di Ted Grant

 

Questo testo venne pubblicato per la prima volta nel giugno del 1943, appena dopo l’annuncio dello scioglimento dell’Internazionale comunista.


In modo frettoloso e senza consultare tutti i partiti affiliati, per non parlare dei militanti di base in tutto il mondo, senza alcuna discussione e decisione democratica, come risultato delle pressioni dell’imperialismo americano, Stalin ha perfidamente abbandonato il Comintern. Per capire come è stato possibile che questa organizzazione, che aveva suscitato il terrore e l’odio di tutto il mondo capitalista, sia arrivata a una fine così ingloriosa, su ordine del capitalismo, è necessario ripercorrere brevemente la nascita tempestosa e l’ancor più tempestoso declino dell’Internazionale. Il decreto della sua dissoluzione è stato solo una presa d’atto di quanto era già chiaro da tempo a tutte le persone informate e cioè che il Comintern, come strumento per il socialismo mondiale, era ormai morto e aveva abbandonato da tempo i suoi obiettivi e scopi originari. La sua morte era stata prevista e annunciata con grande anticipo.La Terza internazionale è ufficialmente sepolta. Nel modo più indegno e più spregevole che si potesse concepire, è uscita dalla scena della storia.

La Terza Internazionale era sorta dal crollo del capitalismo durante l’ultima guerra (la prima guerra mondiale – NdT). La rivoluzione russa provocò un’ondata di fervore rivoluzionario nelle fila della classe operaia in tutto il mondo e fu accolta dalle masse esauste a causa della guerra, disilluse e amareggiate, come un messaggio di speranza, di ispirazione e coraggio, che mostrava la via d’uscita dal caos sanguinoso nel quale il capitalismo aveva gettato la società. La Terza Internazionale era nata come conseguenza diretta del tradimento e del crollo della Seconda Internazionale che aveva appoggiato le classi dominanti nell’ultima guerra.

La crisi dell’imperialismo e del capitalismo venne annunciata da vere e proprie rivoluzioni in Germania, Austria, Ungheria, e da situazioni rivoluzionarie in Italia, Francia e addirittura Gran Bretagna. Lo spettro della rivoluzione socialista aleggiava su tutta l’Europa. Le memorie e gli scritti di quasi tutti i politici borghesi di quell’epoca testimoniano la disperazione e la mancanza di fiducia della borghesia, che aveva perso il controllo della situazione. Fu la socialdemocrazia a salvare il capitalismo.

Le potenti burocrazie sindacali e dei partiti socialisti si misero alla testa delle sollevazioni delle masse deviandole su canali inoffensivi. In Germania Noske e Scheidemann1 cospirarono con gli junkers e i capitalisti per distruggere la rivoluzione. I soviet dei lavoratori, dei soldati, dei contadini e anche degli studenti, che erano sorti dalla rivoluzione del novembre 1918, avevano il potere nelle loro mani. I socialdemocratici riconsegnarono il potere nelle mani dei capitalisti. Gradualmente, lentamente, pacificamente, come sostenevano le loro concezioni teoriche, avrebbero trasformato il capitalismo in socialismo.

Nel 1920, in Italia, i lavoratori presero il controllo delle fabbriche. Invece di condurre i lavoratori verso la conquista del potere, il Partito socialista ordinò loro di abbandonare questi metodi “incostituzionali”. Lo stesso avvenne in tutta Europa. I risultati di questo programma sono evidenti oggi: la peggiore tirannia e la guerra più sanguinosa nella storia del capitalismo. Ma proprio a causa dell’abbandono dell’internazionalismo socialista nella Seconda Internazionale, che aveva tradito il marxismo, nacque la Terza Internazionale.

Fin dall’inizio dell’ultima guerra Lenin aveva coraggiosamente fatto appello alla creazione della Terza Internazionale, che fu formalmente inaugurata nel marzo 1919. I suoi scopi e obiettivi dichiarati erano il rovesciamento del capitalismo mondiale e la costruzione di una catena mondiale di repubbliche socialiste unite che dovevano congiungersi con l’Urss, la quale non era concepita come entità indipendente, ma semplicemente come la base per la rivoluzione mondiale. Il suo destino era determinato dal destino della rivoluzione mondiale, cui era legata a doppio filo.

La formazione della Terza Internazionale portò rapidamente alla creazione di vigorosi partiti comunisti in tutti i principali paesi del mondo. In Germania, Francia, Cecoslovacchia e altri paesi sorsero partiti comunisti con una base di massa.

In Inghilterra si formò un piccolo partito comunista che aveva una notevole influenza. Il successo della rivoluzione mondiale in un periodo prossimo sembrava assicurato dallo sviluppo degli eventi. I partiti comunisti in Europa crescevano rapidamente sia come numero di militanti che come influenza, a spese della socialdemocrazia.

L’ultima guerra non era riuscita a risolvere nessuno dei problemi del capitalismo mondiale, anzi li aveva aggravati. Il capitalismo si era spezzato nel suo “anello più debole”, come aveva detto Lenin. I tentativi di distruggere la giovane repubblica sovietica attraverso le guerre di intervento erano completamente falliti. Il capitalismo tedesco, il più solido in Europa, si trovò spogliato delle sue risorse, di parte del suo territorio, appesantito da cifre sbalorditive di debiti per le riparazioni, e in generale posto in una situazione impossibile. Gli imperialisti francesi e britannici, i “vincitori” dell’ultima guerra mondiale, non si trovavano certo in una posizione molto più favorevole.

 

La sconfitta della rivoluzione tedesca

Incoraggiate dalla rivoluzione russa, le masse coloniali e semi-coloniali erano in agitazione e si preparavano alla rivolta. Nei paesi occidentali le masse erano impazienti e in fermento e la posizione economica dell’imperialismo anglo-francese era peggiorata considerevolmente rispetto a quella del capitalismo americano e giapponese. Fu in questo contesto internazionale che scoppiò la crisi in Germania nel 1923. La Germania, con la sua enorme capacità produttiva, era menomata dalle restrizioni imposte dal trattato di Versailles2 ed era ora divenuta l’anello più debole della catena del capitalismo mondiale.

L’incapacità della Germania di pagare le rate delle riparazioni portò all’occupazione della Ruhr da parte del capitalismo francese. Questo contribuì a completare il crollo dell’economia tedesca e la borghesia tedesca cercò di scaricare il fardello sulle spalle della classe lavoratrice e delle classi medie. Il cambio del marco con la sterlina cadde da 20 a 40 in gennaio fino a raggiungere i 5 milioni in luglio e i 47 milioni alla fine di agosto. Le masse tedesche indignate si volsero al comunismo.

Come dichiarò Brandler, l’allora leader del Partito comunista, alla riunione del Comitato esecutivo del Comintern: “C’erano segnali di una ripresa del movimento rivoluzionario, avevamo temporaneamente con noi la maggioranza dei lavoratori e in questa situazione credevamo che, in condizioni favorevoli, avremmo proceduto immediatamente all’attacco.” Ma, purtroppo, la leadership dell’Internazionale fallì alla prova dei fatti e non sfruttò l’opportunità che si era presentata. Un successo in Germania avrebbe inevitabilmente portato alla vittoria in tutta Europa, ma come in Russia nel 1917, così in Germania nel 1923, settori del gruppo dirigente vacillarono.

Stalin, con il suo organico opportunismo, fece pressioni perché il partito tedesco venisse “trattenuto” e non prendesse alcuna iniziativa. Il risultato fu che l’opportunità favorevole per prendere il potere in Germania fu persa e i comunisti tedeschi furono sconfitti.

Per ragioni simili anche la rivoluzione in Bulgaria fallì. Le disfatte della rivoluzione in Europa, provocate dagli errori della direzione, comportarono inevitabilmente gravi conseguenze. Come aveva scritto Lenin, spiegando la necessità di preparare l’insurrezione in Russia nel 1917: “Il successo della rivoluzione in Russia e nel mondo dipende da due o tre giornate di lotta.”

Il fallimento della rivoluzione mondiale e l’isolamento dell’Unione Sovietica, considerando oltre tutto la sua arretratezza, la stanchezza e l’apatia delle masse sovietiche (che avevano vissuto anni di guerra, privazioni terribili e sofferenze durante la guerra civile e l’intervento straniero), la loro delusione e disperazione dovute al venir meno delle speranze di ricevere aiuto da parte dei lavoratori del resto d’Europa, tutto questo portò inevitabilmente alla reazione all’interno dell’Urss.

 

Il “socialismo in un paese solo”

Riflettendo, in quella fase forse inconsciamente, gli interessi della burocrazia reazionaria e conservatrice che stava appena cominciando a sollevarsi al di sopra delle masse sovietiche, Stalin per la prima volta nel 1924 presentò la teoria utopica e anti-leninista del “socialismo in un paese solo”. Questa “teoria” scaturiva direttamente dalla sconfitta della rivoluzione in Germania. Indicava un allontanamento dai principi rivoluzionari dell’internazionalismo sui quali si era basata la rivoluzione russa e sui quali era stata fondata l’Internazionale comunista.

Stalin, al funerale di Lenin nel gennaio 1924, dichiarò per forza di abitudine, secondo le tradizioni della rivoluzione russa: “Nel lasciarci, il compagno Lenin ci ha trasmesso la fedeltà all’Internazionale comunista. Ti giuriamo, compagno Lenin, di dedicare le nostre vite all’allargamento e al rafforzamento dell’unione dei lavoratori di tutto il mondo, l’Internazionale Comunista.” In quel periodo non aveva la più pallida idea di dove la teoria del socialismo in un paese solo avrebbe condotto l’Unione Sovietica e il Comintern.

La storia del Comintern da allora è stata fortemente legata alle politiche ondeggianti della burocrazia dell’Urss. Lenin aveva insistentemente legato il destino dell’Unione Sovietica a quello della classe operaia mondiale, e particolarmente a quello della sua avanguardia, il Comintern. Anche il giuramento dell’Armata rossa impegnava i soldati alla fedeltà alla classe operaia internazionale. Sicuramente l’Armata rossa non era considerata come una forza “nazionale” indipendente, ma come uno degli strumenti della rivoluzione mondiale.

Naturalmente tutto questo è stato da tempo capovolto da Stalin. Trotskij, insieme a Lenin, che durante i suoi ultimi anni vedeva con preoccupazione gli sviluppi della situazione, aveva già cominciato nel 1923 la lotta contro la burocratizzazione del Partito bolscevico e dello Stato sovietico. Già allora Lenin aveva messo in guardia contro i pericoli di degenerazione che minacciavano lo Stato sovietico.

Sullo sfondo della reazione crescente, sia a livello nazionale che internazionale, la lotta tra gli internazionalisti e i termidoriani3 entrò in una fase acuta. Trotskij, alleato con Lenin, rivendicò la restaurazione della completa democrazia nel Partito bolscevico e nei Soviet. Lenin, nel perseguire i suoi obiettivi, chiese la rimozione dalla posizione di segretario generale del partito di Stalin, che era diventato il fulcro attorno al quale la burocrazia si stava consolidando.

Dopo la morte di Lenin, Zinoviev, Kamenev4 e Stalin, la “Troika”, si assicurarono una decisione del Comitato centrale contraria al consiglio di Lenin e cominciarono una campagna contro le idee di Lenin, che erano difese da Trotskij, con l’invenzione della falsa leggenda del “trotskismo”. Il destino del Comintern era legato al destino del Partito bolscevico dell’Unione Sovietica che, grazie al suo prestigio e alla sua esperienza, era naturalmente la forza dominante nell’Internazionale.

La transizione dalla politica della rivoluzione mondiale a quella del socialismo in un paese solo impresse una decisa svolta verso destra nel Comintern. In Russia, Zinoviev e Kamenev furono spinti all’opposizione dalla politica anti-marxista che Stalin stava ora sviluppando. Furono costretti a un’alleanza con Trotskij e i suoi sostenitori. Stalin e Bucharin si opponevano alla politica di industrializzazione della Russia (attraverso una serie di piani quinquennali) proposta dall’Opposizione di sinistra guidata da Trotskij, e fu allora che Stalin pronunciò il suo famoso aforisma al plenum del Comitato centrale nell’aprile del 1927 secondo cui “tentare di costruire una stazione idroelettrica sul Dnepr per noi sarebbe come se un muzhik (un contadino – Ndt) volesse comprare un grammofono anziché una mucca.

Ancora alla fine del 1927, durante la preparazione del quindicesimo congresso del partito, il cui compito era quello di espellere l’Opposizione di sinistra, Molotov disse ripetutamente: “Non dobbiamo scivolare nelle illusioni dei contadini poveri rispetto alle collettivizzazioni su larga scala. Nelle attuali condizioni non è più possibile.” All’interno della Russia la politica era quella di garantire ai kulaki (i contadini ricchi) e ai nepmen (i capitalisti nelle città, chiamati così dopo la Nuova politica economica del 1921) pieno appoggio per lo sviluppo economico. Questa politica era perfettamente riassunta dallo slogan coniato da Bucharin per i contadini, in totale accordo con Stalin: “Arricchitevi!”

 

La rivoluzione cinese del 1925-27 e lo sciopero generale inglese del 1926

La politica del Comintern era ora spinta molto a destra, data la preoccupazione di Stalin di trovare alleati per “difendere l’Unione Sovietica dagli attacchi”. Il ruolo del Comintern era ormai ridotto a quello di guardia di confine. Il disaccordo all’interno del Partito bolscevico e dell’Internazionale si infiammò sulla questione della rivoluzione cinese e sulla situazione in Gran Bretagna. In Cina la rivoluzione tra il 1925 il 1927 sollevò a milioni le masse asiatiche. Il Comintern, invece di basarsi sui lavoratori e sui contadini per portare avanti la rivoluzione, secondo la politica sviluppata da Lenin in Russia, preferì appoggiarsi sui capitalisti e sui generali cinesi.

L’Opposizione di sinistra mise in guardia sulle conseguenze di questa politica. Il Partito comunista cinese era l’unico partito dei lavoratori in Cina e aveva una influenza dominante sulla classe operaia; i contadini guardavano all’esempio della Russia e vedevano nell’esproprio della terra la via d’uscita alle sofferenze patite per secoli sotto il dominio dei latifondisti. Ma il Comintern rifiutò testardamente di prendere la strada dell’indipendenza di classe, su cui Lenin aveva insistito come prerequisito per una politica comunista rispetto alle rivoluzioni democratico-borghesi e antimperialiste dell’Oriente.

Nello stesso periodo si stava sviluppando una politica simile in Inghilterra dove le masse stavano attraversando un processo di radicalizzazione intenso. Come mezzo per contrastare l’intervento contro l’Unione Sovietica, i sindacati sovietici fecero un accordo con il Consiglio generale del Tuc5. La tendenza verso sviluppi rivoluzionari in Gran Bretagna si può vedere nel fatto che un milione dei suoi membri, un quarto di tutti gli iscritti al sindacato, si stavano organizzando nel cosiddetto minority movement.6 Trotskij, analizzando la situazione in Gran Bretagna, aveva previsto lo scoppio di uno sciopero generale.

Il compito del Partito comunista e dell’Internazionale comunista doveva essere quello di preparare i lavoratori all’inevitabilità di un tradimento da parte dei dirigenti sindacali. Al contrario, invece, seminarono illusioni fra i lavoratori, soprattutto perché i burocrati sindacali si erano coperti le spalle con un accordo con i sindacati sovietici, ammantandosi del loro prestigio. Dopo il tradimento dello sciopero generale del 1926 da parte della burocrazia sindacale, Trotskij chiese che i sindacati russi rompessero i rapporti con il Tuc. Stalin e il Comintern rifiutarono di farlo.

Dopo aver usato il comitato anglo-russo fino a quando ne avevano bisogno, oltre un anno dopo lo sciopero generale, i dirigenti dei sindacati britannici ruppero le relazioni. Il Comintern gridò al tradimento. Nel frattempo, però il giovane Partito comunista della Gran Bretagna, che avrebbe dovuto accrescere la sua militanza in modo esponenziale grazie a questi importanti avvenimenti, era paralizzato e disorientato dalla politica dell’Internazionale, era completamente screditato e la sua influenza fra le masse si era progressivamente indebolita. Queste ulteriori sconfitte dell’Internazionale, causate direttamente dalla politica di Stalin e della burocrazia, aumentarono, a prima vista paradossalmente, il potere della burocrazia stessa all’interno dell’Unione Sovietica.

Le masse sovietiche erano sempre più sfiduciate e deluse da queste nuove sconfitte del proletariato internazionale e subirono una ulteriore demoralizzazione. Le sconfitte, che erano state il frutto diretto della politica di Stalin e della burocrazia, rafforzarono ulteriormente la loro presa sull’Unione Sovietica. L’Opposizione di sinistra guidata da Trotskij, che aveva correttamente analizzato e previsto questi sviluppi, venne espulsa dal Partito bolscevico e dall’Internazionale.

I risultati della politica di Stalin all’interno della Russia adesso cominciavano ad avere conseguenze nella crescita allarmante della forza e dell’influenza dei kulaki e dei nepmen. L’Unione Sovietica si trovava sull’orlo del disastro. Presi dal panico e dal terrore, Stalin e la burocrazia furono costretti ad adottare una caricatura della stessa politica per la quale Trotskij e i suoi seguaci erano stati espulsi: introdussero in Russia quegli stessi piani quinquennali contro i quali Stalin si era battuto
così strenuamente.

 

Il “Terzo periodo” e la vittoria di Hitler

Fu proprio sulla base di questa produzione pianificata che l’Unione Sovietica poté raggiungere i suoi più grandi successi, sui quali oggi si basa per la sua partecipazione nella guerra. Nel contempo la brusca svolta a sinistra dovuta al panico sul piano interno si riflesse in una altrettanto brusca svolta a livello internazionale. Stalin si era bruciato malamente le dita nei suoi tentativi di appoggiarsi agli elementi capitalistici in Cina e di conciliarsi con la socialdemocrazia. Adesso spingeva l’Internazionale violentemente nella direzione opposta. In violazione dei suoi statuti, l’Internazionale non aveva tenuto congressi per quattro anni. Fu allora convocato un nuovo congresso per introdurre ufficialmente il programma dell’Internazionale comunista. Fu proclamata anche la fine della stabilità del capitalismo e l’inizio di quello che fu chiamato il “Terzo periodo”. Questo doveva aprire la strada alla fase del crollo definitivo del capitalismo a livello mondiale. Allo stesso tempo la socialdemocrazia, secondo l’allora famosa (ma ora sepolta) teoria di Stalin, si era trasformata in “socialfascismo”. Nessun accordo era più possibile con i “socialfascisti”, che costituivano il pericolo principale per la classe operaia e dovevano essere distrutti.

Fu proprio in questo periodo che la crisi senza precedenti del 1929-33 colpì il mondo, e particolarmente la Germania. I lavoratori tedeschi furono gettati nella miseria e le classi medie furono rovinate. La disoccupazione in Germania crebbe costantemente fino a raggiungere il picco di 8 milioni di persone. La classe media, che non era riuscita ad ottenere nulla dalla rivoluzione del 1918 ed era delusa dalla mancata presa del potere dei comunisti nel 1923, in preda all’angoscia e alla disperazione cominciò a cercare una soluzione ai propri problemi in un’altra direzione.

Sostenuti e finanziati dai capitalisti, i fascisti cominciarono a conquistare una base di massa in Germania. Nelle elezioni del settembre 1930 ottennero quasi sei milioni e mezzo di voti. Nonostante la loro espulsione dall’Internazionale comunista, Trotskij e i suoi seguaci continuavano a considerarsi parte di essa e chiedevano insistentemente di essere riammessi nelle sue fila. Nello stesso tempo criticavano duramente la teoria suicida che era ora stata adottata dal Comintern. Al suo posto chiedevano il ritorno alla vera politica di Lenin del “fronte unico”7 come mezzo per conquistare le masse all’azione e, attraverso l’esperienza diretta, al comunismo.

Con la vittoria di Hitler nelle urne, Trotskij suonò l’allarme. In un opuscolo intitolato La svolta nell’Internazionale comunista – la situazione in Germania diede il via ad una campagna che fu portata avanti per tre anni dall’Opposizione di Sinistra internazionale del Comintern (così si definivano allora i trotskisti). In Germania, Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna, nel lontano Sud Africa e in tutti i paesi dove avevano dei militanti, i trotskisti portarono avanti una campagna internazionale, chiedendo che il Partito comunista tedesco si adoperasse per la costruzione di un fronte unico con i socialdemocratici per impedire a Hitler di arrivare al potere.

Su dirette istruzioni di Stalin e del Comintern, il Partito comunista tedesco denunciò questa politica come controrivoluzionaria e “socialfascista”. I comunisti tedeschi lottavano insistentemente contro la socialdemocrazia, definita il nemico principale della classe operaia, e sostenevano che non ci fossero differenze tra la democrazia e il fascismo. Nel settembre 1930 il Rote Fahne, organo del Pc tedesco, proclamò: “Ieri è stato il più grande giorno del signor Hitler, ma la cosiddetta vittoria elettorale dei nazisti è l’inizio della loro fine.

In tutti quegli anni il Comintern continuò su questa rotta fatale. Quando Hitler organizzò un referendum nel 1931 per abbattere il governo socialdemocratico in Prussia, su diretta insistenza di Stalin e del Comintern, i comunisti tedeschi votarono con i nazisti contro i socialdemocratici. Ancora nel maggio 1932 il quotidiano britannico Daily Worker accusava orgogliosamente i trotskisti per la loro politica in Germania, scrivendo: “È significativo che Trotskij abbia difeso un fronte unico tra il Partito comunista e quello socialdemocratico contro il fascismo. Oggi come oggi non poteva essere proposta una tattica più distruttiva e controrivoluzionaria.

Nel frattempo Trotskij aveva scritto quattro opuscoli e dozzine di articoli e manifesti; ovunque i trotskisti esploravano qualunque via per esercitare pressioni sul Comintern perché cambiasse la sua politica. Invano. Nel gennaio 1933 Hitler fu lasciato libero di prendere il potere senza alcuna forma di opposizione organizzata, nel paese con la classe operaia più organizzata e con il partito comunista più forte al di fuori della Russia.

Per la prima volta nella storia fu permesso alla reazione di conquistare il potere senza alcuna resistenza da parte della classe operaia. Il Pc tedesco contava sei milioni di sostenitori, la socialdemocrazia ne contava otto – insieme erano la forza più potente in Germania. Con questo tradimento il Pc tedesco fu condannato per sempre. Il Comintern era, tuttavia, ben lungi dal riconoscere la portata di questa catastrofe. Al contrario sostenne ufficialmente la politica del Pc tedesco e dell’Internazionale, dichiarando che era stata politicamente corretta. Un’organizzazione che non è in grado di imparare dalle lezioni della storia è condannata. Come forza per il socialismo mondiale, l’Internazionale comunista era morta. L’Opposizione di sinistra internazionale ruppe e proclamò la necessità di costruire una nuova Internazionale. Ma quello che era evidente alle avanguardie che avevano abbandonato il tentativo di riformare il Comintern, non poteva essere altrettanto chiaro alle larghe masse, che potevano imparare solo sulla base di grandi avvenimenti.

 

I Fronti popolari

L’Internazionale comunista continuò a portare avanti la sua politica errata fino al 1934. Quando in Francia i fascisti, incoraggiati dai successi del fascismo in Austria e in Germania, organizzarono manifestazioni armate per il rovesciamento del governo liberale e del Parlamento, il Partito comunista diede la direttiva di manifestare con loro. Ma ora il pericolo che Hitler rappresentava per l’Unione Sovietica era diventato evidente a tutti. Stalin e la burocrazia furono presi dal panico. Sprezzante e cinico rispetto alla funzione del Comintern come strumento per la rivoluzione mondiale, Stalin lo trasformò più apertamente in uno strumento per attuare la politica estera sovietica.

In una società divisa in classi un’organizzazione che cessa di rappresentare la classe operaia, inevitabilmente cade sotto le pressioni e l’influenza della borghesia. Stalin, nella sua ricerca di alleati, si rivolse ora verso le borghesie della Gran Bretagna e della Francia. Fu inaugurata la politica dei “Fronti popolari”, che ebbe il suggello dell’ultimo congresso dell’Internazionale tenuto nel 1935. Lenin si era battuto per tutta la vita proprio contro questa politica di coalizione con i capitalisti liberali. Questo rappresentava un nuovo stadio nella degenerazione del Comintern e del primo Stato operaio.

Con l’ascesa di Hitler, ancora a causa delle politiche di Stalin, il dominio soffocante della burocrazia all’interno dell’Unione Sovietica si rafforzò ulteriormente. La casta burocratica si pose molto al di sopra delle masse sovietiche e aumentò il suo potere. Questa progressiva degenerazione aveva tuttavia subito un cambiamento qualitativo. Dall’essere semplicemente incapace di ottenere nient’altro che sconfitte per la classe operaia mondiale, lo stalinismo iniziò a porsi apertamente all’opposizione della rivoluzione proletaria in altri paesi. I processi di Mosca, l’uccisione dei vecchi bolscevichi, le purghe, gli assassinii e l’esilio di decine di migliaia dei migliori lavoratori comunisti russi, completarono la controrivoluzione stalinista all’interno del’Unione Sovietica.

Gli avvenimenti in Francia e in Spagna8 sono freschi nella memoria di ogni rivoluzionario. Il Comintern giocò il ruolo principale nel distruggere una rivoluzione che avrebbe potuto essere vittoriosa. Si rivelò nei fatti come l’avanguardia combattente della controrivoluzione. Le sconfitte della classe lavoratrice mondiale portarono inevitabilmente a una nuova guerra mondiale. Ironicamente, la guerra fu avviata dal patto tra Hitler e Stalin. Così Stalin sferrò nuovi colpi alla classe operaia mondiale e al Comintern. Eseguì una nuova capriola e condusse una campagna a favore della pace negli interessi di Hitler, sotto un’abile mascheratura rivoluzionaria.

Trotskij aveva previsto la possibilità del patto Hitler-Stalin in un articolo scritto nel marzo 1933:

Il tratto fondamentale della politica estera di Stalin negli ultimi anni è stato il seguente: commercia il movimento operaio esattamente come commercia il petrolio, il manganese o altri beni. In questa affermazione non c’è un grammo di esagerazione. Stalin controlla le sezioni del Comintern in vari paesi e controlla i movimenti di liberazione delle nazioni oppresse come se fossero monetine di scambio per i suoi accordi con le potenze imperialiste. Quando necessita l’aiuto della Francia, assoggetta il proletariato francese alla borghesia radicale. Quando deve appoggiare la Cina contro il Giappone, assoggetta il proletariato cinese al Kuomintang. Cosa farebbe nell’eventualità di un accordo con Hitler? Hitler, di sicuro, non ha particolare bisogno dell’assistenza di Stalin per strangolare il Partito comunista tedesco. Lo stato insignificante nel quale si trova quest’ultimo è stato oltre tutto assicurato da tutta la precedente politica di Stalin. Ma è molto probabile che Stalin accetterebbe di tagliare ogni forma di sussidio per il lavoro illegale in Germania. Questa è una delle più piccole concessioni che avrebbe da riconoscere e sarebbe senz’altro disponibile a farla. Ci si potrebbe anche aspettare che la rumorosa, isterica e fragile campagna contro il fascismo portata avanti dal Comintern negli ultimi anni sarebbe silenziosamente soppressa.”

Questa politica di Stalin e del “cadavere in decomposizione” del Comintern fu distrutta irreparabilmente quando i nazisti invasero l’Unione Sovietica. Il Comintern dovette eseguire una nuova svolta a destra e trasformarsi nuovamente in uno zerbino di Roosevelt e dell’imperialismo britannico. Ma con l’aumentata dipendenza di Stalin dall’imperialismo britannico e americano, sono aumentate le pressioni da parte degli “alleati” capitalisti. L’imperialismo americano, in particolare, ha chiesto la fine del Comintern come definitiva garanzia contro il pericolo di rivoluzioni sociali in Europa dopo la caduta di Hitler.

La finzione a lungo mantenuta è ormai finita. Stalin ha dissolto il Comintern degenerato. Facendo questo annuncia apertamente il suo passaggio nel campo della controrivoluzione capitalista per quanto riguarda il resto del mondo. Ma gli imperialisti, costringendo Stalin a fare questa operazione in cambio di concessioni e accordi da parte loro, non hanno capito quali conseguenze avrà. Lo scioglimento del Comintern, che in meno di due decenni dall’inizio della sua degenerazione ha rovinato molte situazioni favorevoli in molti paesi, non può evitare e non eviterà lo scoppio di nuove rivoluzioni nel mondo.

I prossimi decenni saranno testimoni di nuove rivoluzioni con la crisi e il crollo del capitalismo. Anche l’epoca di violenti sconvolgimenti del periodo tra le due guerre sembrerà relativamente tranquilla se paragonata con il periodo che ci troveremo di fronte. Su questo sfondo di tempeste e sollevamenti verrà creato un vero strumento per la rivoluzione mondiale. Quello che è mancato ai lavoratori negli ultimi decenni, fuori dalla Russia, è stato un partito operaio bolscevico e una direzione bolscevica. I grandi giorni del Comintern del 1917-23 vivranno di nuovo. La crescita dell’appoggio a livello internazionale per le idee del marxismo, basate sulle tradizioni del bolscevismo, la ricca esperienza del passato, gli insegnamenti dalle sconfitte della classe operaia, possono ancora una volta guidare gli oppressi verso il rovesciamento del capitalismo e verso la repubblica socialista mondiale.

 

 

Note

1. Gustav Noske, dirigente di destra della Spd tedesca, fu il ministro della guerra che organizzò la repressione dell’insurrezione del gennaio 1919 e permise l’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht. Philipp Scheidemann divenne cancelliere nel 1919. Gli junkers erano gli aristocratici reazionari prussiani, che dominarono l’apparato militare e burocratico dello Stato tedesco fino agli anni ’30.

2. Il trattato di Versailles, firmato nel 1919, imponeva alla Germania termini durissimi come conseguenza della sua sconfitta nella prima guerra mondiale.

3. Termidoriani, termidoro: termine che indica una reazione politica che però non giunge alla controrivoluzione nei rapporti sociali. Deriva dall’analogia con il cambiamento di potere durante la rivoluzione francese, quando nel mese di Termidoro (luglio) del 1794 i giacobini guidati da Robespierre vennero rovesciati da un colpo di Stato di destra. Da qui, termidoriani: sostenitori della reazione politica in Russia dopo la rivoluzione.

4. Zinoviev e Kamenev erano vecchi dirigenti bolscevichi. Il primo fu il primo presidente dell’Internazionale comunista, il secondo fu per un periodo il vice di Lenin. Entrambi si opposero, nel 1917, alla presa del potere. In alleanza con Stalin, nascosero l’esistenza del testamento di Lenin, che chiedeva la rimozione di Stalin dalla posizione di segretario generale, bloccandone l’applicazione. Successivamente furono spinti all’opposizione, ma entrambi capitolarono rapidamente
alla fine del 1927. Furono messi a morte da Stalin in uno dei processi farsa, nel 1936.

5. Tuc: Trade Unions Council, la federazione dei sindacati britannici.

6. Il minority movement era l’opposizione di sinistra nei sindacati inglesi negli anni ’20, promossa e in gran parte guidata dai comunisti.

7. La tattica del fronte unico venne discussa in particolare nel III congresso dell’Internazionale (1921), ed era concepita come un accordo temporaneo con le organizzazioni operaie riformiste, per l’azione comune, offensiva o difensiva, su obiettivi specifici, mantenendo però l’indipendenza politica e programmatica.

8. Si riferisce alla rivoluzione spagnola del luglio 1936 e al movimento dei lavoratori francesi dello stesso anno, entrambi traditi dai governi di Fronte popolare, nei quali i partiti comunisti si trovavano alleati con i socialisti e con forze borghesi “democratiche”. Particolarmente in Spagna i dirigenti stalinisti furono in prima linea nell’organizzare direttamente la repressione contro tutti i militanti che si ponevano alla loro sinistra e svolsero un ruolo dirigente nella repressione dell’insurrezione di Barcellona del maggio 1937.