di Marzia Ippolito

 

Nel 1861 il divario economico tra il Nord e il Sud è per lo più inesistente. Nonostante alcune differenze non determinanti infatti, il Regno di Napoli e quello piemontese sono in una situazione strutturalmente omogenea.1 L’inizio di tale divaricazione si può far risalire al 1881 quando il tasso di crescita industriale del Meridione inizia a differenziarsi progressivamente da quello della media nazionale. Fino al 1901, con l’esclusione di Napoli, solo i centri minerari della Sicilia sono ancora vicini alla media italiana, dieci anni dopo il processo di divaricazione è ancora più accentuato. La parziale industrializzazione del Nord-Ovest e l’arretratezza relativa del Meridione sembrerebbero quindi sviluppi relativamente recenti. Pensiamo che la dinamica che si realizzò nel Mezzogiorno dopo l’unificazione sia stata quella di un sottosviluppo funzionale al Settentrione per lo sviluppo ulteriore del capitalismo italiano. La discussione sul piano economico del processo che si innescò nel Meridione d’Italia è indubbiamente ancora oggi molto accesa. Questo studio si è imposto recentemente quando, a partire dagli anni ’50 del Novecento, si individuò la necessità di analizzare le origini delle lotte contadine che durante l’unificazione agitavano le campagne meridionali, in un ambito più generale che comprendesse tanto le trasformazioni politiche della società meridionale, quanto le sue dinamiche nel contesto economicamente dato.
A complicare il dibattito è intervenuta anche una certa impostazione nuovista che si impose soprattutto in reazione allo sviluppo unilineare dei processi storici così come teorizzato da Stalin. La schematicità e la rigidità di tale concezione, che altro non faceva se non rendere dogmatico lo strumento del materialismo storico di Marx, hanno spogliato di scientificità l’analisi marxista rendendo inutilizzabile questo strumento per comprendere l’evoluzione di un’area come il Mezzogiorno. Questo è stato uno degli aspetti prevalenti che ha lasciato spazio alle teorie terzomondiste alla Gunder Frank,2 o ad altri che, con l’intento di rifuggire dello schematismo staliniano sono, in parte, ricaduti in un altro, quello di leggere i processi storici prevalentemente attraverso la lente della sovrastruttura politica e sociale, mettendo dunque in subordine ad essa le modifiche che intercorrono nella struttura economica.

 

Le trasformazioni dell’economia del Sud preunitario

La transizione economica dal sistema feudale al capitalismo al Sud inizia a realizzarsi nella seconda metà del Settecento. Per tutto il XVII e XVIII secolo continuano ad esistere alcuni residui feudali, seppure evidenti siano i segnali del suo declino. L’annona, giusto per fare un esempio rappresentativo, altro non è se non il controllo dei prezzi dei cereali attraverso l’impossibilità di poter commerciare con l’estero. Si tratta di uno strumento utilizzato dai governi che ha la doppia funzione di impedire lo svilupparsi di carestie e di sedare proteste popolari. Tuttavia, malgrado l’annona, il commercio del grano inizia a svilupparsi tra la fine del XVIII e i primissimi anni del XIX secolo rendendo ancora più fragili i pilastri fondanti del feudalesimo, tanto che “nonostante queste cose il grano si incetta, si trasporta e circola tra noi dove bisogna ed i particolari vi trovano il loro profitto3.
Le dinamiche che si realizzano al Sud vanno lette insieme a quelle che più complessivamente avvengono nel contesto internazionale. Dalla seconda metà del Cinquecento agli inizi dell’Ottocento la scoperta delle riserve d’oro e d’argento nel Nuovo Continente ha dato un ulteriore colpo alla rigidità insita nel sistema feudale. La diminuzione del valore della moneta permette la nascita di un fenomeno del tutto nuovo per l’epoca, quello dell’inflazione, di cui il ceto medio nascente, quello non a reddito fisso o non necessariamente proveniente da rendite, si giova. Questa dinamica, seppur in modi e gradi diversi da quella che si realizza ben prima in Inghilterra, ha un’eco anche nel Mezzogiorno del nostro paese e in special modo in alcune aree, come quella siciliana e quella intorno all’aggregato urbano della città di Napoli. È in primo luogo in queste aree che si assiste ad una prima sconosciuta dinamicità di mercanti, usurai, fittavoli e contadini.
In Sicilia questo processo è limpido. Nei primi anni del XIX secolo la nascente borghesia utilizza i propri capitali, acquisiti con movimenti speculativi dovuti alla svalutazione della moneta e all’inflazione, per prendere in fitto i feudi della nobiltà. Comincia a partire da questo periodo una visibile divaricazione tra ceto nobile improduttivo e la nascente borghesia produttiva.
I nobili, potendo ricavare una lauta rendita dal fitto delle proprie terre, si spostano nelle città, lasciando nelle mani dei fittavoli i rischi della conduzione dell’attività contadina. La figura del gabellotto siciliano inizia ad imporsi in questo contesto: egli incarna integralmente le caratteristiche di quella borghesia produttiva e avida che, nella necessità di far profitto, sarà obbligata a investire capitali, allargare la produzione e migliorare le capacità del mercato interno di assorbire le proprie merci. Il fenomeno di cui discutiamo non è peculiare della Sicilia, esempi si ritrovano anche nel Sud continentale, e su questi ritorneremo a breve.
Il gabellotto, che si costituisce come nuovo signore del feudo, appesantisce rispetto al passato gli obblighi dei propri coloni in termini di aumento del pagamento delle prestazioni in denaro (già in passato esistenti, anche se in misura trascurabile) e di restringimento dei loro diritti consuetudinari (con la recinzione delle terre). In breve i contadini si proletarizzano, diventano braccianti, si impoveriscono, dato che il loro salario non è adeguato ai cambiamenti dei prezzi, e vengono espropriati del contatto diretto che avevano con i mezzi di produzione. Diversamente dal passato, quando i contadini lavoravano sempre la stessa terra e vendevano le proprie merci nella stessa piazza conservandone parte per l’autoconsumo, i nuovi braccianti sono costretti dalla loro miseria a spostarsi di latifondo in latifondo vendendo la propria forza lavoro al miglior offerente, non solo nelle campagne ma spesso emigrando anche nelle città. Lenin, parlando della Russia, descrive un fenomeno molto simile a quello che avviene nel Mezzogiorno d’Italia.4
Fenomeno parallelo a quello dell’immiserimento dei braccianti è quello del decadimento della nobiltà. Le generazioni successive alla prima di landlords, oramai urbanizzatesi, perdono progressivamente il contatto con il proprio feudo, iniziano ad indebitarsi lasciando il terreno sgombro ai gabellotti per potersi imporre economicamente. Si realizza quindi un fenomeno di concentrazione della ricchezza così come descritto da Marx nel Capitale.
Come anticipavamo, il sorgere di figure quali mercanti, fittavoli e usurai non è tipico della Sicilia, anche nel Sud continentale assistiamo a profonde trasformazioni già tra la fine del XVIII e primi anni del XIX secolo. In Puglia, ad esempio, si sviluppa una borghesia strettamente legata al commercio con l’estero, in special modo orientato all’esportazione dell’olio, oltre che, grazie ad un primissimo sviluppo della manifattura, al commercio della seta, almeno fino al 1805.
Parliamo chiaramente di un capitalismo che si sviluppa e che cresce tra mille contraddizioni ed in una situazione di generale arretratezza. Fuori dalla Sicilia, e con l’eccezione di alcune zone della Puglia, dell’area urbana di Napoli e Salerno che vedono la diffusione delle prime industrie e manifatture, il Sud nel suo complesso segue uno sviluppo squilibrato. Si pensi alle zone periferiche della Campania o della Basilicata dove l’autoconsumo e rapporti residuali di tipo feudale continuarono a resistere anche a causa della maggiore debolezza della borghesia locale.
A dare il colpo mortale alle residualità del feudalesimo nel Sud continentale accorre la legislazione napoleonica del 1806. Le modifiche che intercorrono nella legislazione del Sud sono una conferma indiretta dei cambiamenti della struttura economica, ne evidenziano le aspirazioni e ne tracciano i nuovi obiettivi, eliminando gli steccati organici imposti dal feudalesimo per il suo successivo sviluppo. Si pensi che nel caso della Sicilia alla fine del Settecento si calcola che la superficie legalmente posseduta a titolo privato, ossia quella non soggetta ai vincoli feudali, non supera il 10% del totale, solo quarant’anni dopo, le risultanze catastali segnalano che la proprietà privata nei termini configurati dal diritto moderno del codice napoleonico produce circa il 90% del reddito imponibile, mentre il 9-10% era di proprietà ecclesiastica e demaniale.
L’occupazione inglese in Sicilia e quella francese nel Sud continentale innesca sì un processo di industrializ-zazione maggiore di quello del passato, ma ad un prezzo molto alto. Il Meridione dai primi anni dell’Ottocento subisce la sottomissione al capitale straniero, la stessa che poi conobbe con il capitale settentrionale dopo l’unità, che determinerà l’impossibilità per la borghesia meridionale di poter continuare il suo programma di defi-nitiva emancipazione. Nei fatti assistiamo ad un processo di sviluppo diseguale e combinato6 in cui arretratezza ed elementi avanzati convivono.7

 

Le differenze tra il Nord e il Sud preunitario8

Senza la volontà di ricadere in una certa letteratura neoborbonica e rigettando la visione idilliaca e crociana del processo unitario, possiamo aggiungere importanti elementi al dibattito sull’origine del divario. Tra gli altri, alcuni aspetti sono centrali nell’analisi dell’evoluzione economica: l’urbanizzazione, il livello dei salari, la produttività, gli andamenti demografici e, per finire, lo sviluppo del settore industriale.
Partendo dal tasso di urbanizzazione notiamo che nel 1861 l’urbanizzazione del Sud sarebbe più che doppia di quella del Settentrione. Leggendo i dati dal 1800 al 1860, emerge che il tasso di urbanizzazione del Nord cala dal 17,5 al 16,2%. Nel Regno di Napoli nello stesso arco temporale il salto è dal 37,2 al 35,7%.
Anche sul piano dei salari, urbani e rurali, prima dell’unificazione non esistono differenze rilevanti. I grafici riportati qui sotto sono relativi ai saggi salariali dal 1700 al momento dell’unificazione italiana.
Nord e Sud sono differenti rispetto al popolamento, maggiore al Settentrione che nel Mezzogiorno. A partire dal 1300 la densità demografica del Sud è sempre inferiore di 10-15 abitanti per chilometro quadrato, è però possibile che mentre la produttività della terra fosse superiore al Nord, al Sud fosse più alta la produttività del lavoro.9 La produttività dell’agricoltura siciliana infatti, secondo quanto riporta Sonnino,10 fino al momento dell’unità è superiore a quella della Toscana ed è tra le più alte d’Italia.
Escludendo il settore agricolo, l’Italia preunitaria è un paese industrialmente di dimensioni modeste, arretrata se paragonata ai centri industriali europei, e che registra dei ritmi di sviluppo lenti. Con questo non si intende che la manifattura sia inesistente, tanto che nel Settentrione e nel Meridione preunitario esistono sia dei centri manifatturieri rilevanti ma anche opifici sparsi nelle campagne e nelle città che lavorano prodotti finiti (come telerie e pannilana). Tra questi i più importanti centri industriali nascono il più delle volte sotto l’egida dei poteri pubblici. Questo è il caso tanto delle manifatture meridionali
come il setificio di San Leucio, le porcellane di Capodimonte, le ferriere calabresi di Mongiana o il cantiere di Castellammare, ma anche di manifatture settentrionali come quella auroserica di Milano. Napoli e Genova sono i due più importanti centri metallurgici italiani.
Concentrandoci sulla struttura economica meridionale rileviamo che nonostante la crisi della seta siciliana i-niziata nel 1805 e prima ricordata, la manifattura si sviluppa sin dal Settecento in altre aree del Sud. È il caso della Calabria che produce sete che vengono esportate in Brasile e negli Stati Uniti.
Il settore metalmeccanico, quello cotoniero, cartaio e della cantieristica sono il cuore del settore industriale meridionale; il dato aggregato ci dice che il 51% degli operai impiegati nell’industria sono occupati nel Meridione. Nel comparto cotoniero nella sola Salerno sono presenti un terzo dei fusi utilizzati a Milano; la città di Napoli può contare su due grandi cantieri arsenali che occupano 3.400 operai su 6.650 presenti nel settore in tutt’Italia.
Sul versante delle industrie estrattive, infine, la Sicilia produce, nella prima metà dell’Ottocento, il 90% della produzione mondiale di zolfo ed è presente un avvio interessante nel settore chimico.
L’industria del Meridione si va formando, come già accennato, sotto la protezione dello Stato borbonico che si coadiuva nel 1823-24 di una tariffa che ha l’obiettivo di difendere l’industria interna e di attirare capitali dall’estero. Potremmo mettere in rilievo lo sviluppo in questi anni di una manifattura su piccola e media scala a Napoli, nel Principato di Citra o anche in Calabria e in Terra di Lavoro.
La ricostruzione dello scheletro industriale nel Sud preunitario svela una fotografia che, anche al netto delle esagerazioni alla Zitara,11 che con numeri e grafici arriva a conclusioni unilaterali, segnala la presenza di una certa complessità strutturale. Di contraltare si tratta anche di un quadro più composito di quanto non voglia trasmettere una certa letteratura che rende il territorio meridionale piatto, privo della diversificazione economica qui descritta.12 Il Sud era omogeneo strutturalmente a quanto esisteva nel quadro nazionale, così come è anche consultabile dai lavori dell’Ufficio Ricerche Storiche, i dati più affidabili a nostra disposizione. La divergenza economica si realizzò dopo e fu figlia della necessità di un ulteriore sviluppo del capitalismo italiano.

 

Lo Stato unitario e lo sviluppo del capitalismo italiano

Al momento dell’unificazione il Sud ha tutti gli elementi per potersi ulteriormente trasformare, possiede un credito pubblico relativamente solido, una rete industriale seppur frammentata, una buona ricchezza monetaria e un demanio significativo.
I primi accenni della Questione meridionale sono rintracciabili tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 dell’Ottocento,13 negli anni ’90 il divario diventa un dato strutturale e caratterizzante del capitalismo italiano. In premessa vale la pena sottolineare che lo sviluppo economico non è mai un processo uniforme, peculiarità di quello italiano infatti non è tanto l’ampiezza del fenomeno, che è comunque elevata e che si approfondisce in alcune epoche storiche (gli anni della crisi del 1881-91 e quelli del fascismo), ma la sua persistenza nel tempo che non vede quasi mai eventi di convergenza economica.
La distribuzione della ricchezza è profondamente mutata nel 1887, quando il Sud inizia a diventare un vero e proprio mercato per il capitalismo italiano. Si materializza il bisogno di raggruppare i capitali disponibili per poter permettere una poderosa industrializzazione nel Settentrione, tant’è che la politica economica e quella doganale adottate dall’Italia unita sono tutte orientate a questo scopo. Il 1887 non è un anno come un altro nello sviluppo della divergenza italiana. In quell’anno si entra nella fase protezionista. Già alla fine degli anni ’70 la tariffa doganale permette un primo delineamento delle industrie settentrionali che poi vedono la loro solida affermazione nella tariffa del 1887. “La tariffa doganale del 15 luglio 1887 operò una rivoluzione profonda in tutta la economia nazionale. Basterebbe indicare gli spostamenti avvenuti in alcune voci per intendere l’ampiezza della protezione accordata. I tessuti di cotone e di lana ebbero una protezione superiore a quella di quasi tutti gli altri Stati d’Europa; la industria del ferro ottenne per molti prodotti tariffe addirittura proibitive. Così moltissime altre industrie. Gli effetti di questa politica doganale nell’economia interna non sono misurabili; ma non si può negare che il vantaggio enorme fu limitato, sopra tutto in un primo periodo, ad alcune regioni, e che, viceversa, tutto il resto della penisola e le isole funzionarono alla stessa guisa che funzionano le colonie in generale, come un mercato di consumo, assicurando ultra profitti enormi. Al contrario i paesi meridionali ebbero un colpo mortale: videro limitato il campo della esportazione, e, nello stesso tempo, dovettero acquistare i prodotti industriali a prezzi molto elevati.14
Il Sud si trasforma in un mercato di conquista anche per la debolezza della borghesia meridionale, certo più isolata e emarginata di quella del Nord. L’unificazione italiana, anche se a guida piemontese, viene individuata dalla borghesia meridionale come l’unica strada percorribile per poter difendere i propri interessi economici. È in primo luogo per la loro debolezza e capitolazione che si realizza il saccheggio del Sud, una razzia che accelera l’accumulazione di capitali al Nord del paese.
Nel 1864 Bixio presenta alla Camera il progetto di chiusura del cantiere di Castellammare e dell’Arsenale di Napoli a cui seguono i primi licenziamenti. Sempre in quegli anni la stessa sorte tocca anche alle Officine Ferroviarie di Pietrarsa e alla Fonderia e Fabbrica d’Armi di Mongiana che sono prima declassate e poi chiuse, nel caso dello stabilimento calabro il passaggio intermedio fu la cessione al Credito Mobiliare settentrionale.15 
Il processo di centralizzazione del capitale al Settentrione avviene anche attraverso l’attacco al Banco di Napoli. Subito dopo l’unificazione d’Italia il Banco di Napoli e quello Nazionale non hanno differenze significative, cosa che cambia dopo i primi anni post-unitari. Il saccheggio di oro e la strozzatura del credito industriale al Sud sono utilizzati per poter sostenere l’industrializzazione del Nord. Il corso forzoso16 dal 1866 al 1883, l’impossibilità, almeno nei primi anni dall’unità di poter aprire filiali nel Settentrione, e l’esclusiva concessa al Banco per il credito fondiario, danno la misura di quanto l’intervento dello Stato abbia inciso politicamente nella determinazione dello sviluppo del capitalismo italiano.
Rispetto la politica fiscale il Sud versa 100 milioni all’anno in più della sua quota e si stima che le regioni me-ridionali hanno ricevuto dallo Stato, nei primi quarant’anni dopo l’unità, molto meno di quanto sborsano, in que-sto contesto va inserito anche il pagamento del debito sardo, molto maggiore di quello dell’ex Regno di Napoli che contribuisce, nel quadro generale descritto, all’aumento del drenaggio di denaro dal Sud al Nord.
Una volta determinata la dicotomia di sviluppo e sottosviluppo dopo l’unità d’Italia, i capitali iniziano a dirigersi sempre più massicciamente nei luoghi più altamente remunerativi determinando, oltre che una centralizzazione di capitali, anche una fuga di forza-lavoro. La prima massiccia emigrazione dal Sud infatti avviene proprio dopo il 1886 quando, mentre l’emigrazione dal Nord cresce del doppio quella dal Sud si decuplica.17
Non possiamo essere in accordo con chi sostiene che il processo unitario abbia assolto il compito dell’accumulazione primitiva,18 sostenere questa tesi significherebbe assumere che, prima del 1861, il capitalismo non si era ancora imposto come sistema economico prevalente. Anche Marx affermò che in Italia, ben prima che altrove, vennero meno alcuni tratti specifici della società feudale.19 L’unità d’Italia piuttosto fu la risultante politica della necessità economica di espandere ulteriormente la produzione. In questo disegno il Sud è stato costretto al sottosviluppo, un sottosviluppo permanente o, come l’abbiamo definito, funzionale, senza il quale sarebbe stato impossibile il raggiungimento di tale obiettivo. Richiamare l’attenzione sull’origine della divergenza economica tra il Nord e il Sud ci permette inoltre di mettere nel giusto angolo della storia tutte quelle supposte teorie che si rifanno ad una certa inferiorità antropologica del popolo del Sud, additato di lassismo e rozzezza. Quella che viene definita come incapacità infatti è solo l’espressione più gretta di un’oppressione materiale alla quale fu assoggettata la popolazione meridionale. Il punto è che la borghesia italiana era arrivata in ritardo sulla scena storica, era troppo debole e il ricorso esclusivo ad una politica liberista, così come avvenne in altri paesi, sarebbe stato insufficiente. Serviva l’intervento dello Stato unitario, e le scelte di politica fiscale, doganale, economica e industriale che esso adottò furono dei passaggi fondamentali per l’allargamento della produzione. La permanenza di tale sottosviluppo è un fenomeno che tutt’ora sussiste perché implicito nel sistema di produzione capitalista. Proprio perché uno è funzione dell’altro, il sottosviluppo a cui è costretto il Meridione cesserà solo con l’estinzione del capitalismo.

 

 

Note

1. C. Ciccarelli e S. Fenoaltea, Attraverso la lente d’ingrandimento: aspetti provinciali della crescita industriale nell’Italia postunitaria, Banca d’Italia, 2010.

2. Gunder Frank (1929-2005) prese parte al dibattito che nacque in America Latina intorno gli anni ’50 nella Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi e che discusse e formulò la teoria della dipendenza. Per i sostenitori di tale concezione il capitalismo è portatore di diseguaglianze sociali ed economiche che costringono permanentemente i paesi sottosviluppati alla povertà. L’economia mondiale, loro sostengono, obbligherebbe i paesi periferici alla produzione di materie prime, con basso valore aggiunto e a basso costo, imponendo loro di importare dai paesi centrali merci ad alto valore aggiunto, dando vita dunque ad uno scambio diseguale. Indubbiamente lo scambio diseguale è un aspetto determinante, come vedremo, anche nel Mezzogiorno d’Italia. Il limite fondamentale di tale teoria risiede però nell’assenza del ruolo giocato dalla componente combinata degli scambi. Basta considerare l’ascesa economica della Cina, giusto per fare l’esempio più rilevante e a noi contemporaneo, per comprendere come un paese sottosviluppato possa industrializzarsi, passando dalla cosiddetta periferia al centro. Esiste dunque un problema di illeggibilità dei processi storici attraverso la lente della dipendenza, che pecca di meccanicismo ed eccessivo determinismo. Per ulteriori approfondimenti su Gunder Frank si legga Capitalismo e sottosviluppo in America Latina, Einaudi, Torino, 1969.

3. P. Balsamo, Memorie economiche, Reale Stamperia, 1803, pag. 56.

4. “La liberazione di una parte dei produttori dai mezzi di produzione presuppone necessariamente il passaggio di questi ultimi in altre mani, la loro trasformazione in capitale; presuppone, quindi, che i nuovi possessori di questi mezzi di produzione producano sotto forma di merci i prodotti che prima servivano al consumo del produttore stesso, che cioè estendano il mercato interno; (…) la diminuzione del benessere del contadino patriarcale, la cui economia era in passato un’economia naturale, è pienamente conciliabile con l’aumento dei suoi mezzi monetari, giacché quanto più questo contadino si rovina, tanto più è costretto a ricorrere alla vendita della sua forza-lavoro e tanto maggiore è la parte dei mezzi di sostentamento (anche se esigui) ch’egli deve acquistare sul mercato”, in V. I. Lenin, Lo sviluppo del capitalismo, Editori Riuniti, Roma, 1972, pag. 41.

5. “L’accumulazione e la concentrazione ad essa concomitante non soltanto sono disseminate su molti punti, ma l’aumento dei capitali operanti s’incrocia con la formazione di capitali nuovi e con la scissione di capitali vecchi. Se quindi da un lato l’accumulazione si presenta come concentrazione crescente dei mezzi di produzione e del comando sul lavoro, dall’altro si presenta come ripulsione reciproca di molti capitali individuali.” in K. Marx, Il Capitale, Libro I, Editori Riuniti, Roma, 1994, pag. 685.

6. La legge dello sviluppo ineguale e combinato viene trattata per la prima volta da Trotskij nella Storia della Rivoluzione russa, in seguito ripresa da Novack ed altri esponenti del movimento che si richiamava alla Quarta Internazionale.

7. “Il corso reale della storia, il passaggio da un sistema sociale a un altro o da un livello di organizzazione sociale all’altro, è di gran lunga più complicato, eterogeneo e contraddittorio di quanto appaia in qualsiasi schema storico generale. Lo schema storico delle strutture sociali universali (…) è un’astrazione indispensabile e razionale che corrisponde alle realtà essenziali dello sviluppo e serve ad orientare l’indagine. Ma non può sostituirsi direttamente all’analisi di ogni settore concreto dell’umanità. (…) Nella storia si mescolano sia la regolarità che l’irregolarità. La regolarità è fondamentalmente determinata dal carattere e dallo sviluppo delle forze produttive e dal modo di produrre i mezzi dell’esistenza. Tuttavia, questo determinismo basilare non si manifesta nello sviluppo effettivo della società in modo semplice, diretto e uniforme, bensì in forme estremamente complesse, tortuose ed eterogenee”, in La legge dello sviluppo ineguale e combinato di G. Novack, testo accompagnatorio all’Introduzione alla teoria economica marxista di E. Mandel, Erre emme edizioni, Roma, 1994, pag. 141.

8. I dati si riferiscono allo studio di V. Daniele e P. Malanima, Il prodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in Italia (1861-2004), 2007.

9. “In teoria non si può neppure escludere che il Sud fosse inizialmente più produttivo, e che quindi la crescita della Ptf (produttività totale dei fattori) nel Nord rifletta un processo di convergenza (…). Ancora alla fine del XIX secolo, i contadini meridionali producevano un terzo in più di quelli settentrionali, mentre nel 1951 la produttività era superiore del 40% nel Nord.” G. Federico, Ma l’agricoltura meridionale era davvero arretrata?, Rivista di Politica Economica, III-IV, 2007, pag. 320 e pag. 323.

10. S. Sonnino, Condizioni generali dei contadini in Sicilia, in Caizzi, Nuova antologia, Edizioni di Comunità, Milano, 1962, pag. 217.

11. Nicola Zitara (1927-2010) è stato uno studioso meridionalista. Nonostante si definisse marxista, nei suoi scritti non mancano eccessive esaltazioni dei Borbone, dipinti come una guida illuminata animata da una visione progressista, indirizzata ad un graduale miglioramento del Mezzogiorno interrotto dall’unificazione. Dalle sue tesi emerge una visione semplicistica del processo unitario, per cui il Nord sarebbe stato salvato dalla bancarotta economica grazie alla conquista del Mezzogiorno. L’estremismo delle sue tesi lo spingono a sostenere l’inconciliabilità degli interessi del proletariato meridionale con quello settentrionale. Per approfondire le sue ipotesi si legga N. Zitara, L’invenzione del Mezzogiorno, una storia finanziaria, Jaca book, Milano, 2011.

12. Si guardi per approfondimenti dettagliati lo studio di S. Fenoaltea e C. Ciccarelli, Banca d’Italia, La produzione industriale delle regioni d’Italia, 1861-1913: una ricostruzione quantitativa, 2014.

13. Secondo alcuni, tra cui P. Villari e G. Fortunato, sono questi gli anni nei quali nasce la Questione meridionale.

14. F. Nitti, Nord e Sud, Roux e Viarengo editori, Torino, 1900, pag. 157-158.

15. “Insieme Napoli e Castellammare hanno poco più della metà del personale di Spezia e Venezia; ma si fa a gara nel diminuire il numero dei lavori affidati loro perché sia più chiara la loro inutilità. E nello stesso tempo che si lasciano decadere i cantieri di Napoli e di Castellammare (…) si danno grosse commissioni all’industria privata creata artificialmente in Liguria e a Livorno. Le navi complete, costruite per conto della marina dell’Italia nel ventennio 1879-1898, sono state affidate per 31 milioni a case della Liguria, per 56 milioni a case di Livorno, per 11 milioni a case dell’Italia meridionale. (…) I miliardi spesi per l’esercito e per la marina, tutti o quasi, in uno stesso territorio, hanno determinato la prima grande formazione di capitali in alcune regioni e hanno permesso, come in quasi tutta l’Italia settentrionale, la formazione della grande industria.” Ibidem pag. 96.

16. Il corso forzoso rappresenta la non convertibilità della moneta cartacea in moneta metallica aurea e servì per diminuire la circolazione di quest’ultima. Nel 1866 dei sei istituti bancari presenti in Italia solo due erano pubblici, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia, quelli anche con maggiori riserve d’oro.

17. N. Zitara, L’unità d’Italia: nascita di una colonia, Jaca Book, Milano, 1976, pag. 58.

18. Rosario Romeo nel suo Risorgimento e capitalismo utilizza il concetto di accumulazione primitiva per argomentare che il processo unitario italiano fu inevitabile nelle modalità in cui si presentò. Isolandola dal contesto marxista in cui era inserita, lo storico liberale, utilizza quindi in modo utilitaristico il concetto di accumulazione primitiva per dimostrare che i “sacrifici” imposti all’agricoltura, specialmente quella meridionale, attraverso il drenaggio di risorse, la compressione dei consumi e l’aumento dello sfruttamento dei contadini furono necessari per permettere lo sviluppo industriale del paese e per inserire l’Italia nell’alveo dei paesi europei maggiormente progrediti.

19. “In Italia (…) la produzione capitalistica si sviluppa prima che altrove (e) anche il dissolvimento dei rapporti di servitù della gleba ha luogo prima che altrove. Quivi il servo della gleba viene emancipato prima di essersi assicurato un diritto di usucapione sulla terra. Quindi la sua emancipazione lo trasforma subito in proletario eslege, che per di più trova pronti i nuovi padroni nelle città, tramandate nella maggior parte fin dall’età romana. Quando la rivoluzione del mercato mondiale dopo la fine del secolo XV distrusse la supremazia commerciale dell’Italia settentrionale, sorse un movimento in direzione opposta. Gli operai delle città furono spinti in massa nelle campagne e vi dettero un impulso mai veduto alla piccola coltura, condotta sul tipo dell’orticoltura”. K. Marx, Il Capitale, Libro I, Editori Riuniti, Roma, 1994, nota 189, pag. 780.