di John Peterson


La Tendenza Marxista Internazionale ha dedicato il 2019 alla celebrazione del centenario della fondazione della Terza Internazionale (comunista), avvenuta nel marzo 1919. In particolare abbiamo celebrato la straordinaria portata e le lezioni dei suoi primi quattro congressi. Eppure, dopo pochi anni dalla sua entrata nella scena della storia, il Comintern subì un declino improvviso, drammatico e irreversibile. Che cosa accadde? Come fu possibile distruggere quel potenziale e trasformarlo nel suo opposto?
Il Comintern sorse dalle ceneri della Seconda Internazionale (socialista) e venne forgiato nel fuoco della rivoluzione russa. Nel giro di un anno dalla sua fondazione, divenne la più potente organizzazione proletaria internazionale mai creata. I capitalisti di tutto il mondo erano allarmati e tremavano di fronte alla prospettiva di una rivoluzione comunista mondiale.

Come tutti i grandi avvenimenti sociali, l’ascesa e la caduta della Terza Internazionale possono essere comprese solo come parte di un processo, come uno scontro tra forze vive, il cui risultato finale non era affatto predeterminato. La degenerazione nazionalista e burocratica che ebbe luogo in URSS dopo la morte di Lenin ebbe un riflesso sul Comintern e questi processi si alimentarono l’un l’altro.

Non fu solo una questione di idee o decisioni sbagliate, o di leader inadatti, ma uno scontro di colossali forze di classe antagoniste su scala nazionale e mondiale. Nonostante l’eroico sforzo di Trotskij e dell’Opposizione di sinistra nell’organizzare una riscossa politica contro la degenerazione della rivoluzione russa e della sua espressione internazionale, nemmeno la sua enorme autorità riuscì a frenare l’ondata di riflusso della storia.

Che cosa accadde, dunque, tra il quarto congresso, tenuto alla fine del 1922, e lo scioglimento finale del Comintern, il 15 maggio 1943?


Che cos’è lo zinovievismo?

Dopo aver tenuto congressi annuali nel mezzo di una brutale guerra civile e dell’accerchiamento imperialista, nei successivi vent’anni furono tenuti solo altri tre congressi: il quinto nel 1924, il sesto nel 1928 e il settimo nel 1935. Questo dato da solo la dice lunga sui cambiamenti avvenuti. Fu questo un lungo e tragico periodo che incluse le sconfitte delle rivoluzioni tedesca, cinese e spagnola, l’ascesa di Hitler, lo scoppio della seconda guerra mondiale, l’assassinio di Trotskij e molto altro.

Anche se dobbiamo sempre adattare le nostre tattiche alle condizioni concrete, non è necessario reinventare la ruota tutte le volte. In larga parte, possiamo trovare le risposte alle domande che affrontiamo oggi nelle esperienze del passato, sia positive che negative. In effetti, spesso non c’è modo migliore per imparare se non attraverso gli errori degli altri. Avremmo potuto tranquillamente intitolare questo articolo “come non costruire un’Internazionale rivoluzionaria sana”.
Per comprendere il declino e il collasso del Comintern, un processo iniziato sotto Zinoviev e completato da Stalin, è necessario conoscere a fondo i retroscena, il contesto generale e gli eventi storici. Il ruolo di Zinoviev nel gettare le basi per lo strangolamento stalinista del Comintern, è una delle tessere fondamentali di questo puzzle. La comprensione dell’essenza dello zinovievismo è quindi cruciale se vogliamo apprendere a fondo le lezioni da questa esperienza.

Innanzitutto, occorre chiarire che “zinovievismo” non è un insulto vuoto, ma descrive uno specifico metodo, un metodo sbagliato.

Lo zinovievismo consiste nel cercare scorciatoie artificiali per risolvere problemi politici o organizzativi, prendendo misure amministrative invece di spiegare pazientemente. Consiste nell’usare minacce, intimidazioni, sospensioni ed espulsioni per imporre cieca obbedienza politica e sottomissione. Nel dare la precedenza al prestigio personale e alla lealtà verso un individuo o una cricca piuttosto che ai principi politici e organizzativi. Nell’emanare ordini dall’alto “in nome di” questo o quell’organismo, come se ciò garantisse automaticamente un’autorità.
In breve, lo zinovievismo consiste nell’affrontare le differenze politiche ricorrendo a metodi organizzativi. In quanto tale, è diametralmente all’opposto del vero bolscevismo, l’esatto contrario dei metodi utilizzati da Lenin e Trotskij per costruire il Comintern nei primi anni.
E se è vero che Stalin ha usato e perfezionato i metodi zinovievisti, generalmente utilizziamo il termine “stalinismo” per descrivere il fenomeno più ampio degli Stati operai degenerati o deformati, per quanto in alcuni casi sia del tutto corretto fare riferimento anche a metodi organizzativi “stalinisti”.


I primi anni del Comintern

Il Comintern fu formato con forze inesperte e politicamente immature, la maggior parte delle quali provenivano dalle vecchie organizzazioni riformiste e anarchiche. Nella maggior parte dei casi avevano tendenze settarie, estremiste e nessuna comprensione del marxismo o delle tattiche e delle strategie della lotta di classe.
Questi individui riflettevano una fase precedente e superata dello sviluppo politico e organizzativo della classe operaia. Agivano spesso sulla base del più rozzo empirismo e di astrazioni generali e non avevano idea di come applicare la dialettica materialista agli eventi tumultuosi e contraddittori dell’epoca successiva alla prima guerra mondiale. Erano energici e ben intenzionati, ma semplicemente non all’altezza del compito e non potevano concedersi il lusso di imparare dai propri errori e crescere col tempo.
A dire la verità, al momento della fondazione del Comintern, non c’erano veri bolscevichi al di fuori della Russia e della Bulgaria, ma Lenin e Trotskij dovevano lavorare con il materiale disponibile e fecero ogni sforzo possibile per conquistare al marxismo rivoluzionario e al bolscevismo i migliori gruppi e i migliori individui da tutto il mondo. Anche all’interno della Russia, nonostante ci fossero molti quadri rivoluzionari devoti alla causa, c’erano pochissimi marxisti a tutto tondo, persone con una profonda comprensione della teoria. In realtà, sebbene elementi come Bucharin siano inclusi in questa lista ristretta, solo Lenin e Trotskij potevano davvero essere qualificati come teorici.

Lenin e Trotskij dovettero combattere soprattutto la “malattia infantile” dell’estremismo. Tuttavia, essi si impegnarono in questa battaglia utilizzando argomenti politici, scrivendo risoluzioni, “spiegando pazientemente” al fine di educare e innalzare il livello politico dei compagni. Il loro metodo era di usare gli errori dell’estremismo per aiutare i compagni a imparare. Ricorrevano a critiche aspre ma costruttive e fraterne, piuttosto che a insulti, umiliazioni e ordini dall’alto.
L’unica autorità che può avere un gruppo dirigente politico è un’autorità morale e politica, che non può essere imposta artificialmente o burocraticamente dall’alto. Deve essere guadagnata col tempo e riaffermata continuamente. Un vero dirigente rivoluzionario non pretende e non può pretendere un’autorità basata su posizioni o titoli come “funzionario di partito”, “compagno dirigente”, “membro del comitato centrale, dell’esecutivo, dell’esecutivo internazionale o della segreteria internazionale”. I compagni devono essere ispirati politicamente a fare sacrifici e a mettere in pratica le decisioni prese collettivamente in modo democratico, anche se si sono trovati in minoranza in una votazione.
Tuttavia una discussione adeguata e la possibilità di convincere politicamente un oppositore richiedono tempo. Se la direzione ha un basso livello politico o scarsa autorità, se perde la pazienza, può essere indotta a cercare delle scorciatoie e a ricorrere a misure organizzative al posto di argomentazioni politiche. Questa è una china scivolosa verso il disastro. Lenin una volta avvertì Zinoviev e Bucharin: “se cercate obbedienza, otterrete degli stupidi obbedienti”. E i più grandi stupidi sono quelli che pensano di poter costruire qualcosa di sano e duraturo sulla base di questi metodi.
Un’altra lezione vitale dell’esperienza del Comintern è che una volta scoppiata una situazione rivoluzionaria, è troppo tardi per costruire una direzione rivoluzionaria. Il “segreto” del successo della Rivoluzione d’Ottobre non fu solo l’esistenza di una direzione rivoluzionaria all’altezza del compito di conquistare e mantenere il potere, ma anche che questa direzione era stata faticosamente costruita nella fase precedente: non sarebbe stata infatti all’altezza del compito se non fosse stata costruita prima dello scoppio della rivoluzione.
Ci sono molti esempi di zinovievismo nella storia del nostro movimento. Stalin è l’esempio classico, ovviamente, sebbene abbia operato a un livello estremo in cui, controllando effettivamente il potere statale, non solo maltrattava gli oppositori o li rimuoveva burocraticamente dai loro incarichi, ma li sterminava fisicamente.

Ci sono però anche quelli come James P. Cannon del Socialist Worker Party americano, che hanno usato questi metodi ignominiosamente contro Ted Grant e i compagni della Workers International League durante l’episodio della cosiddetta “conferenza unitaria” in Gran Bretagna nel 1938, nel periodo precedente alla fondazione della Quarta Internazionale.1 In tempi più moderni abbiamo visto gente del calibro di Gerry Healy e Peter Taaffe utilizzare questi metodi, con l’inevitabile risultato del naufragio delle rispettive organizzazioni.2


Chi era Grigorij Zinoviev?
Grigorij Zinoviev nacque a Hirsch Apfelbaum (nell’attuale Ucraina), in una famiglia di allevatori ebrei, il 23 settembre 1883. Aveva la stessa età di Kamenev, quattro anni meno di Trotskij, cinque anni meno di Stalin e tredici meno di Lenin.
Si unì al Partito operaio socialdemocratico russo (POSDR) nel 1901 all’età di 18 anni e fu con i bolscevichi fin dalla scissione con i menscevichi nel 1903. Fu eletto per la prima volta nel Comitato Centrale del POSDR nel 1907, a 24 anni. Trascorse i primi anni della prima guerra mondiale in esilio in Svizzera e tornò con Lenin in Russia nel famoso treno blindato.
Zinoviev fu il “discepolo più vicino” a Lenin nel decennio precedente al 1917, un membro del Comitato Centrale all’estero, che Trotskij ha definito il “centro spirituale” del partito. Lo stesso Lenin accreditava Zinoviev come il coautore del suo opuscolo Il socialismo e la guerra, scritto nell’estate del 1915, una classica esposizione della posizione dei bolscevichi sulla prima guerra mondiale. Zinoviev scrisse anche una serie di articoli sulla storia della guerra e della lotta di classe, pubblicati in una raccolta di scritti assieme a Lenin nel 1916. Lenin spesso collaborava con altri per aiutarli a svilupparsi politicamente, sebbene le idee chiave fossero le sue. Questo è successo anche con il breve libro di Stalin sulla questione nazionale.3
Lenin vedeva chiaramente Zinoviev come un giovane compagno promettente. In quanto principale luogotenente di Lenin, svolse un ruolo importante nell’organizzazione della conferenza di Zimmerwald, che lo portò a contatto con molti dei settori di sinistra contrari alla guerra in tutto il mondo. Ciò lo mise nelle condizioni di svolgere un ruolo di primo piano nel Comintern come organizzatore chiave dei primi congressi. Scrisse molti dei documenti del Comintern e tenne anche il discorso di apertura al secondo congresso.
Era, secondo tutte le fonti, un meraviglioso agitatore. Trotskij lo definì “un oratore di una potenza straordinaria”. Scrisse:

“La sua voce da tenore stupiva al primo momento e poi conquistava con la sua originale musicalità. Zinoviev era un agitatore nato. Sapeva lasciarsi contagiare dalla massa, partecipare alle sue emozioni e trovare per i suoi sentimenti e le sue idee un’espressione forse un po’ prolissa, ma avvincente.”4
Tuttavia Trotskij sottolineò anche come il carattere di Zinoviev fosse debole – un aspetto che si sarebbe ripetutamente rivelato in molte delle sue idee, decisioni e azioni. La sua tendenza a vacillare e a ripiegare su manovre organizzative può essere ricondotta alla necessità di compensare la sua principale debolezza: una comprensione politica incompleta e sbilanciata del marxismo, unita a una profonda mancanza di fiducia nella classe lavoratrice.
In quella che fu forse la loro azione più esecrabile, Zinoviev e Kamenev votarono contro l’insurrezione nell’ottobre 1917, persero la votazione e in seguito pubblicarono un articolo contro di essa sulla stampa borghese. Lenin voleva che fossero espulsi dal partito per questa grave violazione della disciplina – non a causa delle divergenze politiche, ma perché mettevano letteralmente a rischio la vita dei loro compagni e il destino della rivoluzione con la loro slealtà organizzativa e politica. Tuttavia gli eventi a quell’epoca si muovevano tanto velocemente, che questo incidente fu presto sepolto nel tumulto generale di quei giorni.
In seguito, poco dopo la presa del potere, Zinoviev e Kamenev mostrarono nuovamente la loro vera personalità. Sotto la pressione del sindacato di destra dei ferrovieri e dei partiti piccolo-borghesi, Zinoviev si schierò a favore della rimozione di Lenin e Trotskij dal governo per formare un governo di coalizione conciliazionista con i menscevichi e socialisti rivoluzionari, partiti che erano “socialisti” di nome ma nemici mortali della rivoluzione socialista nei fatti. Dopo aver perso ancora una votazione cruciale, Zinoviev e Kamenev rassegnarono le dimissioni dal Comitato Centrale. Questa volta Lenin li apostrofò come “disertori”, per essersi schierati con i piccolo borghesi e, in ultima analisi, con i nemici borghesi della rivoluzione.
Lenin, però, cercava sempre di ottenere il meglio da tutti e sapeva che Zinoviev, nonostante tutto, possedeva alcuni talenti. Nonostante i suoi difetti e la sua indecisione, rimaneva un bolscevico esperto e a quei tempi non ce n’erano molti. Così Zinoviev fu riammesso nel partito, rieletto al Comitato Centrale al settimo congresso (marzo 1918) e incaricato del lavoro a Pietrogrado. Era anche uno dei sette membri originali del Politburo e ai congressi del partito nel 1923 e del 1924 fu lui a tenere il rapporto dal Comitato Centrale al posto di Lenin, all’epoca gravemente malato.

Armato delle idee di Lenin, Zinoviev era un oratore e un difensore del bolscevismo senza uguali. Ad esempio, fu eccezionale il suo intervento nel dibattito del 1920 a Halle, in Germania, contro il dirigente menscevico Martov, dove perorò la causa dell’affiliazione del partito socialdemocratico indipendente (la scissione di sinistra della socialdemocrazia tedesca, NdT) al partito comunista tedesco e alla Terza Internazionale. Dopo questo intervento, Zinoviev divenne noto come “l’uomo di Halle” e, secondo alcune testimonianze, conquistò tra i lavoratori tedeschi un’influenza maggiore persino di quella di Lenin o Trotskij.
Trotskij osservò:

“Nelle riunioni di partito, sapeva convincere, conquistare, ammaliare, quando arrivava con un’idea politica bell’e pronta [...] Armato di una formula strategica bell’e pronta, tale da cogliere l’essenza stessa del problema, Zinoviev, con ingegnosità e con fiuto, l’arricchiva di esclamazioni vive, di proteste, di rivendicazioni, colte quel momento per la strada, in una fabbrica o in una caserma. In circostanze simili, era un meccanismo di trasmissione ideale tra Lenin e la massa, e in parte tra la massa e Lenin.” 5
Tuttavia, come abbiamo visto, Zinoviev era un uomo in fondo votato al compromesso e, sotto la pressione dei grandi eventi, i suoi nervi non reggevano. Anni dopo, tratteggiando brevemente i dirigenti bolscevichi nel suo testamento politico, Lenin stesso mise in evidenza “l’incidente di ottobre”, descritto sopra, e notò come la condotta di Zinoviev e Kamenev “non era dovuta al caso”.
Un altro esempio: durante la difesa di Pietrogrado contro il generale bianco Yudenich, nel 1918, Zinoviev di nuovo non resse alla pressione. Come ha raccontato Trotskij ne La mia vita: “A Pietrogrado trovai una situazione spaventosa. Tutto andava alla deriva. Le truppe si ritiravano, andavano a pezzi. I comandanti stavano a guardare i comunisti, i comunisti stavano a guardare Zinoviev. Costui era il centro della confusione. Sverdlov mi disse: ‘Zinoviev, cioè il panico’. E Sverdlov era un conoscitore di uomini. Effettivamente, nei periodi favorevoli, quando, come diceva Lenin, ‘non c’è nulla da temere’, Zinovev era spesso al settimo cielo. Ma quando le cose si mettevano male, Zinovev si stendeva su un divano – non metaforicamente, ma in senso proprio – e sospirava. Fin dal 1917, mi ero convinto che Zinovev non conosce via di mezzo: il settimo cielo o il divano. Questa volta lo trovai sul divano.”6
E, naturalmente, il tentennamento e l’indecisione di Zinoviev durante le settimane critiche della rivoluzione tedesca del 1923 furono un altro tragico punto di svolta storico che mise in luce, in senso negativo, il ruolo dell’individuo nella storia.7
Queste erano verità scomode che Trotskij ricordò a tutti con il suo scritto del 1924, Lezioni dell’Ottobre, in cui cercava di correggere la piega preoccupante che avevano preso l’Unione Sovietica e il Comintern.8 Non sorprende che questo fece di Zinoviev un suo nemico giurato.
Nemmeno sorprende che Trotskij non provasse altro che disprezzo per i tentennamenti, l’atteggiamento tronfio e l’irresolutezza di Zinoviev nei momenti cruciali. Il punto è questo: Zinoviev non era un teorico, ma credeva di esserlo ed era considerato tale da molti. Un livello politico fondamentalmente basso misto all’ambizione, alla gelosia ed a eccellenti capacità oratorie sono una miscela pericolosa, che Trotskij non poteva tollerare.
Come spiegò: “… Zinovev, essendo solo un agitatore, e non un teorico e uno stratega rivoluzionario, quando non era frenato da una disciplina esterna, scivolava facilmente verso la demagogia [...] cioè mostrava un’inclinazione a sacrificare gli interessi generali al successo momentaneo.”9

I menscevichi chiamavano in modo derisorio Zinoviev “l’ombra di Lenin”. Victor Serge lo definì come “il più grande errore di Lenin”. Questa affermazione riflette soprattutto la demoralizzazione piccolo borghese di Serge all’epoca in cui scrisse quelle righe, eppure contiene un elemento di verità. Come diceva lo stesso Lenin, “lui [Zinoviev] copia i miei difetti”.
Ma a suo grande merito va detto che Lenin cercò sempre di tirar fuori il meglio da tutti, di collocare la “persona giusta al posto giusto”. Era paziente ma fermo e preferiva dare alla gente una seconda o anche una terza possibilità. Nove volte su dieci, questo gli diede risultati positivi. C’è il detto: “Se vuoi sapere com’è un uomo, guarda come tratta i suoi inferiori, non i suoi pari.” La differenza tra il modo in cui Lenin trattava i suoi “inferiori” e il modo in cui lo facevano Zinoviev, Stalin o Taaffe è altamente istruttiva.
Non c’è dubbio che Zinoviev fosse molto intelligente, dedito alla rivoluzione mondiale e un gran lavoratore, ma questo non è sufficiente. È il metodo di Lenin che occorre apprendere, e Zinoviev non lo fece mai, nonostante i lunghi anni di lavoro al suo fianco. Soprattutto, non comprese mai la dialettica, il che spiega i suoi costanti zig-zag e le sue svolte di centottanta gradi.

Così, lasciato a se stesso, senza la guida politica di Lenin, Zinoviev si dimostrò rapidamente non all’altezza. Per compensare, ricorse ad atteggiamenti spavaldi, da bullo, e ad un vuoto dirigismo. Questo è esattamente quello che è successo a James Cannon dopo la morte di Trotskij e a Peter Taaffe ancor prima di espellere Ted Grant e Alan Woods dal CWI (Committee for a Workers International).10
Anche Cannon e Taaffe erano efficaci agitatori e difensori di idee elaborate da altri, ma non erano teorici o strateghi rivoluzionari, sebbene avessero grandi illusioni in tal senso. Ciò li inorgogliva oltre misura e li rendeva sospettosi, gelosi e maligni nei confronti di chi aveva una comprensione superiore della teoria, della strategia e delle tattiche rivoluzionarie, sebbene Cannon non sia mai sceso al livello di bassezza e disonestà di Taaffe.


Zinoviev e l’invenzione del “trotskismo”

Già altrove sono state descritte le condizioni incredibilmente difficili che il primo Stato sovietico e il Comintern dovettero affrontare, ad esempio nel capolavoro di Trotskij La rivoluzione tradita. La rivoluzione non si diffuse su scala mondiale e l’isolamento e l’arretratezza della giovane repubblica sovietica portarono, alla fine, alla cristallizzazione della burocrazia stalinista controrivoluzionaria. In ultima analisi, le condizioni determinano la coscienza e, al momento della morte di Lenin, il partito russo e, per estensione, il Comintern, non erano più quelli di una volta.
Geloso di Trotskij e vedendolo come l’ostacolo principale al proprio insediamento come erede di Lenin, Zinoviev formò un’alleanza, nota come prima troika, con Kamenev e Stalin. In preparazione allo scontro, Zinoviev si costruì una base di sostegno a Pietrogrado (allora ribattezzata Leningrado) e nel Comintern.

Per quanto in quel momento sarebbe inorridito se ne fosse stato consapevole, Zinoviev stava riflettendo oggettivamente le pressioni della piccola borghesia – e attraverso di essa, della grande borghesia e dell’imperialismo. Fu una lotta mortale tra le forze della rivoluzione e della controrivoluzione per il futuro dello Stato sovietico e del Comintern.

Fu in questo contesto che Zinoviev inventò il termine “trotskismo”, contrapponendolo al “leninismo”. Durante il tredicesimo congresso del partito, nel maggio 1924, pochi mesi dopo la morte di Lenin, Zinoviev denunciò il “trotskismo”, diffamò Trotskij mentendo sul suo ruolo nella rivoluzione e nella guerra civile, e chiese infine che fosse espulso dal partito. Non fu però così semplice, poiché erano in molti a ricordare ancora la verità sul ruolo di Trotskij durante la rivoluzione.

Zinoviev contribuì anche a creare il disgustoso “culto di Lenin”. Fece un intervento demagogico ai suoi funerali e, contro la volontà della sua vedova, Nadezhda Krupskaja, approvò l’imbalsamazione e l’esposizione al pubblico della sua salma. Quanto a Trotskij, non poté partecipare ai funerali perché, quando Lenin morì, era in Caucaso a riprendersi da una malattia e Stalin gli mentì sulla data delle esequie. Naturalmente la sua assenza fu usata per dipingerlo come un nemico di Lenin e della rivoluzione.

La morte di Lenin aiutò a spostare i rapporti di forza a favore della controrivoluzione burocratica. Per ragioni frazionistiche, Zinoviev si accodò alla “teoria” reazionaria e anti-marxista del socialismo in un paese solo, anche se sicuramente ne capiva l’assurdità.11 In breve, il meschino e malevolo tentativo di Zinoviev di promuovere il proprio prestigio e di sconfiggere Trotskij come rivale, aiutò ad aprire le porte all’ascesa dello stalinismo e, alla fine, alla restaurazione capitalista.
Il “metodo” di Zinoviev di condurre un dibattito includeva l’uso di citazioni parziali, estrapolate dal contesto e rimescolate, di attacchi per interposta persona, oltre che di vere e proprie menzogne. Lo ammise lo stesso Zinoviev quando, insieme a Kamenev, cambiò ancora una volta idea e si unì a Trotskij per formare l’Opposizione Unificata contro Stalin nel 1926:

“Il trucco consisteva nel mischiare i vecchi disaccordi [tra Trotskij e Lenin] con i problemi nuovi”.

Gli stalinisti, i settari e i nemici borghesi del bolscevismo perfezionarono in seguito questi metodi, che sono del tutto estranei alle tradizioni di Marx, Engels, Lenin e Trotskij.


La caduta di Zinoviev e l’ascesa di Stalin
Mentre Zinoviev era un incorreggibile indeciso, Stalin, secondo Trotskij, era “dotato di senso pratico, di tenacia, di perseveranza nella realizzazione degli scopi che si è prefisso. Il suo orizzonte politico è estremamente limitato, il suo bagaglio teorico è del tutto primitivo... Per la sua forma mentale è un empirico ostinato, privo di fantasia creatrice. Nelle alte sfere del partito (nelle sfere più larghe non lo si conosceva affatto) era sempre stato considerato adatto a funzioni di secondo o di terzo ordine.” 12
Tuttavia, Stalin impersonava la burocrazia controrivoluzionaria del Termidoro13 in un modo che sarebbe stato impossibile per Zinoviev. Come ha spiegato Trotskij:

“In Stalin ogni [burocrate sovietico] si identifica facilmente. E Stalin ritrova in ognuno di loro una piccola parte del proprio spirito. Stalin è la personificazione della burocrazia. Questa è la sostanza della sua personalità politica.”

Al quattordicesimo congresso del partito, Zinoviev e Kamenev furono messi all’angolo dalla spietata risolutezza del loro ex alleato. Zinoviev fu rimosso dal Politburo nel luglio del 1926. A quel punto gli rimaneva una base solo nel partito di Leningrado e nel Comintern, ma ben presto Stalin gli tolse il terreno da sotto i piedi anche in questi campi. L’ufficio di presidenza del Comintern fu abolito e Zinoviev fu estromesso da tutte le posizioni a livello regionale.
Nel decimo anniversario della rivoluzione d’Ottobre, nel novembre 1927, l’Opposizione di sinistra organizzò manifestazioni contro la burocrazia, che furono disperse con la forza. Il 12 novembre, Trotskij, Zinoviev e molti altri furono espulsi dal partito comunista. Molti, tra cui Trotskij, furono inviati in esilio interno in luoghi come il Kazakhistan e la Siberia.
Sebbene Zinoviev impallidisse al confronto con Trotskij, rispetto a Stalin non poteva che risplendere. Scendendo apertamente in lotta per il potere contro Stalin – un uomo che non dimenticava e non perdonava – Zinoviev segnò il suo destino. Inoltre egli conosceva da vicino i metodi di Stalin, grazie al lavoro svolto insieme ai tempi della prima troika. Stalin non poteva rischiare e decise di demonizzarlo e screditarlo completamente.

Usò i metodi di Zinoviev contro di lui, unendoli ad una spietata e calcolatrice crudeltà caucasica. Alla fine, Zinoviev fu un “utile idiota” per il sociopatico Stalin, che accentrava meticolosamente nelle sue mani le redini del potere dietro le quinte, mentre in pubblico agiva da moderato, destreggiandosi come un equilibrista tra tutte le frazioni, i settori sociali e le classi.

Solo Trotskij rimase saldo nelle idee e nelle sue azioni. A conferma del loro carattere debole e vacillante, Zinoviev e Kamenev capitolarono e corsero di nuovo tra le braccia amorevoli di Stalin. Furono riammessi nel partito e ricevettero incarichi di medio livello, ma non tornarono mai più a far parte del Comitato Centrale. Vegetarono a margine degli eventi fino all’ottobre 1932, quando furono nuovamente espulsi dal partito per non aver denunciato attivamente gli oppositori. Furono riammessi ancora una volta nel dicembre del 1933, ma solo in un contesto di totale umiliazione, dopo aver tenuto discorsi di auto-flagellazione mentre Stalin godeva della loro caduta in disgrazia.

Nel dicembre del 1934, Zinoviev fu espulso per l’ultima volta e arrestato. Fu processato nel 1935 e riconosciuto colpevole di “complicità morale” nell’omicidio di Sergej Kirov, in una tipica montatura stalinista. Fu condannato a 10 anni di prigione.
Poi, nell’agosto 1936, iniziarono i famigerati processi farsa. Nel corso del “processo dei sedici”, gli fu imputato di aver creato un’organizzazione terrorista, di aver ucciso Kirov, di aver complottato per uccidere Stalin e altre mostruosità del genere. Fu accusato di essere uno dei leader del “centro terroristico trotskista-zinovievista”.
Zinoviev e Kamenev accettarono di dichiararsi colpevoli in cambio della vita. Stalin disse loro che “ovviamente” non sarebbero stati uccisi. Il 25 agosto 1936, a meno di 24 ore dalla loro condanna, li fece giustiziare. Si racconta che Kamenev abbia detto a Zinoviev, che gemeva, piangeva e si divincolava dalle guardie: “Ricomponiti e mantieni un po’ di dignità!”

Essendo un vecchio bolscevico, Zinoviev sarebbe sempre stato considerato una minaccia e doveva essere eliminato. Non era possibile assorbirlo semplicemente nell’apparato stalinista, una volta che questo si fosse pienamente formato e consolidato. Insieme a centinaia di altri, doveva essere eliminato fisicamente.
Nel 1988, sotto la perestrojka, il governo sovietico assolse formalmente Zinoviev e compagni dalle assurde accuse che avevano portato alle loro esecuzioni. Questo fu Zinoviev, il primo presidente del Comintern.

 

Perché le cose andarono così male e così in fretta?
Lo zinovievismo non era ancora lo stalinismo, ma certamente aiutò a spianargli la strada. Essendo privo di una comprensione a tutto tondo dei problemi della rivoluzione mondiale, Zinoviev favorì l’espansione della burocrazia di partito, con sé stesso al suo vertice, come soluzione per contrastare il crescente potere della burocrazia statale. Tuttavia, anche in questo caso, venne confermato come le manovre e le misure organizzative non possano decidere le sorti della rivoluzione e della controrivoluzione. In ultima analisi, solo la rivoluzione mondiale avrebbe potuto risolvere i problemi di isolamento, arretratezza e burocratizzazione, ma la vittoria su quel fronte richiedeva politiche internazionaliste, rivoluzionarie e di indipendenza di classe.
Dato che Zinoviev era stato un collaboratore di lunga data di Lenin e si trovava a capo del Comintern, la luce della rivoluzione russa si riverberava su di lui, conferendogli una credibilità e un’autorità che andavano ben oltre le sue capacità e il suo livello politico. Le persone guardavano naturalmente a lui per una guida e una direzione, sia a livello teorico che pratico, ma fece un pessimo lavoro in entrambi i campi. Il problema è che Zinoviev credeva davvero di poter eguagliare il genio di Lenin.
Il Comintern era stato lo strumento principale per diffondere la rivoluzione socialista mondiale dalla sua base nella Russia arretrata, ma ora si trasformò rapidamente nella guardia di frontiera della burocrazia stalinista in ascesa, la prima linea di difesa della sua miope politica estera nazionalista.

In concomitanza con i gravi errori della direzione, furono in ultima analisi i processi sociali più profondi a determinare la degenerazione sia dell’URSS che del Comintern. Dopo l’ondata rivoluzionaria successiva alla prima guerra mondiale, la relativa e temporanea stabilizzazione del capitalismo mondiale aumentò l’isolamento e la pressione sulla giovane repubblica sovietica e posticipò la rivoluzione mondiale.

Ci fu ad esempio un enorme boom negli Stati Uniti, noto come i “ruggenti anni venti”. Lo sfinimento, la tensione e i morti di un decennio di guerre, rivoluzioni e controrivoluzioni presero il sopravvento e il macigno burocratico trascinò a fondo le masse. Dialetticamente l’ondata rivoluzionaria, così ricca di slancio e potenziale, si trasformò nel suo opposto.

Migliaia di nemici giurati del bolscevismo infiltrarono il governo sovietico in cerca di ricchezza e prestigio. Allo stesso modo, il Comintern fu inondato di leccapiedi e carrieristi, che non avevano alcun interesse nella rivoluzione mondiale, o che addirittura lavoravano attivamente contro di essa. Abbiamo visto un fenomeno simile in Venezuela negli ultimi anni, anche se questo non è mai stato uno Stato operaio.

Molti ex feroci anti-bolscevichi non solo influenzarono la politica del Comintern da dietro le quinte, ma addirittura assursero a posizioni di direzione. Ad esempio Martynov, un ex leader dei menscevichi, un arci-riformista piccolo-borghese, sostenne energicamente Stalin contro Trotskij, perché riconosceva in quest’ultimo un rappresentante del vero bolscevismo, mentre la politica di Stalin apriva la strada alla restaurazione capitalista. Fu Martynov a inventare il cosiddetto “blocco delle quattro classi” adottato da Stalin, che portò alla tragedia della rivoluzione cinese del 1925-1927.14

La crisi soggettiva della direzione della classe operaia mondiale divenne un fattore oggettivo nella stabilizzazione postbellica del capitalismo.

 

Il quinto congresso
La Tendenza Marxista Internazionale celebra e si fonda sui lavori dei primi quattro congressi del Comintern. Gli atti di questi congressi costituiscono una miniera d’oro di teoria marxista e di politica internazionalista della classe operaia. La fiducia che Lenin, nonostante la sua prolungata malattia, e Trotskij riponevano nel proletariato mondiale e in un futuro socialista, emergono chiaramente in tutti i loro discorsi e in tutte le risoluzioni.
Alla vigilia della sua morte, Lenin era profondamente consapevole dei problemi che affliggevano il nuovo Stato operaio e del ruolo pernicioso di Stalin. In scritti come Meglio meno ma meglio, lanciò un attacco a tutto campo contro la crescente burocrazia e il veleno dello sciovinismo nazionale che stava già insinuandosi nel partito. Tutto ciò, in ultima analisi, rifletteva l’arretratezza e le pressioni della classe borghese sullo Stato sovietico e sul suo apparato amministrativo: “Nel nostro apparato statale la situazione è a tal punto deplorevole, per non dire vergognosa, che dobbiamo innanzitutto pensare seriamente al modo di combattere i difetti, ricordando che questi difetti hanno le loro radici nel passato che, sebbene abbattuto, non è stato superato.”15
A poche settimane dalla morte di Lenin, avvenuta il 21 gennaio 1924, la spinta della controrivoluzione accelerò drammaticamente. Il quinto congresso, tenutosi nei mesi di giugno e luglio dello stesso anno, servì da ponte tra il Comintern di Lenin e Trotskij e il Comintern di Stalin, con la teoria del “socialismo in un paese solo”, la follia del “terzo periodo” e infine i “fronti popolari”.
Il quinto congresso fu, sotto molti aspetti, il “congresso di Zinoviev”. Nella discussione di prospettive mondiali, il suo discorso occupa più della metà delle 120 pagine di verbali ufficiali. Sebbene nel congresso fosse ancora parzialmente possibile esprimere del dissenso – ci furono ad esempio alcune proteste contro l’espulsione dei cosiddetti “trotskisti” – i lavori erano già pesantemente orchestrati dall’alto. Zinoviev guidò personalmente l’attacco contro il “pericolo di destra” del trotskismo: bollò Trotskij come un piccolo borghese, un opportunista, ecc.
Circostanza forse ancora più infame, fu questo il congresso che lanciò la cosiddetta campagna di “bolscevizzazione” in tutta l’Internazionale. Sebbene potesse sembrare superficialmente qualcosa di “radicale”, in realtà si trattava di una totale caricatura del vero bolscevismo.
Invece di lavorare pazientemente per aiutare le sezioni nazionali a migliorare il loro lavoro attraverso il dibattito e l’esperienza politica, la “bolscevizzazione” utilizzò il Comintern come testa d’ariete per consolidare la posizione della troika di Zinoviev, Kamenev e Stalin. Il mero scopo era quello di asservire tutti i partiti comunisti al partito russo – “l’unico vero partito bolscevico” – il partito che doveva guidare tutti gli altri.

Il partito bolscevico russo era stato forgiato e temprato dal fuoco della rivoluzione e della controrivoluzione, attraverso un processo di intenso dibattito democratico, per un periodo durato due decenni. La “bolscevizzazione” non era che una ricerca goffa e utopica di una scorciatoia inesistente, che potesse plasmare dalla sera alla mattina gli immaturi partiti comunisti di tutto il mondo a immagine e somiglianza dei bolscevichi. Il risultato fu una parodia velenosa e deforme. In sostanza, era una variante della “teoria dell’offensiva” di Bucharin e Zinoviev, una politica avventurista che avevano proposto al terzo congresso, dove fu respinta in favore della politica del fronte unico.
La cosiddetta “bolscevizzazione” formò una leva di generali che sapevano solo obbedire ciecamente agli ordini e attaccare a testa bassa; furono presto fatti a pezzi nelle acque agitate della lotta di classe nel periodo tra le due guerre.

Questa campagna si adattava perfettamente alla “teoria” anti-leninista del socialismo in un solo paese, ovverosia l’idea anti-dialettica secondo cui il comunismo poteva essere pienamente realizzato entro i confini dell’Unione Sovietica. Di conseguenza, l’URSS doveva essere difesa con tutti i mezzi e con tutte le manovre necessarie, a scapito delle rivoluzioni nei paesi più avanzati e della stessa rivoluzione mondiale.
Tuttavia, come ha spiegato in seguito Trotskij nella sua critica alla bozza del programma del sesto congresso:

“Se il socialismo è realizzabile entro il quadro nazionale dell’URSS arretrata, lo è a maggior ragione nella Germania progredita. Domani i dirigenti del PC tedesco svilupperanno questa teoria. Il progetto di programma assicura loro questo diritto. Dopodomani sarà il turno del PC francese. Sarà l’inizio della disgregazione dell’Internazionale secondo la linea del social-patriottismo.”16
I russi avevano sempre goduto di una grande autorità all’interno del Comintern: autorità guadagnata grazie ad argomentazioni politiche chiare, all’esperienza e all’esempio, essendo riusciti a prendere e a mantenere il potere. Ora invece l’autorità veniva imposta dall’alto. Gli ordini dovevano essere trasmessi ed eseguiti senza discutere, per quanto errati o assurdi fossero.

 

Un partito “monolitico”?

Il decimo congresso del partito bolscevico si tenne nel 1921, nel mezzo del comunismo di guerra e della guerra civile, delle carestie di massa, dell’insurrezione di Kronstadt, dell’accerchiamento imperialista e dopo un’aspra e lacerante lotta sul ruolo dei sindacati tra sette diverse frazioni. In queste condizioni, venne concordato di vietare temporaneamente le frazioni nel partito. Questo era dovuto a fattori contingenti ed estremi e ad una necessità impellente: o mantenere l’unità del partito o rischiare il completo disfacimento della rivoluzione. Non era considerata una questione di principio.
Una sana organizzazione rivoluzionaria è un organismo vitale e dinamico. Il flusso di idee, informazioni, chiarimenti e l’innalzamento del livello politico devono essere continui. Zinovev invece estese il divieto temporaneo di creare frazioni all’intero Comintern, sostanzialmente per ragioni di convenienza, poiché dare ordini richiede meno tempo che convincere le persone attraverso argomentazioni politiche.

Nella misura in cui accettavano di lavorare lealmente all’attuazione delle decisioni della maggioranza, pur difendendo i propri punti di vista, le minoranze politiche avevano tradizionalmente sempre avuto diritto a qualche posizione negli organismi dirigenti. Ora dovevano invece essere escluse del tutto dalla direzione nazionale e internazionale. Il partito doveva essere monolitico da cima a fondo, “per principio”, un “partito mondiale bolscevico omogeneo” centralizzato burocraticamente, “che non permetteva l’esistenza di frazioni, tendenze o gruppi”.

In pratica, ciò significava che la base veniva privata del diritto di eleggere e controllare la direzione. Le votazioni interne nel partito divennero spettacoli truccati che non riflettevano più l’autentica volontà della base, giusta o sbagliata che fosse.

I marxisti non sono a favore delle frazioni in ogni momento e in qualsiasi condizione. Se ne può abusare e possono paralizzare il lavoro. Ma a volte consentirle come strumenti temporanei per sviscerare questioni specifiche è necessario per raggiungere la piena chiarezza e sbloccare la situazione.

Anche le fusioni e le scissioni sono una parte necessaria del processo di sviluppo di un partito rivoluzionario mondiale. Ma una sana tendenza rivoluzionaria non deve mai usare le espulsioni per risolvere le differenze politiche e deve cercare di utilizzare tutti i canali politici prima di ricorrere a una scissione.

Zinoviev si serviva di sostituzioni dall’alto, espulsioni e scissioni come metodi prioritari per risolvere le divergenze. Le epurazioni politiche venivano condotte sotto la maschera del “bolscevismo”. La lealtà verso Mosca o verso il capo di una frazione de facto, era il nuovo metro per misurare i dirigenti, non le loro capacità rivoluzionarie. Così la direzione rivoluzionaria del proletariato mondiale fu decapitata proprio quando all’orizzonte si profilavano enormi opportunità. Come ha scritto Trotskij, questo approccio condannò “le giovani sezioni del Comintern... alla degenerazione prima ancora di aver avuto il tempo di crescere e svilupparsi”.

Esiste una differenza abissale tra il centralismo democratico e il centralismo burocratico di Zinoviev e Stalin. Questo metodo distruttivo non ha assolutamente nulla in comune con i metodi di Lenin, eppure è presentato come la forma più pura di leninismo da parte degli stalinisti, dei maoisti, degli anarchici e, naturalmente, dei borghesi.
L’autorità della troika doveva essere indiscutibile e infallibile. Per raggiungere questo obiettivo, bisognava appropriarsi dell’autorità di Lenin e distruggere quella di Trotskij, specialmente in paesi chiave come Germania e Francia. Quando le rivoluzioni fallirono a causa delle politiche della troika, o quando le loro prospettive si dimostrarono palesemente errate, invece di trarne insegnamento, ammettere i suoi errori e imparare da essi, Zinoviev si aggrappò alle sue posizioni e scaricò la colpa su altri. Questo fu molto diseducativo per i membri dell’Internazionale. Egli commise errori particolarmente gravi quando si trattava di valutare le tempistiche sia delle ondate rivoluzionarie che dei momenti di riflusso.

L’azione di marzo del 1921 in Germania portò a una sanguinosa sconfitta, alla fuoriuscita di 200.000 iscritti e all’isolamento del partito comunista tedesco. Eppure, per coprire il proprio errore, Zinoviev disse ai dirigenti del KPD: “L’Internazionale comunista vi dice: avete agito correttamente!” Lenin e Trotskij fecero il possibile per correggere questi errori al terzo congresso del Comintern, ma come vedremo, riuscirono solo in parte a convincere gli estremisti.
In seguito, dopo il fallimento ancor più disastroso della rivoluzione tedesca del 1923 17, Zinoviev utilizzò i dirigenti del partito tedesco come capro espiatorio. Trotskij si rifiutò di incolpare i tedeschi e invece attribuì la responsabilità ai veri artefici della sconfitta: Zinoviev e Stalin. All’apice del movimento, quando mancava solo l’ultima spinta che ispirasse gli operai tedeschi a prendere il potere, furono la loro indecisione ed esitazione a distruggere la rivoluzione e con essa le migliori speranze dei russi per superare l’isolamento e l’arretratezza. Invece di sfruttare l’iniziativa esplosiva delle masse, suggerirono alla direzione tedesca di “andare piano”. Come Stalin disse chiaramente: “Secondo me i tedeschi devono essere frenati e non incoraggiati”. Si presero gioco beffardamente dell’appello urgente di Trotskij ai lavoratori tedeschi per organizzare un’insurrezione, bollandolo come “fuori dalla realtà”. Si trattò di un’occasione mancata di proporzioni epiche.

Nonostante si trovasse a capo del Comintern, Zinoviev non si prese nessuna responsabilità. Lui e il resto della troika avevano sopravvalutato la maturità rivoluzionaria nel marzo 1921 e sottovalutato la profondità della sconfitta nel 1923. Per nascondere i loro fatali errori di calcolo, ricorsero alla spavalderia e all’aggressività, anziché ad una valutazione dialettica equilibrata della situazione quale era realmente. Approfittando della malattia di Lenin, usarono ogni trucco per addossare la colpa a Trotskij, Radek e Thalheimer. Trotskij fu dipinto come “fonte dell’opportunismo di destra nel Comintern”. La Germania del 1923 fu il punto di svolta che inaugurò una nuova fase post-leninista di sviluppo del Comintern.

La “teoria dell’offensiva” di Bucharin e Zinoviev, che aveva portato al disastro nel 1921, era stata respinta dal terzo congresso. Zinoviev e Bucharin si erano opposti al fronte unico e avevano affermato che Lenin si era sbagliato su questa questione, che era stato influenzato dal conservatorismo di Paul Levi. In pratica, quindi, sebbene il fronte unico fosse la politica ufficiale dopo il terzo e il quarto congresso, molte sezioni del Comintern rifiutavano di applicarlo, mentre invece abbracciavano il romanticismo infantile della “teoria dell’offensiva”, che fu riproposta in una nuova veste al quinto congresso.
Alcuni quadri esperti come Karl Radek e Clara Zetkin cercarono di difendere il punto di vista leninista, ma furono sconfitti, mentre Zinoviev ridefiniva il fronte unico come qualcosa che nasceva spontaneamente “dal basso”, non come un accordo tra le organizzazioni di massa dei lavoratori. Gli estremisti, come Fischer e la Maslow, addirittura giunsero a incolpare la politica del fronte unico della sconfitta nel 1923 in Germania, sostenendo che il partito tedesco era stato indebolito nei suoi anni di collaborazione con la socialdemocrazia.
Il quinto congresso approvò persino una risoluzione in cui si affermava che l’ultra-imperialismo avrebbe potuto eliminare le guerre imperialiste. Si trattava di un’inversione di rotta scandalosa rispetto alle opinioni sull’imperialismo e sulla guerra di Lenin e dello stesso Zinoviev, quando era stato coautore del libro sul socialismo e la guerra.
Il quinto congresso rappresentò quindi una totale negazione delle politiche per cui Lenin e Trotskij si erano battuti con successo al terzo e al quarto congresso, oltre che un ripudio diretto degli scritti di Lenin sulla malattia infantile dell’estremismo. Ancora una volta, tutti questi errori furono compiuti in nome del “bolscevismo”.

 

Al di là delle loro capacità
La scena era così pronta per la rovina del Comintern come internazionale rivoluzionaria. Come ha spiegato Trotskij nel 1928:
“Il PC dell’URSS ha una ricchissima esperienza rivoluzionaria sul piano delle idee. Ma come hanno mostrato gli ultimi anni, neppure esso può vivere impunemente un solo giorno limitandosi a consumare gli interessi del suo capitale. Deve di continuo ricostruirlo ed accrescerlo e questo non è possibile se non facendo lavorare collettivamente il pensiero del partito. Che dire allora dei PC degli altri paesi, nati solo da qualche anno e che attraversano il loro primo periodo di accumulazione di conoscenze teoriche e di metodi d’azione? Senza godere di una vera libertà nella vita interna, libertà di discussione, libertà di fissare, e in particolare in raggruppamenti, le vie da seguire, questi partiti non costituiranno mai una forza rivoluzionaria decisiva.”18

Zinoviev sembrava ingenuamente credere che il peso, lo slancio della rivoluzione e l’autorità dei russi, assieme agli ordini dall’alto, sarebbero stati sufficienti a garantire la vittoria mondiale. Ma la lotta di classe è molto più complicata di così. Una volta che il capitalismo raggiunse una certa stabilità nei primi anni ‘20, la nuova situazione si rivelò al di là delle capacità di Zinoviev e di praticamente tutti gli altri. Le conseguenze dei loro errori furono concrete e tragiche.

Questi dirigenti non capivano la dialettica ed erano divorati dall’impazienza, da sempre la rovina dei rivoluzionari. I marxisti devono avere una visione di lungo periodo della storia. Zinoviev e i suoi complici cercavano una chiave magica e non avevano il livello teorico per far fronte al cambiamento della situazione. Quindi fecero ricorso in misura sempre maggiore ai metodi burocratici e al dirigismo.

La campagna di “bolscevizzazione” significò la “russificazione” dei partiti di ogni paese, la riorganizzazione forzata della vita interna di tutte le sezioni nazionali del Comintern, condotta in maniera burocratica, dall’alto, cacciando tutti i dissidenti senza tante cerimonie. Decine di migliaia di militanti in tutto il mondo fidavano nei russi e nel Comintern per avere consigli politici obiettivi ed equilibrati, non consigli basati sugli interessi di frazione, e questo condusse al disastro in un paese dopo l’altro. Manovre spregiudicate sostituirono il dibattito politico. Carrieristi e burocrati senza cervello vennero favoriti rispetto a persone di talento, che potevano aver commesso alcuni errori o che ragionavano in maniera indipendente.

Bucharin, anche lui un pensatore rigido e meccanico, si basò sugli stessi metodi dopo che successe a Zinoviev come presidente del Comintern, tra il 1926 e il 1929. Infine il leader comunista bulgaro, Georgij Dimitrov, che aveva un livello politico ancora più grossolano, prese il controllo del Comintern nel 1934 e lo presiedette fino alla sua dissoluzione un decennio più tardi, perfezionando ulteriormente l’uso di questi metodi sotto la diretta tutela di Stalin.

Al sesto congresso, tenutosi nel 1928, Stalin ebbe il sopravvento. Il congresso non corresse affatto gli errori del quinto congresso e, in seguito al fallimento della rivoluzione cinese, lanciò il cosiddetto “terzo periodo”, che sarebbe durato fino al 1935. Dopo il “primo” periodo rivoluzionario successivo alla vittoria dell’Ottobre e il “secondo” periodo di stabilizzazione capitalista, il terzo periodo avrebbe visto in maniera anti-dialettica il crollo finale e imminente del sistema capitalista. Tutti i partiti comunisti dovevano adottare una stridula linea estremista, in una nuova perversa variante della “teoria dell’offensiva”.

Tutti i partiti non comunisti, compresi i partiti socialisti, venivano bollati come “social-fascisti”. Non solo era inammissibile che i comunisti lavorassero con loro, ma si doveva agire per distruggere fisicamente la sinistra riformista. Poco importava che milioni di lavoratori fossero ancora sotto l’influenza della socialdemocrazia. Questi costanti zig-zag demoralizzarono e distrussero il Comintern come partito della rivoluzione internazionale.

 

Germania

Al di fuori della Russia, il partito comunista più influente si trovava in Germania, che era il paese chiave per la vittoria della rivoluzione mondiale. Rivoluzione e controrivoluzione infuriarono nel paese dal 1918 in poi e nel 1923, una grave crisi economica e l’occupazione militare della Ruhr da parte dell’imperialismo francese, provocarono l’ennesimo episodio rivoluzionario.
Tuttavia, disorientata dagli omicidi di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, dall’opportunismo e dall’espulsione di Paul Levi e dall’estremismo di Fischer e Maslow, la direzione tedesca, ora guidata da Brandler e Thalheimer, era con l’acqua alla gola e aveva bisogno di una guida chiara e decisa. Chiesero a Mosca di inviare Trotskij per aiutare a coordinare la rivoluzione, ma la richiesta venne respinta per ragioni frazionistiche.

Stalin, Kamenev e Zinoviev non potevano però offrire un’alternativa rivoluzionaria coerente, anche se in quel momento non stavano consapevolmente cercando di sabotare la rivoluzione. I vacillamenti di Zinoviev e Kamenev e il menscevismo delle due fasi di Stalin condannarono la rivoluzione tedesca. Come abbiamo già spiegato, dissero ai tedeschi di aspettare, persero il momento rivoluzionario favorevole e il movimento, sbriciolatosi, venne schiacciato. Il destino della Russia era quasi segnato.
La colpa era di Zinoviev, dell’esecutivo internazionale e del Politburo russo, e tutti lo sapevano nella direzione. Sebbene Trotskij conoscesse bene le loro evidenti carenze, rifiutò di usare Brandler e Thalheimer come capri espiatori. Ma come abbiamo visto, la troika era esperta in intrighi e in politiche di prestigio. Riuscirono a gettare la colpa addosso a Trotskij, a Karl Radek e ai tedeschi. Fu scatenata una velenosa campagna di menzogne ​​e di calunnie per estirpare qualsiasi sostegno a Trotskij in Germania.

Brandler fu rimosso e sostituito da Fischer, Maslow e Urbahns, estremisti che si erano opposti alla tattica del fronte unico al terzo e al quarto congresso e che consideravano Lenin e Trotskij come opportunisti di destra. Cacciarono chiunque fosse vagamente vicino a Trotskij e presentarono risoluzioni per l’espulsione di Trotskij dall’Internazionale comunista. Dopo che ebbero svolto il lavoro sporco per conto di Mosca, vennero sostituiti da una direzione ancora più servile, sotto Ernst Thälmann, che approfondì la campagna anti-trotskista.
A peggiorare le cose, Zinoviev inventò anche il “luxemburghismo” per intaccare la memoria e l’autorità di Rosa Luxemburg. Come con Trotskij, esagerarono le sue divergenze con Lenin e gettarono nel fango il suo contributo al marxismo rivoluzionario. Ma l’autorità di Rosa e Trotskij non era così facile da seppellire. Ci vollero diversi anni per riuscirci, ma alla fine il partito tedesco fu reso inutilizzabile come strumento per la rivoluzione mondiale. A tutto questo si aggiunse poi la follia del terzo periodo e del social-fascismo, che contribuì a spianare la strada all’ascesa di Hitler.


Francia
La Francia fu il primo esperimento di “bolscevizzazione” anti-trotskista. Trotskij aveva molta autorità e legami nel partito francese, che dovevano essere smantellati. Come altrove, la direzione del partito comunista venne nominata dall’alto: persone con poca esperienza, che non avevano lottato durante i tempi difficili della guerra e della polemica contro la socialdemocrazia. Il partito comunista francese, che una volta si autofinanziava, divenne dipendente dai sussidi di Mosca, un’altra leva per strappare il controllo dei partiti nazionali alla base. Stupidi incapaci come Treint vennero promossi da Mosca per poter dettare loro la linea.
Treint accusò Trotskij e l’opposizione di essere menscevichi piccolo-borghesi, “opportunisti di destra” che avevano sabotato la rivoluzione tedesca. In effetti, il primo uso del termine “bolscevizzazione” sembra risalire a un articolo di Treint del marzo del 1924. Come scrisse: “ideologia omogenea, linea politica omogenea, struttura omogenea, direzione omogenea!”
Treint abbracciò la teoria del social-fascismo e inventò la definizione anarco-fascismo – che metteva sullo stesso piano anarchici, socialdemocratici e fascisti. Dichiarò che il fascismo era già al potere, poiché, secondo lui, la democrazia borghese e il fascismo erano la stessa cosa. In meno di due anni, anche il partito francese fu distrutto come strumento politico per la rivoluzione socialista francese. Come prevedibile, la ricompensa di Treint fu l’espulsione, assieme agli zinovievsiti dell’Opposizione Unificata, nel 1927.


Gli Stati Uniti
Fin dall’inizio, quando si scisse dal partito socialista, il partito comunista negli Stati Uniti fu un disastro, atomizzato e spaccato in numerose frazioni. Il movimento era dominato da numerose “federazioni di lingua straniera” di immigrati, come russi, tedeschi e ungheresi. Incredibilmente nei primi tempi, solo tra il 5% e il 10% dei membri erano organizzati in sezioni di lingua inglese. Date le condizioni dei loro paesi d’origine, molti di questi militanti credevano che l’organizzazione dovesse essere segreta e clandestina per una questione di principio, anche se le condizioni negli Stati Uniti erano molto diverse da quelle in paesi come la Russia zarista.
A un certo punto c’erano due partiti comunisti “ufficiali” negli Stati Uniti: il Communist Party of America (guidato da Ruthenberg e Fraina) e il Communist Labour Party (attorno a John Reed e Gitlow), entrambi emersi da scissioni a sinistra del partito socialista. Alla fine furono costretti dall’alto ad una fusione senza principi, a seguito di una serie di direttive di Zinoviev e del Comintern. Di conseguenza, il partito rimase permanentemente diviso in frazioni sul piede di guerra.  

Il boom post-bellico degli anni ‘20 portò a un’enorme confusione e ad un arretramento nel partito, con molti che negavano la possibilità di una nuova crisi economica e di una rivoluzione. Tutto ciò aprì la strada all’ungherese József Pogány, noto negli Stati Uniti come John Pepper, che irruppe sulla scena e seminò scompiglio in qualità di presunto rappresentante del Comintern nel paese. Tra le altre follie, Pepper proclamò che i contadini poveri, non i lavoratori, erano la classe rivoluzionaria. James P. Cannon paragonò quei giorni a una “guerra politica tra bande”. Erano in una fase primitiva di costruzione di un’organizzazione rivoluzionaria, ma non ebbero mai l’opportunità di emergere dal pantano.
Ancor prima che fosse lanciata la campagna per la “bolscevizzazione”, il partito comunista degli Stati Uniti (CPUSA) dipendeva dal Comintern. Si affidava a Mosca, e a Zinoviev in particolare, per mediare tra le varie frazioni. Non fu mai in grado di costruire una direzione nazionale coesa e unificata. Questo creò un terreno fertile per le manovre bonapartiste e il bilanciamento tra le frazioni tipiche di Zinovev.
Sebbene il CPUSA fosse già, in effetti, “bolscevizzato”, fu comunque portata avanti una strenua campagna di “bolscevizzazione”, guidata nientemeno che da James Cannon. In effetti Cannon divenne noto come il “capitano della bolscevizzazione”. Era intransigente e un fedelissimo di Zinoviev, che metteva in pratica acriticamente le decisioni del quinto congresso con zelo quasi religioso. Ad esempio, dopo la pubblicazione delle Lezioni dell’Ottobre di Trotskij, Cannon e Earl Browder vietarono la pubblicazione degli articoli di Trotskij sulla rivista teorica del CPUSA, il Workers Monthly.
Come Zinoviev, Cannon era un agitatore molto dotato, in grado di tradurre le idee di altri in discorsi demagogici e in azioni. Era un energico combattente proletario, un ex “Wobbly”19 con solidi istinti di classe. Aveva conosciuto ed era stato in gran parte formato da grandi combattenti di classe come “Big” Bill Haywood, ma aveva un basso livello teorico, nemmeno un briciolo di dialettica ed era guidato esclusivamente dal buon vecchio pragmatismo americano e dal “buon senso”.

Dato il caos delle frazioni nel partito americano, si può capire perché Cannon fosse a favore dell’idea di un partito monolitico, in accordo assoluto su tutto e ciecamente fedele alla direzione. Le cose così sono molto più facili! Ma non si costruirà mai un vero partito bolscevico con questi metodi, nemmeno in un miliardo di anni.

I vari dirigenti del partito americano si scontravano continuamente per ottenere il favore di Zinoviev o Bucharin. Le visite a Mosca assomigliavano alle visite in Vaticano. Sempre più i dibattiti politici interni e i risultati delle votazioni venivano decisi in anticipo a porte chiuse.

La lotta di frazione e l’interferenza di Mosca raggiunsero l’apice dell’assurdo alla quarta conferenza del partito del 1925. Il partito era profondamente diviso, spaccato all’incirca a metà. La frazione di William Z. Foster e James Cannon aveva ottenuto la maggioranza dei delegati contro la frazione guidata da Charles Ruthenberg e Jay Lovestone. Tuttavia, dopo la conferenza, tutte le decisioni vennero ribaltate da un telegramma proveniente da Mosca, in cui si dichiarava che “il gruppo di Ruthenberg è il più fedele alle decisioni dell’Internazionale comunista”.
Foster voleva combattere contro questa decisione, ma Cannon si separò da lui e formò una terza frazione, per accettare la decisione di Mosca, sostenendo però che in realtà fosse lui, non Ruthenberg, il più fedele! Si oppose anche a fare dell’intervento burocratico del Comintern oggetto di dibattito all’interno del partito, perché altrimenti si sarebbe minata l’autorità dell’Internazionale.
Ancora una volta uno dei paesi chiave della rivoluzione mondiale venne trattato come un pedone in una partita a scacchi burocratica. Molti rivoluzionari onesti ed energici furono completamente rovinati e persero di vista i motivi che li avevano originariamente spinti a diventare comunisti rivoluzionari. Il frazionismo, che all’inizio era stato un mezzo per raggiungere un fine, divenne un fine in sé.
Molti, come Foster, alla fine erano felici di accettare l’egemonia di Mosca, se questo significava una loro ascesa personale. Ma solo temporaneamente, poiché anche a Mosca le frazioni si innalzavano e poi cadevano. Nessuno avrebbe scommesso su Stalin nei primi tempi, molti non sapevano nemmeno chi fosse, quindi cercavano di ingraziarsi Zinoviev o Bucharin. Quando Stalin alla fine emerse come il vincitore, i cosiddetti comunisti di tutto il mondo si prostrarono davanti a lui e lo adularono per ottenerne il favore.
A loro favore, bisogna dire che James Cannon e il canadese Maurice Spector alla fine ripudiarono Stalin. Dopo essersi imbattuti nella critica di Trotskij alla bozza di programma dell’Internazionale per il sesto congresso, si incaricarono di diffondere il trotskismo in America e in Canada e contribuirono a creare la Quarta Internazionale. Ma i metodi appresi sotto l’ala di Zinoviev avevano oramai segnato Cannon, che non li avrebbe mai più abbandonati. Fin quando era vivo, Trotskij sapeva come ottenere il meglio da Cannon, ma dopo la sua morte fu la fine anche per la sezione più importante della Quarta Internazionale.

 

Il settimo congresso
Lo stesso accadde in tutto il mondo. In Italia, nel 1924, Gramsci fu imposto contro l’estremista Bordiga, sebbene Bordiga fosse il leader naturale del partito, godendo del sostegno della maggioranza. Anche Gramsci era un energico sostenitore della “bolscevizzazione”. In Ungheria e Finlandia, Zinoviev si appoggiò su elementi come Bela Kun e Otto Kuusinen, che avevano fallito miseramente nei loro paesi ed erano pronti a qualsiasi cosa pur di mantenere le proprie posizioni e nascondere il proprio disastroso passato.

In Cina, l’Esecutivo Internazionale e Zinoviev avevano un controllo totale su Chen Duxiu e sui primi quadri del partito comunista cinese, potendo controllare i loro stipendi e le finanze del partito, il che limitò la loro capacità di sollevare critiche e dissentire in modo aperto. In Giappone, due frazioni opposte furono unificate burocraticamente dall’alto da Bucharin nel 1927. La direzione della maggioranza estremista sotto Kazuo Fukumoto fu rimossa senza tante cerimonie e senza discussioni tra le fila del partito. Naturalmente, Fukumoto fu accusato di “trotskismo”, sebbene non fisse mai stato un sostenitore di Trotskij.
Ne La Terza Internazionale dopo Lenin, scritto nel 1928, Trotskij criticò la direzione stalinista del Comintern:

“Va da sé che la debolezza dei partiti comunisti e della loro direzione non è caduta dal cielo, ma è un prodotto di tutto il passato dell’Europa. Nelle attuali condizioni di maturità delle contraddizioni rivoluzionarie oggettive, i partiti rivoluzionari potrebbero senza dubbio svilupparsi ad un ritmo rapido, se ci fosse una direzione dell’Internazionale che operasse accortamente, affrettando il processo di maturazione invece di ritardarlo.”20
Tuttavia una direzione corretta mancava e il processo non fu solo ritardato, ma venne fatto completamente deragliare. Ai tempi del settimo congresso del Comintern, tenutosi nel 1935, le direzioni di tutte le sezioni nazionali erano irriconoscibili, essendo state rinnovate più volte. Comprendendo finalmente la minaccia mortale posta dalla Germania nazista, e con i nemici interni di Stalin in gran parte neutralizzati, fu abbandonato il “terzo periodo” e fu adottato il “fronte popolare”, una tattica opposta a quella del fronte unico. Questa politica di aperta collaborazione di classe prescriveva a tutti i partiti comunisti di formare “fronti popolari” con tutti i partiti che si opponevano al fascismo, compresi, e in particolare, i partiti borghesi. In paesi come la Spagna e la Francia, questo portò al disastro.
Ora saldamente in sella, la burocrazia intensificò la guerra civile unilaterale contro i vecchi bolscevichi. Il Comintern e il suo apparato furono profondamente infiltrati dalla polizia segreta, il cui scopo era sradicare ogni opposizione a Stalin. 133 dei 492 membri dell’apparato del Comintern furono vittime delle grandi purghe di Stalin. Diverse centinaia di comunisti e antifascisti tedeschi fuggiti dalla Germania nazista furono liquidati e più di un migliaio furono riconsegnati ai nazisti.

Molti di quelli che alla fine si schierarono con Trotskij per opporsi a Stalin – come lo stesso Zinoviev – erano stati in prima linea nelle campagne anti-trotskiste per la “bolscevizzazione”. Questo chiaramente non era il materiale migliore con cui lavorare, ma ancora una volta, Trotskij fece del suo meglio per lavorare con quel che c’era. Naturalmente molti tra le fila dell’Opposizione di sinistra erano sospettosi nei confronti di queste persone, dato il loro ruolo precedente. Tuttavia, quando Zinoviev fu processato e giustiziato nel 1936, furono organizzati scioperi da parte dei prigionieri trotskisti rinchiusi nei campi di concentramento stalinisti. Nonostante tutto, Zinoviev aveva giocato un certo ruolo in passato e ciò gli fu riconosciuto.

La follia era però tutt’altro che finita. Nel novembre del 1939, Stalin firmò il patto Molotov-Ribbentrop, disorientando completamente la classe operaia mondiale. Poi, quando la Germania invase l’Unione Sovietica nel giugno del 1941, il Comintern rovesciò nuovamente la propria posizione e cominciò a sostenere attivamente gli Alleati.

Alla fine, il 15 maggio 1943, come gesto di buona volontà verso gli inglesi e, soprattutto, verso gli imperialisti americani, il comitato esecutivo del Comintern emise una dichiarazione che invitava le sezioni nazionali a “dissolvere l’Internazionale comunista come centro guida del movimento operaio internazionale, liberando le sezioni dell’Internazionale comunista dagli obblighi derivanti dallo statuto e dalle decisioni prese nei congressi dell’Internazionale comunista.”

Scandalosamente si dichiarava:

“[...] già prima della guerra, era sempre più chiaro che, nella misura in cui la situazione interna dei singoli paesi, così come il loro ruolo internazionale, diventavano via via più complessi, tentare di risolvere i problemi del movimento operaio di ciascun paese attraverso un centro internazionale avrebbe incontrato ostacoli insuperabili.”21

Senza alcuna discussione democratica nella base, i partiti comunisti degenerati a livello nazionale si limitarono a ratificare la dichiarazione e la Terza internazionale fu sciolta. In realtà, era già morta da tempo. Nel 1936, sette anni prima del suo scioglimento ufficiale, in una famigerata intervista con il giornalista americano Roy Howard, Stalin aveva dichiarato che il Comintern era quasi del tutto sepolto.


"Howard: Questa sua affermazione significa che l’Unione Sovietica ha in qualche modo abbandonato i suoi piani e le sue intenzioni di portare avanti una rivoluzione mondiale?

Stalin: noi non abbiamo mai avuto questi piani o queste intenzioni.

Howard: lei saprà senza dubbio, signor Stalin, che la maggior parte del mondo ha da molto tempo una impressione diversa?

Stalin: questo è il prodotto di un fraintendimento.

Howard: un tragico fraintendimento?

Stalin: no, comico. O forse tragicomico. Vede, noi marxisti crediamo che una rivoluzione avrà luogo anche in altri paesi. Ma avverrà solo quando i rivoluzionari di quei paesi lo riterranno possibile o necessario. L’esportazione della rivoluzione è una sciocchezza. Ogni paese farà la propria rivoluzione se lo desidera, e se non lo vuole, non ci sarà rivoluzione. Ad esempio, il nostro paese ha voluto fare una rivoluzione e l’ha fatta, e ora stiamo costruendo una nuova società senza classi. Ma affermare che vogliamo fare una rivoluzione in altri paesi, interferire nella loro vita, significa asserire il falso e ciò che non abbiamo mai detto."22

Un’internazionale rivoluzionaria è soprattutto il suo programma, i suoi metodi, la sua bandiera e le sue tradizioni. Fino al 1933, Trotskij e l’Opposizione di sinistra internazionale si consideravano una frazione espulsa del Comintern, che lottava per riformarlo politicamente e per farlo tornare al vero leninismo. Ma nel 1933, con l’ascesa di Hitler, la situazione si era guastata in modo irreparabile. Da qui la dichiarazione di Trotskij sulla necessità di una Quarta Internazionale e la sua fondazione formale nel 1938. Trotskij trascorse il resto della sua vita a combattere per difendere le idee e i metodi autentici del bolscevismo, una lotta che condusse fino alla morte.

 

Le questioni politiche e organizzative sono intimamente connesse
I metodi di Zinoviev e Stalin sono comuni nella politica borghese. Disonestà e manovre sono il pane quotidiano di una minoranza parassitaria che cerca disperatamente di mantenere il controllo sulla maggioranza. La nostra è una causa superiore, incompatibile con l’inganno e la meschinità.

Sfortunatamente alcuni nel nostro movimento hanno ceduto di fronte alla pressione dei grandi avvenimenti e hanno fatto ricorso a questi metodi per coprire le loro carenze e inadeguatezze. Le loro azioni hanno avvelenato diverse generazioni di aspiranti rivoluzionari. Questi metodi alieni dilagano nella sinistra di oggi e non devono essere tollerati a nessun livello in una sana organizzazione rivoluzionaria. La politica informale, quella dei piccoli circoli, è una fase quasi inevitabile nell’infanzia di un’organizzazione. Ma se non va oltre questa fase, non sarà mai all’altezza di spingere le masse lavoratrici al rovesciamento del capitalismo.
Fortunatamente compagni come Trotskij e Ted Grant hanno preservato gli autentici metodi del marxismo per le generazioni future. Inoltre, analizzando dialetticamente queste esperienze, possiamo anche trarre conclusioni positive dai metodi negativi usati da altri.
In ultima analisi, le differenze politiche riflettono le domande e i dubbi dei diversi strati della classe lavoratrice, oltre ad essere un’espressione delle pressioni delle idee aliene alla classe nel movimento dei lavoratori.

La lezione più ovvia che possiamo trarre da questa esperienza, quindi, è che non si possono risolvere i problemi politici ricorrendo a misure organizzative. Il cinismo e la demoralizzazione, il declino e la morte dell’organizzazione rivoluzionaria, sono i risultati inevitabili.
Il programma, le prospettive, la teoria e, in particolare, la dialettica non sono semplici ornamenti, ma sono indispensabili per il nostro lavoro. Al posto dell’impazienza e dell’avventurismo, i marxisti rivoluzionari devono “spiegare pazientemente”, non solo alla classe operaia in generale, ma anche tra le loro fila. Inutile dire che non c’è spazio per l’ego, per politiche di prestigio, o per le cricche.

Non esiste uno slogan, una direttiva o una forma organizzativa che vada bene per tutte le situazioni e che possa essere imposta dall’alto per risolvere magicamente tutti i nostri problemi, in ogni paese e in qualsiasi momento. Se così fosse, il rovesciamento del capitalismo sarebbe stato realizzato già da decenni!

Come ha spiegato Trotskij:

“Il bolscevismo fu sempre forte perché era concreto dal punto di vista storico quando elaborava le sue forme d’organizzazione. Niente schemi aridi. Passando da una fase all’altra i bolscevichi modificavano radicalmente la struttura della loro organizzazione. Ma ora l’identico principio della ‘osservanza rivoluzionaria’ è applicato contemporaneamente al potente partito della dittatura del proletariato, al PC tedesco che costituisce una forza politica notevole, al giovane PC cinese che si è trovato coinvolto bruscamente nel turbine della lotta rivoluzionaria, alla piccola associazione di propagandisti che è il PC degli Stati Uniti.”23
Un’organizzazione rivoluzionaria deve costituire gruppi dirigenti a tutti i livelli, bilanciando i punti di forza e di debolezza, politici e organizzativi, dei singoli compagni. Dobbiamo cercare di garantire che il tutto sia maggiore della somma delle sue parti. In tal modo, dobbiamo trovare “il cavallo giusto per ogni corsa”, perché la persona sbagliata nel ruolo sbagliato può rovinare tutto, anche se ha magari altri punti di forza.
Nulla può sostituire una base attenta e impegnata, unita a una direzione ricettiva, che dirige con l’esempio e guadagna la sua autorità politicamente, nel tempo, ammettendo e correggendo i propri errori. Dobbiamo elevarci al di sopra della meschinità senza principi e dedicarci con abnegazione alla causa della rivoluzione socialista mondiale.
In ultimo, ma non per importanza, la storia del Comintern dimostra che non è possibile improvvisare una direzione rivoluzionaria una volta che la rivoluzione è iniziata. E una volta che la marea rivoluzionaria ha iniziato a rifluire, è ancora più difficile tenere insieme le cose.
Fortunatamente per quelli che oggi, come noi, combattono per la rivoluzione socialista, il corso della storia si sta muovendo a nostro favore e il ritmo degli eventi sta accelerando. Siamo estremamente fortunati ad avere accesso alle opere e all’esperienza dei grandi marxisti. Questo materiale è veramente una miniera d’oro e, utilizzandolo, possiamo abbreviare il periodo necessario per la formazione e la selezione dei quadri.

Per ragioni che abbiamo ampiamente spiegato altrove24, la Quarta internazionale non è mai decollata. Ma la Tendenza Marxista Internazionale ha raccolto la bandiera di Trotskij, proprio come Trotskij aveva raccolto quella di Lenin. In un paese dopo l’altro, saremo messi alla prova nella lotta rivoluzionaria prima di quanto ci aspettiamo. Non c’è tempo da perdere nello studiare e mettere in pratica queste lezioni.

 

 

 

Note

  1. Sulle vicende della Workers International League e il ruolo di James Cannon in Gran Bretagna, si veda Ted Grant, Il lungo filo rossoParte Prima: storia del trotskismo britannico, AC Editoriale, 2007.
  2. Sui metodi di Healy si veda sempre Ted Grant, op. cit. Su Peter Taaffe, rimandiamo all’articolo https://www.marxismo.net/index.php/la-nuova-epoca/449-il-militant-come-fu-costruito-e-come-fu-distrutto
  3. Si fa qua riferimento al libro Il marxismo e la questione nazionale del 1913. Scritto da Stalin in seguito a un periodo di collaborazione con Lenin, nei fatti il libro esponeva le idee di quest’ultimo sulla questione nazionale; idee da cui Stalin, una volta salito al potere, si sarebbe estremamente allontanato, con conseguenze tragiche per le minoranze nazionali dell’Unione Sovietica.
  4. Lev Trotskij, Storia della rivoluzione russa, Sugar Editore 1964, p. 580
  5. Ibidem, pp. 580-581
  6. Lev Trotskij, La mia vita, Mondadori 1976, p. 398
  7. Si veda sull’argomento l’articolo https://www.marxismo.net/index.php/teoria-e-prassi/storia-delle-rivoluzioni/438-l-internazionale-comunista-e-la-germania-l-appuntamento-mancato-con-la-rivoluzione
  8. Disponibile in estratto: https://www.marxismo.net/index.php/autori/lev-trotskij/364-lezioni-dell-ottobre-estratto-3
  9. Lev Trotskij, Storia della rivoluzione russa, p. 580
  10. Vedi nota n. 2
  11. Su questa teoria si veda https://www.marxismo.net/index.php/autori/lev-trotskij/419-programma-della-rivoluzione-internazionale-o-del-socialismo-in-un-paese-solo
  12. Lev Trotskij, La mia vita, p. 465
  13. Durante la rivoluzione francese, nel mese di Termidoro (secondo il nuovo calendario rivoluzionario) del 1794, venne attuato un colpo di Stato contro Robespierre, che rappresentò una netta svolta a destra nello sviluppo della rivoluzione. Il termine Termidoro fu utilizzato da Trotskij in analogia con la rivoluzione russa, per indicare la burocrazia stalinista che si insediò al potere dopo la morte di Lenin. Sulle implicazioni politiche più profonde del concetto di Termidoro e dell’analogia tra rivoluzione francese e rivoluzione russa, rimandiamo al testo https://www.marxismo.net/index.php/teoria-e-prassi/in-difesa-dell-ottobre/410-la-natura-dello-stalinismo
  14.  Si veda https://www.marxismo.net/index.php/teoria-e-prassi/storia-delle-rivoluzioni/446-stalin-l-organizzatore-di-sconfitte-la-rivoluzione-cinese-del-1925-1927
  15. Lenin, Le opere (raccolta), Editori Riuniti 1965, Meglio meno ma meglio, p. 1815
  16. Lev Trotskij, La Terza Internazionale dopo Lenin, Schwarz 1957, p. 101
  17. Vedi nota n. 7
  18. Lev Trotskij, La Terza Internazionale dopo Lenin, pp. 171-172
  19. Con questo termine si indicavano i membri dell’IWW, Industrial Workers of the World, la combattiva organizzazione sindacale che, agli albori del movimento operaio americano tra la fine dell’800 i primi del ‘900, organizzava i settori più sfruttati dei lavoratori e fu protagonista di lotte durissime. Sulla storia dell’IWW rimandiamo all’articolo  https://www.marxismo.net/index.php/teoria-e-prassi/storia-delle-rivoluzioni/58-dagli-iww-al-cio-il-sindacalismo-industriale-negli-stati-uniti-tra-radicalita-e-fenomeni-di-massa
  20. Lev Trotskij, La Terza Internazionale dopo Lenin, p. 112
  21. https://www.marxists.org/history/international/comintern/dissolution.htm
  22. Intervista Roy Howard – Stalin, Communist International, marzo-aprile 1936
  23. Lev Trotskij, La Terza Internazionale dopo Lenin, p. 171
  24. Si veda https://www.marxist.com/origins-of-trotskyism.htm che prossimamente tradurremo in italiano su questo sito.