di Rob Sewell

 

 

Il 21 gennaio 1924, Vladimir Lenin, il grande marxista e leader della Rivoluzione russa, morì in seguito a complicazioni derivanti da un proiettile che lo aveva colpito in un precedente attentato alla sua vita. Per oltre un secolo, c'è stata una campagna costante per diffamare il suo nome e distorcere le sue idee ad opera di storici, apologeti borghesi, riformisti vari, liberali e anarchici assortiti. Il loro scopo era quello di screditare Lenin, il marxismo e la Rivoluzione russa nell’interesse del dominio “democratico” di banchieri e capitalisti.

Un recente saggio storico del professor Robert Service, Lenin: A Political Life, The Iron Ring, afferma:

“Nonostante questo volume sia inteso come un resoconto equilibrato [!] e sfaccettato, nessuno può scrivere in modo distaccato di Lenin. La sua intolleranza e la sua volontà di repressione continuano ad atterrirmi.”

Un altro storico “equilibrato”, Anthony Read, arriva ad affermare, senza alcuna reale prova, che Lenin era in minoranza al II Congresso del Partito operaio socialdemocratico russo nel 1903 e scelse il nome “bolscevichi” (la parola russa per “maggioranza”) in quanto “Lenin non perdeva mai occasione per promuovere l’illusione del potere. Sin dall’inizio, quindi, il bolscevismo fu fondato su di una menzogna, creando un precedente che sarebbe stato seguito per i successivi novant’anni.”

Il signor Read continua con la sua argomentazione: “Lenin non aveva tempo per la democrazia, nessuna fiducia nelle masse e nessuno scrupolo sull’uso della violenza.” (The World on Fire, 1919 and the Battle with Bolshevism, pp.3-4, Jonathan Cape, 2008).

Non c’è niente di nuovo in queste false affermazioni che si basano, non sugli scritti di Lenin, ma in larga parte sulle mistificazioni dei professori Orlando Figes e Robert Service, due “esperti” della “malvagità” di Lenin e della Rivoluzione russa. Pieni di bile, questi autori sostengono tutti la menzogna per cui in qualche modo Lenin creò lo stalinismo.

Allo stesso modo, gli stalinisti, avendo trasformato Lenin in un’icona inoffensiva, mistificarono le sue idee in modo funzionale ai loro crimini e tradimenti. La vedova di Lenin, Krupskaja, amava citare le sue parole:

“Ci sono state occasioni nella storia in cui gli insegnamenti dei grandi rivoluzionari sono stati distorti dopo la loro morte. Li hanno trasformati in icone inoffensive, e, mentre onoravano il loro nome, smussavano il lato rivoluzionario dei loro insegnamenti.”

Nel 1926, la Krupskaja disse che “se Lenin fosse vivo, sarebbe in una delle prigioni di Stalin.”

Lenin fu senza dubbio uno dei più grandi rivoluzionari del nostro tempo, i cui sforzi culminarono nella vittoria dell’ottobre 1917 e la cui opera cambiò il corso della storia mondiale. Con Lenin la rivoluzione socialista passò dalle parole ai fatti. Divenne dall’oggi al domani “l’uomo più odiato e più amato sulla terra.”

 

La gioventù di Lenin

Nato a Simbirsk sul Volga nel 1870, Lenin nella sua vita avrebbe attraversato un periodo di grandi sconvolgimenti. All’epoca la Russia semi-feudale era governata dal dispotismo zarista. L’intellighenzia rivoluzionaria, di fronte a questo dispotismo, fu attratta dai metodi terroristici del gruppo Volontà del popolo. Ed infatti il fratello maggiore di Lenin, Aleksandr, fu impiccato per il ruolo avuto nel tentato omicidio dello zar Alessandro III.

In seguito a questa tragedia, Lenin entrò all’università e ne fu presto espulso per le sue attività politiche. Ciò accrebbe la sua sete di politica e lo portò a prendere contatto con i primi circoli marxisti. Studiò Il Capitale di Marx, che all’epoca circolava in poche copie, e poi l’Anti-Duhring di Engels.

Venne in contatto con il gruppo in esilio Emancipazione del lavoro, guidato da Georgij Plechanov, il fondatore del marxismo russo, che considerava come il proprio padre spirituale. Si trasferì poi, all’età di 23 anni, da Samara a San Pietroburgo per formare uno dei primi gruppi marxisti.

“È quindi fra l’esecuzione di suo fratello e il suo trasferimento a San Pietroburgo, in questi sei anni, allo stesso tempo corti e lunghi, di caparbio lavoro, che si formò il futuro Lenin” spiegò Trotskij. “Tutte le caratteristiche fondamentali della sua personalità, la sua visione della vita, e il suo modo di agire si erano già formati durante il periodo fra il diciassettesimo e il ventitreesimo anno della sua vita.”

I massicci investimenti stranieri in Russia diedero una spinta allo sviluppo del capitalismo e all’emersione di una piccola ed ancora inesperta classe operaia. La nascita di circoli di studio e l’impatto delle idee marxiste diedero vita a vari tentativi di costruire un “Partito socialdemocratico russo” rivoluzionario.

Lenin incontrò Plechanov in Svizzera nel 1895 e al suo ritorno in patria fu arrestato, imprigionato, e poi esiliato. Il primo congresso del Partito operaio socialdemocratico russo (POSDR) si tenne nel 1898, ma durante il congresso ci fu un’irruzione della polizia e i partecipanti furono arrestati.

 

Marxismo e bolscevismo

Alla fine del suo esilio, Lenin concentrò i propri sforzi sulla fondazione di un giornale marxista, l’Iskra (Scintilla), con lo scopo di affermare il marxismo come forza dominante nella sinistra. Distribuito illegalmente in Russia, il giornale servì a riunire i vari circoli marxisti in un unico partito nazionale basato su solide fondamenta politiche e teoriche.

In questo periodo, Lenin scrisse il suo famoso opuscolo Che fare?, in cui esponeva la necessità di costruire un partito formato da rivoluzionari di professione, cioè da persone completamente dedite alla causa.

Nel 1903 si tenne il II Congresso del POSDR, che fu sostanzialmente il congresso fondativo del partito. Fu qui che i compagni dell’Iskra dimostrarono di essere la tendenza dominante nell’organizzazione. Tuttavia, durante una seduta su questioni organizzative, ci fu una aperta divisione fra Lenin e Martov, entrambi membri della redazione dell’Iskra. La maggioranza intorno a Lenin divenne nota come “bolscevichi” e la minoranza intorno a Martov come “menscevichi”.

Ci sono molti miti riguardo questa scissione, che colse di sorpresa la maggior parte dei partecipanti, Lenin incluso. A quell’epoca non c’erano ancora disaccordi politici, che sarebbero emersi solo in seguito. Lenin tentò di riconciliare le frazioni, ma fallì. In seguito, descrisse la divisione come una “anticipazione” delle importanti differenze che si palesarono successivamente.

Queste differenze emersero sulle prospettive per la rivoluzione in Russia. Tutte le tendenze vedevano la rivoluzione in arrivo come “democratico-borghese”, ovvero come un mezzo per spazzare via il vecchio regime feudale e preparare la strada per lo sviluppo capitalista. I menscevichi affermavano però che in questa rivoluzione, i lavoratori avrebbero dovuto subordinarsi alla direzione della borghesia. I bolscevichi, d’altro canto, credevano che la borghesia liberale non avrebbe potuto guidare la rivoluzione in quanto troppo legata al latifondismo e all’imperialismo, quindi gli operai avrebbero dovuto dirigere la rivoluzione con il sostegno dei contadini. Questi avrebbero dato vita ad una “dittatura democratica del proletariato e dei contadini”, che avrebbe favorito lo sviluppo della rivoluzione socialista in Occidente. Successivamente, questa sarebbe a sua volta venuta in aiuto alla Rivoluzione russa. Trotskij aveva un terzo punto di vista: era d’accordo con Lenin sul fatto che gli operai avrebbero guidato la rivoluzione, ma credeva che non si sarebbero dovuti fermare a metà strada, ma proseguire con misure socialiste, dando inizio ad una rivoluzione socialista mondiale. Alla fine, gli eventi del 1917 confermarono la prospettiva di Trotskij della “Rivoluzione Permanente”.

 

Internazionalismo

La rivoluzione del 1905 dimostrò nella pratica il ruolo dirigente della classe operaia. Mentre i liberali correvano a nascondersi, i lavoratori fondarono i soviet, che Lenin riconobbe come gli embrioni del potere operaio. Il POSDR crebbe enormemente in queste condizioni, il che servì a riavvicinare le due frazioni del partito.

La sconfitta della rivoluzione del 1905 fu però seguita da un periodo di reazione spietata. Il partito affrontò difficoltà tremende, mentre si trovava sempre più isolato dalle masse. I bolscevichi e i menscevichi si separarono sempre di più politicamente ed organizzativamente, finché nel 1912 i bolscevichi si costituirono come partito separato.

In questi anni, Trotskij mantenne una posizione di “conciliazione” fra bolscevichi e menscevichi, distanziandosi da entrambe le frazioni e predicando l’“unità”. Questo portò a duri scontri con Lenin, che difendeva l’indipendenza politica dei bolscevichi, e queste discussioni furono in seguito usate dagli stalinisti per screditare Trotskij, nonostante l’indicazione di Lenin, espressa nel suo Testamento, di non utilizzare il passato non bolscevico di Trotskij contro di lui.

La ripresa del movimento operaio dopo il 1912 testimoniò un crescente sostegno per i bolscevichi, che cercavano di ottenere l’appoggio della stragrande maggioranza dei lavoratori russi. Questa crescita, tuttavia, fu interrotta dallo scoppio della Prima guerra mondiale.

Il tradimento dell’agosto 1914 e la capitolazione dei dirigenti della Seconda internazionale rappresentarono un colpo terribile per il socialismo mondiale, che significò di fatto la morte di quella Internazionale.

Il piccolo pugno di internazionalisti a livello mondiale si riunì in una conferenza contro la guerra, che si tenne a Zimmerwald nel 1915, durante la quale Lenin promosse un appello per la creazione di una nuova Internazionale dei lavoratori. Erano tempi molto duri e le forze del marxismo erano completamente isolate. Le prospettive per una rivoluzione sembravano davvero molto flebili. Nel gennaio 1917, Lenin parlò ad un piccolo incontro dei giovani socialisti svizzeri a Zurigo. Egli sottolineò che la situazione sarebbe alla fine cambiata, ma che lui non sarebbe vissuto abbastanza per vedere la rivoluzione. Eppure, nel giro di un mese, la classe lavoratrice russa avrebbe abbattuto lo zarismo e portato ad una situazione di dualismo di potere. Da lì a nove mesi, Lenin si sarebbe trovato alla testa di un governo di Commissari del popolo.

 

La Rivoluzione russa

Quando a Zurigo Lenin, sfogliando i giornali che contenevano le ultime notizie dalla Russia, vide che i soviet, ora dominati dai dirigenti dei socialisti rivoluzionari e dei menscevichi, avevano ceduto il potere al Governo Provvisorio, guidato dal principe monarchico Lvov, telegrafò immediatamente a Kamenev e Stalin, che stavano vacillando: “Nessun appoggio al Governo Provvisorio! Nessuna fiducia in Kerenskij!”

Scrivendo dall’esilio, Lenin avvertì:

“La nostra è una rivoluzione borghese, quindi i lavoratori devono appoggiare la borghesia, dicono i Potresov, Gvozdev e Čcheizde, come Plechanov diceva ieri. La nostra è una rivoluzione borghese, diciamo noi marxisti, quindi i lavoratori devono aprire gli occhi del popolo sull’inganno praticato dai politici borghesi, insegnargli a non riporre fiducia nelle loro parole, a dipendere interamente dalla propria forza, dalla propria organizzazione, dall’organizzazione del proletariato e del popolo intero, a preparare la strada per la sua vittoria nel secondo stadio della rivoluzione.”

Nella sua Lettera di commiato agli operai svizzeri, Lenin spiegò il compito chiave:

“Fare della nostra rivoluzione il prologo della rivoluzione socialista mondiale.”

Quando Lenin arrivò in Russia il 3 aprile 1917, presentò le sue Tesi d’aprile: una seconda Rivoluzione russa doveva essere un passo verso la rivoluzione socialista mondiale! Si espresse contro la vecchia guardia, che rimaneva indietro rispetto all’evolversi della situazione, e lottò per riarmare il partito bolscevico.

“Chi ora parla solo di una ‘dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini’ non è al passo coi tempi, conseguentemente, è di fatto passato dalla parte della piccola borghesia contro la lotta della classe proletaria; questa persona andrebbe consegnata all’archivio delle antichità ‘bolsceviche’ prerivoluzionarie (potrebbe essere chiamato l’archivio dei ‘vecchi bolscevichi’).”

Lenin riuscì a guadagnarsi l’appoggio della base e a vincere la resistenza della dirigenza, che lo aveva ironicamente accusato di “trotskismo”. In realtà, Lenin era arrivato alla posizione di Trotskij della Rivoluzione Permanente, ma per la sua strada.

A maggio, Trotskij ritornò in Russia dopo essere stato internato dagli inglesi in Canada.

“Nel secondo o terzo giorno dopo che raggiunsi Pietrogrado, lessi le Tesi d’aprile di Lenin. Erano esattamente ciò di cui la rivoluzione aveva bisogno”, spiegò Trotskij. La sua linea di pensiero era identica a quella di Lenin. D’accordo con Lenin, Trotskij si unì all’Organizzazione Interdistrettuale con lo scopo di farla passare al bolscevismo. Operò in stretta collaborazione con i bolscevichi, utilizzando in ogni occasione la denominazione “noi, bolscevichi internazionalisti”.

 

La conquista del potere

Il primo novembre 1917, ad una riunione del comitato di Pietrogrado, Lenin disse che, dopo che Trotskij si era convinto dell’impossibilità di un’unione coi menscevichi, “non c’era nessun bolscevico migliore di lui.” Ripensando alla rivoluzione due anni dopo, Lenin scrisse:

“Nel momento in cui conquistò il potere e creò la repubblica sovietica, il bolscevismo attirò a sé tutti gli elementi migliori nella corrente di pensiero socialista che gli erano più vicini.”

“Non è stato Lenin a venire da me, ma io ad andare da Lenin”, dichiarò modestamente Trotskij. “Mi unii a lui più tardi di molti altri. Ma oso pensare di averlo capito in misura non inferiore ad altri.”

Nei mesi precedenti la rivoluzione, Lenin fece appello ai soviet dominati dai menscevichi e dai socialisti rivoluzionari affinché rompessero con i ministri capitalisti e prendessero il potere, cosa che questi si rifiutarono testardamente di fare. Ciò nonostante gli slogan bolscevichi “Pane! Pace! Terra!” e “Tutto il potere ai soviet!” guadagnarono presto sostegno tra le masse. Le manifestazioni di massa a giugno riflettevano questo cambiamento. Fu questo a spingere Kerenskij, il nuovo capo del governo, ad iniziare una campagna di repressione contro i bolscevichi. Le “giornate di luglio” videro i bolscevichi finire in clandestinità. Fu lanciata contro di loro una campagna isterica – venivano bollati come “agenti tedeschi” – che costrinse Lenin e Zinovev a nascondersi, mentre Trotskij, Kamenev, la Kollontai e altri dirigenti bolscevichi venivano arrestati.

In agosto, il generale Kornilov cercò di imporre la propria dittatura fascista. Alla disperata ricerca di aiuto e temendo Kornilov, il governo liberò Trotskij e gli altri bolscevichi. Gli operai e i soldati bolscevichi si mobilitarono e sconfissero la controrivoluzione di Kornilov.

Questo aumentò enormemente il sostegno ai bolscevichi, che guadagnarono la maggioranza nei soviet sia di Mosca che di Pietrogrado. “Noi eravamo i vincitori”, dichiarò Trotskij riguardo le elezioni al soviet di Pietrogrado. La vittoria risultò decisiva e divenne un trampolino di lancio essenziale per la vittoria dell’Ottobre.

Lenin, che era riparato in Finlandia, divenne molto impaziente verso i dirigenti bolscevichi. Temeva che la stessero tirando per le lunghe.

“Gli eventi stanno delineando i nostri compiti così chiaramente che procrastinare sta diventando un’azione criminale”, spiegava Lenin in una lettera al Comitato centrale. “Aspettare sarebbe un crimine contro la rivoluzione.”

In ottobre, il Comitato centrale prese la decisione di prendere il potere, con i voti contrari di Zinovev e Kamenev, che fecero una dichiarazione pubblica opponendosi a qualunque insurrezione e chiedendo al partito di orientarsi, invece, verso la convocazione dell’Assemblea costituente!

Trotskij, in qualità di capo del Comitato militare rivoluzionario del soviet di Pietrogrado, agì rapidamente per assicurare la transizione del potere il 25 ottobre 1917. La rivoluzione ebbe successo senza spargimento di sangue e il giorno dopo, il 26 ottobre, l’esito dell’insurrezione venne annunciato al II Congresso panrusso dei soviet. Questa volta i bolscevichi avevano 390 delegati su un totale di 650, una chiara maggioranza. Per protesta, i menscevichi e i socialisti rivoluzionari di destra lasciarono l’assemblea. Lenin, rivolgendosi al congresso, proclamò semplicemente ai delegati in trionfo: “Precederemo alla costruzione dell’ordine socialista.” Il congresso poi procedette a istituire un nuovo governo sovietico con a capo Lenin. Denigrati solo quattro mesi prima, i bolscevichi erano ora acclamati dagli operai rivoluzionari.

Nel giro di pochi giorni, il governo di Lenin emise i seguenti decreti: sulle proposte di pace e l’abolizione della diplomazia segreta; sulla terra ai contadini; sul diritto delle nazioni all’autodeterminazione; sul controllo operaio e il diritto di revoca di tutti i rappresentanti; sulla piena uguaglianza fra uomini e donne; e sulla completa separazione della Chiesa dallo Stato. Quando il III Congresso dei soviet nel gennaio 1918 proclamò la fondazione della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, grandi porzioni della Russia erano ancora occupate dagli Imperi centrali, dai nazionalisti borghesi e dai generali bianchi.

Cinque giorni dopo la rivoluzione, il nuovo governo fu attaccato dalle forze cosacche guidate dal generale Krasnov. L’attacco fu respinto e il generale fu consegnato dai suoi stessi uomini. Tuttavia fu rilasciato dopo aver dato la sua parola che non avrebbe ripreso le armi. Ovviamente non mantenne la promessa e si recò a Sud per guidare l’armata bianca cosacca. Allo stesso modo, anche i cadetti militari che erano a guardia del Palazzo d’Inverno, dopo essere stati rilasciati, organizzarono una rivolta.

 

L’anno primo

La rivoluzione fu troppo magnanima e fiduciosa nei suoi primi giorni.

“Siamo accusati di ricorrere al terrore, ma non abbiamo fatto ricorso, e spero non lo faremo, al terrore dei rivoluzionari francesi, che hanno ghigliottinato uomini disarmati”, dichiarò Lenin a novembre. “Spero che non vi ricorreremo, perché abbiamo la forza dalla nostra parte. Quando abbiamo arrestato qualcuno, gli abbiamo detto che lo avremmo lasciato andare se si fosse impegnato per iscritto a non compiere sabotaggi. E lo abbiamo fatto.”

Questa ingenuità fu riconosciuta da Victor Serge, un ex anarchico diventato bolscevico, che scrisse nel suo libro L’anno primo della Rivoluzione russa:

“I bianchi massacrarono i lavoratori nell’arsenale e nel Cremlino: i rossi rilasciarono il loro nemico mortale, il generale Krasnov, sulla parola [...]. La rivoluzione commise l’errore di mostrare magnanimità verso il capo dell’attacco cosacco. Avrebbe dovuto essere fucilato sul posto [...] [Invece] gli fu permesso di andare a mettere a ferro e fuoco la regione del Don.”

Il potere sovietico non aveva fatto in tempo a stabilirsi che gli imperialisti agirono per schiacciare la rivoluzione nel sangue. Nel marzo 1918, Lenin trasferì il governo a Mosca poiché Pietrogrado era diventata vulnerabile a un attacco tedesco.

Poco dopo, le truppe britanniche entrarono a Murmansk, accompagnate da forze canadesi e americane; i giapponesi entrarono a Vladivostok insieme a battaglioni americani e britannici. I britannici conquistarono anche il porto di Baku, per mettere le mani sul petrolio della regione. Forze francesi, greche e polacche entrarono nei porti sul Mar Nero di Odessa e Sebastopoli e si riunirono con gli eserciti bianchi. L’Ucraina fu occupata dai tedeschi. In tutto, 21 armate di intervento straniere si scontrarono su molti fronti con le forze governative sovietiche. La rivoluzione stava combattendo per la propria vita. Era circondata, affamata e minacciata da numerose cospirazioni.

 

Il terrore bianco

La dirigenza del partito dei Socialisti Rivoluzionari appoggiò il principio dell’intervento straniero per “ristabilire la democrazia”. Una posizione similmente controrivoluzionaria venne adottata dai menscevichi, che si posero nel campo nemico, collaborando con i bianchi e ricevendo denaro dal governo francese per portare avanti le loro attività.

Nell’estate del 1918 ci furono vari tentativi di assassinare Lenin e Trotskij. Il 30 agosto spararono a Lenin, che però riuscì a sopravvivere. Lo stesso giorno, fu assassinato Uritskij, così come l’ambasciatore tedesco. Anche Volodarskij fu ucciso. Un piano per far saltare in aria il treno di Trotskij fu fortunatamente sventato. Questo terrore bianco, di contro, servì a scatenare il terrore rosso in difesa della rivoluzione.

Il terrore bianco è stato minimizzato dai capitalisti, che hanno gettato tutte le responsabilità sui rossi. Le atrocità bianche “erano generalmente frutto della volontà individuale di singoli generali bianchi e signori della guerra e non erano sistematiche o parte di una politica ufficiale”, spiega Anthony Read, in un tentativo di giustificarle. “Tuttavia spesso eguagliavano e qualche volta superavano il terrore rosso.” Nei fatti, la politica delle forze controrivoluzionarie, com’è nella loro natura, era sempre quella di superare il terrore rosso in termini di brutalità.

Curiosamente Read procede descrivendo i metodi di un generale bianco, il barone Roman Von Ungern-Sternberg. “Nessun bolscevico, per esempio, poteva eguagliare un generale bianco come il barone Roman Von Ungern-Sternberg, un tedesco del Baltico, nato in Estonia, che fu mandato dal Governo Provvisorio nell’estremo oriente russo, dove affermò di essere la reincarnazione di Gengis Khan e fece del suo meglio per superare il conquistatore mongolo in brutalità. Un fanatico anti-semita, nel 1918 dichiarò la sua intenzione di sterminare tutti gli ebrei e i commissari politici in Russia. Un compito che iniziò a perseguire con grande entusiasmo, facendo sterminare dai suoi uomini tutti gli ebrei sui riusciva a mettere le mani, in una varietà di metodi barbarici, compreso quello di scuoiarli vivi. Era anche noto per guidare i suoi uomini in cavalcate notturne per seminare il terrore, trascinando uomini arsi vivi attraverso la steppa al gran galoppo, e per aver promesso di ‘fare una strada di forche che si estenderà dall’Asia all’Europa’.”

Questo era il destino che aspettava i lavoratori e i contadini russi nel caso di una vittoria della controrivoluzione. Fu il destino di Spartaco e del suo esercito di schiavi nelle mani spietate dello Stato schiavistico romano. L’alternativa al potere sovietico non era la “democrazia” ma la più brutale e sanguinaria barbarie fascista. Tutto lo sforzo dell’Armata Rossa e della Ceka, la forza di sicurezza, era quindi diretto alla vittoria della guerra civile e alla sconfitta della controrivoluzione.

Il governo sovietico non aveva altra alternativa che combattere il fuoco col fuoco, e di rivolgere un appello rivoluzionario alle truppe d’intervento straniere. Come spiegò Victor Serge:

“Le masse lavoratrici usano il terrore contro classi che sono una minoranza nella società. Non fanno altro che compiere il lavoro di forze economiche e politiche in ascesa. Quando misure progressiste hanno portato milioni di lavoratori alla causa della rivoluzione, la resistenza delle minoranze privilegiate non è difficile da spezzare in questa fase. Il terrore bianco, d’altro canto, è portato avanti da queste minoranze privilegiate contro le masse lavoratrici, che vogliono decimare e sterminare. I versagliesi (nome dato alle forze controrivoluzionarie che sconfissero la Comune di Parigi) causarono più vittime in una singola settimana solo a Parigi, di quelle uccise dalla Ceka in tre anni in tutta la Russia.”

I bolscevichi furono costretti a un periodo di “comunismo di guerra”, durante il quale il grano veniva requisito con la forza ai contadini per sfamare gli operai e i soldati. L’industria, devastata dai sabotaggi, dalla guerra e ora dalla guerra civile, era in uno stato di collasso totale. L’assedio imperialista paralizzò il paese. La popolazione di Pietrogrado crollò da 2.400.000 abitanti nel 1917 a 574.000 nell’agosto del 1920. Il tifo e il colera uccisero milioni di persone. Lenin descrisse la situazione come “comunismo in una fortezza assediata”.

Il 24 agosto 1919, Lenin scrisse:

“L’industria è ferma. Non ci sono cibo, carburante né industria.”

Di fronte a questo disastro, i soviet si affidarono al sacrificio, al coraggio e alla forza di volontà della classe lavoratrice per salvare la rivoluzione. Nel marzo 1920, Lenin dichiarò:

“La determinazione della classe lavoratrice, la sua inflessibile aderenza alla parola d’ordine ‘meglio la morte che la resa!’ non è solo un fattore storico, è il fattore decisivo e vincente.”

 

I postumi della guerra civile

Sotto la direzione di Lenin e Trotskij, che organizzò l’Armata Rossa praticamente da zero, i soviet furono vittoriosi, ma ad un prezzo terribile. Morti al fronte, carestie, malattie, il tutto combinato con il collasso economico.

Alla fine della guerra civile, il governo bolscevico fu costretto a una ritirata e a introdurre la Nuova Politica Economica. Questo permise ai contadini di avere un libero mercato per il loro grano e contribuì alla crescita di forti tendenze capitaliste, che portarono all’emersione dei nepmen e dei kulaki [speculatori e contadini ricchi, Ndt]. Era semplicemente una pausa necessaria per riprendere fiato.

Dato il basso livello culturale – il 70% della popolazione era analfabeta – il regime sovietico dovette appoggiarsi sui vecchi ufficiali, funzionari e amministratori zaristi che erano contrari alla rivoluzione.

“Grattate lo Stato sovietico in qualunque punto, e al di sotto vedrete lo stesso vecchio apparato statale zarista”, dichiarò Lenin senza mezzi termini. Con la continuazione dell’isolamento della rivoluzione, questo comportava il grave rischio di degenerazione burocratica della rivoluzione. La classe lavoratrice era stata sistematicamente indebolita dalla crisi. In questa situazione i soviet smisero semplicemente di funzionare, mentre i carrieristi e i burocrati riempivano il vuoto che si era creato.

Nonostante l’introduzione di misure per combattere questa minaccia burocratica, l’unico vero salvatore della rivoluzione poteva essere solo il successo della rivoluzione mondiale, che avrebbe garantito un sostegno materiale dall’Occidente.

All’inizio del 1919 Lenin fondò la Terza internazionale come arma per estendere la rivoluzione a livello internazionale. Fu una scuola di bolscevismo. Partiti comunisti di massa furono fondati in Germania, Francia, Italia, Cecoslovacchia e in altri paesi.

Sfortunatamente, l’ondata rivoluzionaria che seguì la Prima guerra mondiale fu sconfitta. La rivoluzione in Germania del 1918 fu tradita dai socialdemocratici. Le giovani repubbliche sovietiche in Baviera e Ungheria furono affogate nel sangue dalla controrivoluzione. Anche le occupazioni rivoluzionarie delle fabbriche in Italia nel 1920 furono sconfitte. Ancora una volta, nel 1923, tutti gli occhi erano puntati sulla Germania, che era nel pieno di una crisi rivoluzionaria, ma le posizioni politiche sbagliate di Zinovev e Stalin condussero ad una tragica sconfitta.

Questo fu un colpo terribile per il morale dei lavoratori russi, che erano nei fatti appesi a un filo. Allo stesso tempo, la sconfitta rafforzò la crescita della reazione burocratica nello Stato e nel partito. Con Lenin fuori gioco in seguito ad una serie di ictus, Stalin iniziò ad emergere come il rappresentante della burocrazia. In effetti, l’ultima lotta di Lenin fu un’alleanza con Trotskij contro la burocrazia e Stalin. Stalin si tirò indietro, ma un ultimo ictus lasciò Lenin paralizzato e incapace di parlare.

Poco prima Lenin aveva scritto un Testamento, in cui affermava che Stalin “divenuto segretario generale, [cosa cui Lenin si oppose, RS] ha concentrato nelle sue mani un immenso potere, e io non sono sicuro che egli sappia servirsene sempre con sufficiente prudenza. […] D’altro canto, il compagno Trotskij, […] si distingue non solo per le sue eminenti capacitò. Personalmente egli è forse il più capace tra i membri dell’attuale Comitato centrale...” Lenin avvertì che c’era il pericolo di una scissione nel partito.

 

Lo stalinismo

Passate due settimane, Lenin fece un aggiunta al suo Testamento, dopo che Stalin aveva insultato ed aggredito la Krupskaja per aver aiutato Trotskij ed altri a comunicare con Lenin. Egli interruppe tutti i rapporti personali con Stalin. “Stalin è troppo grossolano, e questo difetto, del tutto tollerabile nell’ambiente e nei rapporti tra noi comunisti, diventa intollerabile nella funzione di segretario generale”, affermò Lenin. Raccomandò che Stalin fosse rimosso dalla sua posizione per via della sua slealtà e della sua tendenza verso gli abusi di potere.

Il 7 marzo 1923, tuttavia, Lenin subì un ictus che lo rese completamente inabile. Sarebbe rimasto in questo stato fino alla sua morte, il 21 gennaio 1924. L'allontanamento di Lenin dalla vita politica accrebbe il potere di Stalin, che questi usò a suo vantaggio, non ultimo occultando il Testamento di Lenin.

Fu lasciato a Trotskij il compito di difendere l’eredità di Lenin, tradita da Stalin. La vittoria dello stalinismo fu dovuta fondamentalmente a ragioni oggettive, innanzi tutto alla terribile arretratezza economica e sociale della Russia e al suo isolamento.

La successiva sconfitta della rivoluzione internazionale in Gran Bretagna e soprattutto in Cina, contribuì a demoralizzare ulteriormente i lavoratori russi, esausti dopo anni di lotta. Sulla base di questa terribile stanchezza, la burocrazia, guidata da Stalin, consolidò la sua posizione. Il corpo di Lenin, malgrado le proteste della sua vedova, fu posto in un mausoleo.

È una mostruosa menzogna sostenere che lo stalinismo fu la continuazione del regime democratico di Lenin, come affermano gli apologeti del capitalismo. In realtà, i due sono separati da un fiume di sangue. Lenin fu l’iniziatore della Rivoluzione d’ottobre, Stalin fu il suo becchino. Non avevano niente in comune.

Concludiamo questo tributo con le parole appropriate di Rosa Luxemburg:

“Qualunque cosa un partito possa offrire in termini di coraggio, lungimiranza e coerenza rivoluzionaria in un dato momento storico, Lenin, Trotskij e gli altri loro compagni lo hanno in gran parte fornito. Tutto l’onore rivoluzionario e le capacità d’azione che mancavano alla socialdemocrazia occidentale, furono ben rappresentati dai bolscevichi. La loro insurrezione d’ottobre non solo ha davvero salvato la Rivoluzione russa, ma ha anche salvato l’onore del socialismo internazionale.”

A più di novant’anni dalla sua morte, rendiamo omaggio a questo grande uomo, alle sue idee a al suo coraggio. Lenin unì la teoria all’azione e fu la personificazione della Rivoluzione d’ottobre. Lenin e i bolscevichi cambiarono il mondo. Il nostro compito, in quest’epoca di crisi capitalista, è di portare a termine il loro lavoro.