vero. Per esempio gli operai di Amazon negli Stati Uniti e in Europa hanno molto più in comune tra di loro che con Jeff Bezos! I lavoratori di tutti i paesi condividono un comune interesse di classe nel cambiare la società. Lo sviluppo del mercato mondiale e delle imprese globali significa anche che la crisi del capitalismo è globalizzata. L'unica risposta per la classe dominante di ogni paese è "ripristinare i margini di profitto" attaccando i salari, le condizioni di vita dei lavoratori e i servizi pubblici – cioè una "corsa al ribasso" globale. Questa austerità globale sta producendo un contraccolpo della stessa portata.
Sviluppi rivoluzionari stanno avvenendo in un paese dopo l'altro. Inoltre una rivoluzione socialista vittoriosa in un paese avrebbe un enorme effetto su tutti gli altri – tutta la storia dimostra che le rivoluzioni raramente si fermano ai confini nazionali. Perché liberi veramente il potenziale dell'umanità, il socialismo deve essere più produttivo e più efficiente del capitalismo, che si basa sullo sfruttamento delle risorse del mondo intero. Queste risorse, invece di essere saccheggiate da una manciata di capitalisti super-ricchi, potrebbero essere sviluppate razionalmente a beneficio di tutti. Ma questo potrà essere fatto solo se la classe operaia prenderà il potere in una serie di paesi e questi si uniranno volontariamente in una Federazione mondiale di Stati socialisti. Questo è il motivo per cui siamo internazionalisti. Avanti verso la rivoluzione mondiale! Abbiamo un mondo da guadagnare!
Ci viene spesso detto che il socialismo è una bella idea in linea di principio, ma che inevitabilmente fallirebbe perché, senza la spinta al profitto, si fermerebbe tutta l’innovazione. Se è vero che negli ultimi 300 anni (più o meno) abbiamo visto alcune delle più significative scoperte tecnologiche nella storia dell'umanità, non è corretto vedere l'arricchimento personale come l'unico motore di queste innovazioni. I nostri antenati ominidi hanno sviluppato i primi strumenti in pietra circa 2,6 milioni di anni fa. Tra allora e il primo presunto sviluppo delle società di classe (circa 8-10.000 anni fa), i nostri predecessori scoprirono come usare il fuoco, costruire rifugi, realizzare indumenti, creare strumenti musicali, dipingere muri, cuocere ceramiche e molto altro.
Per tutta la preistoria dell’umanità, tutte le proprietà erano condivise da tutti i membri della tribù o del clan. Non c'erano soldi, né ricchi né poveri, né sfruttati né sfruttatori. La sopravvivenza del gruppo dipendeva dal fatto che tutti i membri mettessero in comune le loro abilità e il loro lavoro attraverso la cooperazione. Le innovazioni che risparmiavano lavoro avrebbero aumentato o mantenuto gli standard di vita collettivi dell'intera tribù. Questo cambiò con lo sviluppo delle tecniche agricole e con la nascita di una piccola classe parassitaria che viveva sfruttando il surplus di lavoro degli altri. È vero che la competizione tra classi dominanti, per esempio tra diversi imperi antichi, diede un ulteriore impulso allo sviluppo della tecnologia. In generale si può affermare che quelli con le economie più efficienti, in particolare quando si arrivava ad una guerra, conquistavano quelli meno sviluppati.
Questa spinta competitiva raggiunse la sua forma più completa quando la prima borghesia si liberò della dominazione feudale e aprì la strada al capitalismo. La competizione reciproca costrinse i capitalisti a investire una parte dei loro profitti in nuove tecnologie per risparmiare lavoro. Quelli che erano avanti in questo gioco potevano produrre beni più economici e quindi spingere i loro concorrenti fuori dal mercato. Per questo motivo il primo periodo del capitalismo vide la produttività del lavoro svilupparsi in misura molto maggiore rispetto al passato.
Oggi, tuttavia, gli economisti tradizionali sono perplessi di fronte a quello che chiamano “l’enigma della produttività": perché la produttività globale si è appiattita ed è persino diminuita a partire dal 2008? Questo significa che l'innovazione si è fermata? Per i marxisti, il problema centrale non è la mancanza di innovazione, ma è soprattutto l'incapacità dei capitalisti di utilizzare in maniera profittevole le nuove tecnologie in grado di diminuire la quantità di lavoro necessaria. Perché investire nell'espansione della produzione, quando il mercato mondiale è già saturo a causa della crisi di sovrapproduzione? Con l'abbassamento dei salari e l'aumento della "flessibilità" del lavoro dopo la crisi, perché investire in costose macchine per ridurre il lavoro, quando è più economico, cioè più profittevole, impiegare lavoratori con salari da fame? Quindi invece di far avanzare l'innovazione, oggi la produzione per il profitto la rallenta.
La maggior parte dei lavoratori sa molto bene come si potrebbe migliorare l'efficienza della produzione sul loro posto di lavoro. Tuttavia si tengono queste idee per sé, perché sanno che non verrebbero messe in pratica per ridurre i carichi di lavoro e migliorare le condizioni lavorative di tutti, quanto piuttosto per lasciare a casa una parte dei dipendenti e sovraccaricare quelli che rimangono. Sono i padroni e gli azionisti che ne riceverebbero i benefici. Sotto il socialismo, invece, tutti sarebbero incentivati a utilizzare appieno la tecnologia più efficiente per risparmiare lavoro, poiché tutti beneficerebbero di orari di lavoro più brevi.
Piuttosto che creare disoccupazione di massa, come sotto il capitalismo, con un'economia pianificata potremmo distribuire armoniosamente tutto il lavoro necessario tra tutti, senza perdita di salario. Non è vero che l'arricchimento privato è l'unico fattore che incoraggia le persone a innovare. Infatti, sotto il capitalismo, la maggior parte di chi sviluppa le innovazioni, lavora o nei laboratori di ricerca universitari, o nei dipartimenti di ricerca e sviluppo delle grandi società. Le loro scoperte raramente fruttano loro dei profitti, che vanno invece agli azionisti delle aziende che finanziano il loro lavoro. Lungi dal fermarsi, sotto il socialismo l'innovazione e la scienza sarebbero veramente libere di svilupparsi, così da permettere all'umanità di raggiungere il suo pieno potenziale. Con la riduzione della settimana lavorativa, l'accesso all'istruzione per tutti e il controllo democratico sulla produzione, le innovazioni non sarebbero più appannaggio di uno strato privilegiato, ma sarebbero a disposizione – e a beneficio – di tutti.
Contrariamente alla vulgata che li dipinge come rivoluzionari assetati di sangue, la realtà è che i marxisti sono a favore di una rivoluzione pacifica per rovesciare il capitalismo. Solo gli psicopatici sosterrebbero attivamente una rivoluzione violenta, se un percorso pacifico fosse possibile. Il problema è che la storia ci insegna che nessuna classe dominante ha mai rinunciato al suo potere e ai suoi privilegi senza combattere. Questo significa che la classe lavoratrice dovrebbe semplicemente accettare di essere sfruttata e rinunciare alla lotta per il socialismo?
No, i marxisti non sono pacifisti. Non accettiamo che semplicemente perché la classe dominante – una piccola minoranza – è pronta ad usare metodi violenti per mantenere la sua presa sulla società, dovremmo rinunciare alla lotta per un mondo migliore. Come minimizzare allora la resistenza violenta di una classe dominante che si rifiuta di uscire dalla scena della storia? Paradossalmente non rinunciando ai metodi violenti, ma preparando la nostra classe a difendersi affrontando qualsiasi resistenza a testa alta, se necessario con la forza. Immaginate se in una battaglia un esercito di 10.000 soldati disarmati affrontasse un gruppo di dieci nemici, ognuno armato con una mitragliatrice. Ne seguirebbe un massacro. Ma se i 10.000 fossero tutti armati con mitragliatrici, probabilmente costringerebbero i 10 nemici ad arrendersi senza sparare nemmeno un colpo. La storia è piena di questi esempi.
Per esempio Salvador Allende in Cile immaginava che, firmando un patto con l'esercito per "rispettare la costituzione", la classe capitalista (armata fino ai denti) si sarebbe sottomessa pacificamente alla volontà della classe operaia (disarmata). Le masse cilene però non erano così ingenue: più di un milione di lavoratori manifestarono davanti al palazzo presidenziale nel 1973 per chiedere le armi con cui difendere la rivoluzione. I loro appelli rimasero tragicamente inascoltati e pochi giorni dopo il generale Pinochet effettuò un colpo di Stato militare, imponendo violentemente una dittatura, durante la quale decine di migliaia di persone furono brutalmente arrestate, torturate e uccise, mentre altri milioni di persone soffrirono per mano del regime.
Al contrario, la Rivoluzione d’ottobre del 1917 a Pietrogrado fu un evento quasi incruento. Questo fu dovuto alla meticolosa preparazione dei bolscevichi nel conquistare politicamente la guarnigione militare di Pietrogrado e nel creare una milizia operaia per difendere la classe lavoratrice dalle bande armate controrivoluzionarie. La presa del potere fu descritta quasi come un'operazione militare, per cui in modo estremamente organizzato gruppi di soldati e guardie rosse presero il controllo dei centri del potere e li posero sotto il controllo democratico dei soviet. Nonostante alcuni deboli tentativi di rovesciare violentemente il governo bolscevico, l'ex classe dominante russa era estremamente demoralizzata, essendosi scontrata con un movimento di milioni di persone disposte a sacrificare tutto nella lotta per cambiare la società. Fu solo con l'intervento di forze imperialiste straniere – terrorizzate dal pericolo della diffusione della rivoluzione nei loro paesi – che iniziò il vero bagno di sangue della guerra civile. Mettendo a disposizione della controrivoluzione ben 21 eserciti stranieri, oltre a finanziamenti, armi e consiglieri militari, tentarono di affogare la rivoluzione in un mare di sangue, in difesa dei loro profitti.
Possiamo quindi vedere la disgustosa ipocrisia della classe dominante nel dare lezioni ai marxisti contro la violenza, mentre è proprio dalla loro violenza che dovremo difenderci! Questo moralismo pacifista dei capitalisti è particolarmente disgustoso, dal momento che proviene da una classe che ha mandato decine di milioni di lavoratori a morire in due guerre mondiali, allo scopo di spartirsi il mondo in base ai propri interessi economico-finanziari. Dobbiamo sottolineare, tuttavia, che è del tutto possibile per la classe lavoratrice prendere il potere pacificamente, a condizione di essere preparata a difendersi da qualsiasi contrattacco violento da parte dei capitalisti. A differenza della Russia nel 1917, la classe lavoratrice nella maggior parte dei paesi rappresenta oggi la stragrande maggioranza della società. La classe dominante – in crisi ovunque – troverà ben pochi sostenitori disposti a lottare per il ripristino dei loro osceni privilegi. Con l'attuazione del socialismo su scala mondiale, ci libereremo finalmente di questo sistema brutale che vede una piccola minoranza difendere violentemente il suo diritto di sfruttare e opprimere la stragrande maggioranza del mondo.
Si sostiene spesso che il socialismo e la democrazia siano in qualche modo "incompatibili", di solito citando gli esempi storici della Russia stalinista e dei cosiddetti Stati "socialisti" modellati a sua immagine e somiglianza. Tuttavia, lungi da questa presunta incompatibilità, gli autentici marxisti hanno sempre sostenuto che una vera democrazia è essenziale perché il socialismo funzioni e si sviluppi. Sotto la "mano invisibile" del mercato, le leggi del capitalismo funzionano senza alcun controllo o piano generale. Tuttavia, sotto il socialismo, la produzione deve essere pianificata coscientemente a beneficio di tutti. Non è possibile che sia un esercito di burocrati seduti nei loro uffici a pianificare armoniosamente la produzione per soddisfare i bisogni di miliardi di persone in tutto il mondo. Devono invece essere coinvolti i settori più ampi possibili della popolazione nel compito di amministrare la società, al fine di realizzare tutto il suo potenziale.
Affinché la produzione sia ben pianificata sotto il socialismo, è vitale che la classe operaia abbia un controllo democratico sull'economia. Dove questo controllo è assente, può verificarsi ogni sorta di spreco burocratico e cattiva gestione, come è accaduto all'interno dell'URSS. Per esempio, al fine di raggiungere gli obiettivi di produzione (e quindi ricevere i loro bonus), i manager della burocrazia sovietica spesso trovavano il modo di raggiungere questi obiettivi sulla carta, mentre in pratica producevano beni inutili o difettosi. E’ spesso citato l’episodio di una fabbrica cui fu ordinato di produrre un milione di scarpe: il direttore raggiunse l’obiettivo facendo produrre un milione di scarpe sinistre! Esempi del genere si potrebbero moltiplicare a piacere nei regimi stalinisti. Questa situazione poté imporsi solo perché i lavoratori stessi erano esclusi dal controllo della produzione e dal potere politico.
Un regime che esige una cieca sottomissione ai burocrati privilegiati, porta alla demoralizzazione e all'apatia delle masse. In un clima in cui è vietata ogni critica, il potenziale di innovazione e dinamismo della classe operaia è soffocato. Solo nell’autentico socialismo, con la classe operaia al potere, è possibile una vera democrazia per milioni di persone. La "democrazia" capitalista significa che la grande maggioranza dei lavoratori è esclusa in mille modi dalla partecipazione democratica alla gestione della società. Non ultimo il fatto che milioni di persone sono costrette a passare la maggior parte della loro vita bloccate per lunghe ore in una fabbrica o in un ufficio e sono spesso troppo esauste per essere poi coinvolte nell'attività politica. Invece di avere un reale controllo sulle nostre vite, ci viene offerta (per parafrasare Marx) l'opportunità di votare ogni cinque anni circa per un deputato, di solito appartenente alla classe dominante, che (non) ci rappresenti in parlamento. Anche allora, il parlamento rimane uno schermo che nasconde il luogo dove vengono prese le vere decisioni che ci riguardano, cioè nei consigli di amministrazione delle banche e delle grandi imprese. Sulla base del capitalismo, è la classe dominante che detta al parlamento la linea da seguire, non il contrario.
La democrazia dei lavoratori sotto il socialismo, cioè la vera democrazia per milioni di persone, sarebbe molto più democratica di qualsiasi forma politica esistente sotto il capitalismo. I lavoratori in ogni luogo di lavoro e in ogni quartiere potrebbero eleggere dei delegati nei consigli che, a differenza del parlamento borghese, avrebbero l'autorità di attuare effettivamente le loro decisioni. Tutti i rappresentanti sarebbero democraticamente eletti, ma è fondamentale che siano anche tenuti a rendere conto del loro operato e che possano essere revocati in qualsiasi momento. Un'economia pianificata socialista permetterebbe la rapida riduzione dell’orario di lavoro. Per scoraggiare il carrierismo, tutti i rappresentanti eletti dovrebbero ricevere un compenso non superiore al salario medio di un lavoratore e non dovrebbero rimanere in carica più di un certo periodo, per permettere il massimo coinvolgimento nella gestione della società. In definitiva è il capitalismo ad essere incompatibile con un’autentica democrazia. Quando i lavoratori hanno eletto governi che minacciavano i profitti della classe dominante, i capitalisti più "democratici" non hanno esitato a insediare dittature militari, come in America Latina e in Medio Oriente. Solo con la democrazia dei lavoratori, sulla base del socialismo, la politica si trasformerà dalla democrazia dei pochi alla democrazia dei molti.
Molti sono d'accordo sulla necessità di una rivoluzione per liberare l'umanità dagli orrori del capitalismo, ma non su ciò che è necessario perché questa rivoluzione abbia successo. Secondo la maggior parte degli anarchici, non solo un partito rivoluzionario non è necessario, ma è addirittura dannoso. Secondo loro, il capitalismo crollerà a seguito di un'esplosione di energia rivoluzionaria da parte delle masse, o di uno sciopero generale. Una società senza classi e senza Stato si formerà spontaneamente sulla base di questi eventi. I marxisti condividono l’idea che i movimenti rivoluzionari di massa avranno luogo con o senza un partito rivoluzionario a dirigerli. L'incapacità del capitalismo di far avanzare la società porta ad un accumulo di rabbia e frustrazione sotto la superficie. Alla fine anche la più piccola scintilla può essere sufficiente a far esplodere questa rabbia in un movimento di massa. Occupare le piazze, o anche convocare uno sciopero generale, non è comunque sufficiente per rovesciare il capitalismo. “Incrociare le braccia” in uno sciopero danneggia sicuramente la classe dominante, ma questa ha le risorse o per fare delle concessioni o per aspettare che i lavoratori esauriscano le loro energie.
Per portare la rivoluzione alla vittoria, è necessario che la classe lavoratrice tolga il potere dalle mani dei capitalisti e costruisca una nuova forma di Stato. Questo non avverrà "spontaneamente", ma richiede una pianificazione cosciente, un'organizzazione e una direzione. La classe operaia non è un blocco uniforme. Al suo interno ci sono diversi settori, con diversi livelli di coscienza, che possono giungere a conclusioni rivoluzionarie in tempi diversi. Ci sono strati più avanzati, coscienti della loro appartenenza di classe, così come strati più arretrati ancora sotto l'influenza della classe dominante. In ogni esplosione della lotta di classe, sia in uno sciopero che in una rivoluzione, i settori più avanzati in ogni posto di lavoro e nel movimento finiscono per giocare un ruolo di primo piano. In questo senso essi sono l'"avanguardia" della classe lavoratrice, che combatte in prima linea e si tira dietro gli altri settori. In una rivoluzione questa avanguardia può agire come una potente leva nel condurre la classe lavoratrice alla vittoria, purché sia organizzata in un partito armato delle idee corrette per cambiare la società. In fin dei conti un partito rivoluzionario è prima di tutto un programma, contenente i passi concreti necessari per cambiare il mondo. E adotterà certi metodi o tattiche di lotta per realizzare questo programma.
L'apparato del partito è solo lo strumento per mettere in pratica queste idee. Questo programma non cade dal cielo, ma si sviluppa dalla lotta di classe contro il capitalismo. Un partito rivoluzionario, generalizzando l'esperienza collettiva del movimento operaio, è in grado di mettere insieme le varie rivendicazioni (porre fine alla disoccupazione, aumentare i salari, ecc.) e definire i compiti concreti necessari per la loro realizzazione (prendere il controllo dell'economia, pianificare la produzione secondo le necessità, ecc.). Un tale partito, se ha radici profonde nella classe lavoratrice, può agire come catalizzatore nello sviluppo di una coscienza rivoluzionaria tra le masse. Tuttavia la sua funzione più vitale diventa evidente solo quando si pone direttamente la questione del potere, che si presenta in ogni situazione rivoluzionaria.
Se guidato da dirigenti risoluti che ispirano fiducia ai lavoratori e che sono in grado di definire chiaramente i compiti concreti per portare la lotta allo stadio successivo, questo partito, organizzando l'avanguardia, può attirare dietro di sé la grande maggioranza della classe lavoratrice verso la conquista del potere. Una tale organizzazione agisce come il pistone che concentra il vapore per far muovere un motore. Concentrando tutta l'energia delle masse sul punto di attacco, diventa una forza potente per cambiare la società. Se questo non accade, però, l'energia si disperde, come il vapore nell'aria. Basta guardare l'esperienza delle primavere arabe in Tunisia o in Egitto per vedere questa analogia confermata nella pratica. Milioni di persone sono scese in piazza in cerca di un cambiamento ma, senza un partito con un programma chiaro su come realizzare quel cambiamento, quell'energia si è dispersa, lasciando intatto il capitalismo. La crisi del capitalismo prepara movimenti rivoluzionari in tutti i paesi. Perciò, per assicurare il loro successo, è vitale che lavoriamo per costruire un'organizzazione rivoluzionaria internazionale, con sezioni in tutti i paesi, che sia in grado, quando verrà il momento, di svolgere questo ruolo dirigente.
Più di cento anni dopo la Rivoluzione d'ottobre del 1917 in Russia, siamo ancora costantemente bombardati da una propaganda senza fine, secondo la quale si trattò semplicemente di un colpo di Stato, realizzato da una piccola banda di cospiratori. La logica di questi attacchi è quella di dipingere Lenin e Trotskij come pazzi assetati di potere, che imposero spietatamente la loro volontà su una popolazione inconsapevole. Siamo portati a credere che, se non lo avessero fatto, una fiorente "democrazia" si sarebbe sviluppata in Russia, evitando gli orrori della guerra civile. Una rivoluzione non è un dramma in un unico atto, ma un processo che si svolge nel corso di mesi o anni. Lungi dall'essere il risultato dell’azione di piccole bande di cospiratori, una rivoluzione è un fenomeno su scala di massa, provocato dall'incapacità della classe dominante di sviluppare le forze produttive della società, vale a dire di far avanzare l'umanità. Questo fu provato su scala mondiale nel 1914 con lo scoppio della Prima guerra mondiale.
La crisi fu particolarmente acuta in Russia. All'inizio del 1917 le truppe erano congelate ed esauste al fronte, gli operai soffrivano la fame nelle città e i contadini erano schiacciati dai proprietari terrieri. La crisi raggiunse il punto di rottura nel febbraio di quell'anno, quando le masse rovesciarono lo zar. Ma il nuovo “Governo Provvisorio”, guidato da capitalisti e proprietari terrieri, non era in grado di offrire «pace, pane e terra» alle masse che lo avevano portato al potere. Accanto al Governo Provvisorio, gli operai, i contadini e i soldati istituirono i propri "soviet" (consigli) per rappresentare i loro interessi rivoluzionari. Tuttavia, nelle prime fasi della rivoluzione, a dominare i soviet furono i menscevichi e i socialisti rivoluzionari, che usarono la loro influenza per sostenere il Governo Provvisorio della classe dominante. Quindi il regime si trascinava da una crisi all'altra, mentre continuava la guerra imperialista e non c’era alcun sollievo per le masse. Dopo il suo ritorno in Russia nel mese di aprile, Lenin sostenne che, poiché i bolscevichi erano in minoranza, il loro compito non era quello di tentare di prendere il potere, ma di "spiegare pazientemente" la necessità di trasferire tutto il potere ai soviet. Il 5 maggio 1917 scrisse: "Chiunque dica 'prendere il potere' non dovrebbe pensare a lungo per rendersi conto che un tentativo di farlo senza avere ancora l'appoggio della maggioranza sarebbe avventurismo."
Durante i mesi estivi, l'entusiasmo delle masse verso il cambiamento incontrò una continua resistenza da parte dei leader menscevichi e socialisti rivoluzionari, che rifiutarono di prendere il potere. Così il loro sostegno nei soviet crollò, mentre settori sempre più ampi passavano ai bolscevichi. In ottobre, i bolscevichi avevano ottenuto la maggioranza nei soviet di Pietrogrado e Mosca, e in numerosi altri. Con la sollevazione dei contadini nelle campagne, i tempi erano maturi per preparare un'insurrezione. Agli osservatori superficiali la rivoluzione apparve come un "colpo di Stato", a causa del numero relativamente piccolo di persone coinvolte nell'insurrezione, cioè la conquista delle istituzioni chiave del governo e delle posizioni strategiche.
Come scrisse Trotskij nella sua Storia della Rivoluzione russa: "La tranquillità delle strade in ottobre, l'assenza di folle e battaglie, ha dato al nemico il pretesto per parlare della cospirazione di una minoranza insignificante, dell'avventura di un pugno di bolscevichi […]. Ma in realtà i bolscevichi poterono ridurre la lotta per il potere all'ultimo momento a una ‘cospirazione’, non perché erano una piccola minoranza, ma per la ragione opposta, perché avevano dietro di loro nei quartieri operai e nelle caserme una maggioranza schiacciante, consolidata, organizzata, disciplinata." Se i bolscevichi non avessero goduto di questo sostegno di massa, non avrebbero mantenuto il potere nemmeno per pochi giorni, figuriamoci per anni. In definitiva, la maggior parte della preparazione per la presa del potere era stata effettuata mesi prima – dalla paziente spiegazione dei bolscevichi volta a conquistare la maggioranza dei lavoratori e dei soldati. Il sostegno al Governo Provvisorio era crollato; quasi nessuno era disposto a combattere per difenderlo. Se i bolscevichi non avessero colto il momento per portare avanti la rivoluzione, il risultato non sarebbe stato una "democrazia fiorente", ma una variante russa del fascismo, poiché la classe dominante avrebbe lanciato l'offensiva contro gli operai e i contadini rivoluzionari.
Si sostiene spesso che il socialismo come sistema non funzionerebbe perché, se tutti sono "pagati allo stesso modo", non ci sarebbe alcun incentivo a "lavorare sodo". Questo argomento è sbagliato su differenti livelli. In primo luogo, presuppone che coloro che sono pagati di più sotto il capitalismo lavorino "più sodo". Invece la ricchezza dei super-ricchi non è "guadagnata" dal loro lavoro, ma dalla proprietà dei mezzi di produzione. Questo permette loro di appropriarsi del lavoro non pagato di miliardi di persone appartenenti alla classe lavoratrice in tutto il mondo. Molti di questi miliardari non fanno alcun lavoro produttivo, ma pagano altri per gestire le loro aziende e le loro finanze. Uno studio di Oxfam sulla ricchezza dei miliardari nel mondo ha svelato che un terzo di questi patrimoni è stato ereditato, mentre il 43% può essere ricondotto alla corruzione. Mentre questi parassiti "lavorano duramente" sui loro super yacht, miliardi di persone sono costrette a lavorare 50 o 60 ore (o ancora di più) alla settimana, facendo lavori massacranti in cambio di salari da fame. Questo "duro lavoro" non è incoraggiato dal fatto che diversi settori della classe operaia ricevono salari più alti. Ma è il risultato della necessità di accettare qualsiasi lavoro, per poter mettere il cibo in tavola, pagare l'affitto e le bollette.
L'alternativa è quella di unirsi alle file dei disoccupati, che per molti significa la fame e restare senza un tetto sopra la testa. In secondo luogo, l'argomento che sotto il socialismo saremo tutti “pagati allo stesso modo" è falso. Il nostro obiettivo finale è una società comunista, dove tutti possono prendere liberamente secondo i loro bisogni. Tuttavia i marxisti non sono utopisti, non ci aspettiamo che questo sia possibile dall'oggi al domani quando la classe lavoratrice prenderà il potere. Richiederà un periodo di transizione (di solito indicato come "socialismo"), durante il quale la permanenza di alcune delle caratteristiche del capitalismo sarà inevitabile. Come ha scritto Marx: "Ciò di cui si sta parlando qui è una società comunista non come si sviluppa sulle basi che le sono proprie, ma al contrario, come nasce dalla società capitalista; di conseguenza una società che sotto ogni rapporto, economico, morale, intellettuale, porta ancora i segni della vecchia società dal cui seno essa è uscita."
Assumendo il controllo dell'economia e pianificando la produzione secondo le necessità, sarà possibile apportare una serie di rapidi miglioramenti alla vita della maggior parte delle persone. Per esempio, sarebbe possibile porre rapidamente fine alla disoccupazione, riducendo la settimana lavorativa, senza perdita di salario. Nello stesso modo in cui l'accesso all'assistenza sanitaria in alcuni paesi è socializzato attraverso il sistema sanitario nazionale, sarebbe anche possibile fornire gratuitamente altri beni e servizi come l'energia, internet, i trasporti e il cibo. Questo perché produciamo queste cose, o potremmo produrle, in una quantità più che sufficiente per poterle distribuire equamente. Questo avrebbe lo stesso effetto di un massiccio aumento dei salari per la maggior parte della società. Tuttavia, finché esiste la scarsità di alcuni beni, certi articoli richiederebbero ancora la distribuzione attraverso il denaro e quindi il pagamento di salari sarebbe ancora necessario.
È utopistico pensare che nel primo periodo dopo una rivoluzione socialista, tutti accetterebbero di essere pagati allo stesso modo, date le loro diverse necessità, responsabilità e carichi di lavoro. O che tutti accetterebbero di consentire a chi potrebbe lavorare ma non lo fa, di attingere dalla ricchezza della società. A differenza del capitalismo, però, dove in molte aziende il rapporto salariale tra lo stipendio più basso e la remunerazione più alta è astronomico, con il socialismo questa disparità si ridurrebbe significativamente. Nell'Unione Sovietica dei primi anni il rapporto tra il compenso più alto e quello più basso era di 4 a 1, ed anche questo era considerato elevato. Sotto il controllo dei lavoratori, una massiccia riduzione della settimana lavorativa, insieme all'abolizione della divisione tra lavoro intellettuale e manuale, trasformerebbe le nostre concezioni sul "lavoro". Da faticoso fardello necessario per pagare le bollette e arricchire qualche miliardario, diventerebbe, per dirla con le parole di Marx, "il primo bisogno dell’esistenza". Con lo sviluppo delle forze produttive a un punto tale per cui potremmo facilmente produrre abbastanza di tutto, perché le persone ne possano prendere liberamente, il desiderio di essere "pagati" più degli altri perderebbe di senso, poiché il denaro stesso diventerebbe inutile. Ben lungi dalla “pigrizia” universale, l'umanità potrebbe finalmente raggiungere il suo pieno potenziale.
Anche se il marxismo è una filosofia decisamente atea, i marxisti non hanno mai voluto "vietare la religione". Al contrario i marxisti hanno sempre difeso il diritto delle persone a professare la religione che vogliono. Si tratta di un diritto democratico fondamentale. Questo malinteso deriva dai tentativi delle burocrazie staliniste di sopprimere con la forza le pratiche religiose. Sapendo che non si possono proibire le idee, tali mosse facevano parte dei tentativi della burocrazia di reprimere qualsiasi libertà democratica che potesse mettere in discussione il suo dominio.
È invece vero che i marxisti sostengono che la religione dovrebbe essere completamente separata dallo Stato – ed anche questo è un principio democratico. Le religioni e le istituzioni religiose non dovrebbero godere di alcun privilegio o potere speciale, finanziario o di altro tipo, o essere autorizzate a gestire scuole e servizi pubblici, ecc. I marxisti sostengono la massima unità della classe operaia nella lotta contro il capitalismo. Le divisioni religiose – o qualsiasi divisione, sia di sesso, razza, nazionalità, ecc. – servono solo a indebolirci. Diamo il benvenuto a qualsiasi onesto combattente di classe nelle nostre file, indipendentemente dal suo credo religioso. Questo non significa però che facciamo concessioni alle idee religiose nel programma del nostro movimento o nelle concezioni filosofiche che lo ispirano. Non stiamo cercando di far passare qualche piccola riforma del sistema, ma di rovesciarlo completamente. Abbiamo quindi bisogno di idee e tattiche chiare, che devono essere basate su uno studio scientifico della lotta di classe. Qualsiasi misticismo o superstizione può solo ostacolare il nostro compito.
Dobbiamo ribadire che in ogni religione ci sono sempre due "chiese", i cui interessi sono reciprocamente contrapposti. Ci sono quelli al vertice della chiesa, una minoranza legata da mille fili alla classe dominante. Mentre essi stessi beneficiano dello status quo, utilizzano la religione per predicare la passività, in modo da attenuare la lotta di classe. Se i fascisti ti attaccano: “porgi l'altra guancia". Se il tuo padrone ti sfrutta: "amalo e perdonalo". Dall'altra parte c'è la massa numericamente schiacciante dei credenti, che vedono nella loro religione un cammino verso un mondo migliore (anche se solo dopo la morte). A loro diciamo: diffidate di qualsiasi leader religioso che cerchi di trattenervi dalla lotta di classe. Contate solo sulla vostra forza, la forza della classe lavoratrice organizzata! Il marxismo è una filosofia scientifica. Non abbiamo bisogno di ricorrere al soprannaturale per capire il mondo e cambiarlo. Tuttavia, non abbiamo nulla in comune con i "Nuovi Atei" come Richard Dawkins, che pensano che le opinioni religiose saranno semplicemente superate attraverso "argomenti razionali" e propaganda. I marxisti invece riconoscono che la religione ha una base materiale nella società. Soddisfa un potente bisogno sociale.
Quando miliardi di persone affrontano una vita squallida in questo mondo, con povertà di massa, insicurezza e alienazione, la promessa di un paradiso dopo la morte è molto attraente. È per questa ragione che Marx ha scritto: "La miseria religiosa è insieme l’espressione della miseria reale e la protesta contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l’oppio del popolo." Ogni vera lotta contro le idee mistiche della religione deve quindi essere condotta in primo luogo contro le condizioni che danno origine a queste idee. Questo significa una lotta risoluta per rovesciare il sistema capitalista, che è la fonte dell'oppressione e della sofferenza per miliardi di persone. Sotto il capitalismo, sembra che ci siano delle forze soprannaturali a controllarci. Milioni di persone sono disoccupate, apparentemente per colpa della "mano invisibile" del mercato. Altri milioni sono uccisi dalla guerra, dalle malattie e dalla povertà. Senza controllo sulle nostre vite, è inevitabile che molti trovino per queste cose una spiegazione spirituale nella volontà di un dio. Con il controllo democratico della classe operaia sull'economia, possiamo mettere fine a questi orrori della società divisa in classi. Quando ognuno avrà un effettivo controllo sulla propria vita, non ci sarà più bisogno di ricorrere a idee mistiche. Se possiamo creare un paradiso in questo mondo, non ci sarà bisogno di consolarci con la promessa di un paradiso nell'aldilà. La religione non sarebbe proibita sotto il socialismo, ma tenderebbe a svanire.

CREATOR: gd-jpeg v1.0 (using IJG JPEG v80), quality = 82

Copertina Imperialismo

FAQ SUL Marxismo

 

NOVITà - "LE IDEE DI KARL MARX" DI ALAN WOODS

novità - storia del bolscevismo vol. 3

libreria marxista

La nuova epoca

Teoria e prassi

arte e rivoluzione

L’arte ribelle di Banksy

Venerdì, 24 Aprile 2020 19:50

La rivoluzione artistica del Maggio francese

Domenica, 21 Luglio 2019 23:05

Il Futurismo italiano e il fascismo

Lunedì, 10 Dicembre 2018 17:33

Chi siamo

 

 

 

Ecco il nuovo sito marxismo.net! Accanto a rivoluzione.red, legato al quindicinale Rivoluzione, Sinistra Classe Rivoluzione si è dotata di un secondo sito, rinnovando il vecchio dominio marxismo.net. Il nuovo marxismo.net, oltre ad accogliere i testi della rivista Falcemartello, approfondirà questioni di teoria marxista, metterà a disposizione testi classici ma offrirà anche un'analisi dei principali avvenimenti della nostra epoca sulla base delle armi teoriche del marxismo.

il vecchio sito di FalceMartello

Contatti

Iscriviti alla Newsletter

Showcases

Header Color

:

Content Color

:

Utilizziamo i cookie per offrirti la migliore esperienza sul nostro sito web. Puoi scoprire di più su quali cookie stiamo utilizzando o disattivarli nella sezione cookies. Per saperne di più