La rivoluzione russa

Per i marxisti, la rivoluzione bolscevica è stata il più grande avvenimento nella storia umana. Sotto la direzione del partito bolscevico di Lenin e Trotskij, la classe lavoratrice riuscì a rovesciare i suoi oppressori e per lo meno a iniziare il compito della trasformazione socialista della società.

Tuttavia la rivoluzione ebbe luogo non in un paese capitalista avanzato, come Marx si era aspettato, ma in un contesto di spaventosa arretratezza. Per dare un’idea approssimativa della condizioni che i bolscevichi dovettero affrontare, in un solo anno, nel 1920, sei milioni di persone morirono di fame nella Russia sovietica.

Marx ed Engels hanno spiegato molto tempo fa che, perché il socialismo possa esistere, sono necessarie determinate condizioni materiali. Il punto di partenza del socialismo deve essere il più alto livello di sviluppo delle forze produttive raggiunto nelle più avanzate società capitaliste (ad esempio negli USA). Solo sulla base di un’industria, un’agricoltura, una scienza e una tecnologia altamente sviluppate, è possibile garantire le condizioni per il libero sviluppo degli esseri umani, a partire da una drastica riduzione della giornata di lavoro. La condizione preliminare è la partecipazione della classe lavoratrice al controllo democratico e all’amministrazione della società.

Engels spiegò che in qualsiasi società in cui l’arte, la scienza e il governo sono il monopolio di una minoranza, quella minoranza userà e abuserà della sua posizione nel proprio interesse. Lenin si accorse presto del pericolo di una degenerazione burocratica della rivoluzione in condizioni di generale arretratezza. In Stato e rivoluzione, scritto nel 1917, elaborò un programma sulla base dell’esperienza della Comune di Parigi, spiegando le condizioni basilari, non per il socialismo o il comunismo, ma per il primo periodo successivo alla rivoluzione, il periodo di transizione tra il capitalismo e il socialismo:

Questo era un programma definito per la democrazia operaia, rivolto direttamente contro il pericolo della burocrazia, che fu alla base del programma del partito bolscevico del 1919. In altre parole, contrariamente alle calunnie dei nemici del socialismo, la Russia sovietica ai tempi di Lenin e Trotskij fu il regime più democratico di tutta la storia.

Tuttavia il regime di democrazia operaia sovietica stabilito dalla rivoluzione d’Ottobre non sopravvisse. Nei primi anni ’30 tutti i punti di cui sopra erano stati aboliti. Sotto Stalin, lo Stato operaio soffrì un processo di degenerazione burocratica che si concluse con l’instaurazione di un mostruoso regime totalitario e l’annientamento fisico del partito leninista. Il fattore decisivo nella controrivoluzione politica stalinista in Russia, fu l’isolamento della rivoluzione in un paese arretrato. Il modo in cui la controrivoluzione politica ebbe luogo, è stato spiegato da Trotskij nella Rivoluzione tradita.

Non è fattibile che la società salti direttamente dal capitalismo ad una società senza classi. L’eredità materiale e culturale della società capitalista è di gran lunga troppo inadeguata. Ci sono troppa scarsità e troppa ineguaglianza, che non possono essere immediatamente eliminate. Dopo la rivoluzione socialista ci deve essere un periodo di transizione che preparerà il terreno necessario per la sovrabbondanza e per una società senza classi.

Marx chiamava la prima fase della nuova società “la fase inferiore del comunismo”, in contrapposizione alla “fase superiore del comunismo”, in cui gli ultimi residui della disuguaglianza materiale sarebbero scomparsi. In tal senso il socialismo e il comunismo sono stati contrapposti come la fase “inferiore” e quella “superiore” della nuova società.    

Nel descrivere la fase inferiore del comunismo, Marx scrive:

“Ciò di cui si sta parlando qui è una società comunista non come si sviluppa sulle basi che le sono proprie, ma al contrario, come nasce dalla società capitalista; di conseguenza una società che sotto ogni rapporto, economico, morale, intellettuale, porta ancora i segni della vecchia società dal cui seno essa è uscita.”[1]

“Tra la società capitalista e la società comunista sta il periodo della trasformazione rivoluzionaria della prima nella seconda. Ad esso corrisponde anche un periodo di transizione politica, in cui lo Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato.”[2]

Come tutti i più grandi teorici marxisti hanno spiegato, il compito della rivoluzione socialista è portare la classe lavoratrice al potere spezzando la vecchia macchina statale capitalista, l’organo repressivo designato a tenere sottomessa la classe operaia. Marx ha spiegato che questo Stato capitalista, assieme alla sua burocrazia statale, non può servire un nuovo potere. Per questo bisogna spazzarlo via. Il nuovo Stato creato dalla classe lavoratrice sarà invece differente da tutte le precedenti forme di Stato nella storia. Engels lo ha descritto come un semi-Stato, uno Stato conformato in modo tale da essere destinato a scomparire.

"Tuttavia per Marx – e questo è un punto cruciale – questa fase inferiore del comunismo, fin dal suo inizio, sarà basata sul più alto livello di sviluppo economico del capitalismo più avanzato. E perché questo è così importante? Perché senza uno sviluppo massiccio delle forze di produzione, la scarsità prevarrà e con essa la lotta per l’esistenza.

Come spiegato da Marx, un simile stato di cose pone il pericolo di una degenerazione: "Questo sviluppo delle forze produttive è una premessa materiale assolutamente necessaria [del comunismo], poiché senza di essa la penuria è generalizzata, e con essa ricomincia la lotta per le necessità e questo significa l’inevitabile risorgere di tutto il vecchio ciarpame.[3] [enfasi mia]

Queste parole profetiche di Marx spiegano perché la rivoluzione russa, così promettente, si concluse nella degenerazione burocratica e nella mostruosa caricatura totalitaria dello stalinismo, che a sua volta preparò il terreno per la restaurazione del capitalismo e per un’ulteriore regressione. “Tutto il vecchio ciarpame” tornò fuori, poiché la rivoluzione russa era rimasta isolata in condizioni di spaventosa arretratezza materiale e culturale. Ma oggi, con lo straordinario avanzamento nel campo della scienza e della tecnica, sono state preparate le condizioni per cui tutto questo non accada più.

 

Un avanzamento senza precedenti

Ogni fase dello sviluppo umano ha le sue radici in tutto il precedente sviluppo. Questo è vero sia per quanto riguarda l’evoluzione umana che per quella sociale. Siamo evoluti dalle specie inferiori e siamo geneticamente imparentati persino alle più primitive forme di vita, come il genoma umano ha definitivamente dimostrato. Siamo separati dai nostri parenti più vicini, gli scimpanzé, da una differenza genetica inferiore al due percento. Ma questa piccolissima percentuale rappresenta un impressionante balzo qualitativo.

Siamo emersi dallo stato selvaggio, dalla barbarie, dallo schiavismo e dal feudalesimo e ciascuna di questa fasi ha rappresentato una tappa precisa nello sviluppo delle forze produttive e della cultura. Hegel ha espresso questa idea in un bel passaggio della Fenomenologia dello spirito:     

“Il bocciolo scompare quando emerge il fiore e potremmo dire che il primo è negato dal secondo; allo stesso modo, quando viene il frutto, il fiore può essere spiegato come una forma falsa dell'esistenza della pianta, poiché il frutto ne appare come l'autentica natura, al posto del fiore. Queste fasi non sono semplicemente differenziate; si soppiantano in quanto incompatibili l'una con l'altra. Ma l'attività incessante della loro propria natura inerente ne fa allo stesso tempo momenti di un'unità organica, in cui non semplicemente si contraddicono, ma in cui l'una è tanto necessaria quanto l'altra; e l'uguale necessità di tutti i momenti costituisce da sola e perciò la vita dell'insieme."

Ogni fase nello sviluppo della società ha avuto le sue radici nella necessità ed è emersa dalle fasi precedenti. La storia può essere compresa solo se queste fasi sono considerate nella loro unità. Ognuna ha avuto la sua ragion d’essere nello sviluppo delle forze produttive ed è entrata in contraddizione con il loro ulteriore sviluppo a un certo momento, quando una rivoluzione si è resa necessaria per spazzare via le vecchie forme e consentire alle nuove di emergere.

Come abbiamo visto, la vittoria della borghesia fu ottenuta con mezzi rivoluzionari, sebbene al giorno d’oggi i difensori del capitalismo non amino ricordarlo. E, come Marx ha spiegato, storicamente la borghesia ha giocato un ruolo estremamente rivoluzionario:

“La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali. Prima condizione di esistenza di tutte le classi industriali precedenti era invece l’immutato mantenimento del vecchio sistema di produzione. Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca borghese fra tutte le epoche precedenti.”[4]

Sotto il capitalismo le forze produttive hanno sperimentato uno sviluppo spettacolare, senza precedenti nella storia del genere umano: sebbene il capitalismo sia il sistema economico di maggior sfruttamento e oppressione che sia mai esistito; sebbene, nelle parole di Marx, “il capitale è entrato nella scena della storia sprizzando sangue da ogni poro”, nondimeno il capitalismo ha rappresentato un colossale balzo in avanti nello sviluppo delle forze produttive, e dunque del nostro potere sulla natura.

Durante gli ultimi due secoli, lo sviluppo della tecnologia e della scienza è proceduto ad un passo molto più rapido rispetto a tutta la storia precedente. La curva dello sviluppo umano, che è stata appena accentuata per la maggior parte della nostra storia, ha sperimentato improvvisamente una ripida impennata. Il vertiginoso progresso della tecnologia è la precondizione per l’emancipazione dell’umanità, l’abolizione della povertà e dell’analfabetismo, dell’ignoranza e delle epidemie, e per il dominio della natura da parte dell’uomo attraverso una consapevole pianificazione dell’economia. La strada è aperta non solo alla conquista della Terra, ma anche dello spazio.

 

Capitalismo in declino     

Ogni epoca condivide l’illusione di poter durare per sempre. Ogni sistema sociale crede di rappresentare l’unica forma possibile di esistenza per gli esseri umani e che le sue istituzioni, la sua religione e la sua moralità costituiscano l’ultima parola. Questo è quello in cui i cannibali, i sacerdoti egizi, Maria Antonietta e lo zar Nicola II credevano fermamente. Ed è quello che la borghesia e i suoi apologeti sperano oggi di dimostrare, quando ci assicurano, senza il minimo fondamento, che il cosiddetto sistema di “libera impresa” è l’unico sistema possibile, proprio quando sta iniziando a mostrare tutti i segni della decadenza senile.

Il sistema capitalista oggi ricorda l’apprendista stregone, che mette in moto forze che non è in grado di controllare. La contraddizione fondamentale della società capitalista è l’antagonismo tra la natura sociale della produzione e la forma privata dell’appropriazione. Da questa contraddizione centrale ne sorgono molte altre. Questa contraddizione si esprime in crisi periodiche, come spiega Marx:   

“Nelle crisi commerciali viene regolarmente distrutta non solo una parte dei prodotti ottenuti, ma addirittura gran parte delle forze produttive già create. Nelle crisi scoppia una epidemia sociale che in tutte le epoche precedenti sarebbe apparsa un assurdo: l’epidemia della sovraproduzione. La società si trova all’improvviso ricondotta ad uno stato di momentanea barbarie; sembra che una carestia, una guerra generale di sterminio le abbiano tagliato tutti i mezzi di sussistenza; l’industria, il commercio sembrano distrutti. E perché? Perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive che sono a sua disposizione non servono più a promuovere la civiltà borghese e i rapporti borghesi di proprietà; anzi, sono divenute troppo potenti per quei rapporti e ne vengono ostacolate e appena superano questo ostacolo mettono in disordine tutta la società borghese, mettono in pericolo l’esistenza della proprietà borghese. I rapporti borghesi sono divenuti troppo angusti per poter contenere la ricchezza da essi stessi prodotta. Con quale mezzo la borghesia supera la crisi? Da un lato, con la distruzione forzata di una massa di forze produttive; dall’altro, con la conquista di nuovi mercati e con lo sfruttamento più intenso dei vecchi. Dunque con quali mezzi? Mediante la preparazione di crisi più generali e più violente e la diminuzione dei mezzi per prevenire le crisi stesse.”[5]   

È questa una descrizione esatta dell’attuale situazione. È un terribile paradosso che più l’umanità sviluppa la sua capacità produttiva, che più spettacolari sono gli avanzamenti nel campo della scienza e della tecnologia, più grandi sono la sofferenza, la carestia, l’oppressione e la miseria della maggioranza della popolazione mondiale. La malattia del capitalismo su scala mondiale si è manifestata nel crollo del 2008. Questo è stato l’inizio della più grande crisi in tutti i duecento anni di esistenza del capitalismo, che in ultima analisi è il risultato della rivolta delle forze produttive contro la camicia di forza della proprietà privata e dello stato nazionale.

 

Socialismo o barbarie

Per migliaia di anni la cultura è stata il monopolio di una minoranza privilegiata, mentre la grande maggioranza dell’umanità era esclusa dalla conoscenza, dalla scienza, dall’arte e dalla gestione del governo. Le cose stanno così ancora oggi. Nonostante tutte le nostre pretese, non siamo davvero civilizzati. Il mondo in cui oggi viviamo di certo non merita questa definizione. È un mondo barbarico abitato da persone che devono ancora lasciarsi alle spalle un passato di barbarie. Per la grande maggioranza del pianeta la vita rimane una lotta dura e incessante per l’esistenza, non solo nel mondo sottosviluppato, ma anche nei paesi capitalisti sviluppati.

Marx osservò che ci sono due possibilità di fronte alla razza umana: socialismo o barbarie. La questione si pone quindi nei termini più netti: nel prossimo periodo o la classe lavoratrice prenderà nelle sue mani la gestione della società, rimpiazzando il decrepito sistema capitalista con un nuovo ordine sociale basato su una pianificazione armoniosa e razionale delle forze produttive e sul controllo cosciente di uomini e donne sulle loro vite e sui loro destini; oppure ci troveremo di fronte al più terribile spettacolo di un crollo sociale, economico e culturale.

La crisi del capitalismo non rappresenta solo una crisi economica che minaccia i posti di lavoro e le condizioni di vita di milioni di persone in tutto il mondo, ma minaccia anche le stesse basi dell’esistenza civilizzata (nella misura in cui questa esiste) e di riportare indietro il genere umano in tutti i campi. Se il proletariato, l’unica classe genuinamente rivoluzionaria, non riuscirà a rovesciare il dominio delle banche e dei monopoli, si porranno le basi per un crollo della cultura e persino per un ritorno alla barbarie.

 

Coscienza

La dialettica ci insegna che, presto o tardi, le cose si trasformano nel loro opposto. È possibile delineare un parallelo tra la geologia e la società. Come la tettonica delle placche, muovendosi troppo lentamente, compensa il ritardo con un violento terremoto, così l’attardarsi della coscienza dietro agli eventi è compensato da improvvisi cambiamenti nella psicologia delle masse. La manifestazione più impressionante della dialettica è la crisi del capitalismo stesso. La dialettica si sta prendendo la sua rivincita contro la borghesia, che non ha capito niente, non ha previsto niente e non è in grado di risolvere niente. 

Il crollo dell’Unione Sovietica creò un sentimento di pessimismo e demoralizzazione tra la classe operaia. I difensori del capitalismo lanciarono una feroce controffensiva ideologica contro le idee del socialismo e del marxismo, promettendo un futuro di pace, prosperità e democrazia grazie alle meraviglie dell’economia di libero mercato. Sono passati due decenni da allora e un decennio non è un lungo periodo sul grande piano della storia. Non è rimasto che pietra su pietra di quelle confortevoli illusioni.

Ovunque ci sono guerre, disoccupazione, povertà e fame. E ovunque sta sorgendo un nuovo spirito di rivolta e le persone stanno cercando idee che possano spiegare quello che sta accadendo nel mondo. Il vecchio, stabile, pacifico e prospero capitalismo è morto e con esso le vecchie, pacifiche, armoniose relazioni tra le classi. Ci attende un futuro di austerità, disoccupazione e peggioramento delle condizioni di vita protratti per anni e decenni. Questa è in tutto e per tutto una ricetta per una ripresa della lotta di classe dappertutto.

L’embrione di una nuova società sta già maturando nel grembo della vecchia. Elementi di democrazia operaia esistono già nella forma di organizzazioni operaie, comitati di delegati dei lavoratori, sindacati, cooperative, etc. Nel periodo che si apre davanti a noi ci sarà una battaglia per la vita e la morte: da una parte la lotta di questi elementi della nuova società per venire alla luce e dall’altra la resistenza altrettanto fiera da parte del vecchio ordine per impedire che questo accada.

È vero che la coscienza delle masse è rimasta molto in ritardo rispetto agli eventi, ma anche questo si trasformerà nel suo contrario. Grandi avvenimenti stanno costringendo uomini e donne a mettere in discussione le loro opinioni e le loro convinzioni. Vengono strappati via dalla vecchia, passiva e apatica indifferenza e costretti a fare i conti con la realtà. Possiamo già vedere un inizio di questo processo negli eventi in Grecia. In momenti come questi la coscienza può cambiare molto rapidamente ed è esattamente questo che è una rivoluzione.

L’ascesa del capitalismo moderno e del suo becchino, la classe operaia, ha chiarito quello che è il nocciolo della concezione materialista della storia. Il nostro compito non è solamente quello di comprendere, ma di portare ad una conclusione vittoriosa la storica lotta tra le classi sociali, attraverso la vittoria del proletariato e la trasformazione socialista della società. Il capitalismo non è riuscito, dopotutto, a porre “fine” alla storia. Il compito dei marxisti è lavorare attivamente per affrettare il rovesciamento di questo vecchio, decrepito sistema ed aiutare la nascita di un mondo nuovo e migliore.

 

Dalla necessità alla libertà

L’approccio scientifico alla storia proprio del materialismo storico non deve indurci a trarre conclusioni pessimiste dagli orrendi sintomi di declino che ci circondano da tutte le parti. Al contrario, la tendenza generale della storia umana è stata nella direzione di un sempre maggior sviluppo del nostro potenziale produttivo e culturale.

La relazione tra lo sviluppo della cultura umana e delle forze produttive, era già chiaro a quel grande genio dell’antichità che era Aristotele, il quale spiegò nel suo libro, la Metafisica, che “l’uomo comincia a filosofeggiare quando i bisogni primari sono soddisfatti”, e aggiunse che la matematica e l’astronomia furono scoperte in Egitto perché la casta di sacerdoti di quel paese non doveva lavorare. È questa una interpretazione puramente materialista della storia. 

I grandi risultati degli ultimi cento anni hanno per la prima volta creato una situazione in cui tutti i problemi dell’umanità possono essere risolti. Il potenziale per una società senza classi sociali già esiste su scala mondiale. Quello che è necessario, è portare avanti una pianificazione razionale e armoniosa delle forze produttive in modo che questo potenziale immenso, praticamente infinito, venga messo a frutto.

Una volta che le forze produttive saranno liberate dalla camicia di forza del capitalismo, esisterà il potenziale per far venire alla luce un gran numero di geni: artisti, scrittori, compositori, filosofi, scienziati e architetti. L’arte, la scienza e la cultura fioriranno come non mai. Questo mondo ricco, bello e meravigliosamente diverso diventerà finalmente un posto in cui gli esseri umani possano vivere degnamente.

In un certo senso la società socialista rappresenterà un ritorno al comunismo primitivo tribale, ma sulla base di un livello produttivo incomparabilmente superiore. Prima che si possa prendere in considerazione una società senza classi, tutti i tratti distintivi della società di classe, in particolare la disuguaglianza e la scarsità, dovranno essere eliminati. Sarebbe assurdo parlare di abolizione delle classi laddove la disuguaglianza, la scarsità e la lotta per l’esistenza prevalgono ancora. Sarebbe una contraddizione in termini. Il socialismo può solo comparire in una certa fase nell’evoluzione della società umana, una volta che viene raggiunto un certo livello di sviluppo delle forze produttive.

Sulla base di una vera rivoluzione nella produzione, sarebbe possibile ottenere un tale livello di abbondanza che gli uomini e le donne non sarebbero più costretti a preoccuparsi per le loro necessità quotidiane. Le preoccupazioni e le paure umilianti che oggi riempiono a tutte le ore i pensieri di uomini e donne, scompariranno. Per la prima volta esseri umani liberi saranno padroni del loro destino. Per la prima volta saranno davvero umani. Solo allora comincerà davvero la storia della razza umana.

Sulla base di una pianificazione economica armoniosa, in cui l’eccezionale potenziale produttivo della scienza e della tecnologia sarà sfruttato per la soddisfazione dei bisogni umani e non per i profitti di pochi, la cultura raggiungerò un nuovo livello di sviluppo inimmaginabile. I romani descrivevano gli schiavi come “strumenti con la voce”. Oggi non abbiamo bisogno di schiavizzare le persone per svolgere il lavoro necessario. Abbiamo già la tecnologia per creare robot che non solo possono giocare a scacchi e svolgere compiti elementari sulle linee produttive, ma anche guidare veicoli in maniera più sicura rispetto ad un umano e persino svolgere operazioni decisamente complesse.

Sulla base del capitalismo, questa tecnologia minaccia di soppiantare milioni di lavoratori: non solo camionisti e lavoratori non qualificati, ma anche categorie come contabili e programmatori rischiano di perdere i loro mezzi di sostentamento. Milioni di persone verranno gettate in mezzo ad una strada, mentre chi conserverà il posto di lavoro dovrà lavorare per più ore rispetto a prima.

In una economia socialista pianificata, la stessa tecnologia verrebbe utilizzata per ridurre la giornata lavorativa. Potremmo introdurre immediatamente una settimana lavorativa di trenta ore, seguita da una settimana di venti ore, dieci ore e persino meno, mentre la crescita della produzione e l’espansione della ricchezza della società andrebbero ben oltre quello che è concepibile sotto il capitalismo.

Questo rappresenterebbe un cambiamento fondamentale nella vita delle persone. Per la prima volta, uomini e donne sarebbero liberi dalla fatica del lavoro e liberi di svilupparsi fisicamente, mentalmente e, in un certo senso, persino spiritualmente. Uomini e donne sarebbero liberi di volgere i loro occhi al cielo e contemplare le stelle.

Trotskij una volta scrisse: “Quanti Aristotele oggi pascolano i porci? E quanto porcai siedono sui troni?”. La società divisa in classi sociali impoverisce le persone, non solo materialmente ma psicologicamente. Le vite di milioni di essere umani sono confinate negli orizzonti più ristretti. Il socialismo libererebbe tutto quel potenziale colossale che viene sprecato dal capitalismo.

È vero che le persone hanno caratteristiche e capacità differenti. Non tutti possono essere un Aristotele, un Beethoven o un Einstein. Ma ognuno ha il potenziale per compiere grandi cose in un campo o in un altro, per diventare un grande scienziato, un artista, un musicista, un ballerino o un giocatore di calcio. Il comunismo garantirà tutte le condizioni necessarie a sviluppare queste potenzialità al massimo livello.

Sarà la più grande rivoluzione di tutti i tempi, portando la civilizzazione umana a un nuovo livello, qualitativamente superiore. Nelle parole di Engles, rappresenterebbe il balzo del genere umano dal regno della necessità a quello di un’autentica libertà.

                                                                                                                                     Londra, 8 luglio 2015 

 



      

 

[1] Marx, Critica al programma di Gotha, contenuto nell’antologia Le basi teoriche del partito socialista, Le Edizioni del Maquis, 1976, pp. 27-28.

[2] Ibidem, p. 42.

[3] Marx, L’ideologia tedesca, in Marx ed Engels Selected Works, vol. 1, p. 37.

[4] Marx ed Engels, Manifesto del partito comunista, AC Editoriale 2010, pp. 34-35

[5] Ibidem, pp. 39-40