di Ion Udroiu

 

 

I bolscevichi vedevano l’Ottobre come il primo passo della rivoluzione mondiale. Questa avrebbe potuto trionfare solo se i lavoratori dei paesi più sviluppati avessero preso il potere. Fra questi, la Germania era la nazione dove il capitalismo affrontò la crisi più dura nel primo dopoguerra. Il periodo rivoluzionario dal 1918 al 1923 fu un momento decisivo per la vita dell’Internazionale comunista.

 

Guerra e rivoluzione 

Lo scoppio della Prima guerra mondiale aveva mandato in frantumi l’Internazionale socialista. In Germania, come in altri paesi, i parlamentari socialdemocratici avevano votato i crediti di guerra (4 agosto 1914) e, parallelamente, i sindacati prendevano l’impegno a non scioperare (Burgfrieden, tregua interna). Il malcontento operaio, però, iniziò presto e già nel 1915 scoppiarono i primi scioperi. Sul fronte politico, l’opposizione alla guerra diventava sempre più visibile: nel dicembre 1914 Karl Liebknecht votò da solo contro i crediti di guerra (in agosto aveva votato a favore per disciplina di partito, riconoscendo poi l’errore); nella terza votazione (marzo 1915) si aggiunse Otto Rühle e a dicembre furono 20 i deputati socialdemocratici a votare contro. Presto si delinearono due posizioni: quella dei centristi1, che chiedevano una pace senza annessioni e di tornare allo status quo del 1914, e quella dei rivoluzionari, che volevano fermare la guerra con una rivoluzione socialista. Le due correnti di pacifisti e rivoluzionari entrarono presto in conflitto fra loro. Dopo alcune conferenze e riunioni che servivano a raccogliere le forze, si formò il Gruppo internazionale, su iniziativa di Rosa Luxemburg, di cui facevano parte, tra gli altri, Karl Liebknecht, Leo Jogiches, Franz Mehring, Wilhelm Pieck e Heinrich Brandler. Anche a Brema si formò un gruppo (conosciuto come Sinistra radicale) intorno a Paul Frölich e al giornale Arbeiterpolitik (Politica operaia).

Nel frattempo, cominciarono anche i primi tentativi di riunire a livello internazionale i socialisti che si opponevano alla guerra. Anche se l’Internazionale socialista non esisteva più, su iniziativa delle donne bolsceviche venne organizzata a Berna la terza Conferenza delle donne socialiste, il 26-28 marzo 1915. Vi parteciparono solo trenta delegate e il Spd (Partito socialdemocratico di Germania) aveva vietato alle proprie iscritte di partecipare: malgrado ciò, sette delegate – guidate da Clara Zetkin – vi andarono. Le risoluzioni proposte dalle bolsceviche e dalla Zetkin (azione rivoluzionaria dei lavoratori coordinata a livello internazionale, trasformare la guerra imperialista in guerra civile, rottura e denuncia dei socialisti a favore della guerra e formazione di una Terza Internazionale) vennero sconfitte 21 a 6. Il manifesto finale denunciava la guerra e chiedeva la pace, ma senza menzionare il sostegno alla guerra dei partiti socialisti ufficiali e senza offrire metodi concreti per opporvisi. La settimana successiva, sempre a Berna, la Conferenza internazionale dei giovani socialisti ebbe un esito simile. Queste due anime (quella centrista e pacifista e quella rivoluzionaria) caratterizzarono anche le successive conferenze internazionali di Zimmerwald, Kienthal e Stoccolma: la cosiddetta Sinistra di Zimmerwald avrebbe posto le basi in seguito per la Terza Internazionale.

Durante il 1916 aumentarono le manifestazioni operaie in Germania contro la guerra. Liebknecht divenne famoso per avervi partecipato in uniforme da soldato e, quando venne arrestato e condannato per questo, scoppiarono scioperi in suo sostegno. Quello che era il Gruppo internazionale, dopo la pubblicazione della prima Lettera di Spartaco, divenne noto a tutti come gli “spartachisti”.

Nel gennaio 1917, i capi del Spd espulsero tutti gli oppositori dal partito. A marzo la Conferenza spartachista si dichiarò a favore di formare un partito con i centristi espulsi; i radicali di sinistra, invece, erano fermamente contrari. Ad aprile si formò il Partito socialdemocratico indipendente (Uspd), in cui gli spartachisti erano una tendenza politica organizzata.

Durante il 1917 si levò un’ondata di scioperi in Germania e ad agosto ci furono ammutinamenti e manifestazioni di marinai. In base a questi avvenimenti Lenin scrisse, nell’articolo Una svolta nella politica mondiale, che la rivoluzione internazionale si stava avvicinando. Quando i bolscevichi presero il potere in Russia, però, la rivoluzione non era ancora scoppiata in Germania. A gennaio 1918 scoppiò un altro movimento di scioperi a Berlino, ma poi rientrò. Così, a marzo 1918, i bolscevichi si videro costretti a siglare il pesante accordo di pace con la Germania a Brest-Litovsk.2 Stabilite relazioni diplomatiche fra la Germania e la Russia sovietica, il bolscevico Joffe fu mandato come ambasciatore a Berlino. L’ambasciata sovietica aiutava in ogni modo, legale ed illegale, l’attività dei rivoluzionari tedeschi.

Il 3 novembre i marinai della flotta si ammutinarono di nuovo: nel giro di una settimana la rivoluzione conquistò tutta la Germania, in ogni città si stabilirono consigli di operai e soldati che esercitavano il potere. Il 9 novembre l’Imperatore fuggiva in Olanda e veniva proclamata la repubblica. Si formò un governo di coalizione Spd-Uspd, che esercitava il potere “su mandato dei consigli operai”; il socialdemocratico Ebert era il primo ministro. Anche se il Spd aveva sostenuto la guerra e si era opposto alla rivoluzione, adesso si trovava a capo del movimento. Lavorando nei consigli, basandosi sugli elementi meno coscienti (i soldati) e anche con manovre di ogni tipo, riusciva a prendere la maggioranza in sempre più consigli. In questo modo, si preparava a far sì che la conferenza nazionale dei consigli, da tenere a Berlino a dicembre, ratificasse la sua politica: la convocazione di un’Assemblea costituente per istituire una repubblica parlamentare, basata sulla democrazia borghese e la salvaguardia del capitalismo. Gli spartachisti avevano una grande influenza, ma non erano un partito organizzato come i bolscevichi. Infatti, si ritrovarono fuori dal dibattito nei consigli. Per la conferenza di Berlino avevano solo 10 delegati su 489. La loro tattica fu allora quella di cercare di influenzare la conferenza dall’esterno. Organizzarono, insieme ai Delegati rivoluzionari3, una manifestazione enorme (250mila persone) che chiedeva la proclamazione della repubblica socialista, potere agli operai e ai soldati, l’esercizio del potere governativo da parte di un esecutivo eletto dai consigli, dimissioni del governo Ebert, misure per epurare i controrivoluzionari, armamento degli operai e un appello ai lavoratori di tutto il mondo per costruire i loro consigli e portare avanti la rivoluzione mondiale. Malgrado questo, la conferenza adottò la linea del Spd, si pronunciò a favore dell’Assemblea costituente e dichiarò sciolti i consigli. Nel frattempo, il Spd cominciava anche una serie di provocazioni per tastare il terreno e prepararsi a schiacciare il movimento rivoluzionario.

Il 30-31 dicembre gli spartachisti insieme ai radicali di sinistra fondarono il Partito comunista di Germania (Kpd). Radek, inviato dai bolscevichi per favorire l’unità dei rivoluzionari, si era molto adoperato per questo congresso di fusione. Durante il congresso, Paul Levi, a nome della Centrale spartachista, spiegò che, nonostante il carattere borghese e controrivoluzionario dell’Assemblea costituente, bisognava partecipare alle elezioni per fare propaganda fra le masse. Il congresso si spaccò e l’ultra-sinistra (formata sia da spartachisti che da radicali) aveva chiaramente la maggioranza. Amareggiati, Rosa Luxemburg e Leo Jogiches assistevano a interventi che oltre al boicottaggio delle elezioni, ripetevano slogan come “Nessun compromesso” e “Fuori dai sindacati”.

Liebknecht e altri spartachisti invitarono i Delegati rivoluzionari a entrare nel Kpd, ma le condizioni che questi posero (soprattutto la rinuncia al boicottaggio delle elezioni) erano inaccettabili per la maggioranza estremista del congresso. Questo fu senza dubbio il più grande fallimento del congresso: aver perso un movimento con migliaia di delegati nelle fabbriche, che ammiravano la rivoluzione russa e volevano una repubblica dei consigli in Germania.

Non c’è qui lo spazio per un’analisi degli eventi che portarono alla famosa insurrezione del gennaio 1919. L’ennesima provocazione verso la guerra civile era stata il tentativo del governo di rimuovere il rivoluzionario Eichhorn, che controllava il quartiere generale della polizia, scatenando lo sciopero generale a Berlino e, successivamente, l’insurrezione. Pierre Broué ha spiegato4 che la situazione a Berlino era simile a quella delle giornate di Luglio a Pietrogrado nel 1917. Il copione di Berlino si ripeté in molte altre zone: la Ruhr, Brema, Amburgo, etc. Ovunque i lavoratori rispondevano in modo spontaneo con lo sciopero generale e le armi agli attacchi del governo, ma una zona alla volta, senza coordinamento con le altre, veniva schiacciata.

Alla fine, oltre alla sanguinosa sconfitta degli operai berlinesi, si aggiunse la decapitazione del Kpd, che tra gennaio e aprile perse Liebknecht, Luxemburg, Jogisches, Leviné, Mehring e Knief.

 

Il Comintern, il Kpd e l’estremismo 

I preparativi per una nuova Internazionale erano cominciati già dal 1915, ma lo scoppio della rivoluzione tedesca diede una base concreta ai tentativi dei bolscevichi. Rosa Luxemburg si era convinta che una nuova Internazionale fosse necessaria, ma credeva che i tempi non fossero maturi. Quest’idea era condivisa dalla maggior parte degli spartachisti: la delegazione del Kpd al primo congresso dell’Internazionale comunista (Comintern) aveva il mandato di votare contro la sua fondazione, ma alla fine si astenne. Fondata la nuova Internazionale, il centro dell’attenzione era sugli avvenimenti in Germania.

Il fallimento della politica estremista del Kpd di fronte all’Assemblea costituente era chiaro: 36 milioni di persone (l’83%) aveva votato, un risultato che non sarebbe stato mai più eguagliato. Spd e Uspd insieme raccolsero il 46%. Paul Levi (adesso al vertice del Kpd), Heinrich Brandler (leader del Kpd nell’unica città dove aveva una base di massa, Chemnitz, con 10mila membri) e Clara Zetkin criticavano il fatto che il loro partito fosse rimasto tagliato fuori dalle masse che seguivano l’Uspd, che avesse una linea estremista (boicottaggio delle elezioni) e avventurista (presa a modello delle insurrezioni di gennaio).

Passato il periodo degli scontri, tornò una temporanea calma. Diventò chiaro che “denunciare i tradimenti” della Spd non bastava per portare le masse dalla propria parte. Invece di capirlo e di ragionare su una strategia per costruire l’egemonia fra i lavoratori, gli estremisti giunsero a conclusioni opposte. Visto che le masse non si muovevano, ci voleva più “azione diretta” per spingerle verso la rivoluzione. Questo atteggiamento (che più che una linea politica era un sentimento) avrebbe afflitto il movimento comunista (non solo in Germania) per molto tempo. In cerca di scorciatoie verso la rivoluzione e di soluzioni facili, gli estremisti arrivarono presto a conclusioni lontane dalla politica bolscevica. Visto che i sindacati erano venduti, bisognava fare nuove “unioni operaie”, che assolvessero sia ai compiti del sindacato che a quelli del partito (la stessa idea che in altri paesi si chiamava sindacalismo rivoluzionario). Anche se con parole nuove, gli estremisti stavano tornando sulle vecchie posizioni anarchiche, contro le quali si era battuto il marxismo nell’800. Ad Amburgo, il Kpd vietò ai propri membri di iscriversi ai sindacati… Ad agosto, all’assemblea dei consigli di fabbrica di Berlino (dove il Spd ormai non partecipava da tempo) i sindacalisti dell’Uspd proposero di “rendere rivoluzionari” i sindacati, mentre i membri del Kpd “denunciarono” e lasciarono la riunione. Oltre a tutto ciò, la sinistra del Kpd continuava a difendere il modello federalista del partito (malgrado si fosse dimostrato completamente fallimentare), per poter avere la massima libertà nell’azione.

Al Congresso di Heidelberg, Levi formulò delle tesi che rifiutavano l’avventurismo ed erano in linea con la strategia e la tattica dei bolscevichi. Di fronte alla confusione degli estremisti (che inoltre erano divisi sul ruolo del partito), riuscì a metterli in minoranza. Sia Lenin che Radek cercavano in tutti i modi di evitare la scissione. Per Lenin, anche se Levi aveva ragione, l’estremismo nel Kpd era un segno di inesperienza e bisognava cercare di superarlo con la discussione.

Nel frattempo, come sempre avviene nella storia, la politica centrista dell’Uspd andava in crisi e si formavano una sinistra (che chiedeva l’adesione all’Internazionale comunista) e una destra interne.

 

Il colpo di Stato di Kapp 

Il risentimento degli ufficiali contro le clausole del Trattato di Versailles5 portò al colpo di Stato (putsch) del generale von Lüttwitz, che – nel giro di un giorno, il 13 marzo 1920 – prese il potere a Berlino (senza opposizioni da parte di polizia o esercito) e mise al governo il funzionario di destra Wolfgang Kapp. Mentre il governo scappava a Stoccarda, sia il Spd che l’Uspd facevano appello allo sciopero generale. Si formarono due comitati centrali di sciopero: quello di Spd e sindacati nazionali era per difendere “il governo della repubblica”; quello di Uspd e sindacati berlinesi era “contro la dittatura e per il socialismo” (e quindi non in difesa del governo Ebert). Con Levi in carcere, il Kpd assunse di nuovo una posizione estremista, ma anche di passività: l’unica risposta da parte degli operai poteva essere la lotta per il potere, ma visto che ciò era prematuro, non bisognava intraprenderla. Gli operai tedeschi, però, risposero con lo sciopero: già il 14 marzo a Berlino non giravano più tram, non c’erano acqua, luce o gas. Ovunque scoppiarono scontri tra operai e truppe; in molte zone, i lavoratori prendevano con le armi il controllo delle città e arrestavano gli ufficiali. Da molti di questi avvenimenti il Kpd era tagliato fuori. A Chemnitz invece, i comunisti guidati da Brandler organizzarono una milizia operaia e un comitato d’azione formato da tutti i sindacati e partiti operai. Nel bacino minerario della Ruhr si andò oltre, con la formazione di un esercito rosso di duemila persone che, in soccorso dei minatori, attaccò i Freikorps (corpi volontari comandati da ufficiali di destra). Il 17 marzo il putsch era già sconfitto e Kapp scappava. Lo sciopero generale però continuava e in una città dopo l’altra c’erano insurrezioni e distribuzioni di armi fra i lavoratori. C’era il rischio che l’esercito ora fosse usato contro i lavoratori che avevano evitato la dittatura.

In questa situazione, Carl Legien, capo dei sindacati, propose la formazione di un “governo operaio” formato da partiti dei lavoratori (incluso il Kpd) e sindacati. Il Kpd, alla fine, dichiarò che – di fronte a un governo operaio – avrebbe fatto “un’opposizione legale”. Infine, i sindacati – ottenute promesse dal governo sul disarmo dei contro-rivoluzionari e la liberazione degli operai arrestati – diedero ordine di tornare al lavoro (anche se gli scontri continuarono in Renania, con la sconfitta poi dell’Armata rossa della Ruhr).

Poco tempo dopo, la sinistra del Kpd usciva per formare il Partito comunista operaio tedesco (Kapd). Alle elezioni, invece il Spd passava da 12 a 6 milioni di voti, l’Uspd da 2,3 a più di 5 milioni; il Kpd raccoglieva 589mila voti.

Il putsch di Kapp diventò argomento di riflessione e di polemica per tutta l’Internazionale comunista. Secondo Radek la giusta tendenza della Centrale del Kpd contro l’avventurismo si era spinta troppo avanti, fino a diventare passività. Bela Kun, invece, lo interpretò come una prova che la rivoluzione in Occidente marciava spedita e che il Kpd si era lasciato sorprendere. Sempre Kun si scagliò contro l’ipotesi del governo operaio. Anche Lenin intervenne, scrivendo L’estremismo, malattia infantile del comunismo (rivolgendosi non solo ai comunisti tedeschi, ma anche a quelli inglesi, olandesi e altri). Aggiunse anche che la formulazione dell’opposizione legale era sbagliata nella forma, ma giusta nella sostanza: bisognava avere una tattica per avvicinare quei milioni di operai che passavano dal Spd all’Uspd – e dalla destra dell’Uspd alla sua sinistra interna.

 

Unione con l’Uspd 

Per mesi l’Internazionale comunista fece una campagna verso l’Uspd: malgrado il loro congresso avesse deciso l’avvicinamento al Comintern, una parte dei suoi capi tergiversavano e sabotavano il processo. Contemporaneamente, la Terza Internazionale cercava di recuperare il Kapd e – senza fare concessioni alle sue idee sbagliate – lo invitava al II congresso dell’Internazionale con l’obiettivo di una riunificazione.

Al congresso di Halle (12-17 ottobre 1920) la sinistra dell’Uspd prese la maggioranza e accettò le “21 condizioni” per l’adesione all’Internazionale comunista. Due mesi più tardi vi fu il congresso di fusione con il Kpd che diede vita al Partito comunista unificato di Germania (Vkpd). Alla fine del 1920, però, dopo le esperienze tedesca, ungherese6, italiana7 e di altri paesi, Lenin concluse che la fase era cambiata e la presa del potere non era più un compito immediato.

 

L’azione di marzo

L’idea che si dovesse “forzare la situazione” non era presente solo fra i comunisti di sinistra tedeschi: con diverse sfumature, si presentava in diversi paesi, inclusa la Russia, spesso con il nome di teoria dell’offensiva rivoluzionaria. Bela Kun, mandato in Germania ad aiutare i comunisti, si rifaceva a questa idea. A metà di marzo 1921, mentre Kun tentava di convincere i dirigenti comunisti a spingere per trasformare i frequenti scioperi economici in insurrezioni, arrivò una notizia inattesa: il governo stava mandando polizia ed esercito per “risanare” la situazione nella Germania centrale, dove i lavoratori in pratica controllavano fabbriche e miniere. Gli avvenimenti sembravano dare ragione a Kun e tutti, anche i più scettici, si erano convinti che fosse necessario proclamare lo sciopero generale e iniziare i combattimenti. Vkpd e Kapd firmarono un patto di azione comune. Tuttavia, l’azione di marzo si rivelò un totale insuccesso. Nella Germania centrale poche fabbriche scioperarono, nel resto della Germania quasi nessuna. Alcuni gruppetti di comunisti ingaggiarono per giorni una guerriglia urbana con l’esercito. Solo il 1° aprile il Partito comunista ammise la sconfitta, dando ordine di tornare al lavoro.

 

Il terzo congresso del Comintern 

L’azione di marzo ebbe gravi conseguenze sul movimento comunista in Germania. Levi, partendo da una critica giusta, condusse una battaglia scorretta contro il Vkpd: scrivendo opuscoli pubblici in cui attaccava le azioni armate del partito, lo esponeva alla repressione della polizia, in un momento in cui molti militanti erano agli arresti o erano ricercati. Per questo venne espulso. Malgrado ciò, Lenin gli propose di continuare a collaborare col partito, in modo da provare che quello era stato un errore momentaneo; se lo avesse fatto, Lenin avrebbe spinto per il suo reintegro nel partito. Purtroppo Levi rifiutò e continuò la sua parabola, che lo portò sempre più a destra per finire nel Spd.

La Centrale del Vkpd (gli ex-spartachisti) trovò giustificazioni a posteriori sul fatto che un partito comunista non può stare sulla difensiva, ma deve attaccare. Stesso tono, anzi più romantico (come “combattere per l’onore”) da parte del Kapd. I bolscevichi, in quel momento impegnati con una difficile crisi interna che avrebbe portato al varo della Nep8, dovettero nuovamente porre la loro attenzione sulla Germania. Come già precisato, anche in Russia c’erano sostenitori della teoria dell’offensiva: Bucharin e Zinoviev la vedevano come un mezzo per rompere l’isolamento della Russia sovietica. Al III congresso del Comintern (22 giugno-12 luglio 1921) Lenin e Trotskij arrivarono con l’obiettivo di evitare scissioni nel partito tedesco e nell’Internazionale, senza però far passare la teoria dell’offensiva. Lenin attaccò duramente – e con sarcasmo – questa “teoria” e soprattutto la sua applicazione in Germania: di fronte alle provocazioni poliziesche, i comunisti tedeschi, invece di mobilitare gli operai in una lotta difensiva, erano passati “all’offensiva”, diventando loro (e non il governo o la polizia) gli aggressori. I delegati del Vkpd attaccarono Lenin e Trotskij per la loro “virata a destra”. I delegati del Kapd, invece, oltre a prendere contatti per formare una frazione dentro l’Internazionale, ripetevano i loro attacchi contro la centralizzazione, contro il lavoro nei sindacati e nei parlamenti. Lenin dovette attaccare duramente tutte queste posizioni, sottolineando che erano estranee al marxismo. Il terzo congresso adottò una linea che invitava tutti i partiti comunisti a rivolgersi alle masse che ancora seguivano i riformisti, conquistarle al comunismo per assicurarsi che, all’arrivo della prossima crisi, la rivoluzione potesse trionfare. Malgrado la polemica, Lenin si sforzava di mantenere l’unità dei comunisti tedeschi (fra di loro e con l’Internazionale): si rendeva conto, certo, dell’enorme differenza fra il Partito bolscevico del 1917 (con dei quadri formati in una lotta lunga vent’anni) e i capi, alle prime armi, dei partiti comunisti europei; ma sapeva anche che bisognava lavorare con il materiale umano disponibile.

 

Il fronte unico 

La rottura col Kapd si rivelò poi insanabile. Nel Partito comunista (che tornò a chiamarsi Kpd), le risoluzioni di Mosca non ebbero la presa sperata. La convinzione che la Germania fosse nel pieno di una crisi riaccendeva costantemente le idee estremiste. Ciò portò all’uscita di diversi dirigenti, che confluirono nell’Uspd.

A inizio del 1922, il Comitato Esecutivo allargato del Comintern approvò la linea del fronte unico: i partiti comunisti, mantenendo l’indipendenza politica e la libertà di critica, dovevano proporre l’unità d’azione ai riformisti su un programma in difesa della classe lavoratrice (disarmo dei reazionari, difesa dei sindacati, lotta contro la disoccupazione). Il Kpd si impegnò su questa linea, che diede presto i suoi frutti: con la ripresa degli scioperi economici, rinasceva il movimento dei consigli di fabbrica, nel quale l’influenza dei comunisti cresceva sempre di più.

Il IV congresso del Comintern fu principalmente dedicato alla tattica del fronte unico e alla parola d’ordine (ad esso collegata) del governo operaio. Anche se il nuovo segretario del Kpd, Brandler, e la maggioranza del partito appoggiarono questa linea, emerse nuovamente una sinistra interna, contraria a questa politica.

 

Il possibile Ottobre tedesco 

Il mancato pagamento delle riparazioni di guerra portò all’occupazione della Ruhr da parte dell’esercito francese. Il governo Cuno (composto da partiti borghesi e dal Spd) fece appello alla resistenza passiva. L’estrema destra si mobilitò con una campagna nazionalista. Il Kpd, invece, chiamò gli operai a lottare sia contro l’occupante francese che contro il padronato tedesco (che voleva solo difendere i suoi profitti). La miseria dovuta alla crisi – e aggravata dall’occupazione – spinse gli operai della Ruhr a scioperi e scontri, che però rimasero isolati, sia dal resto della Germania che dell’Europa.

Nel frattempo, caduto il governo socialdemocratico della Sassonia, il Kpd iniziava una campagna per un governo operaio in quella regione. Grazie al successo della campagna, il Spd iniziò delle trattative con il Kpd, che pose queste condizioni come programma di governo: armamento degli operai, controllo dei comitati di fabbrica su tutte le attività, scioglimento del parlamento regionale (Landtag), convocazione di un congresso dei comitati di fabbrica. Alla fine, l’accordo raggiunto prevedeva: creazione di organismi di difesa operaia, rappresentanza consultiva dei comitati di fabbrica, amnistia per i prigionieri politici. Il 21 marzo 1923, si insediava Zeigner (della sinistra Spd) e nasceva il primo governo socialdemocratico (anche se regionale) sostenuto da un partito comunista. Questo riaccese il conflitto con la sinistra estremista del Kpd, che era concentrata sulla Ruhr.

Mentre le condizioni di salute di Lenin si aggravavano determinandone l’uscita dalla scena politica, l’Esecutivo del Comintern lavorò su due fronti per tenere unito il Kpd. Da una parte prese posizione contro la politica avventurista degli estremisti che spingevano per occupare le fabbriche nella Ruhr: ciò era prematuro fintanto che non c’era un movimento nel resto della Germania. Dall’altra parte criticò le formulazioni del Kpd rispetto alla possibilità di usare gli strumenti dello Stato borghese nella lotta per il governo operaio; spiegò, inoltre, che queste posizioni favorivano, per reazione, l’estremismo nel Kpd. L’Esecutivo si lamentava anche del fatto che il Kpd non fosse riuscito a condurre una lotta nazionale (e non solo in Sassonia) per il governo operaio.

Durante il 1923, la crisi economica assunse tratti durissimi, con l’inflazione che a novembre arrivò al 30.000%. Contemporaneamente, la minaccia fascista cresceva nel Sud del paese: anche se i nazisti non avevano appoggio fra la classe lavoratrice, riscuotevano successo tra la piccola borghesia, avevano un’organizzazione paramilitare e disponevano di grossi finanziamenti da parte degli industriali. La politica del fronte unico era quindi una necessità vitale per il proletariato tedesco.

Gli scioperi spontanei aumentavano sempre di più, si allargavano e vincevano; e sempre di più aumentava l’autorità del rinato comitato nazionale dei consigli di fabbrica. A tutti era chiaro che si andava verso una crisi decisiva: il governo Cuno era in bancarotta, Francia e Belgio occupavano la Renania, in Baviera un governo di estrema destra (appoggiato da un pezzo dell’esercito) minacciava la secessione… Così Brandler lanciò l’appello per una “giornata antifascista” per il 29 luglio: molti sindacalisti e non comunisti vi aderirono. Il governo vietò le manifestazioni e il Kpd si trovò indeciso se piegarsi o correre il rischio di cadere nella provocazione e subire la repressione. L’Internazionale (senza Lenin) era divisa: per Zinoviev e Bucharin bisognava scavalcare il divieto, per Stalin, invece, non solo non bisognava rompere il divieto, ma in generale i comunisti tedeschi non dovevano porsi l’obiettivo di prendere il potere. Così Radek telegrafò a Brandler che il Comintern temeva una trappola. La giornata si svolse in luoghi al chiuso, ma comunque con una partecipazione grandissima. Poi, a inizio agosto, un’assemblea di duemila delegati diede il via a uno sciopero generale che fece cadere il governo Cuno. In sempre più città gli operai si armavano e formavano le centurie proletarie (che contavano più di 50mila uomini). L’Internazionale comprese che “la rivoluzione bussava alle porte della Germania”: su questo Trotskij e Zinoviev erano d’accordo. Tuttavia, Zinoviev e l’Esecutivo non avevano mai discusso seriamente dei preparativi per un’insurrezione.

Il clima a Mosca era euforico: le strade erano tappezzate di manifesti che invitavano i giovani a imparare il tedesco; venne creata una riserva di grano e oro per aiutare la Germania rivoluzionaria.

Rimaneva, però, un problema fondamentale: l’azione del Kpd era incentrata su Sassonia e Turingia (dove sosteneva i governi “operai”), mentre mancava una strategia per la presa del potere nel resto della Germania. Trotskij spiegò che “per vincere, i dirigenti tedeschi devono munirsi di un piano serio e rigoroso per la presa del potere. Il Partito comunista non può prendere il potere sfruttando un movimento rivoluzionario dalle retrovie, ma solo assumendo la guida diretta e immediata, politica e organizzativa, tattica e militare delle masse rivoluzionarie.” Trotskij pretese, quindi, che almeno si fissasse una data definitiva per l’insurrezione in Germania. Insieme ai vertici del Kpd, l’Esecutivo del Comintern (con a capo Zinoviev) studiava un piano per la rivoluzione, ma senza fissarne una data precisa. Quando si decise di mandare dei bolscevichi per aiutare i tedeschi a fare i preparativi concreti per l’insurrezione, il Kpd richiese che fosse mandato Trotskij. Non erano al corrente dello scontro in Urss e del fatto che Trotskij fosse stato ridotto in minoranza da Zinoviev e Stalin, che ovviamente rifiutarono.

A inizio ottobre il Kpd entrò nel governo della Sassonia con tre ministri: uno degli obiettivi era quello di dare le armi agli operai. Il governo della Sassonia aveva infatti riconosciuto e legalizzato le Centurie proletarie, ma queste disponevano solo di 11mila fucili. Dopo aver boicottato in ogni modo la Sassonia, il governo nazionale decise di mandarvi l’esercito “per proteggerla da eventuali attacchi dell’estrema destra bavarese”. In realtà era chiaro che lo faceva per deporre il governo Spd-Kpd e schiacciare i rivoluzionari. Il Comitato rivoluzionario (clandestino) del Kpd fissò allora per il 23 ottobre la data dell’insurrezione. Tuttavia, nel resto della Germania il partito non aveva preparato la presa del potere, per esempio conquistando l’egemonia nei consigli di fabbrica e proponendoli come potere alternativo allo Stato borghese.

Per il piano del Kpd, quindi, era vitale che il 21, alla conferenza nazionale dei consigli di fabbrica, venisse lanciato lo sciopero generale in tutta la Germania. A quella conferenza la sinistra socialdemocratica, però, rifiutò di proclamare lo sciopero generale e lo rinviò a data indefinita, proponendo di costituire una commissione per prepararlo. In un attimo, il piano comunista si era insabbiato. Mentre i vertici del Kpd decidevano di abbandonare l’insurrezione, l’esercito entrò in Sassonia. Radek propose di proclamare uno sciopero generale difensivo, senza insurrezione, ma la sua proposta fu respinta da Brandler. La rivoluzione tedesca aveva perso, senza combattere.

Un capitolo della storia della Germania e del Kpd si chiudeva. Da una parte, con l’arrivo degli aiuti statunitensi, la situazione economica migliorava e si stabilizzava (anche se tutti i problemi sarebbero scoppiati di nuovo con la crisi del 1929). Dall’altra parte, anche il rapporto tra il Kpd e l’Internazionale sarebbe cambiato. Prima Zinoviev si appoggiò sulla sinistra del Kpd per eliminare Brandler e la destra del partito. Successivamente, dopo la stalinizzazione del Comintern, la linea sarebbe stata quella del “social-fascismo”, secondo cui non c’era nessuna differenza tra Spd e nazisti. Questa politica criminale, che negava e distruggeva la tattica del fronte unico, avrebbe avuto un ruolo nefasto di fronte all’avanzata di Hitler.

 

 

Note:

  1. Il centrismo è quella corrente politica, per sua natura instabile e temporanea, che sta tra la corrente dei riformisti e quella dei rivoluzionari.
  2. Vedi l’articolo I bolscevichi e la pace di Brest-Litovsk su www.marxismo.net.
  3. I Delegati rivoluzionari (Revolutionäre Obleute) erano un movimento nato, durante la guerra, nelle fabbriche in opposizione alla politica di pace sociale dei capi sindacali. Furono l’anima degli scioperi del gennaio 1918, occasione nella quale divennero un movimento diffuso capillarmente in ogni fabbrica. Anticipando tutti gli altri, avevano proclamato lo sciopero generale per l’8 novembre a Berlino, data di inizio della rivoluzione.
  4. Pierre Broué, Rivoluzione in Germania 1917-1923, Einaudi.
  5. Trattato di pace fra la Germania e l’Intesa, alla fine della Prima guerra mondiale.
  6. Tra marzo e agosto 1919 si era instaurata una repubblica sovietica in Ungheria, schiacciata poi dalle truppe dell’Intesa.
  7. Il Biennio rosso in Italia, culminato con l’occupazione delle fabbriche nel settembre 1920.
  8. La Nep (Nuova politica economica) lasciava spazio all’impresa capitalista in certi settori (soprattutto in agricoltura), come misura temporanea.