di Vittorio Saldutti

 

La fine della Seconda Internazionale

La Seconda Internazionale è morta, vinta dall’opportunismo. […] Alla Terza Internazionale spetta il compito di organizzare le forze del proletariato per l’assalto rivoluzionario, contro i governi capitalistici, per la guerra civile contro la borghesia di tutti i paesi, per il potere politico, per la vittoria del socialismo!” Così Lenin concludeva un bilancio delle vicende che avevano portato la Seconda Internazionale ad aderire in massa alla richiesta di sostegno per la guerra imperialista avanzata dalle varie borghesie nazionali, tradendo quanto era stato discusso appena pochi mesi prima dell’esplosione bellica.1 L’articolo fu scritto per una rivista socialdemocratica russa nell’autunno del 1914, quando il contagio della febbre nazionalista aveva raggiunto il massimo grado, coinvolgendo non solo la piccola borghesia, ma anche parte del proletariato, soprattutto la sua direzione. La prospettiva di trasformare la guerra nazionale in guerra civile rivoluzionaria, per di più in un paese arretrato economicamente e politicamente quale era la Russia zarista, era dunque particolarmente audace, ma era una parola d’ordine fondamentale per marcare la distanza tra i rivoluzionari e i socialdemocratici. Ristabilire i principi del marxismo sulle questioni più importanti, innanzitutto sulla guerra imperialista, fu, infatti, il compito che si proposero Lenin e i settori più avanzati dei partiti socialdemocratici europei allo scoppio della guerra.

Il cedimento delle direzioni dei più importanti partiti della Seconda Internazionale era stato l’esito di un processo di accomodamento che, nei decenni precedenti, le aveva lentamente assuefatte alla politica parlamentare. La lunga pace vissuta dall’Europa negli anni in cui il movimento socialdemocratico era cresciuto enormemente, e così le sue organizzazioni, aveva fatto prediligere ai partiti operai il terreno parlamentare, nel quale, dato il contesto, si ottenevano più facilmente risultati positivi, se non in termini di miglioramenti per i lavoratori, certamente per quel che riguardava il consenso elettorale. Tuttavia, sempre nelle parole di Lenin, “questo periodo generò la tendenza alla negazione della lotta di classe, alla predicazione della pace sociale, alla negazione della rivoluzione socialista, alla negazione, per principio, dell’organizzazione illegale, al riconoscimento del patriottismo borghese.”2 Tentativi di arginare questa deriva furono attuati già negli anni precedenti, in particolare nei congressi dell’Internazionale socialista che si erano tenuti a Stoccarda nel 1907 e a Basilea nel 1912. I crescenti attriti tra le potenze europee annunciavano lo scoppio di un’imminente guerra che avrebbe coinvolto il mondo intero, dato lo sviluppo imperialistico del capitalismo, e avrebbe seminato morte e distruzione come mai prima, grazie allo sviluppo tecnologico. A Stoccarda l’ala sinistra dell’Internazionale, che radunava Rosa Luxemburg e Franz Mehring, Anton Pannekoek e alcuni altri esponenti delle socialdemocrazie europee, oltre ai bolscevichi, riuscì a imporre una risoluzione che condannava la futura guerra come imperialista. Questo orientamento fu confermato al congresso di Basilea – convocato in via straordinaria allo scoppio del conflitto tra Serbia e Montenegro – che promosse una mobilitazione internazionale contro la guerra.

L’adesione della maggioranza alle tesi dell’ala rivoluzionaria si dimostrò solo di facciata nel 1914, con il voto in parlamento dei crediti di guerra e l’allineamento alle diverse borghesie nazionali. Nonostante ciò la battaglia politica condotta negli ultimi congressi della Seconda Internazionale non si rivelò inutile. Per quanto disomogenea, la sinistra condivideva alcuni punti in comune, che non si limitavano all’opposizione al conflitto. Rosa Luxemburg aveva condotto negli anni precedenti una dura lotta contro Eduard Bernstein, alfiere del riformismo socialdemocratico, ribadendo la necessità della frattura rivoluzionaria, e anche altri piccoli gruppi nei diversi partiti respingevano il legalitarismo e il gradualismo che caratterizzavano la linea della maggioranza. C’era, in sostanza, un minimo comune denominatore per tentare di uscire dall’impasse generata dal conflitto in corso.

 

La conferenza di Zimmerwald

Dopo alcuni tentennamenti iniziali3, Karl Liebknecht votò, da solo, contro i crediti di guerra nella seduta del Reichstag del 2 dicembre del 1914, dichiarando la natura imperialista e controrivoluzionaria del conflitto in corso. Negò, inoltre, che la guerra potesse essere definita “difensiva” da parte del governo tedesco, squarciando il velo che la maggioranza socialdemocratica aveva steso per nascondere la sua capitolazione.

La scelta del rivoluzionario tedesco ebbe un grande impatto sulla sinistra socialista a livello internazionale: il più grande partito d’Europa non era unanimemente schierato al fianco della sua borghesia ed esistevano settori che non esitavano a proclamare la necessità di passare a una propaganda rivoluzionaria contro di essa. L’isolamento della sua azione, se da un lato testimoniava le dimensioni ancora ridotte del gruppo di cui era espressione, dall’altro chiariva come il centro del partito fosse nei fatti indistinguibile dalla destra. La cosa non era di poco conto, dal momento che l’animatore di quest’ala era Karl Kautsky, il cui prestigio come teorico ne aveva fatto uno dei più pericolosi revisionisti del marxismo in seno al movimento socialista.

La campagna antimilitarista di Liebknecht si precisò e radicalizzò nel corso dei mesi. Nella primavera dell’anno seguente, attorno a lui si organizzò un mensile dall’eloquente titolo Die Internationale e a sua firma diede alle stampe un appello in cui si dichiarava, in maniera aperta e ripetuta, che il nemico degli operai era la loro borghesia nazionale e l’unica pace possibile era quella conseguita dalla lotta di classe internazionale.4

L’intervento di Liebknecht, in rappresentanza della sinistra del partito socialdemocratico (Spd), favorì le trame per stringere nuovamente dei rapporti internazionali, avanzando alcune parole d’ordine: rifiuto della guerra imperialista, necessità della lotta rivoluzionaria per giungere a una pace equa, critica delle posizioni centriste.

L’emergere in diversi paesi europei di gruppi non allineati alla maggioranza della Seconda Internazionale creò le condizioni per convocare una conferenza nella cittadina svizzera di Zimmerwald nel settembre del 1915. Il collante dell’incontro era l’opposizione alla guerra e ciò favorì una partecipazione eterogenea, anche se di certo non ampia.5 Furono presenti all’incontro tutte le frazioni del Partito operaio socialdemocratico russo, i massimalisti italiani guidati da Serrati, alcuni esponenti del centro e della sinistra del Spd (ma non la Luxemburg, in prigione, e Liebknecht, chiamato al fronte per ritorsione), delegati di diversi partiti del nord e del centro Europa, due rappresentanti del sindacalismo rivoluzionario francese, con i quali era da tempo in contatto Trotskij, mentre tentarono di arrivare, senza successo, nel luogo dell’incontro i rappresentanti dell’Indipendent Labour Party (Ilp) e del Partito socialista britannico.

Lenin si era preparato da tempo all’incontro. Nei mesi precedenti aveva redatto un lungo testo di analisi della situazione politica, in cui traeva un bilancio della parabola percorsa dalla socialdemocrazia negli anni precedenti e indicava i punti programmatici della fase. Questi ultimi erano in buona parte mutuati dalle parole d’ordine di Liebknecht: occorreva denunciare il carattere imperialista del conflitto che incendiava il continente; smascherare l’opportunismo non solo dei socialsciovinisti, ma anche dell’ala kautskiana, ancora più pericolosa per la rinascita di un’organizzazione internazionale. Oltre a ciò, Lenin definì con maggiore chiarezza la politica del disfattismo rivoluzionario: “la classe rivoluzionaria, nella guerra reazionaria, non può non desiderare la disfatta del proprio governo, non può non vedere il legame esistente fra gli insuccessi militari del governo e la maggiore facilità ad abbatterlo.6 Sull’esempio della Comune di Parigi, occorreva “trasformare la guerra imperialista in guerra civile”.7 Queste affermazioni, già presenti in nuce nella riflessione di Liebknecht, venivano condotte alle estreme conseguenze per due motivi. Il primo era la necessità di approfondire il solco che separava i rivoluzionari dalle varie anime del socialpatriottismo, accomunate dal richiamo al diritto di difesa della propria patria. Il secondo, peculiare del pensiero leninista di questo periodo, era la fiducia nelle possibilità che la carneficina, svelando la crisi del capitalismo, avrebbe dato inizio a un periodo rivoluzionario e che, dunque, l’unica possibilità per la pace sarebbe stato il rovesciamento in senso socialista dei governi europei.

Da un punto di vista teorico, Trotskij concordava con Lenin sulla degenerazione della vecchia internazionale e nel definire “rivoluzionaria” l’epoca e, di conseguenza, il socialismo come unica possibile via d’uscita per la crisi che l’umanità stava attraversando, ma allo stesso tempo si rendeva conto che tale prospettiva rischiava di isolare eccessivamente il fronte rivoluzionario. Per questo motivo lavorò nei giorni della conferenza per raggiungere un compromesso tra l’ala più moderata, desiderosa solo di mettere in atto una campagna contro il conflitto, e quella più conseguente, che si identificava nelle posizioni di Lenin. La risoluzione finale, approvata all’unanimità, fu il frutto del compromesso tra una lettura socialista della fase e la centralità, nelle rivendicazioni, di una pace immediata senza annessioni e indennità.

L’accordo raggiunto non dispiacque a Lenin, che lo giudicò “un passo avanti”8 e, soprattutto, individuò nella nascita di un coordinamento dei gruppi rivoluzionari, chiamata “sinistra di Zimmerwald”, il risultato più importante della conferenza.9 Lo stesso entusiasmo animò gli altri gruppi presenti all’incontro, che percepivano di avere rotto l’isolamento in cui erano caduti con lo scoppio della guerra.10

 

Dalla sinistra di Zimmerwald alla nascita dell’Internazionale comunista

I mesi successivi alla conferenza di Zimmerwald furono decisivi per l’evoluzione teorica e organizzativa a livello internazionale. Lenin aveva ribadito in vista dell’incontro la necessità di una rottura non solo politica con la precedente esperienza della Seconda Internazionale, ma anche organizzativa: “per realizzare una organizzazione marxista internazionale, è necessario preparare la creazione di partiti marxisti indipendenti nei diversi paesi.11 Questa mossa avrebbe reso palese la distanza dalla destra e dal centro, con cui erano possibili solo accordi momentanei.

Il 1916 fu l’anno in cui si pose con sempre maggiore forza la questione del partito, in particolare in Germania. La linea politica emersa in Svizzera venne prontamente applicata dal gruppo Die Internationale, che cominciò a ingrossare le sue file grazie alle continue campagne antimilitariste, culminate in una grande manifestazione il primo maggio. Si aprì, tuttavia, uno scontro al suo interno. Otto Rühle, deputato dell’Spd, dopo un rapido avvicinamento alle posizioni di Liebknecht si era pubblicamente espresso a favore della scissione dalla socialdemocrazia e, nei fatti, in quegli stessi mesi nasceva e si rendeva autonoma la lega spartachista. Più attendista era Rosa Luxemburg che, pur non facendo sconti all’apparato sul terreno politico, riteneva necessario conquistare un più ampio consenso in seno al partito prima di separarsene.12 La divideva da Lenin anche una diversa visione del partito, che voleva meno centralizzato e più legato alla coscienza concreta del proletariato.

Il temporeggiamento della direzione spartachista si rivelò disastroso quando il centro dell’Spd, paralizzato da tempo dalla destra, decise per la scissione, dando vita all’Uspd, nel quale Luxemburg e soci furono costretti a confluire, ma in posizione subalterna e vincolati a posizioni moderate.13

Queste incertezze si rifletterono anche a livello internazionale nella conferenza riunita a Kienthal nell’aprile del 1916. Lenin ribadì la necessità di rompere con la vecchia internazionale, e in particolare con il centro, mentre la maggioranza sperava nella possibilità di un dialogo. Gli spartachisti, che parteciparono all’incontro, tennero una posizione intermedia. Nonostante venisse approvata ancora una volta una risoluzione ambigua, la frazione bolscevica si impose a livello organizzativo nella sinistra, che uscì complessivamente rafforzata dalla conferenza.

La conferma definitiva della correttezza del ragionamento di Lenin si ebbe l’anno seguente, quando le rivoluzioni di febbraio e di ottobre in Russia fornirono risposte inequivocabili ai dubbi teorici e pratici che avevano agitato la sinistra rivoluzionaria, ponendo su basi molto più avanzate il dibattito sulla necessità di una nuova organizzazione internazionale. La libertà di cui aveva potuto godere il Partito bolscevico, unita alla capacità di azione, risultato del centralismo democratico, gli permisero di prendere il potere e mettere alla prova l’analisi economica e politica marxista.

Nei concitati mesi che separarono le prime manifestazioni dalla conquista del Palazzo d’Inverno, Lenin mantenne viva l’attenzione per il problema dell’Internazionale, inserendo nelle Tesi d’aprile il richiamo alla necessità di fondare una Terza Internazionale, rivoluzionaria e distinta dai centristi.14 La stessa risoluzione con cui il partito decise l’insurrezione armata cominciava con la descrizione di una situazione internazionale favorevole15, necessaria per la vittoria definitiva. Dopo la presa del potere, infatti, i bolscevichi individuarono nella rivoluzione mondiale l’unico modo perché essa potesse sopravvivere in Russia; per questo motivo il decreto sulla pace, inteso come strumento fondamentale per la sollevazione del proletariato europeo, venne messo, assieme a quello sulla terra, in cima ai compiti del neonato governo sovietico. Alla constatazione che l’economia era già da tempo strettamente interconnessa e che dunque era impossibile pensare a uno sviluppo isolato, si aggiungeva, infatti, la peculiare situazione della Russia, paese in cui il proletariato era ancora giovane, impreparato e minoritario: troppo debole, in sostanza, per reggere la concorrenza con il più maturo capitalismo occidentale. Trotskij, nei primi giorni dopo la presa del potere, preconizzava: “se i popoli d’Europa non si sollevano schiacciando l’imperialismo, noi saremo schiacciati – ciò è fuor di dubbio. O la rivoluzione russa susciterà il turbine della lotta in Occidente, oppure i capitalisti di tutti i paesi soffocheranno la nostra lotta.16 La pace di Brest-Litovsk fu firmata sulla base di queste premesse, come tentativo di prendere tempo rispetto allo sviluppo della rivoluzione in Europa.17

L’incendio rivoluzionario divampato in Russia si estese, effettivamente, a tutto il continente: la guerra tra nazioni si era trasformata in guerra di classe. Il primo paese a essere contagiato dalla rivoluzione fu la Germania, uscita sconfitta dallo scontro imperialista. I ritardi accumulati dalla direzione spartachista si rivelarono, però, fatali e l’assassinio di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg privò il movimento internazionale di due figure di primo piano. Ciò, piuttosto che rallentare, stimolò la convocazione di una nuova conferenza internazionale, divenuta ancora più necessaria dal momento che la rivoluzione in Germania, non ancora definitivamente sconfitta, venne affiancata da una marea montante che, sebbene non si proponesse immediatamente la presa del potere, muoveva chiaramente in quella direzione.

Nel gennaio del ’19 fu affidato a Trotskij il compito di redigere la lettera d’invito per “un congresso internazionale dei partiti proletari rivoluzionari”. Nella forma, su richiesta del neonato Partito comunista tedesco (Kpd), si trattava di una semplice conferenza; nelle intenzioni era il momento di superare i tentennamenti del gruppo di Zimmerwald e costituire una nuova Internazionale. Nella lettera l’unico elemento che segnalava la continuità con le precedenti esperienze del periodo di guerra era l’individuazione del centro guidato da Kautsky come principale bersaglio polemico; per il resto i temi posti al centro della discussione segnalavano che si era entrati in una fase totalmente nuova della lotta di classe. Senza mezzi termini si indicavano la presa del potere e l’istaurazione della dittatura del proletariato come obiettivi di tutti i rivoluzionari.18 Quando il congresso si riunì, i delegati presenti alla conferenza di Zimmerwald dichiararono terminata quell’esperienza, consentendo ai rappresentati dei partiti di Austria, Svezia, Ungheria e dei Balcani di presentare una risoluzione con cui la conferenza si costituiva come Terza Internazionale, adottando il nome di Internazionale comunista.19

I primi due congressi

Il primo congresso si tenne dal 2 al 7 marzo 1919 in una Mosca assediata dalla guerra civile, cosa che rese impossibile l’arrivo di molti delegati. Nonostante ciò erano presenti cinquanta rappresentanti di diciannove paesi diversi. Il dibattito fu egemonizzato da Lenin, che utilizzò quell’arena per ribadire la critica ai centristi contenuta ne Il rinnegato Kautsky e la rivoluzione proletaria. Come era già avvenuto durante l’ultimo massacro imperialista, le ambiguità del centro rappresentavano la principale minaccia per l’azione politica rivoluzionaria, perché, dietro il paravento di una retorica marxista e radicale, nascondevano la stessa politica della destra socialista, rischiando di imbrigliare il potenziale rivoluzionario che il proletariato stava esprimendo in quei mesi. Nelle settimane precedenti si era, inoltre, tenuta a Berna una prima conferenza di quest’area con l’intento di risuscitare la Seconda Internazionale. Era urgente rispondere alla minaccia che rappresentava.

Il principale nodo del contendere era rappresentato dalla natura dello Stato e, di conseguenza, della democrazia borghese. Come tutti i riformisti, Kautsky era rimasto terrorizzato dalla rivoluzione d’Ottobre, che metteva in crisi le regole della democrazia parlamentare. Lenin smascherò questa ipocrisia, che nascondeva la divisione in classi della società e attribuiva allo Stato e alla democrazia borghese una neutralità, negata non solo da Marx, Engels e dalla Comune di Parigi, ma, proprio nei giorni in cui si teneva il congresso, dal brutale assassinio di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg. L’idea di prendere il potere grazie a libere elezioni per poi procedere a un adattamento dello Stato alle esigenze dei lavoratori era una favola, volta a paralizzare l’azione di massa nei paesi occidentali e favorire la sconfitta dello Stato sovietico. Lenin affermò: “In questo stato di cose la dittatura del proletariato è non solo legittima, come strumento adatto a rovesciare gli sfruttatori e a schiacciarne la resistenza, ma anche assolutamente indispensabile per tutta la massa dei lavoratori, come unico mezzo di difesa contro la dittatura della borghesia che ha provocato la guerra e che prepara nuove guerre.20 Il sogno kautskiano di un ritorno alla politica prebellica era una nefasta utopia, negata non solo dai milioni di proletari morti nelle trincee, ma anche, e soprattutto, dalla rivoluzione d’Ottobre. Questa, infatti, aveva dimostrato che uno Stato dei lavoratori poteva essere realizzato solo eliminando quello della borghesia: i soviet incarnavano una nuova forma di Stato – l’unica realmente democratica – totalmente incompatibile con la precedente. Non era un dibattito accademico. In quei giorni a Berlino si viveva una situazione di dualismo di poteri tra l’Assemblea costituente e i consigli operai. La scelta di Kautsky fece pendere la bilancia nettamente a favore della prima, rinviando la rivoluzione.

Seguendo questa linea, il congresso assunse una risoluzione contro la conferenza di Berna, un tentativo di risvegliare il cadavere della Seconda Internazionale, e una piattaforma politica.21 Ovviamente la separazione dai riformisti non era questione che si potesse liquidare con un voto, dato che in numerosi paesi i comunisti erano ancora legati a organizzazioni socialiste e queste, comunque, mantenevano ancora l’egemonia politica sulla classe operaia, anche attraverso i sindacati. Il rafforzamento della neonata Internazionale passava dunque attraverso una maggiore organizzazione nei singoli paesi, oltre che per il coinvolgimento di nuove formazioni laddove non era presente. Questo il compito dell’esecutivo eletto dal congresso – composto da Zinovev, Lenin, Trotskij, Rakovskij e Platten – e, soprattutto, del secondo congresso.

Gli avvenimenti dei mesi successivi furono contraddittori. Da un lato affluirono sempre nuovi partiti verso l’Internazionale (tra cui il Partito socialista italiano, il neonato Partito comunista francese e l’Uspd tedesca), dall’altra la sconfitta delle rivoluzioni in Baviera e Ungheria raffreddò l’entusiasmo per un imminente trionfo del socialismo nei paesi più avanzati. La situazione che si era creata dimostrava come il ritardo accumulato nel costituire partiti rivoluzionari e, dunque, “l’assenza di un partito centralizzato in grado di dirigere la lotta, […] riconosciuto dalle masse operaie, costringeva il movimento ad essere intermittente, caotico, dal carattere strisciante.22 Le nuove ondate rivoluzionarie in Italia e Gran Bretagna imponevano di affrontare la questione.

Il secondo congresso fu quello decisivo per la definizione politica e organizzativa dell’Internazionale comunista. Si svolse a Pietrogrado e Mosca nel luglio del 1920 alla presenza di oltre duecento delegati di trentacinque paesi e, come il precedente, fu preparato minuziosamente da Lenin con lo scritto L’estremismo malattia infantile del comunismo. Il bolscevismo era riuscito a prendere il potere e a gettare le basi per la prima repubblica sovietica grazie alla capacità di resistere alle sirene dell’opportunismo riformista e dell’estremismo settario. Da ciò discendeva l’esempio di una corretta politica comunista, che doveva intervenire nel vivo della lotta politica ovunque si svolgesse. Rispondendo alle tendenze settarie che stavano affiorando, si sottolineava la necessità di intervenire nei sindacati, anche se riformisti e reazionari, in cui ancora si organizzava la maggioranza della classe operaia. Nonostante ci si dovesse proporre il superamento rivoluzionario delle istituzioni borghesi, era necessario non rinunciare ad un’azione parlamentare di tipo propagandistico. Lenin non mancò di sottolineare la natura di classe dei parlamenti borghesi e la subalternità di questo intervento rispetto all’azione di massa, rispondendo a quanti, ad esempio in Italia, vedevano in questa scelta l’abbandono della prospettiva rivoluzionaria e una ripresa di concezioni socialdemocratiche. Infine sottolineò, sulla scorta ancora una volta dell’esperienza russa, la necessità del coinvolgimento nella lotta rivoluzionaria degli strati più umili dei contadini nei paesi in cui questi rappresentavano ancora un elemento decisivo.

La possibilità concreta di applicare questo orientamento passava per l’indipendenza politica delle formazioni comuniste e la definitiva rottura di ogni legame con i socialisti. Da questa esigenza nacquero le “21 condizioni per l’ammissione dei partiti nell’Internazionale comunista”, la premessa organizzativa di ogni altra risoluzione. Si trattava di rendere omogenea l’organizzazione a livello internazionale, stabilendo che “la propaganda e l’agitazione quotidiana [dovessero] avere un carattere effettivamente comunista e conformarsi al programma e alle decisioni della Terza Internazionale.23 Esplicito era il settimo criterio, con cui si stabiliva che “i partiti che desiderino appartenere all’Internazionale comunista hanno il dovere di riconoscere la necessità di una completa e definitiva rottura con il riformismo e con la politica di centro […] tale rottura deve essere realizzata nel più breve tempo possibile.24 Di seguito si indicavano esplicitamente le correnti da cui i comunisti dovevano prendere le distanze, decretando nei fatti scissioni nell’Uspd, nel Psi e nell’Ilp. Tale scelta era propedeutica all’adozione del centralismo democratico come principio guida nella strutturazione dei partiti.

L’omogeneità veniva sancita dal sedicesimo criterio, con il quale “tutte le decisioni dei congressi dell’Internazionale comunista, come quelle del comitato esecutivo, [sono] obbligatorie per tutti i partiti affiliati all’Internazionale comunista.25 Come recitava il manifesto finale, redatto da Trotskij, “l’Internazionale comunista è il partito internazionale dell’insurrezione e della dittatura del proletariato”.26 Non più, dunque, un insieme di partiti disomogenei che si scambiano opinioni, bensì un organismo coeso orientato verso un obiettivo condiviso. L’egemonia esercitata dai bolscevichi sull’Internazionale non fu un’usurpazione, ma la logica conseguenza del prestigio derivante dalla vittoria della rivoluzione e della superiorità del gruppo dirigente russo su quello degli altri paesi; né ad essa può essere imputata la successiva degenerazione, che ebbe altre cause, in parte dovute proprio all’incomprensione dei metodi leninisti da parte delle formazioni negli altri paesi. Le vicende in Italia e Germania dei mesi successivi, quando per diversi motivi i comunisti non riuscirono a prendere il potere, dimostrarono che la gestazione di partiti con un programma e una tattica corretti era stata troppo lunga, non troppo breve.

Dal terzo congresso al declino

Nell’inverno seguente la Germania tornò nuovamente al centro della discussione, tanto da creare una divisione nel gruppo dirigente bolscevico. Questa frattura ebbe inevitabili ripercussioni anche sul dibattito internazionale. La disastrosa azione di marzo del ’21, in cui il Kpd si era lanciato all’attacco in maniera isolata e prematura, infatti, aveva fatto emergere un’impazienza che Lenin e Trotskij volevano arginare, prima che provocasse danni ulteriori.

La relazione introduttiva presentata al terzo congresso, riunitosi pochi mesi dopo i fatti, prendeva atto che la presa del potere in Europa, ritenuta prossima nel precedente congresso, avrebbe potuto richiedere più tempo.27 Occorreva dunque porsi come obiettivo immediato quello di conquistare una base di massa nel proletariato, che in buona parte, come dimostravano gli esempi tedesco e italiano, non riconosceva l’avanguardia comunista come proprio punto di riferimento. Da queste premesse discendevano due indicazioni: da un lato occorreva respingere la concezione avventurista, promossa da Bucharin e accolta da Zinovev e dai dirigenti tedeschi, della “offensiva rivoluzionaria”, e proporsi “la conquista dell’influenza principale sulla maggior parte della classe operaia.”28 Ciò era possibile solo proseguendo con più tenacia il lavoro nei sindacati: “rafforzare il legame del partito con le masse è prima di tutto ricollegarlo più strettamente ai sindacati.”29 A ciò andava aggiunta, laddove i partiti riformisti erano ancora maggioritari nella classe, una tattica volta a indicare obiettivi comuni per tutte le formazioni operaie, così da guadagnarsi la simpatia degli strati più ampi dei lavoratori. Questa tattica avrebbe consentito ai partiti di divenire di massa e passare poi all’azione necessaria alla presa del potere.

Il fronte comune tra Trotskij e Lenin ebbe la meglio e le loro analisi e proposte vennero approvate. Non rappresentavano, infatti, un tradimento di quanto stabilito nei precedenti congressi, ma un suo completamento. L’indipendenza dei partiti comunisti, per cui ci si era battuti negli anni passati, doveva assolutamente essere salvaguardata, ma i tempi della lotta di classe richiedevano una tattica più elaborata. Non ci fu alcuna subordinazione degli interessi internazionali agli interessi particolari russi, come alcuni estremisti paventarono30, ma solo la constatazione che nel conflitto, aperto dall’Ottobre, tra dittatura della borghesia e dittatura del proletariato, la prima si stava imponendo lentamente e nel modo più brutale.

Il vero problema era il rapporto tra le classi, sempre più favorevole alla borghesia, che dimostrava di non voler cedere il passo in alcun modo. In questo contesto si tenne il quarto congresso, nel novembre del 1922, l’ultimo a cui presenziò Lenin. Venne ribadita la necessità della tattica del fronte unico, di cui vennero meglio chiariti i connotati: “la tattica del fronte unico è semplicemente un’iniziativa attraverso la quale i comunisti propongono di unirsi a tutti gli operai appartenenti ad altri partiti e gruppi, e a tutti i lavoratori che sono schierati, in una lotta comune per difendere gli interessi immediati, basilari della classe operaia contro la borghesia.31 La parola d’ordine rimaneva “andare alle masse”, ma nel frattempo l’ondata rivoluzionaria si era arrestata e l’Unione Sovietica si trovava sempre più isolata.

L’Internazionale comunista, per la sua natura, fu il primo terreno in cui emerse con forza la deriva che avrebbe condotto allo stalinismo. Trotskij aveva giocato un ruolo decisivo ancora nel quarto congresso, ma dal ’23 era iniziata la sua delegittimazione in seno al partito e nel quinto congresso, nel ’24, era iniziata, sotto la guida di Zinovev, la “bolscevizzazione” dell’Internazionale, primo sinonimo di stalinizzazione.

Lenin aveva reputato necessaria la fondazione di un’Internazionale rivoluzionaria, quando lo Stato sovietico era una prospettiva ancora lontana, come lo strumento necessario per il proletariato mondiale; l’aveva creata come luogo di organizzazione e decisione collettiva delle politiche da intraprendere in ogni luogo in cui erano presenti dei comunisti; nulla di più distante da quel mostro burocratico e controrivoluzionario in cui la trasformò Stalin. Il suo epilogo nulla ha a che vedere con la sua vera storia, quella di un’organizzazione le cui riflessioni teoriche, tattiche e organizzative rimangono un patrimonio del marxismo e di tutti i rivoluzionari.

Note

  1. V. I. Lenin, La situazione e i compiti dell’Internazionale socialista, in Opere complete, vol. XXI, agosto 1914-dicembre 1915, Editori riuniti 1966, p. 32.
  2. V. I. Lenin, La conferenza delle sezioni estere del partito operaio socialdemocratico russo, in Il socialismo e la guerra, Editori Riuniti 1976, p. 83.
  3. Liebknecht si attenne, per disciplina di partito, alla decisione di concedere i crediti di guerra nella prima seduta del 4 agosto, iniziando simultaneamente una dura battaglia nel gruppo parlamentare contro questa decisione (E. Collotti, Karl Liebknecht agitatore e uomo politico, in Belfagor n. 26, 1971, p. 173).
  4. Il testo integrale dell’appello, scritto in occasione dell’entrata in guerra dell’Italia, si può leggere in traduzione in Collotti, 
Karl Liebknecht, art. cit., pp. 177-8.
  5. Trotskij ricordava che allora gli internazionalisti potevano entrare in quattro carrozze (La mia vita, Mondadori editore 1976, p. 249).
  6. Lenin, Il socialismo e la guerra, in Il socialismo, cit., p. 33.
  7. Ibid. p. 30.
  8. V. I. Lenin, Un primo passo, in Opere complete, cit., p. 356.
  9. V. I. Lenin, I marxisti rivoluzionari alla conferenza internazionale socialista del 5-8 settembre 1915, in Opere complete, 
cit. Ibid. p. 358.
  10. Una vivida descrizione dei sentimenti che sorsero dopo la conferenza si legge in A. Rosmer, Il movimento operaio durante la prima guerra mondiale. Da Zimmerwald alla rivoluzione russa, Jaca Book 1983, pp. 19 ss.
  11. Lenin, Il socialismo, cit., p. 55.
  12. Il dibattito è ricostruito da P. Broué, Rivoluzione in Germania. 1917-1923, Einaudi 1977, pp. 61-69.
  13. Ibid. pp. 75-86.
  14. Posizione ribadita nell’opuscolo I compiti del proletariato nella nostra rivoluzione, in Opere complete.
  15. Il Cc riconosce che tanto la situazione internazionale della rivoluzione russa (l’ammutinamento della flotta in Germania, come più alta manifestazione dello sviluppo, in tutta Europa, della rivoluzione socialista mondiale, nonché la minaccia di una pace separata da parte degli imperialisti allo scopo di soffocare la rivoluzione in Russia […]” estratto da I bolscevichi e la rivoluzione d’ottobre. Verbali delle sedute del Comitato centrale del Partito operaio socialdemocratico russo (bolscevico) dall’agosto 1917 al febbraio 1918, Editori Riuniti 1962, p. 195. Per una più ampia contestualizzazione nel dibattito di quei giorni, vedi E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica. 1917-1923, Einaudi 1964, pp. 806-7.
  16. In E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica, cit., p. 815.
  17. Ibid. pp. 826-853.
  18. Tesi manifesti e risoluzioni del I congresso dell’Internazionale comunista, Samonà e Savelli 1970, pp. 29-33.
  19. I rappresentanti di Zimmerwald al I congresso erano Rakovskij, Lenin, Zinovev, Trotskij, Platten. Le risoluzioni si possono leggere in Tesi I, cit., alle pp. 67-69.
  20. Ibid. p. 45.
  21. Ibid. pp. 59-65.
  22. Citazione da L. Trotskij, A creeping revolution, consultabile sul sito https://www.marxists.org/archive/trotsky/1924/ffyci-1/ch05.htm#n1.
  23. Tesi manifesti, e risoluzioni del II congresso dell’Internazionale comunista, Samonà e Savelli 1970, p. 14.
  24. Ibid. p. 16.
  25. Ibid p. 18.
  26. Ibid. p. 129.
  27. Tesi manifesti e risoluzioni del III congresso dell’Internazionale comunista, Samonà e Savelli, 1970, pp. 7-31.
  28. Ibid. p. 37.
  29. Ibid p. 44. Questa affermazione è riferita nello specifico al lavoro in Francia, ma costituisce il leitmotiv dell’intero congresso.
  30. Rende conto di queste posizioni E.H. Carr, Rivoluzione bolscevica, cit. pp. 1167-1170.
  31. Da Tesi sulla tattica del Comintern 5 dicembre 1922, in Lenin, L’estremismo malattia infantile del comunismo, AC Editoriale, 2003, p. 154.