di Alan Woods

 

 

Lenin osservò una volta che la politica è economia concentrata. È un concetto base del materialismo storico che, in ultima analisi, la vitalità di qualsiasi sistema socio-economico dipende dalla sua capacità di sviluppare i mezzi di produzione. Questo venne spiegato già da Marx nella sua Introduzione a Per la critica dell’economia politica. Marx spiegò il rapporto fra le forze produttive e la sovrastruttura come segue:

“Nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza.” (Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniti, p. 5)

Tuttavia, il marxismo non ha niente in comune con la ben nota caricatura secondo cui Marx ed Engels “hanno ridotto tutto all’economia”. A questa palese assurdità hanno risposto molte volte gli stessi Marx ed Engels, come nel seguente brano della lettera di Engels a Bloch:

“Secondo la concezione materialistica della storia, la produzione e riproduzione della vita sociale è nella storia il momento in ultima istanza decisivo; di più né io né Marx abbiamo mai affermato. Se ora qualcuno distorce quell’affermazione in modo che il momento economico risulti essere l’unico determinante, trasforma quel principio in una frase fatta, insignificante, astratta e assurda.” (in La concezione materialistica della storia, Editori Riuniti, p.163)

Il materialismo storico non ha nulla in comune con il fatalismo. Il nostro destino non è predeterminato da leggi economiche, gli uomini e le donne non sono semplici marionette delle cieche “forze storiche”. Ma nemmeno sono agenti del tutto liberi, in grado di modellare il loro destino indipendentemente dalle circostanze esistenti, imposte dal livello dello sviluppo economico, dalla scienza e dalla tecnica, che, in ultima analisi, determinano se un sistema economico ha futuro o meno. Per citare Engels:

“In qualsiasi modo si svolga la storia degli uomini, sono gli uomini che la fanno, perseguendo ognuno i suoi propri fini consapevolmente voluti, e sono precisamente i risultati di queste numerose volontà operanti in diverse direzioni, i risultati delle loro svariate ripercussioni sul mondo esteriore, che costituiscono la storia.” (Ludwig Feuerbach, Editori Riuniti, pp. 63-64)

Quindi, il marxismo non riduce affatto la storia ad economia. Non elimina il fattore soggettivo – l’attività cosciente degli uomini e delle donne, che modella il loro stesso destino. In realtà, Marx ha spiegato che anche se lo sviluppo delle forze produttive è decisivo in ultima istanza, questo non implica affatto un rapporto automatico e meccanico fra la base economica e la “sovrastruttura”. Nemmeno si tratta di un processo unidirezionale. La sovrastruttura politica, l’ideologia, la diplomazia e perfino la religione, interagiscono dialetticamente con la base economica e influiscono sul suo sviluppo.

In una lettera meravigliosamente profonda scritta a Conrad Schmidt nel mese di ottobre del 1890, Engels precisa che ogni genere di fattore può influenzare lo sviluppo delle forze produttive: 

La produzione è quella che in ultima istanza decide. Ma in quanto il commercio con i suoi prodotti si rende autonomo dalla produzione vera e propria, esso segue un suo proprio movimento, che, nel complesso è certo dominato da quello della produzione, ma che nei particolari e nel quadro di questa generale dipendenza segue però a sua volta leggi proprie, che sono nella natura di questo nuovo fattore, il quale ha le sue proprie fasi ed a sua volta si ripercuote sul movimento della produzione.” (in La concezione materialistica…, cit., p. 167)

Engels porta ad esempio la scoperta dell’America “dovuta alla fame dell’oro, che in precedenza aveva già spinto i portoghesi verso l’Africa”. Quest’ultimo episodio può essere considerato alla stregua di un incidente storico e non avrebbe potuto essere previsto, tuttavia ha avuto profonde conseguenze sullo sviluppo del capitalismo. Inoltre, come spiegò Engels, la conquista dell’India da parte dei portoghesi, degli olandesi e degli inglesi, produsse risultati del tutto inattesi. Le potenze europee volevano solo importare merci dall’India e nessuno avrebbe mai pensato di esportarvi qualcosa ma, con la conquista militare, crearono i presupposti per sviluppare un mercato per le proprie merci in questo paese. “Tuttavia - Engels rilevò - solo le esigenze dell’esportazione verso quei paesi crearono e svilupparono la grande industria.”

Quindi, elementi che sono esterni al funzionamento normale del ciclo capitalistico possono modificarlo profondamente. Guerre, conquiste militari, scoperte scientifiche, persino incidenti casuali, svolgono tutti un certo ruolo. Lo stesso è vero per lo Stato, come spiega Engels nella stessa lettera: 

“La società crea determinate funzioni comuni, di cui non può fare a meno. Le persone nominate a questo scopo formano un nuovo ramo della divisione del lavoro all’interno della società. Ottengono in questo modo particolari interessi anche nei confronti dei loro mandatari, si rendono autonomi da essi – ed ecco lo Stato; e ora le cose precedono analogamente a quanto avviene col commercio di merci e più tardi col commercio di valuta: la nuova potenza deve certo nel complesso seguire il movimento della produzione, ma a sua volta reagisce sulle condizioni e sull’andamento di essa in virtù della relativa autonomia che le è propria, che cioè le è stata a suo tempo trasmessa e che si è gradualmente sviluppata. È un’azione reciproca di due forze impari, del movimento economico da una parte, e della nuova potenza politica dall’altra, che tende alla maggiore autonomia possibile, e poiché a suo tempo fu messa all’opera, è dotata anche di un suo proprio movimento; il movimento economico riesce nel complesso ad imporsi, ma deve subire anche una ripercussione da parte del movimento politico, che essa stessa ha messo all’opera e ha dotato di una relativa autonomia” (Ibidem, pp. 168-169)

Sempre nella stessa lettera Engels spiega che persino cose come la religione ed altre manifestazioni ideologiche svolgono un ruolo importante nello sviluppo della società e anche dell’economia: 

“Per quel che concerne poi gli ambiti ideologici maggiormente campati in aria, religione, filosofia, ecc., questi hanno a che fare con un patrimonio che risale alla preistoria e che il periodo storico ha trovato e si è accollato – quella che oggi chiameremmo stupidità.” (Ibidem, pp. 170-171)

Che differenza troviamo tra queste affermazioni di Engels, attentamente ponderate, precise, e la volgare caricatura meccanicistica del “marxismo” che cerca di ridurre la ricchezza della dialettica a formule semplici e fisse!

 

Il ciclo capitalistico

Se si guarda ai duecento anni di storia del capitalismo, balza subito agli occhi che il ciclo boom-recessione (“il ciclo economico”) è il ciclo normale di sviluppo del capitalismo. È sempre esistito ed esisterà sempre fino a che il sistema capitalista non scomparirà dalla scena storica. Tuttavia, questo non esaurisce la questione delle caratteristiche dello sviluppo capitalisico. Un esame più accurato della storia indica che, oltre al ciclo normale boom-recessione, ci sono periodi più lunghi contraddistinti da caratteristiche specifiche. Anche se l’esatta determinazione di ogni periodo può essere contestata, è possibile stabilire a grandi linee l’esistenza di un certo numero di tali periodi. Per introdurre l’argomento, proponiamo questi possibili periodi: 1848-79, 1880-93, 1894-1914, 1915-39 e 1940-74.

Ognuno di questi periodi di sviluppo del capitalismo ha avuto un carattere differente dagli altri. Questo è ben chiaro. Per esempio, il periodo di circa venti anni che precedette la prima guerra mondiale, così come il periodo 1948-74, fu caratterizzato da un grande sviluppo delle forze produttive. Questo fattore impresse il proprio marchio sull’intero periodo, influenzando i rapporti fra le classi e la coscienza di ogni classe. Come conseguenza dello sviluppo economico, della piena occupazione e del miglioramento dei livelli di vita nei paesi capitalistici avanzati, ci fu un lungo periodo di relativa pace sociale. Vi furono, naturalmente, delle eccezioni, in particolare la rivoluzione russa del 1905. Allo stesso modo, gli eventi rivoluzionari del maggio francese, nel 1968, hanno avuto luogo all’apice dell’espansione economica del dopoguerra. Ma questi avvenimenti non rappresentavano la norma. In generale questo fu il periodo classico del riformismo, non delle rivoluzioni.

Occorre ricordare che un lungo periodo di espansione economica è stato il fattore oggettivo che ha determinato la degenerazione riformista e nazionalista di tutti i partiti della Seconda internazionale prima del 1914. Basandosi su questa crescita, secondo un rozzo metodo empirico, i dirigenti della Seconda internazionale immaginavano che il capitalismo avesse risolto tutti i problemi. Bernstein1 fu solo il primo a sostenere che la classe operaia avesse cessato di esistere, che le crisi fossero una cosa del passato e che quindi la rivoluzione non servisse più. Tale era il sogno dei riformisti, che si consideravano dei veri realisti: pacificamente, gradualmente, attraverso le riforme era possibile trasformare la società. Tutte queste illusioni finirono nel sangue, nei massacri, tra trincee e gas nervini nel primo grande sterminio imperialista. La prima guerra mondiale del 1914-18 aprì un periodo del tutto nuovo, radicalmente differente dal precedente. Il periodo tra le due guerre mondiali non fu caratterizzato dalla pace e dalla stabilità, ma da guerre, rivoluzioni e controrivoluzioni. A partire dalla Rivoluzione russa del 1917, fu un tempestoso periodo di lotta di classe, che cambiò radicalmente la psicologia delle classi, polverizzando violentemente le vecchie illusioni. Tutto ciò sconvolse le organizzazioni di massa, provocando scissioni dopo scissioni e aprì grandi opportunità allo sviluppo del marxismo.

Nei dibattiti che animavano l’Internazionale comunista all’inizio degli anni venti, la questione del ciclo economico venne discussa molto approfonditamente. Gli estremisti sostenevano che si trattava della crisi finale del capitalismo; in altre parole, ritenevano che il capitalismo sarebbe semplicemente sprofondato sotto il peso delle proprie contraddizioni. Lenin e Trotskij, al contrario, spiegavano che una crisi finale del capitalismo, nel senso d’un crollo automatico del sistema, non sarebbe mai stata possibile . Se lasciato sopravvivere, il sistema capitalistico avrebbe trovato sempre una via d’uscita – anche se a prezzo di terribili sofferenze per la classe operaia e la civiltà umana. Fino a quando il capitalismo non fosse stato abbattuto dalla classe operaia, avrebbe trovato sempre una scappatoia anche dalla crisi più profonda. Perciò, il destino della società non è deciso meccanicamente dal gioco cieco delle forze economiche, ma dalla lotta di classe, in cui gli elementi dell’organizzazione, della coscienza e della direzione svolgono un ruolo altrettanto decisivo di quanto accade nella guerra fra le nazioni.

Nikolai Dmitrievich Kondratiev era a capo dell’Istituto moscovita per la ricerca economica all’inizio degli anni venti. Si trattava senza dubbio di un economista dotato e originale; il suo fu un destino tragico. Come tanti intellettuali di eccezionale statura che diedero lustro ai primi anni del potere sovietico, concluse la sua vita nei campi di lavoro di Stalin. La sua tragica fine e la natura eccezionalmente originale ed audace delle sue ipotesi hanno conferito alla sua persona un’aura quasi magica. In alcuni ambienti intellettuali è considerato alla stregua di un grande guru, la cui teoria delle “onde lunghe” servirebbe a spiegare (e persino a predire) i vasti sviluppi storici.

Le sue teorie vennero esposte in primo luogo in una serie di articoli all’inizio degli anni venti e furono presentate al terzo congresso dell’Internazionale comunista nel 1921. Nel 1924 Kondratiev pubblicò un articolo intitolato La statistica e la concezione dinamica delle fluttuazioni economiche in cui espose le sue tesi di base. L’anno seguente ricapitolò le sue idee in un libro. Nel frattempo, però, il clima politico in Unione Sovietica era già cambiato. Lo sviluppo della burocrazia stalinista significava che chi non avesse seguito pedissequamente i dettami della direzione avrebbe rischiato di subire pesanti censure. Mentre nel 1922 Trotskij aveva risposto alle tesi di Kondratiev con le armi della critica, il regime di Stalin usò altri metodi per regolare le divergenze. Kondratiev fu messo a tacere, rimosso dal suo posto e relegato nell’oscurità. Infine, verso la fine del 1930, quando Stalin stava già preparandosi a ricorrere ai metodi che poi si sarebbero trasformati nell’infamia delle purghe, Kondratiev fu improvvisamente arrestato con l’accusa di essere il capo di un inesistente partito degli operai e dei contadini. L’accusa era ridicola. Senza nemmeno l’ombra di una prova, Kondratiev fu deportato in Siberia dove morì in circostanze che non sono mai state chiarite.

In tempi recenti le teorie di Kondratiev hanno goduto di nuova popolarità tra gli economisti borghesi e anche tra alcuni autoproclamati “marxisti”. Per una di quelle ironie di cui la storia è così ricca, le tesi di Kondratiev vengono usate dagli economisti borghesi per giustificare l’idea che il sistema capitalistico possa andare avanti in eterno cavalcando una serie senza fine di “onde lunghe”, con lunghi periodi di declino a cui automaticamente seguono lunghi periodi d’espansione e viceversa; un meccanismo che assomiglia alquanto a una vulgata per economisti della mitica “macchina del moto perpetuo” che per secoli l’umanità ha tentato di scoprire, ma che finora non è stata trovata da nessuna parte su questo pianeta.

Innanzitutto occorre chiarire che Kondratiev non era affatto un marxista. La sua adesione al comunismo era recente, un fatto attestato dalla sua presenza nel governo provvisorio di Kerenskij, di cui era ministro dell’alimentazione. Naturalmente, questo non invalida in nessun modo le idee di Kondratiev, né lo scredita come persona. Al contrario: che fosse passato dalla parte della Rivoluzione d’Ottobre va a suo merito. Semmai serve a dimostrare quanto lontano egli fosse dal marxismo pochi mesi prima dell’Ottobre e quanto superficiale dovesse essere la sua comprensione delle idee fondamentali e del metodo marxista, e di conseguenza evidenziare quanto siano goffi e ridicoli gli sforzi fatti da qualcuno per presentarlo come un grande economista marxista capace di sviluppare le teorie di Marx.

Kondratiev era quello che più tardi sarebbe stato descritto come un “professore rosso”. Apparteneva alla categoria che Trotskij per primo definì dei “compagni di strada”, cioè quegli intellettuali che avevano aderito alla Rivoluzione d'Ottobre ed al bolscevismo senza assorbire le idee fondamentali ed i metodi del marxismo. Di questa gente ce n’era molta. Si può dire che la rivoluzione avesse attratto a sé quanto c’era di buono della vecchia intellighentsia. Questi uomini si dedicarono con sincerità alla causa del socialismo, ma difettavano degli anni necessari di esperienza e di rigoroso addestramento teorico per permettere loro di acquisire una reale prospettiva marxista. Inevitabilmente portavano con sé il pesante fardello dell’ideologia e dei punti di vista borghesi. Non uno di loro capiva il metodo dialettico e il più delle volte cercavano di compensare questa mancanza di metodo filosofico ricorrendo a metodi formalistici di ragionamento. Il formalismo è forse la caratteristica più tipica della psicologia dei “compagni di strada”, nell’arte, nella letteratura, nella tattica militare o in economia. Certamente questo metodo è alla base del lavoro di Kondratiev, e ne costituisce anche la debolezza principale.

Il formalismo è estremamente tipico del pensiero borghese e particolarmente degli intellettuali accademici. Tutta la logica formale ne è la base. Questo metodo consiste nell’elaborazione di ipotesi più o meno arbitrarie in base ad alcuni fatti selezionati, per poi giustificare l’ipotesi sulla base di una ulteriore selezione dei dati che tendono a sostenerla. Questo metodo è ben noto ai dottorandi che devono difendere la propria tesi di dottorato. Di positivo un simile modo di procedere ha che a volte riesce a gettare nuova luce o a chiarire le teorie esistenti. Ma di negativo c’è che può condurre a conclusioni false ed arbitrarie (e persino apertamente disoneste) che possiamo identificare come sofismi. Per ogni tesi di laurea che conduce a nuove scoperte, ce ne sono cento buone solo per il cestino dei rifiuti.

Hegel ha rilevato una volta che “è il desiderio di una comprensione razionale e non soltanto l’accumulazione d’una massa di dati che deve pervadere la mente di chi è interessato alla scienza”. Oltre i fatti e le cifre operano processi più profondi. Senz’altro Kondratiev tentò di capire questi processi, ma il suo stesso metodo gli impedì di trarre le conclusioni corrette dalle informazioni a sua disposizione. Inoltre, come vedremo, persino le informazioni che utilizzò non hanno dimostrato affatto le sue ipotesi fondamentali. Il modo in cui la teoria di Kondratiev delle “onde lunghe” si è evoluta è tipico del metodo accademico. Il suo istituto aveva intrapreso una serie di studi sull’economia mondiale durante e dopo la prima guerra mondiale. Basandosi su questi dati limitati, Kondratiev trasse originariamente la propria conclusione circa l’esistenza di cicli economici lunghi. Il suo metodo può essere descritto in senso lato come statistico. È tipico degli economisti borghesi che cercano di dare un’impressione di rigore scientifico al loro lavoro facendo largo uso di modelli matematici. Tuttavia, chiunque conosca anche solo superficialmente questa disciplina sa fino a che punto questi modelli di solito falliscano, non appena siano messi a confronto con i processi reali.

Il grande valore del lavoro di Kondratiev sta nel fatto che ha mostrato oltre ogni dubbio che, oltre al ciclo normale boom-recessione (il ciclo economico o congiunturale), che è una caratteristica fondamentale del capitalismo descritta estesamente da economisti borghesi come Schumpeter, esistono periodi storici più ampi nella storia del capitalismo. Anche questo fatto è ora sufficientemente ben documentato da non richiedere ulteriore giustificazione. Ci sono, come già abbiamo precisato, periodi distinti nello sviluppo del capitalismo ed ognuno di questi “cicli” tende ad essere differente da ogni altro. Si tratta di un’osservazione importante. Ma Kondratiev non si è limitato a questo. Ha sostenuto che tali periodi hanno avuto un carattere ciclico – cioè ricorrente, ripetuto – e che questo può essere spiegato in termini rigorosamente economici in base al ciclo degli investimenti. Nel suo articolo intitolato Cicli economici lunghi sostiene che, oltre al ciclo economico normale, della durata compresa tra sette ed undici anni, sono esistiti cicli più lunghi, con una durata media di cinquant’anni. Ne conclude che il sistema capitalistico attraversa delle “onde lunghe”, in cui ogni declino è seguito da un’espansione che può durare decenni. Proprio quest’ultima asserzione fu confutata da Trotskij e, benché sia regolarmente riapparsa, tornando temporaneamente di moda (come adesso), non ha in realtà alcuna base, né nei fatti né nella teoria.

 

Marx e Kondratiev

Kondratiev basò tutta la sua teoria su un parallelo con l’analisi di Marx del ciclo economico – il ciclo normale di crescita e recessione che è insito nel capitalismo. Tuttavia, non vi è alcun rapporto fra le due cose.

La teoria di Marx del ciclo capitalistico è spiegata con precisione nei tre volumi del Capitale. Lì viene esposto in grande dettaglio l’intero processo ed i suoi precisi meccanismi sono spiegati da ogni punto di vista. Al contrario, la teoria di Kondratiev è un’ipotesi molto generale, basata su alcuni fatti selezionati arbitrariamente per sostenerla. L’esistenza del ciclo boom-recessione è estremamente ben documentata, tanto che persino gli economisti borghesi sono costretti a riconoscerla. D’altra parte, mentre ci sono certamente indicazioni che suggeriscono con forza l’esistenza di più ampi periodi storici del capitalismo, l’esistenza delle “onde lunghe” nel senso usato da Kondratiev non è stata mai dimostrata e, tre generazioni dopo la sua prima formulazione, questa teoria rimane nel regno della speculazione.

Kondratiev apportò alcune modifiche all’analisi economica di Marx. Trasse da Marx l’idea che il ciclo medio del capitalismo è determinato dal periodico reinvestimento del capitale fisso (approssimativamente ogni dieci anni ai tempi di Marx) ma aggiunse una sua idea, vale a dire che ci sarebbe una graduazione nella lunghezza del ciclo, nel periodo produttivo e nella quantità d’investimento nei diversi tipi di capitale costante (macchinari, fabbriche, ecc.). Ecco cosa scrive: 

“La base materiale dei cicli lunghi è il deprezzamento, la sostituzione e l’aumento dei fondi per il capitale di base, la cui produzione richiede investimenti enormi e molto tempo per completarsi. Il capitale costante di base consiste nelle grandi installazioni industriali, nelle principali ferrovie, nei canali, nelle tenute agricole più grandi, ecc… In realtà, anche l’addestramento degli operai specializzati appartiene a questa categoria.” (Secondo articolo, p. 60)

Ed ancora: 

“La sostituzione e l’aumento di questo fondo non è un processo continuo, ma si realizza, ora come in passato, con salti, che si riflettono nei cicli lunghi di attività economica. Il periodo in cui la produzione di questi beni capitali aumenta corrisponde alla fase ascendente. C’è una tendenza degli elementi di attività economica a crescere rispetto al loro livello di equilibrio, secondo questo schema, nel periodo prolungato dell’ascesa, che è interrotta da fluttuazioni di durata inferiore. D’altra parte, nel periodo del lento declino di questo processo, avviene un movimento degli elementi economici verso il livello di equilibrio che può scendere ulteriormente. Occorre sottolineare che lo stesso livello di equilibrio muta durante il processo delle fluttuazioni cicliche e si sposta generalmente verso un livello più elevato.” (Ibid., p. 61.)

Avendo stabilito un collegamento fra i cicli lunghi ed il ciclo del reinvestimento in beni capitali, Kondratiev deve comunque ancora dimostrare perché questo processo debba avvenire per salti, anziché esprimersi in un costante aumento degli investimenti. Per fare questo, deve ricorrere alle teorie di un altro economista borghese, Tugan Baranovsky. Gli investimenti su grande scala presuppongono l’esistenza di vaste quantità di capitale disponibili sotto forma di credito. Quindi, devono esistere determinate circostanze per l’inizio di un’“onda lunga”. Kondratiev le specifica come segue:

1) Un’alta proporzione di risparmio (cioè un’alta propensione al risparmio).

2) La disponibilità di grossi capitali sotto forma di credito, con bassi tassi di interesse.

3) L’accumulazione di questi ultimi presso grandi gruppi di imprenditori e finanzieri.

4) Un basso livello dei prezzi per stimolare risparmio ed investimento di capitali a lungo termine.” (terzo articolo, p. 38.)

Lo sviluppo degli investimenti nella fase ascendente, alla fine, si scontra contro i limiti posti da un alto tasso d’interesse e dalla penuria di capitale. Quindi, la fine dell’ascesa e l’inizio della discesa sono spiegate rigorosamente in conformità all’economia borghese, cioè, in base alla teoria monetaria del sovra-investimento.

Tuttavia, la teoria non riesce a spiegare il motivo della fase ascendente del ciclo lungo in sé. Né, come osserva Garvy, spiega adeguatamente i motivi per la transizione dall’espansione al declino. Nel suo terzo articolo, Kondratiev stesso ammette che “la fase ascendente non è, in realtà, una necessità assoluta.” (Ibid., p. 38.)

Anche se ammise che l’esistenza stessa delle onde lunghe era soltanto “una probabilità”, Kondratiev cercò comunque di mostrare quanto queste fossero di fondamentale importanza per tutta l’economia. E questo nonostante nel suo primo articolo non avesse tentato di chiarire l’esistenza d’un rapporto definito fra le onde lunghe ed il capitalismo: 

“Difettiamo dei dati sufficienti” scrisse, “per affermare che le oscillazioni cicliche dello stesso carattere sono egualmente tipiche dei sistemi non capitalistici. Se fossero collegati all’economia capitalistica, potremmo affermare che il crollo del capitalismo indurrebbe la scomparsa delle onde lunghe.” (primo articolo, p. 65.)

 

Il problema delle statistiche

Chiaramente, la descrizione di ampi periodi di sviluppo capitalistico dipende dalla disponibilità di una massa sufficiente di dati statistici, un problema insuperabile per il periodo più lontano (il diciottesimo secolo). Soltanto per l’Inghilterra abbiamo statistiche più o meno adeguate per il tardo diciottesimo secolo ed i primi anni del diciannovesimo secolo. L’economista inglese Jevons elaborò un indice per il periodo 1782-1865. Un nuovo indice per il periodo 1789-1850 venne pubblicato nella Review of Economic Statistics (vol. 5, 1923). Sauerbach ha elaborato le statistiche per il periodo successivo al 1846. E la situazione delle statistiche in Gran Bretagna, come spiegò Marx, era infinitamente superiore a quella di qualunque altro paese. Per la Francia, per esempio, non c’è un indice dei prezzi fino agli anni sessanta dell’Ottocento. Si consideri che la Francia era l’economia capitalistica più sviluppata dopo la Gran Bretagna, finché non venne spodestata dalla Germania e dall’America verso la fine del diciannovesimo secolo. La situazione per quanto riguarda gli Stati Uniti è leggermente migliore: esistono indici economici dalla fine del diciottesimo secolo. Ma come regola generale, i dati sono incompleti e non affidabili fino alla seconda metà del diciannovesimo secolo. Di conseguenza, tutte le conclusioni che se ne traggono devono avere un carattere altamente condizionale.

Basandosi su dati abbastanza limitati, Kondratiev giunse alla seguente generalizzazione: 

“La fase ascendente del primo ciclo prende il periodo 1789-1814, cioè, 25 anni; la parte in discesa comincia nel 1814 e si conclude nel 1849, avendo quindi una durata di 35 anni. Il ciclo completo del movimento dei prezzi occupa così un periodo di 60 anni.

La fase ascendente del secondo ciclo comincia nel 1849 e si conclude nel 1873, quindi dura 24 anni. Il punto di inversione nel movimento dei prezzi non è lo stesso negli Stati Uniti e in Inghilterra e Francia; negli Stati Uniti, il livello massimo dei prezzi corrisponde all’anno 1866; ma questo trova una spiegazione nella guerra civile e non contraddice l’immagine unitaria che si presenta nel corso del ciclo in entrambi i continenti. La discesa del secondo ciclo comincia nel 1873 e finisce nel 1896; la sua durata, dunque, è di 23 anni. Il ciclo del movimento dei prezzi dura 47 anni.

L’ascesa del terzo ciclo comincia nel 1896 e finisce nel 1920; ha cioè una durata di 24 anni. La discesa comincia, secondo tutti i dati, durante l’anno 1920.” (Ibid., p. 41)

Anche qui occorre notare che Kondratiev è costretto a tenere conto di fattori esterni (non-economici) per spiegare il movimento dei prezzi in America – cioè, la guerra civile americana. Ma lo considera come un fenomeno non essenziale (accidentale) che distorce parzialmente i suoi risultati, producendo una divergenza fra il ciclo in Europa ed in America, niente di più. Non si fa menzione degli evidenti effetti sui prezzi e sul commercio che ebbero le guerre napoleoniche. Tuttavia queste guerre e l’esito che ebbero esercitarono una forte influenza non solo sui prezzi e sul commercio ma anche sui salari e sull’occupazione. Solo di passata si accenna al fatto che le guerre sono collegate con le depressioni agricole. Ma questo fatto non è discusso né chiarito. Per Kondratiev, la prima guerra mondiale e la Rivoluzione dOttobre non hanno alcun posto nella determinazione delle sue onde lunghe. In realtà, come cercheremo di provare, hanno avuto un effetto colossale sulla vita economica in Europa e nel mondo.

In un altro passo Kondratiev cita statistiche simili per il tasso d’interesse ed i salari, come pure per il consumo di cotone in Francia, la produzione di lana e zucchero negli Stati Uniti ed altri dati per sostenere la sua ipotesi delle onde lunghe. Sostiene che le invenzioni tecnologiche avvengono solitamente nei periodi di declino, quando non hanno possibilità di applicazione, che trovano invece, nella successiva fase ascendente. Allo stesso modo spiega che “in generale, la maggior parte delle guerre importanti e le rivoluzioni avvengono durante la fase ascendente delle onde lunghe, durante i periodi di alta tensione che derivano dallo sviluppo dell’attività economica.” (Ibid., p. 57.)

Successivamente, Kondratiev modificò le date dei suoi cicli come segue:

dal 1790 al 1810-17 espansione (primo ciclo lungo)

dal 1810-17 al 1844-51 fase discendente

dal 1844-51 al 1870-75 espansione

dal 1870-75 al 1890-96 fase discendente

dal 1890-96 al 1914-20 espansione

Tuttavia, il modo arbitrario con cui questi periodi sono stati calcolati venne notato già dai contemporanei di Kondratiev e queste critiche furono efficacemente riassunte da George Garvy nel suo ampio articolo La teoria di Kondratiev dei cicli lunghi (“The Review of Economic Studies”, Cambridge, (US), volume XXV, novembre 1943), verso il quale sono fortemente indebitato per i riferimenti citati nel presente articolo.

Il problema è che Kondratiev tentò di derivare una generalizzazione storica estremamente vasta da dati molto limitati. Questo problema è stato notato ai tempi da un certo numero di economisti sovietici. È ugualmente chiaro che Kondratiev ha fatto un uso molto selettivo dei dati disponibili, servendosi solo di quelle statistiche che sostenevano la sua tesi, mentre ve n’erano molte altre che non la confermavano. Ha usato 25 insiemi differenti di statistiche e nel suo primo articolo accenna a sei di questi, i cui risultati lo hanno condotto ad un esito negativo (il consumo francese di grano, caffè, zucchero e cotone; la produzione americana di lana e di zucchero), aggiungendo che “in alcuni altri casi” era del tutto impossible rilevare una qualsiasi onda lunga. Nello stesso numero di Voprosy Konyunktury dove uscì il suo primo articolo, troviamo altre cinque serie di statistiche che non riescono a mostrare alcuna traccia di cicli lunghi. Quindi per stessa ammissione di Kondratiev, almeno undici casi (dieci dei quali sono serie in quantità fisiche di merci prodotte) hanno fornito un risultato negativo.

 

I critici sovietici di Kondratiev

Sin dall’inizio, a Kondratiev risposero molti suoi colleghi sovietici. La confutazione più completa delle sue tesi venne da Oparin. Uno degli aspetti più interessanti del lavoro di Oparin è che tentò di applicare le serie di Kondratiev agli anni della fase discendente della terza onda lunga (dopo la prima guerra mondiale). I risultati ottenuti sono abbastanza differenti da quelli di Kondratiev. Oparin concluse che: 

Il metodo matematico formale [...] usato dal professor Kondratiev è di poco aiuto nello studio della generalizzazione teoretica delle serie in esame.” (cfr. la recensione di Oparin del primo articolo di Kondratiev in Ekonomicheskoe Obozreniye, novembre 1925, pp 255-8.)

Anche prima di Oparin, Bazarov aveva sottolineato un difetto importante nel metodo di Kondratiev. Se si trattasse di individuare il minimo comune denominatore nella somma delle equazioni basate sulle fluttuazioni del ciclo economico, sarebbe sempre possibile dedurre l’esistenza di una “onda lunga”, purché si considerasse una curva sufficientemente ampia. Basterebbe o escludere quelle deviazioni che non si adattano alla “onda lunga”, oppure usare queste deviazioni per stabilire l’esistenza di una “onda lunga” del tutto differente. Un simile procedimento lascerebbe sempre lo spazio allo sviluppo di ipotesi arbitrarie.

Anche altri economisti sovietici, come L. Eventov (in Voprosy Ekonomiki, n. 1, 1929) e V. Bogdanov (in Pod Znameni Marxisma, giugno 1928), hanno appuntato la propria attenzione su altri aspetti problematici, sotto il profilo metodologico, nella teoria di Kondratiev, in questo caso, nel metodo con cui collega “lo sviluppo secolare” di lunga durata al ciclo economico normale.

Ma fu Oparin a sottoporre Kondratiev alle critiche più serrate. Un’analisi attenta delle fonti statistiche di Kondratiev rivelò immediatamente le contraddizioni più lampanti. Oparin riconobbe prontamente la difficoltà a trovare statistiche sufficienti per stabilire, oltre ogni ragionevole dubbio, l’esistenza di processi economici di lunga durata, e criticò Kondratiev per non aver usato tutte le informazioni statistiche disponibili, per esempio, usando i dati sul prezzo del piombo in Gran Bretagna, ma non i prezzi mondiali dello stesso metallo. Eppure, come Oparin osservò correttamente, il prezzo dei prodotti come il piombo è deciso dal mercato mondiale. Inoltre, se accettiamo l’esistenza di onde lunghe, dobbiamo occuparci del funzionamento dell’economia a livello mondiale. O le fluttuazioni della “onda lunga” nel prezzo del piombo influenzano i prezzi mondiali, oppure “l’onda lunga” era un fenomeno puramente britannico – una conclusione che è in totale conflitto con le tesi di Kondratiev. In realtà, Kondratiev aveva analizzato parecchie di queste serie di prezzi ed aveva trovato che non fornivano il risultato previsto.

Oltre a Oparin, la critica più dura di Kondratiev venne da A. Gerzstein nel suo articolo Esistono le onde lunghe nella vita economica? (pubblicato su Mirovoye Khozyaistvo i Mirovaya Politika, volume III, 1928). L’articolo di Gerzstein è più interessante degli altri perché segue Kondratiev passo passo nei suoi cicli lunghi e mette in evidenza le contraddizioni interne nella sua ipotesi. Analizzando i periodi 1790-1844 (primo ciclo di Kondratiev) e quello dal 1844-51 al 1890-96 (il secondo ciclo) ed usando dati principalmente degli Stati Uniti e della Gran-Bretagna si mostra quanto segue: il periodo 1815-40, che Kondratiev descrive come periodo di discesa, fu in realtà un periodo di sviluppo economico senza precedenti. Stiamo parlando del periodo della rivoluzione industriale. Tale evento fu strettamente connesso ad un evento non economico, vale a dire la conclusione delle guerre napoleoniche.

Fu l’evento che consentì la ripresa del commercio internazionale e scambi relativamente liberi, provocando una rapida caduta nei prezzi agricoli e una depressione agricola, ma allo stesso tempo fornendo un potente stimolo allo sviluppo dell’industria. Quindi, una depressione agricola e prezzi agricoli declinanti, nel contesto storico concreto dello sviluppo capitalistico, non possono essere citati come prova di un indebolimento della congiuntura, ma semmai il contrario. La caduta del prezzo del frumento fu proprio la condizione necessaria per un’espansione senza precedenti del capitalismo.

Un errore simile si può vedere nel secondo ciclo di Kondratiev, in cui l’economista russo descrive come fase di declino il periodo della rapida industrializzazione degli Stati Uniti e della Germania. Soltanto nel caso della Gran Bretagna la tesi di Kondratiev sembra trovare un certo appoggio. L’industria britannica in questo periodo ebbe un tasso di crescita più lento. Tuttavia, come Gerzstein precisa correttamente, questo era soltanto l’espressione della perdita della posizione dominante della Gran Bretagna rispetto alla potenza crescente dei suoi nuovi concorrenti, Germania e Stati Uniti e, a un grado inferiore, di altre economie capitaliste in crescita.

La Gran Bretagna in questo periodo stava già perdendo la sua preminenza come potenza industriale mondiale e stava perdendo posizioni nel mercato mondiale, specialmente nei macchinari, a favore dei suoi rivali. Ma presentare questo come un periodo di declino generale è completamente errato.

Gerzstein trovò degli errori anche nel modo con cui Kondratiev trattò il periodo 1890-1914. Sebbene si dia un aumento generale dei prezzi in questo periodo, egli trova forti prove di un generale rallentamento dello sviluppo delle forze produttive, una volta confrontato con i decenni precedenti. In tal modo, se si tratta di stabilire tendenze secolari dovute alle onde lunghe, è lecito chiedersi se anche questo periodo di espansione economica possa essere considerato un fenomeno di “onda lunga” (che per definizione deve riferirsi alla fase precedente di “onda lunga”). Gli esempi citati da Gerzstein sono da soli pressoché sufficienti per indicare il carattere arbitrario del metodo con cui Kondratiev si avvicina a complessi processi storici. Il fatto stesso che si concentri sui prezzi agricoli e sulle depressioni agricole come prova delle “onde lunghe” è di per sé fuorviante, come evidenziato dall’esempio della rivoluzione industriale. La crisi dell’agricoltura è certo collegata al ciclo economico generale, ma ha anche leggi specifiche, da ricondursi, in parte, al proprio declino relativo di lunga durata rispetto all’industria sotto il capitalismo, e che in parte si connette a fenomeni politici non economici quali il tentativo della borghesia (specialmente in Francia, ma non solo) di mantenere i contadini quale contrappeso alla classe operaia. Ad ogni modo, è chiaro che la comprensione dello sviluppo del capitalismo dovrebbe essere basata su un’analisi completa delle statistiche economiche, specialmente dell’industria e non sui prezzi agricoli.

In realtà, uno dei problemi più seri del metodo di Kondratiev è la forte dipendenza dal movimento dei prezzi in generale. Le variazioni nei prezzi possono essere influenzate da un’ampia serie di fenomeni: l’aumento del rendimento del lavoro, i cambiamenti tecnologici, l’aumento del commercio mondiale, le guerre, i cattivi raccolti, l’aumento della produzione di oro, ed altro. Così, la caduta nel livello dei prezzi, cominciata all’inizio del diciannovesimo secolo, fu il risultato della crescita nel rendimento del lavoro, determinato dalla rivoluzione industriale e dall’aumento del ricorso a macchine e nuove tecniche di produzione.

Basandosi sul censimento americano dell’industria manifatturiera, Guberman mostra che gli unici casi che indicano una tendenza opposta nel periodo precedente alla prima guerra mondiale (nel 1830, 1870 e 1897) sono stati causati da insoliti incrementi della produzione di oro, che, fino a poco tempo fa, aveva un’influenza decisiva sul movimento dei prezzi.

 

Il ciclo degli investimenti

È evidente che stabilire semplicemente l’esistenza di oscillazioni di lunga durata non sarebbe sufficiente per dimostrare l’esistenza dei cicli lunghi nel senso che Kondratiev conferisce al termine. In realtà sarebbe necessario mostrare il meccanismo preciso con cui un ciclo genera il seguente. Ci deve essere una sorta di regolatore interno. A meno che questo punto non venga chiarito, tutta l’idea di onde lunghe economiche rimane una mistificazione del processo storico. Kondratiev ha tentato di risolvere il mistero riferendosi ai processi di lunga durata nell’investimento e nell’innovazione. Ha sostenuto che certe invenzioni e tecniche hanno dovuto aspettare molto tempo – anche venti anni – prima di entrare nel processo produttivo sotto forma di nuove macchine e fabbriche, proprio a causa di mancanza di capitali. Quindi, per lui “i cicli lunghi” erano fondamentalmente dei cicli di reinvestimento.

Purtroppo questa soluzione, apparentemente elegante, ha una scarsa relazione con il modo in cui il sistema capitalistico funziona nella pratica. In realtà, il rinnovamento del capitale va avanti in continuazione. Non ci sono prove a sostegno della tesi che gli investimenti, considerando lunghi periodi di tempo, hanno luogo con cadenza regolare né può essere dimostrato che le nuove invenzioni avvengono pricipalmente nei periodi di declino, come sosteneva Kondratiev. Questo argomento è, ancora una volta, sostenuto da argomentazioni deboli senza un vero tentativo di dimostrazione. In realtà, è molto difficile individuare leggi che regolino le scoperte scientifiche.

Le scoperte scientifiche avvengono in ogni momento: nei boom e nelle crisi; in tempo di pace e di guerra. Inoltre, sono fatte in periodi differenti in paesi differenti. Provare a stabilirne una regola generale è praticamente impossibile. Sarebbe come cercare di stabilire con esattezza le posizioni delle varie molecole di un gas. Ad ogni modo, la cosa determinante per l’economia non è la data in cui una certa invenzione è stata concepita la prima volta, ma quella in cui essa entra nel processo produttivo. Per usare un’espressione filosofica, prima questa esiste esclusivamente in potenza, come possibilità astratta. Soltanto quando è realmente applicata alla produzione si trasforma in atto e dunque è idonea ad essere analizzata dalla ricerca economica.

Già negli anni venti Gerzstein aveva spiegato che la vita utile dei beni capitali era fra cinque (utensili) e cento anni (costruzioni). Nel periodo attuale, la durata di questi prodotti è molto minore. I più recenti sistemi informatici di una grande impresa, che possono richiedere un investimento fra uno e due miliardi di dollari, diventano obsoleti dopo tre-cinque anni. Inoltre, la varietà di beni capitali è tale che il processo di reinvestimento deve avere un carattere più o meno continuo, anche se su un periodo molto lungo di tempo avrà un’intensità più o meno grande, riflettendo le variazioni del tasso di profitto e le fluttuazioni generali dell’economia di mercato. È difficile vedere come questo processo potrebbe essere sottoposto ad una regola generale, matematicamente esatta e verificabile. Bogdanov chiese quanto tempo era necessario per sostituire il canale di Suez o la ferrovia del Pacifico.

Kondratiev non ha dimostrato la sua asserzione che l’investimento in “beni capitali di base” avviene a intervalli regolari compresi tra 48 e 60 anni. Una simile ipotesi non può essere dimostrata perché non ha alcun rapporto con il funzionamento reale del sistema capitalista. Infatti, la sostituzione del macchinario e delle abitazioni procede continuamente con tempi e velocità differenti nei diversi rami della produzione. Come osserva Garvy: 

“Anche se l’investimento fosse discontinuo, il reinvestimento sarebbe continuo, poiché dipende non soltanto dalla vera e propria usura ma anche dal grado dell’obsolescenza, dal costo di manutenzione, dal tasso di interesse, dai salari, dal progresso tecnologico e dal tasso di utilizzo.” 

Non c’è nessuna ragione per cui i beni capitali (macchine, costruzioni, ecc.) dovrebbero essere sostituiti simultaneamente a intervalli regolari approssimativamente ogni metà di secolo, come si teorizza.

Kondratiev ha sostenuto che l’applicazione di nuove invenzioni dipendeva da un processo precedente di accumulazione di una quantità di denaro per l’investimento. Questo concetto è in realtà preso da Tugan-Baranovsky. Paradossalmente Kondratiev in uno dei suoi primi scritti criticò Tugan-Baranovsky per la sua idea di questo fondo per prestiti, ma in seguito la fece propria considerandola come una delle chiavi di volta della teoria delle onde lunghe. Nel suo libro su Tugan-Baranovsky, scrisse: 

“Una delle idee centrali della teoria del ciclo di Tugan-Baranovsky non può essere accettata senza discussione: la teoria dell’accumulazione di capitale libero e non investito. Quando mai è esistito questo genere di capitale?” (N. D. Kondratiev, M. I. Tugan-Baranovsky, Pietrogrado, 1923.)

Allo stesso modo Gerzstein ha osservato che non era affatto la mancanza di questi fondi preposti ai nuovi investimenti che limitavano l’espansione economica, ma l’impossibilità di ottenere un rendimento sufficiente sul capitale prestato per l’investimento. All’apice del periodo di espansione, gli investitori sono più riluttanti a rischiare il loro capitale sui nuovi investimenti e preferiscono invece investire nel mercato delle obbligazioni o in altri tipi di investimenti a reddito fisso. Oparin indica, per quanto riguarda le statistiche delle casse di risparmio francesi, che i presunti cicli lunghi del risparmio sono un’illusione. Il risparmio è influenzato da molti fattori – non solo da quelli economici. Egli spiega che i volumi d’affari delle casse di risparmio in Francia tracciano una curva sempre in crescita tranne in due occasioni: uno è il periodo di turbolenza sociale e politica fra la rivoluzione del 1848 ed il colpo di stato di Luigi Bonaparte (1848-50), l’altro è la guerra franco-prussiana (1870-71), quando gli investitori ritirarono i loro depositi. Infine, si ebbe una caduta in questi volumi durante gli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale, un processo che rifletteva la concorrenza dovuta allo sviluppo delle banche commerciali, che giunsero a rappresentare una proporzione crescente del risparmio. Per questa ed altre ragioni l’idea del “fondo per i prestiti” per gli investimenti è estremamente debole. Ma questa è la chiave di volta della teoria di Kondratiev dei cicli lunghi. Se cade, crolla con essa la spiegazione della forza motrice dei cicli lunghi.

Qui, ancora una volta, Kondratiev ha attinto soltanto alle statistiche che sembravano sostenere le sue tesi ed ha ignorato quelle che suggerivano un risultato differente. Per esempio, le statistiche concernenti consumo e produzione esprimono risultati del tutto differenti da quelli di Kondratiev. Così, su sette serie francesi di statistiche relative a quantità fisiche, tra quelle portate dall’economista russo soltanto due sostengono l’esistenza di cicli lunghi ed una di esse (la terra usata per la coltura dell’avena) sembra contradittoria. Anche se ha sostenuto di aver scoperto l’esistenza di due cicli lunghi e mezzo, solo quattro su 25 serie studiate coprono un tale periodo; altre quattro coprono due cicli; il resto copre soltanto un ciclo o un ciclo e mezzo. Anche dove le cifre si accordano con la sua tesi, occorre obiettare che si occupano soltanto di un campo ristretto (cioè i prezzi) e le date e perfino le tendenze in alcuni casi sono incerte. In quelle poche occasioni in cui Kondratiev cita dati concernenti la produzione (per esempio, la produzione di ghisa in Inghilterra), i risultati corroborano assai poco le sue opinioni. La realtà è che se fosse stato più rigoroso nell’uso delle statistiche, i risultati ottenuti sarebbero stati chiaramente molto differenti.

La conclusione è inevitabile: le prove empiriche delle tesi di Kondratiev sono estremamente deboli. Garvy conclude: 

“L’esame del lavoro statistico di Kondratiev ci porta a concludere che non è riuscito a dimostrare l’esistenza dei ‘cicli economici lunghi’.”

Lo sviluppo storico reale e concreto è molto più complesso e contradittorio – molto più dialettico – di questo schema astratto. Non può essere ridotto ad una semplice curva, o ad una serie di cicli che si ripetono in eterno. Tuttavia, in un altro senso, la mente brillante di Kondratiev ha fatto un lavoro utile al fine di comprendere il processo storico. Ha attirato l’attenzione sull’esistenza di periodi storici ampi con proprie caratteristiche. Questa è una deduzione brillante, gravida di una vasta serie di conclusioni e merita un’ulteriore indagine.

Come sottolinea correttamente Garvy: 

“Anche se l’ipotesi delle oscillazioni cicliche di lunga durata, a cui movimenti ciclici più corti vengono sovrapposti, deve essere scartata, l’idea che l’economia capitalistica abbia attraversato varie fasi successive nel suo sviluppo, caratterizzate da differenti ritmi di sviluppo e di espansione geografica, merita attenzione. L’analisi reale probabilmente guadagnerebbe in precisione e in significato se fosse basata su una distinzione più articolata delle differenti fasi dell’economia capitalistica. La “curva dell’evoluzione capitalistica” è un’equazione più complicata che non una semplice curva e certamente più irregolare dei cicli lunghi di Kondratiev. Dovremmo sostituire l’ipotesi delle oscillazioni lunghe periodiche con lo studio sulle fasi successive del nostro sistema economico reale, della sua espansione geografica crescente e dei suoi rapporti mutevoli con ambiti non capitalistici. Questo ci allontanerebbe dalla costruzione di modelli astratti di sequenze temporali, avvicinandoci allo studio della vera dinamica del nostro sistema economico” (G. Garvy, La teoria di Kondratiev dei cicli lunghi, cit.)

 

Trotskij e Kondratiev

I critici sovietici di Kondratiev qui ricordati hanno senz’altro fatto sorgere seri dubbi sia sulle statistiche che sulla metodologia di Kondratiev, ma, in ultima analisi, questa critica è insoddisfacente perché viene fatta dallo stesso ristretto punto di vista economico che costituisce la debolezza principale dello stesso Kondratiev. I critici di Kondratiev erano, come lui, “professori rossi”. Di conseguenza le loro critiche sono rimaste astratte ed accademiche. E come è tipico del mondo accademico, sono giunti soltanto all’altro estremo, “negando” la tesi di Kondratiev semplicemente mettendo un meno dove lui aveva messo un più. Con tali metodi, non si va molto lontano! L’ipotesi di Kondratiev possiede perlomeno una certa audacia ed immaginazione. Esaminandola attentamente, mettendo in evidenza sia i punti di forza che le debolezze, si impara qualcosa sul reale processo di sviluppo capitalistico, anche se a conti fatti l’ipotesi originale sulle “onde lunghe” risulta falsa.

Il primo difetto del modello di Kondratiev è dovuto al suo modo astratto e formalistico di presentare i processi storici più complessi e contradittori. In totale opposizione al formalismo, il metodo dialettico marxista non cerca di imporre un dato sistema o idee sui fatti, ma al contrario, cerca di derivare generalizzazioni valide da un esame attento di tutti i dati disponibili. Qui vediamo il primo problema con l’ipotesi di Kondratiev. Già nel 1923, nel suo breve e brillante saggio La curva dello sviluppo capitalistico, pubblicato su Vestnik Sotsialisticheskoi Akademii, Trotskij prese in esame la tesi di Kondratiev.

Diversamente dalle critiche dei “professori rossi”, la Curva dello sviluppo capitalistico di Trotskij ha risposto a Kondratiev da un punto di vista dialettico e marxista. Lo stesso Kondratiev sapeva di camminare su un terreno alquanto friabile. Non c’erano semplicemente abbastanza dati per dimostrare la fondatezza dell’esistenza delle onde lunghe. Per questo, anche lui sottolineò il carattere condizionale dell’ipotesi, spiegando che l’esistenza dei cicli lunghi era “almeno molto probabile”. Per questo motivo Trotskij suggerì che fosse necessario uno studio molto più serio prima di fare generalizzazioni così ampie. Tuttavia, le differenze fra Trotskij e Kondratiev non erano solo statistiche, ma una differenza fondamentale di metodo.

Il motivo per cui Trotskij mostrò interesse per la teoria di Kondratiev era collegato ai dibattiti che si svolgevano al tempo nell’Internazionale comunista. L’ondata rivoluzionaria che aveva seguito la rivoluzione russa si era ritirata. L’ultima occasione per rompere l’isolamento della Repubblica sovietica ebbe luogo nel 1923 in Germania, quando una dura crisi economica e l’occupazione della Ruhr da parte dell’imperialismo francese crearono una situazione rivoluzionaria. Persino i fascisti prevedevano che i comunisti avrebbero preso il potere. Ma l’occasione venne gettata via dai dirigenti del partito comunista tedesco, seguendo i consigli errati di Stalin e Zinoviev. Trotskij trasse la conclusione che la sconfitta della rivoluzione avrebbe dato al capitalismo un momento di respiro. Era questa la condizione politica per un nuovo periodo di crescita del capitalismo, che avrebbe potuto raggiungere una relativa stabilità per un certo tempo. Rispondendo agli estremisti che negavano che il capitalismo si sarebbe potuto riprendere, Lenin e Trotskij spiegarono che finché non viene rovesciato dalla classe operaia, il capitalismo può sempre trovare una via di uscita anche dalla crisi più profonda.

Trotskij espose nuovamente quest’idea in un discorso al terzo congresso del Comintern. Tuttavia, il suo approccio alla questione dell’“equilibrio” era radicalmente differente da quello di Kondratiev. Pur accogliendo favorevolmente il contributo di Kondratiev ai dibattiti sopraccennati nell’Internazionale comunista, Trotskij sottolineò che era errato proporre grandi generalizzazioni storiche a priori, cioè costruzioni puramente intellettuali, anziché portare a termine una ricerca scrupolosa. Scrisse che: 

“Le conquiste che possono essere ottenute da questa strada saranno determinate dai risultati della ricerca stessa, che devono essere più sistematici, ordinati di quelle escursioni nel materialismo storico che sono state intraprese sino a ora.” 

Il riferimento qui probabilmente non è soltanto a Kondratiev ma anche a Bukharin, anch’egli non alieno al formalismo. Non per niente Lenin nel suo testamento, riferendosi a Bukharin, osservò: “Penso che non abbia mai realmente acquisito padronanza della dialettica.”

Nel suo discorso Trotskij spiegò: 

“L’equilibrio capitalistico è un fenomeno straordinariamente complesso. Il capitalismo crea l’equilibrio, lo disturba, poi lo ristabilisce di nuovo soltanto per romperlo ancora una volta, nello stesso momento in cui estende i limiti del proprio dominio. Nella sfera economica, questo andamento prende la forma dei crolli e dei boom... Quindi, il capitalismo possiede un equilibrio dinamico che è sempre in una situazione di frattura e di ricomposizione.”

Qui Trotskij polemizzava contro quei “marxisti” meccanicisti che parlavano di “crisi finale del capitalismo”. Riferendosi ad un articolo del Times di Londra concernente il commercio estero britannico, scrisse: 

“A gennaio di quest’anno, il Times di Londra ha pubblicato una tabella statistica che prende in considerazione un periodo di 138 anni... In questo intervallo, si sono avuti 16 cicli completi; cioè, 16 crisi e 16 periodi di prosperità. Ogni ciclo si espande per circa otto anni e due terzi – quasi nove anni... Se analizziamo più attentamente la curva di sviluppo, troviamo che è divisa in cinque segmenti, cinque periodi distinti. Dal 1781 al 1851 lo sviluppo è molto lento; il movimento è a malapena visibile... Dopo la rivoluzione del 1848, che è servita ad estendere il campo d’azione del commercio europeo, c’è un punto di svolta. Dal 1851 al 1873 la curva di sviluppo cresce velocemente... e dal 1873 segue un’epoca di depressione. Dal 1873 fino a circa il 1894 assistiamo a un ristagno del mercato britannico... seguito da un altro boom che dura fino all’anno 1913... Per concludere, con l’anno 1914 comincia il quinto periodo, quello della distruzione dell’economia capitalistica.” (cfr. I primi cinque anni dell’Internazionale comunista, volume I, p. 174; vedi anche pp. 208 e 211 e l’articolo Un periodo di burrasca del 1921 e L’economia mondiale e la sua congiuntura).

Riconoscendo il suo debito verso Kondratiev, Trotskij fu pronto ad ammettere l’esistenza di oscillazioni di lunga durata nello sviluppo economico, ma negò che questi periodi distinti possedessero un carattere ciclico.

Erano piuttosto il risultato d’una concatenazione di circostanze particolari, alcune delle quali non avevano affatto carattere economico. Di conseguenza l’uso del termine “cicli lunghi” – ed ancora più “onde lunghe” – era ingiustificato. Trotskij riteneva che il concetto stesso di un simile ciclo fosse sterile. Propose invece una concezione ben differente, riassunta in un grafico che presenta il processo di sviluppo storico come una serie di fasi, comprendente curve sia ascendenti che discendenti di durata e qualità differenti. Questa concezione era condivisa anche da molti economisti sovietici, quali Oparin, Gerzstein, Guberman e Novokhilov.

La curva dello sviluppo capitalistico di Trotskij è in realtà basato sulle statistiche del commercio estero britannico già citate. Si tratta di un rifiuto netto al metodo di Kondratiev. Trotskij spiega nel suo articolo quanto dovrebbe essere evidente ad un marxista, cioè che lo sviluppo del capitalismo non può essere ridotto ad una questione di cicli economici. Anche se, in ultima analisi, l’elemento decisivo nel processo storico è lo sviluppo delle forze produttive, esistono molti altri elementi che condizionano il processo in modo decisivo. I più evidenti di questi sono le guerre e le rivoluzioni, ma ce ne sono molti altri. La tecnologia, la politica e perfino la religione possono influenzare l’economia in modo molto rilevante. Il rapporto fra la “base” economica e la “sovrastruttura” legale, politica ed ideologica è ben lungi dall’essere una questione unidirezionale. La “sovrastruttura” può modificare e modifica, interrompe, distorce e interessa la “base” economica in molti modi. L’equazione è complessa e dialettica, non semplice e meccanica. Fare un errore su questo punto porta inevitabilmente a conclusioni errate. Lo scopo finale dell’articolo di Trotskij è proprio spiegare quanto davvero complesso e contradittorio sia il rapporto fra la “base” e la “sovrastruttura”. Se non fosse così, la storia sarebbe un affare molto semplice!

In che modo i marxisti cercano di comprendere il processo storico? La posizione di base del materialismo storico, già descritta, è stata avanzata da Engels nella sua introduzione a Le lotte di classe in Francia.

Quello era il punto di partenza per l’analisi di Trotskij. Trotskij ha spiegato che il carattere di ogni epoca è determinato da una complessa serie di elementi: non soltanto il gioco delle forze interne nel sistema produttivo ma anche fattori esterni come l’apertura di nuovi paesi e continenti al capitalismo, la scoperta di nuove risorse naturali ed anche “fattori sovrastrutturali” quali le guerre e le rivoluzioni. Tutti questi fattori si influenzano dialetticamente per produrre quel mosaico ricco e complesso di eventi che chiamiamo storia.

Il materialismo storico, come abbiamo visto, non ha niente in comune con il piatto determinismo economico. Gli uomini e le donne non sono semplici marionette o agenti ciechi delle “forze economiche”, ma agenti attivi del processo storico che, tramite le loro azioni, possono modificare profondamente i processi. Certo, le loro azioni sono circoscritte da un insieme di circostanze che sono date dal complessivo sviluppo storico precedente.

Ma entro questi limiti, le loro azioni possono esercitare ed esercitano una grande influenza sulla storia. Paragonata a questa concezione dinamica della storia, la concezione di Kondratiev sembra una caricatura meccanicistica. Ha un rapporto con la dialettica marxista che assomiglia a quello fra il meccanicismo di Laplace e la teoria della relatività e la meccanica quantistica.3

 

Esiste "l’equilibrio" nel capitalismo?

Implicita nelle teorie di Kondratiev è l’idea che vi sia una sorta di condizione naturale di equilibrio a cui tenderebbe il capitalismo. L’equilibrio è disturbato dalle crisi economiche, ma alla fine queste vengono superate e viene ristabilito per un certo tempo un nuovo equilibrio, fino a quando una nuova crisi lo interrompe di nuovo e così via. Quest’idea non è stata inventata da Kondratiev, naturalmente. Deriva dalle correnti più apologetiche dell’economia borghese ed è stata sviluppata soprattutto dal famoso economista borghese Alfred Marshall alla fine del diciannovesimo secolo. È una tesi che ha goduto di una rinnovata popolarità negli ultimi anni, perché esprime la nozione che il mercato si regola da solo. La “mano invisibile” del mercato alla fine mette tutto a posto. Di conseguenza, non vi è necessità di interferire con il lavoro delle forze del mercato. Ogni genere di riforma sociale, intervento statale, legislazione, salari minimi, sindacati e così via non solo sarebbe inutile, ma addirittura dannoso perché distorcerebbe il meccanismo del mercato ostacolando le sue funzioni effettive, ovvero il raggiungimento del famoso stato di equilibrio, in cui prezzi, salari e occupazione sono tutti al loro livello “naturale” e tutto andrà per il meglio nel migliore dei mondi capitalisti.

Alla base della teoria dell’equilibrio vi è l’idea che in un mercato competitivo domanda ed offerta alla fine devono equivalersi. Ma tutta la storia delle crisi capitalistiche ci mostra precisamente l’opposto.

Questa idea è vecchia quanto Ricardo4, che scrisse che “nessun uomo produce se non in vista del consumo o della vendita e non vende mai se non con l’intenzione di comprare un certo altro prodotto che gli può essere immediatamente utile o che può contribuire alla produzione futura...” 

A sua volta Ricardo ha preso l’idea dall’“inane Say”5, come lo chiamava Marx. La “legge di Say” è stata alla base dell’economia borghese. Il suo ruolo è ovvio: “dimostrare” che la sovrapproduzione è impossibile. Si tratta, come ha sottolineato Marx, di una finzione teorica.

Kondratiev non soltanto ha accettato la teoria di Marshall ma ha tentato in realtà di generalizzare la nozione di equilibrio ad ogni tipo di attività economica. Come ha scritto: 

“Le onde cicliche sono processi in cui si alternano perturbazioni dell’equilibrio del sistema capitalista; deviazioni verso l’alto o verso il basso dai livelli di equilibrio.”(secondo articolo, p. 58, mia sottolineatura)

Le implicazioni reazionarie di questa teoria non hanno bisogno di essere spiegate. Vi scorgiamo le basi teoriche del thatcherismo e del reaganismo e di tutte le successive o precedenti varianti. Naturalmente, si trattava di posizioni molto lontane da quelle di Kondratiev, che non accettava le conclusioni reazionarie che scaturivano da quest’idea, ma in ogni caso le sue idee derivavano dall’ortodossia teorica di Marshall. Non c’interessa qui quali conclusioni siano desumibili dalla teoria, ma se la teoria in se è corretta. In realtà, la teoria dell’equilibrio è un ulteriore esempio di ipotesi arbitraria, senza una vera base. Si tratta di un tentativo arrogante di sminuire le crisi economiche e di giustificare l’anarchia della produzione capitalista sulla scorta della considerazione che, “nel lungo periodo”, il mercato raggiungerà l’equilibrio. Come Keynes ha chiosato con una battuta: “Nel lungo periodo siamo tutti morti”. Il coperchio sulla bara della teoria dell’equilibrio e sull’economia marshalliana lo posero la crisi del ’29 e la depressione che ne seguì.

Kondratiev adottò, errando, dei modelli di spiegazione che facevano del sistema capitalistico un sistema lineare semplice, del tipo di quelli che si incontrano nella meccanica elementare, un pendolo per esempio. Ma il parallelo è completamente errato. Il sistema capitalista non ha nessun “equilibrio naturale”. Si muove caoticamente attraverso una serie di crisi, guerre e rivoluzioni che non possono essere previste in anticipo con esattezza perché il sistema in sé non è lineare ma caotico. Per usare la metafora di George Soros6 (uno che ne sa parecchio del movimento dei mercati), il mercato non è come un pendolo che tende verso un punto definito di equilibrio, ma piuttosto è come una enorme sfera da demolizione, il cui movimento è difficile se non impossible da prevedersi, ma i cui effetti distruttivi sono certi.

La divergenza fra Trotskij e Kondratiev non era per niente secondaria né era una questione di accenti; era piuttosto una differenza fondamentale di prospettiva e di metodo. È la differenza fra la dialettica marxista rivoluzionaria e le astrazioni senza vita e il modo formalistico di pensare dei professori universitari, anche di quelli “rossi”. Queste divergenze ebbero implicazioni pratiche molto profonde, come indicato dal loro differente atteggiamento rispetto alla fase attraversata dal capitalismo a livello mondiale negli anni venti. Trotskij non condivideva l’idea di Kondratiev che dopo il crollo del capitalismo del 1920-21 si sarebbe tornati ad una situazione di equilibrio. Oltre alle enormi perdite causate dalla guerra, la Germania era in rovina, si presentava uno squilibrio fra la città e la provincia e fra i differenti rami della produzione. Sul piano internazionale vi era la contraddizione crescente fra Stati Uniti e Gran Bretagna. Trotskij fece una previsione spiegando che la ripresa economica sarebbe stata superficiale e basata sulla speculazione e che avrebbe portato ad una profonda depressione. Non escluse la possibilità teorica di un nuovo periodo di espansione economica, ma soltanto al costo di atroci sofferenze per le masse europee.

Nella discussione sull’economia mondiale che si tenne nel mese di gennaio del 1926, a cui Trotskij prese parte con un folto gruppo di esperti sovietici, Kondratiev incluso, Trotskij sottolineò lo stato di estrema turbolenza del sistema finanziario internazionale e il fatto che l’Europa stava attraversando un periodo caratterizzato da spasmodiche e continue convulsioni e non da un recupero ciclico: “Quando un organismo si trova in situazioni impossibili," scrisse successivamente, “il suo battito cardiaco si fa irregolare.” Il boom economico negli Stati Uniti, spiegava, era in gran parte a spese dell’Europa. Al posto della stabilizzazione e dell’equilibrio, l’Europa aveva di fronte nuove scosse che avrebbero posto degli sviluppi rivoluzionari all’ordine del giorno. Queste previsioni furono brillantemente confermate dagli eventi successivi.

 

La guerra ed il ciclo economico

Il collegamento più debole nella catena concettuale di Kondratiev è il suo approccio verso le guerre, le rivoluzioni e l’innovazione nel capitalismo. Senza addurre alcun argomento reale per spiegarlo, sostenne semplicemente che le guerre e le rivoluzioni tendono a svolgersi durante la fase ascendente dell’“onda” mentre le innovazioni tecnologiche tendono a concentrarsi durante il declino. Nel suo lavoro Kondratiev accenna a guerre e rivoluzioni, ma compilando una specie di lista o di cronaca degli eventi che si sviluppano in qualche modo nel periodo espansivo dell’onda, e con lo stesso metodo fornisce una lista di invenzioni che per qualche motivo sono il prodotto della fase discendente. In nessun momento c’è una spiegazione coerente di queste asserzioni. Ancora una volta troviamo un metodo formale, astratto e completamente arbitrario.

Abbiamo già visto che Kondratiev ha osservato che le guerre e le rivoluzioni avvengono durante la fase ascendente delle onde lunghe, “durante i periodi di alta tensione [dovuti alla] crescita dell’economia”. In un certo senso, l’argomento di Kondratiev è diretto contro quei “marxisti” rozzi che sostengono che le rivoluzioni possono svilupparsi soltanto dalla povertà delle masse. A questo argomento Trotskij ha risposto che la miseria da sola non è mai sufficiente per causare una rivoluzione: se fosse così, le masse sarebbero sempre in rivolta! Il rapporto fra le condizioni economiche e la rivoluzione è una questione complessa. Il più grande sciopero generale rivoluzionario della storia si è avuto in Francia nel 1968, all’apice dell’espansione del dopoguerra. Ma è corretto affermare che le guerre e le rivoluzioni avvengono invariabilmente nei periodi di espansione economica?

Non è difficile mostrare la scorrettezza di questa ipotesi e questo è stato fatto già molto tempo fa. Esaminando i dati, Oparin ha trovato che, se si elimina un periodo di circa cinque-sette anni ai due estremi di tali periodi di cambiamento, la distribuzione di eventi come le rivoluzioni e le guerre (per non parlare di eventi più insignificanti di questi) era uniforme durante i “cicli lunghi”. Effettivamente non c’è ragione apparente per cui non dovrebbe essere così. Certamente, Kondratiev non ne ha fornita una.

Secondo Kondratiev, gli anni 1789-1809 sono stati una fase espansiva di un’onda lunga, seguita da un relativo ristagno dal 1809 al 1849, quando è cominciata un’altra espansione durata sino al 1873. Dopo di che è arrivata un’altra recessione fino al 1896. Secondo questo schema, la fase ascendente della terza onda lunga sarebbe da collocarsi nel 1896-1920 ed il crollo profondo del 1920-21 sarebbe da spiegarsi come espressione dell’inizio di un declino. In realtà, tuttavia, il crollo del 1920-21 ha una spiegazione differente, come vedremo. Come si adatta questo schema alla frequenza delle guerre e delle rivoluzioni? Qui, ancora una volta, la selezione dei dati fatta da Kondratiev è estremamente arbitraria. Per esempio, enumera con attenzione tutte e sei le coalizioni contro Napoleone, ma omette la guerra del 1812 fra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Eventov osserva che la lista di Kondratiev delle guerre e delle rivoluzioni tratta l’insurrezione in Erzegovina alla stessa stregua della Rivoluzione Francese o della guerra civile americana! A questo punto, il carattere formalistico del metodo, che era già evidente nel trattamento riservato da Kondratiev ai processi economici, diventa assolutamente lampante. La dura crisi del 1847 e la depressione degli anni novanta del diciannovesimo secolo segnano un punto di svolta di due cicli lunghi. La guerra franco-prussiana ebbe luogo al picco di un ciclo, come la Comune di Parigi. Ma il caso della rivoluzione del 1848 non è chiaro. Se avvenne nella parte ascendente, allora deve essere stato proprio all’inizio: dato che l’anno precedente è stato contrassegnato da un crollo profondo, la psicologia degli operai sarebbe stata ancora dominata da questo, e per nulla toccata dall’espansione.

La contraddizione più evidente è il fatto che, secondo Kondratiev, il periodo 1914-20 ha contrassegnato l’inizio d’una fase discendente di un’onda lunga. In una fase di questo genere, le rivoluzioni non dovrebbero essere all’ordine del giorno. Tuttavia gli anni che seguirono il 1917 sono stati caratterizzati proprio da rivoluzioni e movimenti rivoluzionari, non soltanto in Russia, ma in Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna, Italia, Ungheria, Estonia, Bulgaria, solo per parlare dei paesi capitalisti avanzati. Se la maggior parte di questi movimenti fallì, il motivo non va cercato nei movimenti del ciclo economico ma negli errori della direzione. L’Internazionale comunista venne fondata soltanto nel 1919. I partiti comunisti erano giovani ed inesperti e fecero molti errori. Non riuscirono così a ripetere il successo del partito bolscevico, come Trotskij spiegò nelle Lezioni dell’ottobre (del 1923). Naturalmente, le circostanze obiettive (ciclo economico compreso) esercitano un’importante influenza sulla psicologia di tutte le classi e modellano il sostrato su cui la lotta è combattuta, creando condizioni più o meno favorevoli. Ma alla fine, il fattore soggettivo è decisivo. In Ungheria il governo borghese del conte Karolyi consegnò in effetti il potere al partito comunista senza lottare. I comunisti ungheresi ebbero condizioni particolarmente favorevoli per la realizzazione della rivoluzione, eppure fallirono. Questo fallimento non ebbe niente a che fare con le circostanze economiche ed è invece da attribuirsi interamente alle politiche sbagliate perseguite da Bela Kun e dagli altri dirigenti del partito comunista.7

Non è semplicemente possibile spiegare fenomeni complessi come le guerre e le rivoluzioni per mezzo di un riduzionismo economico di questo tipo. In realtà, le contraddizioni che conducono al conflitto tra le nazioni o fra le classi si trovano in ogni fase del ciclo. Ma, come Oparin ha osservato correttamente, raggiungono il loro punto più critico nella transizione fra un periodo, o ciclo, ed un altro. Tuttavia, questo significa solo che sono maturate le circostanze obiettive per lo scoppio di un conflitto. Il procedere reale degli eventi è determinato da un’interazione complessa dei fenomeni – politici, militari, diplomatici, religiosi e psicologici – che in buona parte trascende la fase economica in cui questi eventi si svolgono e con cui interagiscono in un modo decisivo.

Facciamo un esempio più recente: la guerra in Kosovo. Si trattava di un sottoprodotto del fenomeno dell’“onda lunga”? Ben difficilmente. La crisi in Kosovo era il risultato di un certo numero di fattori complessi, come l’esplosione della questione nazionale nei Balcani dopo il crollo dello stalinismo e le mire strategiche dell’imperialismo americano. Questo esaurisce la faccenda? Per nulla. La stessa questione nazionale balcanica ha una storia lunga che ha condizionato indubbiamente il comportamento di Milosevic e di tutti gli altri partecipanti. Un altro fattore decisivo fu la situazione dell’Albania. Se la rivoluzione albanese del 1997 fosse riuscita (e non c’era ragione obiettiva per cui non potesse riuscire, oltre alla mancanza del partito e della direzione) tutta l’area sarebbe stata presa da un turbine rivoluzionario. Ma la rinuncia del Sud rivoluzionario a prendere l’offensiva contro il governo di Tirana ha provocato un aborto. I cosiddetti socialisti guidati da Fatos Nano hanno coperto il vuoto, aprendo la porta all’imperialismo ed hanno salvato il capitalismo, preparando la situazione per nuove convulsioni. A Berisha e al suo gruppo reazionario è stato consentito di raggrupparsi nel Nord da dove non hanno esitato a giocare la carta dello sciovinismo albanese nel tentativo di destabilizzare la situazione e riguadagnare il potere.

Questo ha avuto conseguenze mortali per il Kosovo. L’Uck ha ricevuto grandi rifornimenti di armi attraverso la frontiera da gruppi amici che lo hanno spinto ad assumere una posizione aggressiva. Tutti questi eventi hanno preparato il risultato finale. Anche la religione ha svolto un ruolo (evidentemente, non decisivo) nell’alimentare l’odio fra serbi e kosovari. Per approfondire la materia, analizzando la situazione precedente, occorre osservare che la stessa frantumazione della Jugoslavia fu in gran parte un prodotto degli intrighi dell’imperialismo tedesco, della sua vecchia politica (“la spinta verso Est”) e dell’avido tentativo di riguadagnare le proprie vecchie colonie in Europa Orientale e nei Balcani. Si è trattato di un fattore importante nel creare l’immane confusione dei Balcani che vediamo oggi. Tuttavia gli imperialisti tedeschi non avevano previsto i risultati della loro politica. Né gli americani avevano previsto i risultati della loro maldestra arroganza a Rambouillet, quando ritennero che la sola minaccia di bombardamento avrebbe costretto Milosevic a cedere. Hanno fatto un errore e si sono ficcati in una guerra che poteva costargli cara se non fosse stata per l’aiuto che hanno ricevuto all’ultima ora da Boris Eltsin, che ha lasciato Milosevic nelle peste.

Napoleone ha osservato una volta che la guerra è la più complicata delle equazioni. È appena sufficiente enumerare alcuni degli elementi in gioco nel conflitto del Kosovo per vedere quanto insensato sia provare a ridurlo ad una specie di “funzione dell’onda” economica (con tante scuse ai fisici).

Le cause della guerra in Kosovo non erano fondamentalmente economiche (se non nella misura in cui vi sono calcoli economici in ogni guerra) ma strategiche. Era una guerra per decidere: chi comanda nei Balcani? E non si deve dimenticare che per l’imperialismo mondiale l’importanza dei Balcani è stata storicamente sempre più strategica che economica (a causa della posizione geografica dei Balcani rispetto all’Europa e all’Asia, al Medio Oriente, alla Russia, al canale di Suez, al Mediterraneo, ecc.). Anche questa volta era così.

La caduta dell’Unione Sovietica, che fino ad allora aveva avuto nei Balcani una delle sue sfere d’influenza principali, ha lasciato un vuoto che ha consentito, come sempre, l’entrata delle potenze straniere interessate a conquistare sfere d’interesse e manipolare le piccole nazioni balcaniche a questo fine. In effetti, questa guerra è stata parzialmente il risultato di un errore di calcolo di Clinton che è stato fuorviato dai suoi consiglieri sulla vera situazione a Belgrado. Accidenti, errori di calcolo, sbagli – tutto questo ha un ruolo nel modellare la storia. In circostanze diverse è possibile che la guerra in Kosovo non si sarebbe mai svolta.

Per contro, il suo risultato avrebbe potuto essere molto meno favorevole alla Nato, se Mosca non avesse tradito Belgrado – una cosa che non poteva essere prevista in anticipo con certezza.

 

La prima guerra mondiale

Prendiamo solo un altro esempio del rapporto fra la guerra e l’economia. Sia la prima che la seconda guerra mondiale – che si svilupparono in un modo che non avrebbe potuto essere previsto da nessuno – hanno modellato le basi dell’ordine mondiale che ne è seguito e questo ha avuto un effetto decisivo sulla caratterizzazione del ciclo economico. Nel 1914 i capitalisti hanno trovato una via d’uscita dall’impasse del proprio sistema con la guerra. Ma, naturalmente, la guerra non fu semplicemente un riflesso dei problemi economici. La prima guerra mondiale si è sviluppata dagli antagonismi e dalle enormi tensioni fra le diverse potenze imperialiste che erano andate continuamente sviluppandosi nel periodo precedente.

Durante gli anni che precedettero il 1914 si ebbe una crisi dopo l’altra. Una qualunque di queste scosse poteva condurre alla guerra. Fu solo un caso che l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo per mano di uno studente irredentista serbo abbia scatenato l’esplosione, ma, come spiegava Hegel dialetticamente, la necessità si esprime attraverso il caso. Un altro fattore era costituito dallo sviluppo della lotta di classe nei differenti paesi. Spesso non si realizza che alla vigilia della prima guerra mondiale, nel periodo 1912-1914, ci fu un’espansione enorme di lotte rivoluzionarie, non solo in Russia, ma in Gran Bretagna, Irlanda, in Francia, Spagna ed altri paesi. L’ondata rivoluzionaria del 1912-14 interruppe bruscamente un lungo periodo di pace sociale prima dell’inizio della guerra. Ma questo sviluppo venne bloccato dallo scoppio delle ostilità e dalla mobilitazione generale. Non c’è dubbio che uno degli elementi nei calcoli della Russia zarista che fece pendere, malgrado la propria debolezza, la bilancia per l’intervento in guerra, fu il timore della rivoluzione. Anche in tal caso, i fattori economici svolsero soltanto un ruolo secondario.

La prima guerra mondiale scoppiò dopo un lungo periodo di sviluppo economico, come conseguenza dell’accumulazione delle contraddizioni fra le grandi potenze imperialiste. La rivoluzione russa esplose in parte come conseguenza della guerra. Ma è difficile capire concretamente come questi eventi sarebbero collegati ad un più vasto schema delle cose come quello descritto da Kondratiev. L’audacia della sua generalizzazione è sorprendente. Ma l’audacia non è mai sufficiente nella scienza. Quello che occorre è una spiegazione dettagliata che metta a nudo i meccanismi del processo. I meccanismi del processo che ha condotto alla prima guerra mondiale sono chiari. Così come quelli che hanno prodotto la rivoluzione russa.

Ma quali sono precisamente i meccanismi del processo descritto da Kondratiev? Non sono spiegati. Di conseguenza stiamo trattando una semplice asserzione, che si può solo accettare o rifiutare. Occorre aggiungere che la situazione economica emersa dalla guerra fu determinata in larga misura dai termini imposti alla Germania sconfitta dall’imperialismo britannico e francese nel Trattato di Versailles. Le immani riparazioni di guerra imposte alla Germania bloccarono del tutto la prospettiva di ripresa dell’economia più grande d’Europa. Senza la ripresa in Germania, non ci poteva essere un miglioramento della situazione economica generale in Europa. Questo fatto elementare venne ben spiegato da John Maynard Keynes nel suo classico Le conseguenze economiche della pace. Anche qui, il fattore decisivo non era il ciclo capitalistico degli investimenti ma le politiche predatorie dell’imperialismo. Un fattore ulteriore fu la determinazione degli imperialisti di schiacciare la Russia sovietica. Emarginando deliberatamente due delle economie chiave in Europa – la Germania e la Russia – crearono le condizioni per nuove turbolenze economiche. Naturalmente, questo non annullò il normale ciclo capitalistico, che continuò a funzionare durante tutto il periodo, ma ebbe un effetto enorme sulla determinazione del carattere del periodo fra le guerre.

Il periodo tormentato seguito alla rivoluzione bolscevica e durato approssimativamente dal 1917 al 1923, fu un periodo rivoluzionario in molti paesi; in quegli anni la classe operaia avrebbe potuto prendere il potere in Italia, Germania, Ungheria e così via. Ma in tutte queste situazioni la rivoluzione fu tradita dalle direzioni socialdemocratiche. Questo fatto fornì il presupposto politico per un nuovo equilibrio (anche se fragile e instabile). Ci fu persino un periodo di boom, anche se provvisorio, accompagnato dalle solite vecchie illusioni che il capitalismo avesse risolto i suoi problemi. Così, anche in un periodo di declino generale, si possono verificare periodi di rinascita e crescita economica, ma questi sono sviluppi provvisori che precedono un nuovo declino persino più duro. Persino un uomo morente può attraversare momenti di lucidità e di apparente recupero, che possono ingannare chi gli sta vicino facendogli credere che sia iniziata la sua guarigione.

Il periodo fra le due guerre fu un periodo quasi ininterrotto di sollevazioni sociali e politiche. L’ondata rivoluzionaria che attraversò l’Europa dopo il 1917 si ebbe sia durante che dopo il boom. Ciò, naturalmente, non invalida l’asserzione di Kondratiev, poiché si riferisce non al ciclo economico, ma alle “onde lunghe”. Ma indica che il collegamento fra rivoluzione e processi economici è complesso. In effetti c’erano molte cause per queste rivoluzioni. Gli elementi principali erano l’influenza della rivoluzione russa e l’immaturità e l’inesperienza dei giovani partiti comunisti.

Questo problema, come detto, è stato trattato da Trotskij nelle Lezioni dell’ottobre (del 1923) dove spiega il ruolo chiave del fattore soggettivo nella rivoluzione.

Durante la prima guerra mondiale, la produzione fu adattata alle necessità del fronte. Il commercio crebbe enormemente. Gli Stati Uniti in particolare rafforzarono la propria posizione rispetto alle altre grandi potenze (come anche nella seconda guerra mondiale). La conclusione della guerra condusse alla crisi del 1920-21. Questa venne in parte causata dal ritorno della Gran Bretagna e della Francia nei flussi del commercio mondiale, ma allo stesso tempo rifletteva il crollo della domanda in Europa a causa della diminuzione nei livelli di vita delle masse, particolarmente in Germania. Dappertutto i capitalisti cercarono di far ricadere il peso della crisi sulle spalle della classe operaia. In Gran Bretagna i padroni tagliarono i salari, portando ad uno scoppio di conflittualità sociale, di scioperi e serrate. Il crollo, tuttavia, non durò a lungo. In parte questa turbolenza dipendeva anche dall’inflazione di guerra (la spesa militare è inflazionistica per sua stessa natura), che dovette essere scacciata dal sistema con un aggiustamento doloroso. Dopo il crollo ci fu un boom durato fino al 1929, che acquistò un carattere corposo, particolarmente negli Stati Uniti, che si stavano trasformando velocemente nel più forte paese capitalista, sfidando la Gran Bretagna per la supremazia nel mondo. A metà degli anni venti lo scontro tra le due potenze era così duro che Trotskij pensò fosse possibile una guerra fra di loro.

La guerra distrusse la coesione e la stabilità interne degli Stati europei, specialmente della Germania, che visse sollevazioni rivoluzionarie nel 1918, nel 1919, nel 1920, nel 1921 e nel 1923. Dopo di che il movimento si spense per tutto un periodo, anche a causa dell’esaurimento della classe operaia, che perse fiducia nel partito comunista per la sua rinuncia a guidare la rivoluzione del 1923. La sconfitta della rivoluzione creò i presupposti politici per la crescita economica, che ristabilì un relativo equilibrio per alcuni anni, prima che il crollo del 1929 aprisse una nuova e convulsa fase di declino. I dieci anni che precedettero la seconda guerra mondiale furono anni di tremendo crollo economico, la depressione mondiale più profonda mai conosciuta dal capitalismo. Fu esattamente un periodo di lotte di classe delle più violente in un paese dopo l’altro: in Spagna (1931-37), Germania (1930-33), Austria (1934), Francia (1936). In Gran Bretagna si vide lo sviluppo dell’Ilp (Independent Labour Party), una scissione di sinistra del partito laburista, e un’ondata crescente di scioperi spontanei fino alla guerra. In America ci fu allo stesso modo un’ondata di radicalizzazione con gli scioperi dei Teamsters e la creazione della confederazione sindacale Cio. Gli anni ‘30 furono un periodo di rivoluzione e controrivoluzione. La vittoria finale della controrivoluzione non fu il prodotto delle “onde lunghe” ma solo del fallimento della direzione del proletariato. Trotskij lo spiega molto bene nel suo magistrale Classe, partito e direzione, dove osserva che la classe operaia spagnola sarebbe stata capace di fare non una ma dieci rivoluzioni, ma che fu abbandonata da tutte le proprie organizzazioni: socialisti, comunisti, anarchici e centristi del Poum. Non l’economia, ma il fattore soggettivo fu la ragione per la quale la rivoluzione non ebbe successo.

Se consideriamo il periodo fra le guerre, tuttavia, non vediamo solo crisi e rivoluzioni. Vi fu, come detto, un periodo di stabilizzazione fra il 1923 e il 1929, accompagnato dalle illusioni, cui si è accennato sopra, che il capitalismo avesse risolto i propri problemi. Politicamente, questo periodo fu caratterizzato da una serie di governi socialdemocratici in Europa, quello che Lenin e Trotskij caratterizzarono come il periodo del “blocco di sinistra”. C’è un certo parallelismo fra quel fenomeno e la situazione attuale, dove la maggior parte dei governi in Europa occidentale è socialdemocratico. Dopo arrivò il crollo del 1929 e un nuovo periodo d’instabilità economica, sociale e politica su scala mondiale. Con un certo ritardo, il crollo cominciato negli Stati Uniti raggiunse l’Europa.

Il crollo finanziario prese l’avvio con il fallimento della banca austriaca Kredit Anstallt, seguito da un crollo ancora più profondo in Germania ed in Gran Bretagna. Tuttavia, la velocità con cui la crisi economica si diffuse al resto del mondo fu molto differente da paese a paese. La Francia, in cui la classe dominante si era basata deliberatamente sull’arretratezza (in gran parte per il timore di sviluppare il proletariato, dopo la scossa della Comune di Parigi), cominciò ad entrare in crisi solo nel 1933-34, quando l’America già stava sperimentando una lenta ripresa.

Il crollo ebbe conseguenze profondissime, creando tensioni e crisi sociali irresistibili in Austria, Germania, Spagna, Francia ed in Gran Bretagna. Aprì un periodo di rivoluzione e controrivoluzione fino alla seconda guerra mondiale. Ma ancora una volta – come nel periodo 1917-23 – la debolezza del fattore soggettivo fu decisivo. In un paese dopo l’altro, la classe operaia venne sconfitta a causa delle politiche della direzione socialdemocratica e stalinista. Non in base all’“onda lunga”, ma come conseguenza delle sconfitte del proletariato – particolarmente in Spagna – Trotskij previde l’inevitabilità di una nuova guerra mondiale.

Non è possibile neppure cominciare a capire questi eventi se usiamo il metodo di Kondratiev. Metodologicamente, è scorretto e non si adatta neppure ai fatti conosciuti. Così, in base ad uno studio scrupoloso degli stessi dati statistici usati da Kondratiev, l’economista sovietico Oparin, al contrario, trovò che le guerre e le rivoluzioni tendono ad accadere con frequenza più grande nel punto in cui lo sviluppo economico cambia direzione. Si tratta di un’osservazione molto interessante ed è realmente ben più vicina alla sostanza dell’ipotesi di Kondratiev. Qualcosa di simile fu detto molto dopo da Trotskij, che spiegò come nè la crescita nè la recessione, di per sé, producono una rivoluzione, ma sono i cambiamenti improvvisi nelle circostanze economiche (può essere il passaggio dalla crescita al crollo o viceversa), che smuovono la società dalla sua letargia e costringono gli uomini e le donne a considerare criticamente le loro abitudini e condizioni normali. Quest’idea, gravida di conseguenze, è molto più degna di un ampio approfondimento della concezione piuttosto vuota e formalistica delle “onde lunghe”.

 

Effetti economici della seconda guerra mondiale

La natura arbitraria e forzata della tesi di Kondratiev balza immediatamente agli occhi dall’esame della seconda guerra mondiale. Questa avvenne non in un periodo di espansione, ma precisamente dopo la depressione più profonda della storia; non come conseguenza delle contraddizioni di un periodo di crescita, ma dell’impasse prodotta da un crollo economico. La contraddizione centrale si trovava nella crisi del capitalismo tedesco. Il vasto potenziale industriale della Germania fu schiacciato e bloccato a causa delle riparazioni imposte dalla Francia e dalla Gran Bretagna, dopo la prima guerra mondiale. Il fallimento della rivoluzione tedesca – un diretto risultato delle politiche scorrette, in primo luogo della socialdemocrazia e successivamente degli stalinisti – condusse alla vittoria di Hitler. Il nazismo tentò di risolvere le difficoltà della Germania introducendo un’economia di guerra (“i cannoni prima del burro”). Ma già nel 1938 questa strategia aveva raggiunto i suoi limiti. Hitler fu costretto a fare la guerra o affrontare il crollo economico e la propria caduta. L’unica cosa che poteva impedire la seconda guerra mondiale sarebbe stata la vittoria della rivoluzione spagnola. Ma il proletariato spagnolo fu bloccato dalla propria direzione. Come Trotskij aveva avvertito, la sconfitta della classe operaia spagnola significava l’ineluttabilità della guerra.

Seguire tutti questi processi in dettaglio sarebbe troppo lungo. Basti dire che la linea dello sviluppo storico, che abbiamo qui tratteggiato per rapidi cenni, non ha niente a che fare con lo schema formale proposto da Kondratiev. La storia funziona, non secondo gli schemi formali del determinismo economico, ma dialetticamente. I processi economici forniscono l’arena su cui si combatte la lotta di classe. Ma questa lotta, la rivoluzione e la controrivoluzione ed anche le guerre fra le nazioni, la diplomazia e via di seguito, funzionano secondo proprie leggi immanenti in cui il fattore soggettivo, le qualità personali, l’intelligenza, e l’abilità della direzione giocano un ruolo decisivo. E questi fattori a loro volta svolgono un ruolo decisivo nel condizionare le circostanze economiche. Il rapporto fra tutti questi fattori è straordinariamente complicato e contradittorio. Non può essere ridotto ad una semplice formula come ha cercato di fare Kondratiev.

Quello che accadde dopo la seconda guerra mondiale non poteva essere previsto neppure dal più grande genio. Fu certamente differente dalla situazione che Trotskij aveva previsto nel 1938. Trotskij aveva spiegato giustamente che la guerra si sarebbe conclusa con delle rivoluzioni. Ci furono, in effetti, delle rivoluzioni, persino durante la guerra, in Italia, in Grecia, in Danimarca. Anche in Gran Bretagna, ci fu un profondo processo di radicalizzazione e un desiderio di un cambiamento fondamentale nella società. I soldati che ritornavano dalla guerra espressero il loro desiderio di un cambiamento votando massicciamente per il partito laburista. In Germania, l’ambiente di radicalizzazione si espresse nel fatto che la socialdemocrazia tedesca (Spd) iscrisse nel suo programma lo slogan degli Stati Uniti socialisti d’Europa. In Francia ed in Italia ci furono movimenti rivoluzionari in grado di prendere il potere. Lo stesso era vero per la Grecia. Ma ancora una volta, la rivoluzione fu sviata dalla socialdemocrazia e dagli stalinisti.

Nei dibattiti già descritti dell’Internazionale comunista, Lenin e Trotskij avevano discusso come ipotesi che se gli operai non avessero preso il potere, ci sarebbe potuto essere un ulteriore forte sviluppo del capitalismo. Al tempo non lo ritenevano probabile, ma spiegavano che si trattava di una possibilità teorica. Se l’Internazionale ed i partiti comunisti avessero mantenuto una politica leninista, la situazione sarebbe stata del tutto diversa, ma la degenerazione stalinista condannò la rivoluzione alla sconfitta, in primo luogo in Cina, poi in Germania e, la più disastrosa, in Spagna. Dopo la guerra, dietro istruzioni di Mosca, i dirigenti comunisti soffocarono la rivoluzione in Francia, in Italia ed in Grecia. In Gran Bretagna l’ondata di radicalizzazione che attraversò la classe operaia e le forze armate, venne incanalata con successo dalla direzione laburista nel solco del riformismo, salvando così il sistema capitalista. Un ruolo simile fu svolto, di nuovo, dalla direzione socialdemocratica in Germania.

Questa fu la condizione politica necessaria per la nuova fase di crescita, un nuovo periodo, del tutto diverso dagli anni trenta. Ci fu un’espansione colossale delle forze produttive, almeno nei paesi avanzati, una gigantesca spirale ascendente dei mezzi di produzione, la piena occupazione in America, in Europa occidentale, in Giappone, ed ancora una volta ebbe effetti profondi sulla coscienza della classe operaia e sulle sue organizzazioni di massa. La domanda è: quali furono i motivi per questa lunga espansione? Era la manifestazione delle “onde lunghe” di Kondratiev? O aveva altre cause?

La risposta a questo problema fu fornita molto tempo fa da Ted Grant in uno dei suoi scritti economici più importanti: Ci sarà una recessione? (Will there be a slump?) scritto all’apice dell’espansione del dopoguerra, verso la fine degli anni cinquanta. Nella prima parte di questo lavoro si spiegano i differenti fattori che, insieme, hanno prodotto una spirale ascendente durata circa due decenni. Occorre notare qui che la guerra di per sé svolge un ruolo economico niente affatto secondario! Causando una vasta distruzione dei mezzi di produzione, la guerra, da un punto di vista economico, ha una funzione simile ad una dura recessione. La distruzione totale delle fabbriche, delle infrastrutture, delle ferrovie e delle strade è tragica, naturalmente, da un punto di vista umano. Ma dal punto di vista dell’economia capitalista è una cosa molto positiva perché crea nuovi mercati, una volta finite le ostilità. Gli ordinativi esplodono, le fabbriche funzionano a pieno regime e sempre nuovi clienti forniscono nuovo lavoro. Il vecchio proverbio dice “è un vento malato quello che non porta niente di buono a nessuno”. Milioni sono morti, mutilati e senza casa, ma c’è sempre un bel profitto da fare!

Secondo l’Onu, la ricostruzione post-bellica produsse un boom terminato soltanto nel 1958. Questo di per sé fornì un potente stimolo per l’espansione. Inoltre la scoperta di tutta una serie di nuove industrie come conseguenza delle necessità dell’innovazione militare fornì nuovi campi per l’investimento tecnologico in prodotti chimici, nella plastica, nella radio, nella televisione, nei radar, nell’energia nucleare, nella metallurgia ed in una miriade di altri campi. Gli elementi di nazionalizzazione e “pianificazione” introdotti durante la guerra per le necessità militari, fornirono il punto di partenza per il cosiddetto capitalismo regolato e l’economia keynesiana, strategie seguite da molti governi occidentali dopo il 1945. Come i marxisti spiegarono allora, non erano le politiche keynesiane il fattore decisivo della crescita (come ritenevano non soltanto i socialdemocratici ma taluni sedicenti marxisti come Ernest Mandel e Tony Cliff). Esse svolsero in realtà un ruolo secondario nell’aiutare la ripresa, e soltanto al costo di produrre distorsioni e l’enorme inflazione che successivaùente dovette essere tenuta sotto controllo con conseguenze dolorose.

Potremmo aggiungere che l’accettazione delle politiche economiche keynesiane, dopo la seconda guerra mondiale, fu di per sé il risultato del timore della rivoluzione in occidente. L’ondata rivoluzionaria cominciata fin da 1943 (in Italia), terrorizzò la borghesia occidentale spingendola a fare concessioni alla classe operaia. D’altra parte, la vittoria dell’Unione Sovietica nella guerra e l’avanzata dell’Armata rossa nel cuore dell’Europa, costrinse gli imperialisti americani a sostenere il capitalismo europeo con forti prestiti e sussidi (il piano Marshall). Questo fu un ulteriore ingrediente nel miglioramento della situazione economica. Come sempre, le riforme furono un sottoprodotto della rivoluzione. Una volta di più è chiaro che l’economia non può essere separata dalla politica e dalla lotta di classe.

Il fattore principale che condusse all’espansione fu lo sviluppo del commercio mondiale, un fattore che dura tuttora. Tuttavia, l’ordine economico mondiale, stabilito dopo il 1945, non ha niente a che fare con un’“onda lunga”. Fu la diretta conseguenza dei rapporti di forza internazionali emersi dalla guerra; la dominazione del mondo intero da parte di due grandi superpotenze: da una parte l’imperialismo degli Stati Uniti e dall’altro la Russia stalinista. L’emergere dell’imperialismo statunitense come potenza dominante del mondo era stata già prevista da Trotskij prima del 1939. La dominazione economica schiacciante degli Stati Uniti emergeva anche dal fatto che, nel 1945, due terzi delle riserve d’oro di tutto il mondo si trovavano a Fort Knox. Diversamente dall’Europa e dal Giappone, dove la base produttiva era stata devastata dalla guerra, l’industria americana era intatta. Il possesso di un forte esercito, della marina e dell’aeronautica e il monopolio dell’energia nucleare, diedero agli Stati Uniti un’egemonia completa sul mondo occidentale. Fu questo che permise a Washington di imporre le proprie condizioni a tutto il mondo capitalista dopo il 1945. Ciò a sua volta condusse all’accettazione del dollaro statunitense come valuta internazionale (con la sterlina come riserva). Fu questo che creò la base per un’espansione senza precedenti del commercio mondiale, la vera fonte della espansione economica del dopoguerra.

È evidente che questa concatenazione particolare di circostanze, che catapultarono nel dopoguerra il mondo capitalista sino a vette inaudite, non è in alcun modo il risultato di un’“onda lunga”. La combinazione immensamente complessa degli elementi che hanno modellato l’economia mondiale del dopoguerra non poteva essere prevista in anticipo e non era il risultato di uno schema di cose preordinato; Fu invece un’interazione molto complessa di fattori, non soltanto economici, ma militari e politici. Presentare un così complesso fenomeno soltanto come l’espressione automatica d’una qualche “onda lunga” è chiaramente lontano dalla realtà.

 

Le "onde lunghe" oggi

Negli ultimi anni le teorie di Kondratiev sono tornate di moda tra varie tendenze degli economisti borghesi. L’economista austriaco Joseph Schumpeter nella sua classica opera Il ciclo economico coniò per primo l’espressione “ciclo” per riferirsi ai cicli economici lunghi cinquant’anni. Tuttavia, la maggior parte degli economisti la respinsero come una fantasia, considerandola nel migliore dei casi un’eccentricità inoffensiva. Al giorno d’oggi si può trovare un numero significativo di articoli in rispettabili pubblicazioni economiche dove la teoria delle onde lunghe non solo è accettata, ma molto apprezzata.

Non è difficile capire perché. La teoria economica ufficiale è in crisi. L’autorità goduta precedentemente dagli economisti accademici è completamente crollata, negli ultimi venti anni. I responsabili di decisioni economiche importanti con in gioco somme enormi di denaro, li guardano con aperto disprezzo. E perchè non dovrebbero? Gli economisti non sono riusciti a prevedere l’ultima recessione, né sono riusciti a prevedere questo boom. Poi hanno spiegato che l’attuale boom sarebbe durato per sempre. Chi può mai creder loro? Probabilmente pochi, perché non molti perdono tempo a leggere quanto hanno da dire. Gli uomini d’affari li consultano ancora occasionalmente, in mancanza di alternative più soddisfacenti, ma consultano anche gli astrologi, il cui consiglio non è probabilmente meno inutile. Una cosa è certa: se continuano ad investire è perché stanno ancora facendo un mucchio di soldi, non perché sono convinti del “nuovo paradigma economico”.

Guardandosi attorno in cerca di una nuova idea, alcuni di questi giovani geni sono inciampati nella teoria di Kondratiev e per loro si è aperto un nuovo mondo! Era proprio quello che gli occorreva: una teoria generale che fornisce la chiave per il passato, il presente e il futuro! Ancora meglio, una teoria che garantisce al sistema capitalista una lunga vita, sulla base del principio che “quello che scende poi deve risalire”. I fautori borghesi della teoria dell’onda lunga l’hanno abbracciata con il consueto fervore dei neofiti. Il cuore dell’idea è poter fare delle previsioni precise sul comportamento della borsa, con le quali arricchirsi enormemente. Se fosse corretta, questa teoria dovrebbe permetterlo. Purtroppo, l’andamento della borsa non può essere previsto con precisione.

Ci sono sempre stati ciarlatani (soprattutto negli Stati Uniti, che sembrano specializzati nel produrne in abbondanza) che hanno goduto di un’effimera notorietà per aver fatto previsioni spettacolari circa l’economia, producendone di spettacolarmente errate! Ricordiamo il caso di Joseph Granville, l’uomo che predisse una crisi del mercato azionario nel 1981 ed il caso più recente del fondo speculativo LTCM che ha subito colossali perdite nel 1998 quando il mercato ha subito un tracollo come conseguenza del crollo del rublo russo. Questa azienda basava le proprie scelte su una formula presuntamente infallibile sviluppata da due economisti, Robert Merton e Myron Scholes che hanno ricevuto per ironia della sorte proprio in quegli anni il premio Nobel per la loro notevole “scoperta”. Quella scoperta è stata usata da John Meriwether, l’amministratore delegato del fondo LTCM, per convincere gli investitori che non potevano perdere. Morale della favola: il fondo ha perso centinaia di milioni di dollari ed è stato salvato solo dall’intervento della Federal Reserve.

Negli anni ottanta un uomo chiamato Robert Prechter ha diffuso una teoria chiamata curva di Elliott, che è basata chiaramente sulle idee di Kondratiev. La versione di Elliott della teoria delle onde lunghe sostiene che il mercato si muove con un andamento prevedibile. Secondo questa visione, ciascun movimento ascendente è caratterizzato da tre onde ascendenti e da due discendenti (e ciascun movimento in discesa da due onde discendenti e una ascendente). L’onda finale del ciclo, che sarebbe cominciato nel 1932, dovrebbe essere partita nel 1982. E così via all’infinito. Tuttavia, malgrado in apparenza sembri più complicata, questa teoria non ha più contenuto scientifico delle versioni precedenti. Certo, Prechter ha fatto alcune previsioni corrette, come altri con differenti teorie, o senza nemmeno una teoria. Una delle sue previsioni basilari, tuttavia, è risultata clamorosamente erronea. Ha predetto, in base alla teoria delle onde lunghe, che gli Stati Uniti si sarebbero mossi verso il protezionismo alla fine degli anni ottanta. Ciò non è accaduto. Durante gli ultimi dieci anni il commercio mondiale ha continuato a espandersi ed è stato uno dei fattori principali sottostanti alla prosecuzione del boom, anche se le tensioni fra i diversi blocchi commerciali non sono state eliminate ed indubbiamente provocheranno guerre commerciali protezioniste e svalutazioni competitive in futuro.

Naturalmente, non c’è niente di male nell’ipotizzare un certo andamento dell’economia e sbagliare. Ma il punto è che la teoria delle onde lunghe (e la particolare variante di Elliott) pretende di fornire un metodo non solo per fare ipotesi ma per predire con precisione il comportamento dell’economia nei decenni e secoli a venire. Una simile pretesa è chiaramente malposta e conduce dal regno della scienza a quello dell’invenzione fantascientifica. Se Kondratiev ha avuto il merito di avanzare una stimolante nuova visione della storia economica, che fornisce un campo fertile per la ricerca, gli epigoni borghesi di Kondratiev, provando a svilupparla in una sorta di pseudo-scienza, hanno ridotto il tutto ad un’assurdità.

Questo boom ha, ancora una volta, dato un duro colpo ai teorici delle onde lunghe. Anche il presidente tedesco Herzog ha accennato a Kondratiev in un discorso fatto da ospite presso la Confindustria tedesca (la BDI) nell’estate del 1996, quando ha avvertito i padroni del pericolo che la Germania avrebbe potuto perdersi il prossimo “ciclo lungo” di forte sviluppo economico basato sulla tecnologia informatica:

“Basandosi sulle teorie di Nikolai Kondratiev, l’economista sovietico che negli anni venti per primo propose l’idea delle “onde lunghe” di cinquant’anni di espansione e contrazione economica, Herzog ha spiegato che la Germania aveva mancato la prima onda basata sull’invenzione del motore a vapore nel diciottesimo secolo. Tuttavia, il paese era stato un pioniere tecnologico nel secondo, nel terzo e quarto ciclo che è seguito, ed aveva tratto grande giovamento dal benessere ad essi connesso.” (The Financial Times, 1/7/96)

Non sappiamo quanto profondamente il presidente Herzog abbia studiato Kondratiev o se, come è più probabile, il collaboratore che gli scrive i discorsi pensava fosse una buona idea sfidare la capacità intellettuale dei capitalisti tedeschi. Il suo riferimento al benessere non è certamente molto in linea con il pensiero economico corrente – ispirato all’“onda lunga” o meno. Per quanto riguarda la nuova rivoluzione tecnologica, i padroni tedeschi sembrano essere piuttosto riluttanti a spendere nella ricerca. una maggior quota dei loro soldi guadagnati faticosamente. Nei quattro anni trascorsi, secondo il Deutsche Forschunggemeinschaft, l’organismo centrale che promuove la ricerca tedesca, l’industria tedesca ha tagliato il personale del settore ricerca e sviluppo di 38.000 unità. Come al solito, quello che spinge i capitalisti ad investire non è la teoria delle onde lunghe, o qualsiasi altra teoria, ma soltanto la prospettiva dei profitti.

Come si poteva prevedere, la mania dell’onda lunga ha preso più energicamente piede negli Stati Uniti. Nella rivista The Bank Credit Analyst del 28/6/1995 leggiamo: 

“L’economia degli Stati Uniti è entrata nella sua terza onda lunga di espansione del ventesimo secolo. Le forze propulsive chiave sono l’esplosione delle spese in beni capitali guidata dalla tecnologia e un forte aumento nello sviluppo del commercio mondiale.” L’articolo conclude: “I periodi più duri di crollo dei mercati di questo secolo (gli anni trenta e gli anni settanta) si sono presentati durante il passaggio alla fase di declino dell’onda lunga. L’esperienza degli anni sessanta suggerisce che le correzioni del mercato azionario potrebbero essere forti ma di breve durata e le valutazioni potrebbero rimanere all’alta estremità della loro gamma storica per parecchi anni.” Questa è una previsione storica generale (che manca di ogni base scientifica, si potrebbe aggiungere).

Ora vediamo lo specifico. Il giornale pubblica un certo numero di interessanti tabelle, in una di esse si parla delle tendenze storiche della produttività. Queste 

“indicano che lo sviluppo della produttività ha continuato ad eccedere la media dei cicli passati – specialmente nel settore manifatturiero. [in realtà, quasi tutto l’aumento della produttività è stato limitato ad un settore – quello dell’information technology e specificamente della produzione di computerNdA]8 La produzione oraria per addetto nel settore manifatturiero è del 5,5 per cento sopra la media dei cicli passati, rettificando il dato sulla base del fatto che lo sviluppo della produzione è caduto bruscamente rispetto alla media storica. Le aziende non hanno cessato la loro spinta ad aumentare l’efficienza e ridurre i costi.” (Ibid., p. 28, mia sottolineatura)

Come abbiamo indicato in scritti precedenti, questo boom è stato a scapito della classe operaia. Il tasso di sfruttamento è aumentato enormemente in tutti i paesi, mentre i capitalisti cercano di tirare fuori anche l’ultima goccia di plusvalore dai loro lavoratori. Naturalmente, la ricerca di plusvalore è sempre la base di ogni boom e della produzione capitalista in generale. Ma in questo boom la pressione sulla classe operaia è stata ben più grande che nel passato. Non è affatto come negli anni sessanta, in cui la maggior parte degli operai pensava di trarre giovamento dal boom. La sensazione ora è ben diversa. Il malessere crescente si è riflesso nel fatto che Al Gore non sia riuscito a vincere un’elezione nemmeno durante un boom. Questo fatto è un sintomo della malattia che affligge tutto il sistema. Non ci si può liberare di questa con superficiali riferimenti ai “cicli lunghi”. Gli economisti più seri come Michael J. Mandel (nessun rapporto con Ernest Mandel) spiegano che il “boom di Internet” sta preparando la strada a una depressione da Internet nel prossimo futuro. A dimostrazione della probabilità di questo sviluppo, onde lunghe o meno, ha prodotto una notevole quantità di dati piuttosto solidi.

 

Ernest Mandel e Kondratiev

Ernest Mandel9 , che capitolava regolarmente di fronte ad ogni tendenza in voga nell’economia borghese, si è anche lui attaccato a Kondratiev, tentando di conciliare le sue teorie con quelle di Marx e Trotskij, cercando anche di nasconderne le tracce, soprattutto nel suo libro Late Capitalism (Londra 1975). Avendo già capitolato al keynesismo e ad ogni altra teoria borghese alla moda, fu tipico di Mandel flirtare anche con le idee di Kondratiev, pure tentando di restarne a distanza di sicurezza. Ricorrere a questo trucco di dare un colpo al cerchio e uno alla botte è stato sempre un costume di Mandel e ben esprime la natura eclettica del suo metodo. Così, nei suoi scritti su Kondratiev dice in un passo: 

La storia internazionale del capitalismo appare così non una successione di cicli industriali ogni sette o dieci anni ma anche come successione di periodi più lunghi, di circa cinquanta anni. Finora ne abbiamo sperimentati quattro.” (E. Mandel, Late Capitalism, Londra, 1975, p. 158.)

Da queste righe è chiaro che Mandel è d’accordo con Kondratiev. Si tratta di una chiara esposizione della teoria delle onde lunghe senza “se” o “ma”. Questa impressione è ancor più rafforzata quando leggiamo: 

“Per quanto concerne questi indicatori [la produzione capitalistica mondiale e l’espansione del mercato]la verifica empirica delle ‘onde lunghe’ è perfettamente possibile.” (Ibid., p. 186, mia sottolineatura.)

Altrove leggiamo: 

Un tale ciclo di almeno cinque ‘onde lunghe’ non può essere attribuito al caso, né soltanto al gioco dei fattori esterni. (Ibid., p. 185, mia sottolineatura.)

Il lettore dovrebbe notare che questa è la posizione esattamente opposta a quella di Trotskij, che ha sottolineato l’importanza dei “fattori esterni” (guerre, rivoluzioni, ecc.) nella formazione di questi ampi periodi. Tuttavia, senza fare una piega, Mandel dice l’esatto contrario, poco dopo, dichiarandosi d’accordo con la critica di Trotskij a Kondratiev: 

Trotskij avanza due argomenti centrali contro le tesi di Kondratiev: in primo luogo, l’analogia fra le ‘onde lunghe’ e ‘i cicli lunghi’ è errata; cioè, queste ‘onde lunghe’ mancano di quel carattere di ‘necessità naturale’ che i cicli classici possiedono. In secondo luogo, mentre il ciclo classico è spiegato in ultima analisi dalla dinamica interna della produzione capitalistica, spiegare le ‘onde lunghe’ richiede uno studio più concreto della curva del capitalismo e della totalità dei rapporti fra questo e tutte le funzioni della vita sociale’. In pratica Trotskij si ribella contro una teoria non causale delle ‘onde lunghe’, costruita in base al rinnovo del capitale fisso, in analogia con la spiegazione marxista dei cicli classici.” (Ibid., p. 170)

Cosciente del disagio per essersi messo in una posizione impossibile tentando di difendere due tesi reciprocamente incompatibili, Mandel prova a uscirne presentando questo semplice trucco: 

In effetti, si può essere d’accordo con entrambe queste critiche che erano condivise negli anni venti da molti economisti sovietici.” (Ibid., p. 172, mia sottolineatura.)

Osserviamo di passata non solo che non “molti” ma a malapena qualche economista sovietico condivideva le idee di Kondratiev negli anni venti, anche se ben pochi erano d’accordo con la posizione di Trotskij contro quella di Kondratiev.

Ma perchè lasciare che i fatti rovinino una buona storia, come dicono i giornalisti. Mandel avrebbe chiaramente gradito avere una po’ di compagnia. Ma non importa se molti o pochi sostenevano queste idee, non è possibile quadrare il cerchio in geometria e nemmeno nell’economia marxista. Si può essere d’accordo con la teoria di Kondratiev delle “onde lunghe” o si può essere d’accordo con Trotskij. Non si può essere d’accordo con entrambi.

Il motivo dell’interesse di Mandel per Kondratiev è chiaro. Mandel non era in grado di spiegare le basi della lunga espansione del dopoguerra. I suoi scritti economici rivelano una palese tendenza ad abbandonare il marxismo per il keynesismo ed altre panacee borghesi alla moda. Ecco che compare Kondratiev con le sue “onde lunghe” ed il problema è risolto con facilità! Il grande vantaggio delle teorie formalistiche è che sollevano dalla necessità di pensare. Mandel ha usato le tesi di Kondratiev per spiegare facilmente la duratura crescita postbellica del capitalismo. Inoltre, l’ha usata per “spiegare” la crisi successiva cominciata nel 1973-74.

Purtroppo, se si dice “a” si è poi costretti a pronunciare anche la “b” e poi la “c” e la “d”. Una teoria scorretta conduce prima o poi a una pratica disastrosa. Mandel non si è reso conto che la ragione per cui tanti economisti borghesi erano così entusiasti delle “onde lunghe” di Kondratiev è che se questa teoria fosse corretta, non ci sarebbe alcuna ragione per cui il sistema capitalista non potrebbe continuare indefinitamente, passando da un ciclo ad un altro. Se c’è un declino, non c’è ragione di preoccuparsi, poiché alla fine sarà seguito da un ciclo lungo di espansione. Inoltre, poiché non si può influire su questo processo, la classe operaia non ha alternativa che stringere la cinghia ed attendere passivamente tempi migliori, che verranno con “l’onda” seguente. Le conclusioni reazionarie che derivano da questa concezione davvero non richiedono ulteriore elaborazione. In breve, contorcendosi su una difficoltà teorica, Mandel è atterrato in una posizione ben più erronea, una posizione che implicherebbe l’abbandono dell’insieme delle posizioni marxiste. Per questo motivo tenta di sostenere simultaneamente Trotskij e Kondratiev (sperando poi che nessuno se ne accorga!). Una ginnastica mentale di questo genere non ci porta da nessuna parte.

Il tentativo di “sposare” Trotskij con Kondratiev è davvero grottesco. Trotskij non ha mai accettato la teoria di Kondratiev delle onde lunghe. Al contrario, ha spiegato ben in dettaglio che l’esistenza di tali fluttuazioni – nel senso inteso da Kondratiev – era impossibile. Era impossible prevedere il carattere preciso di epoche differenti o la loro frequenza. La curva elaborata approssimativamente da Trotskij nel suo articolo del 1923 ha un carattere estremamente irregolare e riflette non cicli lunghi ma periodi storici distinti. Per quanto riguarda le tesi di Kondratiev, Trotskij le ha caratterizzate con precisione come “una errata generalizzazione sulla base di un’analogia formale”. Che cosa significa? Solo questo: che non c’è nessuna analogia fra la teoria di Marx del ciclo economico capitalistico (“il ciclo commerciale”) e la generalizzazione ingiustificata che Kondratiev ha provato a trarne.

Da un punto di vista teorico, l’idea dei cicli lunghi non ha niente in comune con il marxismo. Ma non c’è problema! Mandel ci assicura che le “onde lunghe” possono essere verificate facilmente con delle prove empiriche. Davvero? Ma se fosse così facile dimostrare l’esistenza delle onde lunghe, perchè questa materia è stata oggetto di polemica così a lungo? Evidentemente Mandel era in possesso di informazioni privilegiate non disponibili al resto della comunità scientifica, la quale ha espresso le opinioni più varie e contradittorie sull’argomento. Ma questo è soltanto un altro esempio del metodo consueto di Mandel di asserire un’opinione come se fosse un fatto indiscutibile nella speranza però che nessuno noti la differenza.

Nel suo Late Capitalism, Mandel trova dei difetti nella critica di Garvy a Kondratiev, che considera “superflua”, “imprecisa” e “soltanto semantica”. In realtà, lo studio di Garvy è estremamente completo e ben documentato, lo stesso non può dirsi degli scritti di Mandel su Kondratiev, che per esempio lasciano fuori l’analisi della questione cruciale dell’equilibrio capitalistico, il punto centrale intorno a cui si muove l’intera teoria delle onde lunghe. Le differenze di Trotskij con Kondratiev non erano certamente di natura semantica ed anch’esse si concentravano sulla questione dell’equilibrio, cosa che Mandel o non ha capito – che sarebbe grave – oppure ha deliberatamente ignorato – che sarebbe anche peggio. La differenza fra il termine “ciclo” usato da Kondratiev e quello di “periodi” usato da Trotskij non è affatto una diatriba linguistica, ma una differenza fondamentale fra due modi incompatibili di interpretare la storia, l’economia e la lotta di classe.

L’obiettivo di Mandel in Late Capitalism è di contrabbandare elementi non marxisti nella sua “analisi” del capitalismo. È d’accordo sia con Trotskij che con Kondratiev – che è un po’ come essere d’accordo sia con Darwin che con la Genesi. Pone la domanda se esiste “una particolare dinamica interna alla successione dei cicli industriali in lunghi periodi di tempo” e risponde affermativamente. Dà risalto al ruolo del calo del saggio di profitto nella crisi del capitalismo, ma poi “migliora” Marx attribuendo questo principalmente a fattori quali la creazione di credito e le manovre di politica monetaria. Questo non è marxismo ma keynesismo. Marx ha spiegato che la causa principale della tendenza del tasso di profitto a diminuire è l’aumento della composizione organica del capitale, cosa che possiamo vedere chiaramente al momento, con le somme colossali investite in fabbriche di computer e la corsa continua ad aggiornare la tecnologia informatica.

La ragione per cui Mandel sottolinea questi altri elementi è che intende stabilire un collegamento fra la teoria di Kondratiev dei cicli lunghi e l’insistenza di Trotskij sul fatto che lo sviluppo sociale ed economico è influenzato fondamentalmente da “circostanze esterne”. Ma con “circostanze esterne”, Trotskij non intendeva fattori come il credito (che fa parte del meccanismo interno normale del ciclo economico) o la politica monetaria (che, indirettamente, è allo stesso modo un riflesso dello stesso processo), ma fattori non economici quali guerre e rivoluzioni. Anche l’esame più superficiale del suo La curva dello sviluppo capitalistico mostra che Trotskij ha specificamente negato che il genere di periodi descritti da Kondratiev potesse avere un carattere ciclico. Mandel quindi è d’accordo con Kondratiev e non con Trotskij. Ha naturalmente, piena libertà di esserlo. Però non dovrebbe tenere il piede in due scarpe dissimulando questo con della ginnastica verbale.

Mandel spiega che il capitalismo ha avuto “tre rivoluzioni tecnologiche generali” che indica così: l’uso di macchinario azionato a vapore dal 1848 (?); l’introduzione del motore a combustione ed elettrico dagli anni novanta dell’Ottocento; infine, la tecnologia elettronica e l’energia nucleare (!) dopo gli anni ‘40. Aggiunge che tutte queste rivoluzioni tecnologiche sono state precedute da un processo di “super-accumulazione” di capitale: una situazione in cui “una parte del capitale accumulato può essere investita soltanto con un tasso inadeguato di profitto (?), un tasso che si riduce progressivamente”.

Mandel rende un omaggio formale all’ombra di Marx accennando di passata alla caduta del saggio di profitto. Ma lo fa nel suo solito modo trasandato, non chiarendo che questa è soltanto una tendenza, che può avere un’interruzione e un’inversione per un intero periodo prima di riaffermarsi. La presenta come legge assoluta, cosa che Marx non ha mai fatto. In realtà, la cosiddetta super-accumulazione di capitale non ha niente a che fare con Marx. È soltanto un modo di Mandel di plagiare e rinominare la vecchia idea del “fondo per gli investimenti” con una terminologia pseudomarxista. Come di consueto con Mandel, non troviamo un solo pensiero originale, soltanto idee non marxiste condite con fraseologia marxista e presentate come proprie.

Quando questo misterioso processo di “super-accumulazione” – le cui leggi di movimento, l’origine e la natura sono finora sconosciute ai mortali – si verifica, appare improvvisamente una rivoluzione tecnologica, come un coniglio da un cappello del prestigiatore; salvo che qui il posto di questo è preso da una combinazione (non spiegata) di “fattori detonanti” che risollevano magicamente il tasso del profitto, incorporando i nuovi processi di produzione e generando così una forte oscillazione con una crescita sempre maggiore degli investimenti e dell’attività economica. Ma poi spiega: 

“Tuttavia, esattamente per lo stesso processo [lo stesso processo e nessun altro! Ma dobbiamo ancora scoprire in che cosa consiste questo “stesso processo”!] la generalizzazione graduale di nuove fonti di energia [?] e di nuove macchine e motori deve condurre... ad un nuovo disinvestimento ed alla ricomparsa di capitale inattivo...” (Mandel, op. cit., edizione spagnola, p. 159.)

Quindi, il tasso di profitto cade a causa dell’alta composizione organica del capitale (l’alto rapporto tra capitale costante e capitale variabile, del lavoro morto rispetto al lavoro vivo) abbassando di conseguenza il tasso di valorizzazione. Ne segue un’onda di contrazione dell’attività economica. Si tratta del lato in discesa dell’onda lunga. Ma questo conduce semplicemente ad una nuova fase di “super-accumulazione” come conseguenza dell’accumularsi di capitale inattivo che conduce (alla fine) ad una nuova onda ascendente... e così via.

Questo elegante modello economico abolisce tutte le contraddizioni. O piuttosto, le sormonta e trascende, proprio come l’Assoluto di Hegel trascende tutte le contraddizioni di questo mondo, e dell’altro. E proprio come per l’Assoluto hegeliano questo miracolo si compie tutto nella mente. In realtà, Mandel pasticcia tutto. Confonde il normale ciclo economico – che Marx ha descritto con grande dettaglio – con le onde lunghe di Kondratiev, il cui funzionamento non è stato ancora chiarito da nessuno, non dallo stesso Kondratiev e certamente non da Ernest Mandel. Tutto il lavoro di Mandel si limita (in modo superficiale e deformato) a esporre quanto Marx ha scritto riguardo alla tendenza del tasso di profitto a diminuire ed al ciclo economico e ad applicarlo dove non si poteva – cioè ad un ciclo di cinquant’anni. Prova anche ad applicare i metodi di Kondratiev al periodo del capitalismo sucessivo alla seconda guerra mondiale ed ottiene i seguenti risultati:

Dalla fine del diciottesimo secolo al 1823 crescita accelerata

Dal 1824 al 1847 crescita in declino

Dal 1848 al 1873 crescita accelerata

Dal 1874 al 1893 crescita in declino

Dal 1894 al 1913 crescita accelerata

Dal 1914 al 1939 crescita in declino

Dal 1940-45 o 1940-48 (secondo il paese) al 1966 crescita accelerata.

Anche qui la natura arbitraria del metodo produce dei risultati palesemente scorretti. Secondo Mandel, “siamo ora entrati nella seconda fase dell’“onda lunga”, cominciata con la seconda guerra mondiale, caratterizzata da un’accumulazione del capitale declinante.” (Ibid., p. 122, ed. inglese) Il problema però è di nuovo che questa asserzione non corrisponde ai fatti conosciuti. Se, come Mandel dichiara fiducioso, il periodo dal 1940-45 al 1966 costituì la fase ascendente dell’onda lunga, allora il declino doveva cominciare nel 1966 una cosa notoriamente non vera. L’espansione economica del dopoguerra è continuata fino alla cosiddetta crisi petrolifera del 1973-74. Da allora, il sistema capitalistico non ha più toccato i livelli di sviluppo, di produttività, di profitto, di occupazione e di miglioramento delle condizioni di vita del periodo 1948-73. Negli Stati Uniti durante gli ultimi cinque anni si è andati vicino, per alcune variabili, a quelle cifre. Ma in Europa e Giappone certamente no e rimane da vedere quanto resisterà il boom in America. Contrariamente ai proclami ottimisti dei fautori del cosiddetto “nuovo paradigma economico” (cui abbiamo risposto già molte volte), questo boom non rappresenta una tendenza secolare ma ha un carattere estremamente fragile ed instabile e quasi certamente si concluderà con un pesante crollo. Ad ogni modo, niente di tutto ciò si adatta bene alle previsioni di Kondratiev o del suo tardivo imitatore, Ernest Mandel.

 

La questione delle onde lunghe in sintesi

A oggi, non c’è ancora un chiaro consenso sulla natura esatta di questi cicli lunghi anche fra i sostenitori della teoria. Prima abbiamo citato una possibile suddivisione, che coincide con la teoria originale di Kondratiev, vale a dire: 1848-79; 1880-93; 1894-1914; 1915-39; 1940-74. Tuttavia, ci sono state un certo numero di proposte alternative, come: 1820-70; 1870-1913; 1913-50; 1950-73 e 1973-94. Queste differenze sottolineano la natura arbitraria dell’ipotesi. I protagonisti della teoria delle onde lunghe non possono mettersi d’accordo neppure su che cosa siano davvero le onde lunghe.

Qualche entusiasta di queste teorie sembra si sia fatto completamente trascinare nella ricerca dei cicli storici lunghi. Paul Drucker nel suo libro Post-Capitalist Society (La società post-capitalista) ha cercato di dimostrare che ci sono trasformazioni importanti, non ogni cinquant’ anni, come si diceva prima, ma ogni due o tre secoli, a cominciare dal tredicesimo secolo e che le economie occidentali ora stanno passando una di queste fasi. A questo punto la scarsità delle statistiche elimina ogni possibilità di previsione. Rispetto a quella di Drucker, la teoria di Kondratiev sembra un modello di rigore da manuale.

È evidente che effettivamente esistono periodi distinti nello sviluppo del capitalismo e che essi possiedono caratteristiche differenti e distintive. In effetti, gli studi più recenti forniscono una base migliore per uno studio serio sulla storia economica del capitalismo. Nella scienza è frequente il caso in cui la ricerca di un’ipotesi errata conduce comunque a risultati significativi, che servono a far progredire la nostra comprensione. La teoria cosmologica del Big Bang è un esempio calzante. Contrariamente al modello teorico astratto di Kondratiev, il metodo più empirico produce una serie di cicli disuguali, proprio come Trotskij aveva previsto.

Uno studio recente (Phases of Economic Development, di Angus Maddison) formula la seguente osservazione: 

“Le diverse fasi non sono iniziate per decisione collettiva, per idee innovative, o per cambiamenti nell’ideologia della politica economica nazionale ed internazionale. Le transizioni da una fase ad un’altra sono state determinate solitamente da un qualche genere di accidente storico o di scossa sistemica.” (A. Maddison, Phases of Economic Development, p. 59, mia sottolineatura.)

Questo è proprio quello che Trotskij ha criticato ne La curva dello sviluppo capitalista. La ragione per la quale le fasi storiche di sviluppo capitalistico sono di durata irregolare dipende proprio dall’interazione di forze complesse, dal carattere non esclusivamente economico. La transizione da un periodo ad un altro è caratterizzata da scosse e da cambiamenti improvvisi. I cambiamenti più violenti sono guerre e rivoluzioni che rappresentano una rottura profonda con il passato e interrompono profondamente il movimento ed il senso della società, creando le condizioni per un nuovo avanzamento – o un regresso. La linea di sviluppo della storia, al contrario dei pregiudizi degli evoluzionisti liberali, conosce periodi di declino così come di ascesa. Nella misura in cui un dato sistema socio-economico esaurisce il suo potenziale di sviluppo dei mezzi di produzione, ne emerge un lungo periodo di declino. La durata può essere lunga e certamente sarà interrotta da certi periodi di recupero, ma la linea generale sarà di discesa.

Da un punto di vista storico il sistema capitalista ha svolto il ruolo più rivoluzionario. Nell’intero periodo dell’esistenza umana, non c’è mai stato uno sviluppo di industria, agricoltura, scienza e tecnica così spettacolare e quasi prodigioso. Gli albori dell’accumulazione primitiva di capitale possono farsi risalire circa al tredicesimo secolo, quando si sono formate comunità urbane intorno alle corporazioni della città e le università si sono trasformate in centri d’istruzione. Si trattò della fase embrionale del capitalismo – il periodo in cui la borghesia nascente lottava per conquistare i suoi diritti contro l’ordine feudale dominante. Tuttavia, il vero periodo di ascesa del capitalismo comincia con la riforma protestante ed il Rinascimento, la scoperta dell’America ed il periodo del capitalismo mercantile nel diciassettesimo e diciottesimo secolo. A partire da qui, il grafico di sviluppo economico mostra una tendenza ascendente costante. Questo periodo nascente del capitalismo è punteggiato da rivoluzioni: la rivoluzione olandese e la guerra contadina in Germania nel sedicesimo secolo; la rivoluzione inglese nel diciassettesimo secolo e la rivoluzione francese alla fine del diciottesimo. L’invenzione del vapore e la rivoluzione industriale diedero il via ad un periodo di tumultuoso sviluppo economico in Europa, e di diffusione del capitalismo nel mondo. Il sorgere degli stati nazionali in Europa, accompagnato da guerre, rappresenta il consolidamento del capitalismo e la divisione del mondo fra le principali potenze capitaliste, che portò allo sviluppo dell’imperialismo. Le contraddizioni fra le potenze imperialiste alla fine portarono alla prima guerra mondiale.

Anche lo studio più superficiale del periodo che precedette la prima guerra mondiale mostrerà l’interrelazione fra i fattori economici e non economici nel plasmare i diversi periodi. Tutto il periodo 1789-1815 venne modellato dalla rivoluzione francese e dalle successive guerre napoleoniche. Questi eventi ebbero effetti economici profondi, a causa del blocco del continente europeo da parte della marina britannica. Ed ebbero ripercussioni profonde anche in America e Asia. Soltanto dopo il 1820 circa la situazione è cambiata, permettendo la regolarizzazione del commercio, che, insieme al progresso tecnologico caratterizzante la rivoluzione industriale in Gran Bretagna, preparò la strada per l’imponente crescita economica. La maggior parte dell’espansione 1820-70 si concentrava in Europa, che rappresentava il 63 per cento dello sviluppo della produzione mondiale, soprattutto in Gran Bretagna, Germania, Belgio ed in Olanda. Ma per i paesi fuori dall’Europa lo sviluppo fu misero. L’epoca del mercato mondiale era ancora di là da venire. La Gran Bretagna aveva una superiorità schiacciante in tutti i campi. La forza dell’industria si rifletteva nel declino dei contadini e nello sviluppo del proletariato industriale. Nel 1870 il settore agricolo impiegava soltanto un quarto della popolazione.

Maddison conclude, in base alle evidenze empiriche disponibili, che lo sviluppo accelerò ulteriormente dopo il 1870. Anche in quel caso, il nuovo periodo fu contrassegnato da guerre e rivoluzioni (in particolare dalla guerra franco-prussiana e dalla Comune di Parigi). Il nuovo elemento decisivo nell’equazione fu la perdita del monopolio della Gran Bretagna sull’industria e l’arrivo di Germania e Stati Uniti; giocarono un ruolo anche l’abolizione della schiavitù, in seguito alla guerra civile americana, e l’unificazione della Germania, anch’essa ottenuta con la guerra. Anche questo periodo è caratterizzato da una nuova fase di rivoluzioni industriali riguardanti specialmente le ferrovie, ma anche altre invenzioni che hanno avuto un potente effetto nel migliorare le comunicazioni e nell’unire il mondo intero in un singolo mercato mondiale capitalista (navi a vapore e telegrafo).

È chiaro che quest’ascesa del commercio mondiale fu uno dei fattori chiave in questa espansione, come Marx aveva già previsto. Il capitalismo ha aperto nuovi mercati, aprendo così un campo di gran lunga più ampio per le proprie attività. Nel diciottesimo secolo il protezionismo era la norma. Questo culminò nel Sistema Continentale e nel blocco europeo del periodo napoleonico. Ma lo sviluppo del capitalismo industriale in Gran Bretagna e la prodigiosa necessità di nuovi mercati cambiò tutto. Non si deve dimenticare che nel primo periodo dello sviluppo capitalistico, quando l’industria era ancora in fasce, tutte le nazioni capitaliste erano protezioniste. Soltanto quando le loro industrie si svilupparono fino a diventare troppo grandi per le possibilità del mercato interno, cominciarono a sostenere il libero scambio. Per ovvi motivi, la prima ad imboccare questo percorso fu la Gran Bretagna.

Fra il 1846 e il 1860, la Gran Bretagna eliminò tutte le barriere tariffarie e le limitazioni commerciali. Questa misura, tuttavia, non passò facilmente, ma fu il risultato di una lunga e dura lotta fra gli industriali e gli interessi terrieri rappresentati dal Partito conservatore. Inoltre, gli altri paesi capitalisti mantennero politiche protezioniste fino a che le loro industrie non furono abbastanza forti da resistere ai duri colpi del libero scambio. Questo fatto è oggi solitamente trascurato da coloro che vogliono imporre la benedizione della globalizzazione alle deboli economie dell’Africa, dell’Asia e dell’America latina.

Tuttavia, già verso il 1870, la maggior parte dei vecchi ostacoli mercantilisti al libero scambio erano stati rimossi. La politica del libero scambio è stata imposta dalla Gran Bretagna alle sue colonie e semi-colonie come la Turchia, la Thailandia e la Cina, dove gli inglesi “persuasero” i cinesi dei benefici della liberalizzazione commerciale costringendoli a consumare oppio sotto la minaccia dei cannoni.

In Germania l’unione doganale (Zollverein) del 1834 pose fine alle barriere fra le nazioni tedesche e la tariffa esterna dello Zollverein venne abbassata nel 1850. Nel 1860 il Trattato di Cobden-Chevalier rimosse le limitazioni quantitative francesi e ridusse le barriere tariffarie ad un livello modesto. A questo fecero seguito trattati commerciali della Francia con il Belgio, lo Zollverein, l’Italia, la Svizzera, la Spagna ed altri paesi.

Le ferrovie, il telegrafo, le navi a vapore e l’apertura del canale di Suez servirono a stimolare il commercio mondiale, che, dopo la seconda guerra mondiale, si trasformò nel motore principale di sviluppo economico del mondo. In questo periodo, il commercio mondiale è aumentato circa quattro volte più velocemente della produzione mondiale, conducendo ad un’enorme sviluppo della divisione internazionale del lavoro. Qui si trova il segreto dello sviluppo colossale che ha caratterizzato il capitalismo fino alla prima guerra mondiale. Secondo la valutazione di Maddison (non condivisa da altri economisti delle “onde lunghe”) la linea di sviluppo economico aumenta significativamente dopo il 1870, e continua, con alcune interruzioni, fino al 1913.

Nel periodo precedente la prima guerra mondiale lo sviluppo del Pil pro capite è stato il secondo più grande nella storia, sorpassato soltanto dall’espansione del 1948-74. La spesa per le ferrovie era la ben più grande di qualunque altro investimento nella storia – compreso questo boom delle teconologie informatiche. Le linee ferroviarie nei 36 principali paesi passarono, fra il 1870 e il 1913, da 191.000 chilometri a quasi un milione. Per alcuni versi lo sviluppo del commercio mondiale in questo periodo fu più grande che nella fase attuale della “globalizzazione”. Questo è certamente vero rispetto allo spostamento dei lavoratori. Dal 1870 al 1913 ci fu un’immigrazione di 17,5 milioni di persone dall’Europa all’America, del nord e del sud, in Australia, ecc. Dall’altro lato del pianeta, un gran numero di indiani e cinesi si mossero verso Ceylon, la Birmania, la Thailandia, l’Indonesia e Singapore.

Tuttavia, sarebbe errato dipingere questo come un periodo di progresso regolare ed ininterrotto. Lo sviluppo di un certo numero di potenti stati capitalisti, tutti in lotta per i mercati, le colonie e le sfere d’interesse, provocò nuove contraddizioni sotto forma di imperialismo – la fase più alta del capitalismo monopolistico analizzata da Lenin nel suo classico L’imperialismo fase suprema del capitalismo.

La potenza schiacciante della Gran Bretagna era indicata sia dalle sue colonie, che comprendevano buona parte del globo, sia dalla sua possente industria e dagli investimenti britannici all’estero. Lenin spiegava che una delle caratteristiche essenziali dell’imperialismo è l’esportazione di capitali. Nel periodo che precedette la prima guerra mondiale ci fu un flusso poderoso di capitali verso l’estero, specialmente dalla Gran Bretagna, che portò quasi la metà del suo risparmio all’estero. Ma Francia, America e Germania stavano velocemente riducendo le distanze e incalzavano da vicino la Gran Bretagna, con conseguenze esplosive. Il Trattato di Berlino (1870) divise ufficialmente il mondo fra le principali potenze europee. Ma una simile divisione formale, che non teneva conto del nuovo equilibrio di forze economiche e militari derivante dallo sviluppo diseguale, non poteva durare. Alla fine di questo periodo, non soltanto la Gran Bretagna, la Francia, il Belgio, l’Olanda e la Germania avevano racimolato qualche colonia, ma anche la Russia, l’Italia e gli Stati Uniti.

Prima del 1914, le attività finanziarie inglesi all’estero erano equivalenti ad una volta e mezzo il Pil del paese; quelle francesi a circa il 115 per cento; quelle tedesche più o meno al 40 per cento e quelle americane solo il 10 per cento. Queste cifre danno un’idea ragionevolmente esatta della distribuzione di potenza economica nel mondo alla vigilia della prima guerra mondiale. Per un certo periodo gli imperialisti poterono stabilire una difficile coesistenza, sulla base di un’espansione generale del commercio mondiale e della produzione, da cui tutti guadagnavano qualcosa. Ma lo squilibrio era troppo grande per poter durare a lungo. In particolare, la potenza militare ed industriale della Germania, ultima arrivata sulla scena, non corrispondeva alla sua posizione di potenza economica mondiale. Le insopportabili tensioni provenienti da questa contraddizione aumentarono con una serie di disaccordi parziali finchè raggiunsero un punto critico nell’estate del 1914.

Abbiamo già sottolineato il fatto che questo lungo periodo di espansione fu la causa del lungo periodo di pace sociale e delle illusioni nel riformismo. Fu allo stesso modo la causa della degenerazione nazional-riformista della Seconda internazionale (socialista). Venne alimentata l’illusione che il capitalismo aveva risolto i suoi problemi, che la lotta di classe era finita, che il proletariato aveva cessato di esistere e così via. Ma alla fine, questo periodo e tutte le sue illusioni vennero frantumate dalla prima guerra mondiale che aprì un periodo del tutto diverso: un periodo di tempeste e di tensione, un periodo di rivoluzione e controrivoluzione, in cui i lavoratori avrebbero potuto prendere il potere varie volte, ma ne vennero impediti dai loro dirigenti.

Come abbiamo visto, il periodo fra le guerre fu completamente diverso dal periodo che portò al 1914. Ecco come lo descrive Maddison: “Questa fu un’era profondamente disturbata dalla guerra, dalla depressione e dalle politiche di scontro di ciascuno con i propri vicini. Fu un periodo oscuro, il cui potenziale per un rapido sviluppo venne demolito da una serie di disastri.” (op. cit., p. 65) Ma anche Maddison ritiene che, a causa della sua estrema complessità, sia inutile, e persino impossibile, considerare il periodo come un tutt’uno. Lo divide perciò in tre sotto-periodi separati: 1913-29, 1929-38 e 1944-49.

Non è possibile capire gli sviluppi economici se non prendiamo in considerazione anche gli effetti della prima guerra mondiale, che trasformò gran parte dell’Europa in cumuli di rovine; 3,3 milioni di abitanti dell’Europa Orientale vennero uccisi. Maddison osserva: 

“La divisione della vecchia area [in Europa] condusse a nuove barriere tariffarie, sconvolse i normali movimenti delle merci e creò enormi problemi di aggiustamento alle nuove condizioni del mercato. La Polonia dovette forgiare un’economia nazionale con tre valute e tre zone fiscali differenti ” (Ibid., p. 66). Ed ancora: “La guerra provocò un calo del Pil nella maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale, con una spaventosa distruzione dei livelli di vita in Belgio, in Francia ed in Austria. Il Pil dell’Europa occidentale del 1913 non venne raggiunto fino al 1924; per un decennio, il prodotto pro capite fu molto al di sotto dei livelli prebellici. Gran parte delle risorse venne distolta dal consumo e dall’investimento per scopi di guerra. Ci furono 5,4 milioni di morti nelle forze armate (tra cui 2 milioni in Germania, 1,3 milioni in Francia e tre quarti di milione nel Regno Unito). Oltre al dolore inflitto alle famiglie di queste vittime, molti dei superstiti soffrirono lesioni o gli effetti durevoli dei gas velenosi.” (Ibid., p. 68.)

Ed ancora: 

“L’effetto distruttivo della guerra ad ovest si concentrò in una stretta fascia di territorio, nel Belgio ed in Francia del Nord. Questi due paesi subirono un pesante danneggiamento della loro dotazione di capitale. La Francia perse due terzi dei suoi investimenti stranieri a causa della bancarotta (pricipalmente della Russia) e dell’inflazione. Le piccole attività finanziarie sull’estero della Germania furono vendute o requisite come riparazioni. Il Regno Unito ebbe pesantissime perdite alla propria flotta mercantile. Le sue attività finanziarie all’estero non subirono grossi scossoni dalla guerra.” (Ibid., p.68.)

Il boom temporaneo seguito al crollo del 1920-21 aveva molte somiglianze con il boom attuale. Sprofondò nello spaventoso crollo del 1929 che frantumò l’illusione che i bei tempi sarebbero durati per sempre. L’effetto della depressione che ne seguì fu ancora più grande della distruzione della guerra. Maddison scrive: 

L’ordine economico internazionale e le aspirazioni della politica economica interna furono potentemente influenzati dalla depressione. Il sistema di parità aurea fu abbandonato dalla maggior parte dei paesi. Il mercato internazionale dei capitali sprofondò e l’ordine commerciale liberale venne distrutto. Gli Stati Uniti guidarono l’infausta svolta con la legislazione tariffaria Smoot-Hawley del 1929-30. Questa provocò un’ondata di rappresaglie altrove. Il Regno Unito introdusse nel 1932 la preferenza imperiale, che abrogava il principio multilaterale. La Francia, il Giappone ed i Paesi Bassi seguirono tattiche simili nei loro imperi. Ancora peggiori furono le restrizioni quantitative degli scambi e delle divise estere cominciate dalla Germania. Vennero copiate in vario modo in Francia, Italia, Giappone, nei Paesi Bassi, in Europa Orientale ed in America Latina. Il volume del commercio crollò di oltre un quarto ed il picco del 1929 non venne recuperato fino al 1950. Estese bancarotte su debiti e il crollo degli accordi sulle riparazioni condusse a una massiccia fuga di capitali dall’Europa agli Stati Uniti.”

Quello che trasformò la recessione in una spaventosa depressione negli anni trenta fu la brusca contrazione del commercio mondiale, come conseguenza delle politiche protezioniste (“frega il tuo vicino”) e delle svalutazioni competitive. Tali processi diedero al periodo tra le due guerre un carattere radicalmente differente rispetto agli anni che precedettero la prima guerra mondiale. Ma persino durante questo periodo il ciclo di boom e recessioni continuò ad operare. Così, intorno al 1938 l’economia degli Stati Uniti cominciò ad uscire dalla crisi. Tuttavia l’evento che trasformò completamente la situazione e segnò la transizione del nuovo periodo storico fu lo scoppio della seconda guerra mondiale. La guerra – che derivò dalle insopportabili contraddizioni del capitalismo mondiale – costò almeno 55 milioni di vite umane (27 milioni solo in Urss), una gigantesca distruzione delle forze produttive e portò la razza umana alle soglie della barbarie. Il Belgio, la Francia, l’Italia ed i Paesi Bassi subirono danni immensi. Anche la Gran Bretagna venne bombardata estesamente. Ma questo fu niente in confronto alla distruzione catastrofica delle forze produttive in Urss, in Europa Orientale, in Jugoslavia ed in Germania.

Tuttavia, da un punto di vista rigorosamente economico, la guerra funse da stimolo. Engels molto tempo fa spiegò che in una guerra il funzionamento normale del sistema capitalistico è temporaneamente sospeso. La risposta finale ai difensori dell’“economia di libero mercato” è questa: di fronte ad una minaccia seria, ad una lotta per la sopravvivenza, le classi dominanti britannica ed americana non lasciarono le cose alla “mano invisibile” del mercato. Al contrario: fecero ricorso alla centralizzazione, alla nazionalizzazione e perfino a misure di parziale pianificazione. Naturalmente, nel capitalismo tale pianificazione non può mai essere completa. Ma dobbiamo domandarci: perchè lo fecero? La risposta è piuttosto chiara: perché fornisce risultati migliori. Le cifre parlano da sole. Gli Stati Uniti quasi raddoppiarono la produzione durante questo periodo, realizzando un tasso di crescita annuo di quasi il 13 per cento. Tutta la capacità produttiva fino ad allora inutilizzata (perché non profittevole per i capitalisti) venne gettata nello sforzo di guerra.

Il problema centrale della guerra (almeno in Europa) era la posizione della Germania, la cui forza economica era stata strangolata e delimitata dalla Gran Bretagna e dalla Francia con i termini dell’accordo di Versailles. Il programma di Hitler era di realizzare attraverso mezzi violenti una ridistribuzione del mondo nell’interesse della Germania. Questo piano comportò una lotta all’ultimo sangue con le vecchie potenze imperialiste, la Gran Bretagna e la Francia, e soprattutto con l’Unione Sovietica. L’asservimento dell’Europa Orientale e l’Ucraina erano decisive a questo programma che non poteva essere realizzato senza, in primo luogo, polverizzare e smembrare l’Urss. Tutto il resto era soltanto un’espressione di questo sogno imperialista della dominazione tedesca. Il nazismo, con il suo delirio razzista e le panzane della superiorità nazionale, era soltanto l’essenza distillata dell’imperialismo, travestito sotto uno spesso strato di superstizione e di misticismo medioevale e presentato con un linguaggio che faceva appello alla mentalità dei piccoli borghesi impazziti per la rovina economica, conseguenza della crisi del capitalismo.

Durante la guerra Hitler, riuscì alla fine a realizzare l’antichissimo sogno dell’imperialismo tedesco: riorganizzare l’Europa sotto il controllo tedesco. Il Reich controllava un ampio territorio, con tutta l’industria e la ricchezza dell’intera Europa e un duro regime militare che aveva battuto facilmente le forze di Gran Bretagna e Francia. Tuttavia Hitler venne sconfitto dall’Unione Sovietica nello scontro più tremendo nella storia militare. La vittoria militare dell’Unione Sovietica e la divisione dell’Europa in due blocchi antagonistici trasformò completamente la situazione mondiale e mandò a monte i calcoli della Gran Bretagna e degli Stati Uniti. Provocò un risultato completamente differente da quello della prima guerra mondiale, anche se il grado di distruzione in Europa ed in altre parti del mondo (Cina, Giappone, ecc.) fu ancora più enorme. Gli alleati rovesciarono due milioni di tonnellate di bombe sul continente, principalmente sulla Germania. Le dotazioni di capitale dell’Europa erano prosciugate. La situazione in Urss ed in Europa Orientale era ancora più disastrosa. I sommergibili avevano affondato gran parte della flotta mercantile ed il bestiame era stato macellato su vasta scala. Inoltre, la Gran Bretagna aveva un pesante debito verso gli Stati Uniti ed il Commonwealth.

Con un grado di distruzione in Europa assai minore, la prima guerra mondiale aveva condotto ad un lungo periodo di depressione economica. Perchè questo non si è ripetuto dopo il 1945? Fu una conseguenza preordinata di un’onda lunga? Niente affatto. Fu il risultato del piano Marshall che gli Stati Uniti introdussero in Europa non per motivi economici, ma per il timore della rivoluzione e del “comunismo”. Le radici della stabilizzazione e della lunga espansione economica del dopoguerra che ne è seguita (le cui basi abbiamo già discusso) non furono il risultato di considerazioni economiche, ma politiche, militari, strategiche e diplomatiche. Paradossalmente, la conclusione della guerra condusse inizialmente ad una pesante caduta della produzione degli Stati Uniti. Il Pil cadde di un quarto dal 1944 al 1947, dato che veniva abbandonata l’economia di guerra e si smobilitavano le forze armate.

La situazione cambiò soltanto con la ripresa economica mondiale legata al piano Marshall, alla ricostruzione europea e, più tardi, grazie anche al boom legato alla guerra di Corea. Questi eventi diedero l’impulso iniziale alla produzione mondiale e soprattutto al commercio mondiale che, come abbiamo sottolineato, costituì la forza propulsiva principale per l’espansione del dopoguerra, durata fino al 1974.

Per una generazione intera dopo la seconda guerra mondiale, il capitalismo mondiale sperimentò – forse per l’ultima volta – un lungo periodo di sviluppo continuo e poderoso, accompagnato da un costante aumento della produttività, dei salari e del tenore di vita nei paesi capitalisti avanzati. Questa fu la base obiettiva per la relativa stabilità dei rapporti fra le classi ed anche fra gli stati nazionali nel periodo del dopoguerra. In questo periodo si ottennero risultati davvero spettacolari, ineguagliati prima e dopo. Negli Stati Uniti la produttività del lavoro aumentò del 2,5 per cento medio annuo rispetto all’1,9 per cento nell’espansione del 1870-1913. Il tasso di crescita in America fu due volte quello della Gran Bretagna nei cento anni successivi al 1820.

Si tratta di risultati notevoli. Inoltre, se prendiamo il tasso di progresso economico per un periodo più lungo, vediamo quanto avessero ragione Marx ed Engels scrivendo del ruolo davvero rivoluzionario del capitalismo nello sviluppare le forze produttive, ponendo così le basi per un più alto ordine sociale.

Se prendiamo il periodo dal 1913 al 1950 vediamo che la produttività totale dei fattori produttivi negli Usa si è sviluppata dell’1,6% annuo, una media già cinque volte più alta del periodo 1870-1913. Ma questo tasso di crescita è aumentato ancora più velocemente nell’espansione del 1950-74. Dopo di che è crollato, e da allora c’è stato praticamente un ristagno per quasi 20 anni.

 

L’epoca del declino capitalistico

Lo sviluppo capitalistico non è come un sistema chiuso in cui i processi semplicemente si ripetono, ma si evolvono e modificano. Proprio come nella vita di un uomo o di una donna possiamo vedere fasi definite che non si ripetono, possiamo vedere periodi del genere nella vita dei diversi sistemi storici. La repubblica romana segnò l’inizio di una fase di espansione vigorosa, contrassegnata da guerre di conquista. Probabilmente l’inizio del punto di svolta fu la conclusione delle guerre puniche che condussero alla distruzione dell’avversario più temibile di Roma. Seguì un periodo di grande instabilità e guerre civili nel tardo periodo repubblicano, che portarono al dominio imperiale che cominciò con Augusto. L’impero raggiunse il suo punto di massimo sviluppo nella generazione seguente, da allora entrò in un periodo di lungo declino, che durò per quasi tre secoli. Tuttavia, questo declino non ebbe un andamento lineare. Ci furono periodi di ripresa e splendore, che, però non fecero che aprire la strada ad un ulteriore declino e deperimento. Si potrebbero stabilire determinati paralleli con lo sviluppo del feudalesimo nell’Europa occidentale, con i monarchi assoluti al posto degli imperatori.

Naturalmente, ogni sistema socio-economico ha caratteristiche proprie ed il processo non segue un percorso identico in tutti. Le leggi che governano lo sviluppo della società schiavistica non sono le stesse di quella feudale. Ed il capitalismo ha leggi che sono radicalmente differenti da entrambi. Ma non è questo il punto. Il punto è che l’evoluzione sociale non procede secondo i meccanismi di un sistema chiuso semplice, con cicli che si ripetono sempre uguali. L’unica eccezione potrebbe essere quello che Marx ha chiamato il modo di produzione asiatico, la cui prima legge era un genere di immutabile monotonia basata su un basso livello di sviluppo della produzione (di fatto l’economia agricola di sussistenza) con un’enorme casta burocratica alla sua testa, come nella antica Cina. Ma meno di tutti gli altri sistemi il capitalismo può essere paragonato a questo!

Dal suo inizio, oltre 300 anni fa, il sistema capitalista ha svolto il ruolo più rivoluzionario nello sviluppare le forze produttive, specialmente nel diciannovesimo secolo, quando l’industria, la scienza e la tecnologia si sviluppavano a tassi senza precedenti nella storia umana. Ma già nei primi decenni del ventesimo secolo cominciò a raggiungere i suoi limiti. Le due guerre mondiali e il periodo della crisi e della depressione fra le guerre furono una chiara dimosrazione che le forze produttive erano cresciute troppo per gli angusti limiti della proprietà privata e dello stato nazionale.

La rivoluzione d’ottobre ha mostrato come questa palese contraddizione poteva essere risolta. In molte occasioni, dopo il 1917, la classe operaia ha tentato di realizzare la rivoluzione socialista in un paese dopo l’altro ma ha fallito, a causa della direzione delle proprie organizzazioni di massa. Nei dibattiti dell’Internazionale comunista Lenin e Trotskij spiegarono che, se la classe operaia non avesse preso il potere, non si poteva escludere teoricamente che il capitalismo avrebbe potuto sperimentare un nuovo periodo di espansione – cosa che divenne realtà dopo la seconda guerra mondiale.

Il punto centrale è la natura dell’espansione del dopoguerra. Ha rappresentato un nuovo periodo di rinascita del capitalismo? È forse la prova che il capitalismo è destinato a oscillare eternamente avanti e indietro, fra la prosperità e la depressione, sino alla fine del mondo? O si trattava solo di un ripresa provvisoria, che preparava la strada a un nuovo e più terribile declino? Da un punto di vista marxista, il sistema capitalistico ha cessato da molto tempo di svolgere un qualche ruolo progressivo su scala mondiale. L’impasse si esprime nel fatto che neppure in un boom (come quello attuale), il numero dei disoccupati e sottoccupati nel mondo (secondo le valutazioni delle Nazioni Unite circa un miliardo di persone) si riduce sensibilmente.

Il futuro del mondo è indicato dalla difficile situazione dei paesi capitalisti arretrati in Asia, Africa e America latina. Anche all’apice del boom, sono immersi in un abisso di povertà, di debito, di fame e analfabetismo. Neppure in quei paesi capitalisti sottosviluppati in cui il boom ha condotto a un rapido sviluppo i livelli di vita delle masse sono migliorati, anzi sono addirittura scesi. C’è stato un aumento colossale nella diseguaglianza, con un forte aumento della lotta di classe. Il tasso di crescita del Perù, ad esempio, è salito dal misero 0,3% nel 1998 al 2,1 % nei primi nove mesi del 1999. Si tratta di una crescita più veloce del resto dell’America latina, tuttavia secondo Business Week (29/11/99), “per la maggior parte dei peruviani, le cifre di crescita del Pil celano quanto sembra e appare come una profonda recessione ed alcuni gruppi economici stanno mettendo in discussione l’esattezza delle cifre del governo.” Tutto questo conferma che il capitalismo è da tempo in uno stato di declino di lunga durata che si manifesta in molti modi differenti.

Fu il lungo periodo di espansione economica dopo il 1945 – insieme alla divisione del mondo fra l’imperialismo degli Stati Uniti e l’Urss – che provocò una relativa stabilità nei rapporti del mondo. La longevità del capitalismo, la relativa stabilità almeno in occidente, si dimostrava nei risultati economici che si esprimevano nei livelli di vita in costante miglioramento. Nell’età d’oro dell’espansione postbellica, dal 1948 al 1974, il Pil mondiale pro capite è cresciuto del 2,9% l’anno. Il Pil mondiale è aumentato del 4,9% e le esportazioni del 7% l’anno. In base a tali risultati i capitalisti poterono fare concessioni alla classe operaia sotto forma di salari più alti, di servizi sociali, di pensioni, ecc.

Ora è tutto diverso. Malgrado questo boom negli Stati Uniti, la maggior parte dei paesi capitalisti considera un tasso di crescita annuale del 2-3 per cento come un trionfo. E questo sviluppo non si esprime affatto in un aumento automatico nei livelli di vita, nei servizi sociali. Al contrario. Anche nei paesi capitalisti avanzati i governi stanno riducendo drasticamente la spesa pubblica. Anziché riforme vediamo controriforme. Le condizioni dei lavoratori subiscono un deterioramento continuo in termini di ore lavorate, sicurezza e diritti sul lavoro. E questo è niente se confrontato alle condizioni da incubo che subiscono le masse in Asia, in Africa ed in America Latina.

Il prolungamento di questa agonia minaccia realmente di insidiare la cultura umana, la civilizzazione, e persino il futuro stesso dell’umanità. L’esistenza di una tecnologia che può diventare una minaccia all’esistenza della nostra specie (guerra biologica e chimica, ingegneria genetica, energia nucleare, ecc.) nelle mani di multinazionali irresponsabili; il saccheggio del pianeta da parte di avidi monopoli; la progressiva e totale distruzione dell’ambiente – l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, il cibo che mangiamo – in nome del profitto; gli sporchi traffici dell’imperialismo che provocano una guerra dopo l’altra: tutti questi fenomeni, presi insieme, pongono un punto interrogativo non solo su un sistema socio-economico che è sopravvissuto a se stesso, ma sul futuro stesso del nostro pianeta.

Questo declino progressivo di lunga durata non elimina affatto la possibilità di periodi di crescita come quello attuale. I marxisti hanno sempre considerato il ciclo boom-recessione una caratteristica propria del capitalismo che lo accompagnerà dalla culla alla tomba. Anche il crollo più profondo sarà prima o poi seguito da una ripresa. Ma nell’epoca attuale, i periodi di crescita non saranno simili a quelli sperimentati in passato. L’espansione che è seguita alla seconda guerra mondiale fu eccezionale, ed è stata probabilmente l’ultima volta che il sistema capitalistico ha mostrato un tale dinamismo. Però, tutto questo è avvenuto come risultato d’una concatenazione particolare di circostanze. Con tutta probabilità una tale combinazione sarà irripetibile.

Il lungo periodo di espansione postbellica è finito nel 1973-74 con la prima forte recessione dalla guerra. Gli anni settanta furono un decennio rivoluzionario. A partire dal rovesciamento dei colonnelli greci e dalla rivoluzione portoghese del 1974-75, ci fu l’inizio di un movimento rivoluzionario in tutta Europa. Non soltanto la Grecia ed il Portogallo, ma l’Italia, la Spagna, la Francia, Cipro e la Gran Bretagna vennero travolti dall’onda rivoluzionaria. L’ondata travolse le organizzazioni di massa del proletariato. Per la prima volta dalla guerra, emersero delle correnti riformiste di sinistra e semi-centriste10 di massa in un paese dopo l’altro. I dirigenti dei partiti socialisti in Spagna, Grecia e Francia parlavano di marxismo. In Portogallo Mario Soares parlava di dittatura del proletariato e la rivista socialista Republica ristampava articoli di Trotskij. In Gran Bretagna la vecchia corrente di destra del partito laburista venne cacciata fuori ed il partito fu conquistato dall’ala sinistra. La tendenza marxista conquistò la direzione della gioventù del partito e ottenne perfino dei seggi parlamentari. Naturalmente, la fraseologia di sinistra della maggior parte dei dirigenti era soltanto demagogia, adottata sotto la pressione della base, senza una seria intenzione di metterla in pratica. Più si avvicinavano al potere, più i discorsi radicali dei dirigenti si tramutavano in discorsi “da statisti realistici”. Come sempre, i riformisti ed i centristi di sinistra hanno rapidamente abbandonato le loro posizioni radicali e hanno capitolato di fronte alla borghesia e alle correnti di destra del movimento operaio.

In questo periodo gli strati più avanzati della classe operaia stavano già cominciando a trarre conclusioni rivoluzionarie. In parecchi paesi, quali la Spagna e l’Italia, c’erano chiaramente elementi di una situazione pre-rivoluzionaria. In Portogallo, la classe operaia aveva il potere nelle proprie mani. Il Times di Londra pubblicò un editoriale dal titolo “Il capitalismo in Portogallo è morto”. Soltanto le politiche dei dirigenti socialisti e comunisti hanno salvato la situazione per i capitalisti. Successivamente, tutto il processo è stato bloccato dal boom degli anni ottanta e per un certo tempo il pendolo ha oscillato verso destra.

Ora vediamo aprirsi una situazione qualitativamente nuova. Il periodo di lunga espansione è storia passata. Questo non equivale a dire che il capitalismo sprofonderà, o che non ci sarà affatto sviluppo. Significa che il capitalismo non può più sviluppare i mezzi di produzione come ha fatto in passato. Se si esaminano gli indici di base dell’economia dal 1974, è evidente che il sistema capitalistico non ha più recuperato il livello di sviluppo, di profitto, di investimento o di occupazione del periodo di espansione precedente. Questo è un fatto decisivo che ha molte ripercussioni a livello mondiale. Fino a poco tempo fa, il tasso di crescita per la maggior parte dei paesi capitalisti sviluppati è stato molto basso. Ora un tasso di crescita del 2-3% è considerato un trionfo! Si tratta di cifre pari a circa la metà della media dell’espansione postbellica. Il caso del Giappone è quello che colpisce di più. Nel periodo del boom dopo la guerra, il Giappone fu uno dei motori propulsivi dell’economia mondiale, realizzando elevati tassi di crescita, a volte sopra il 10%. Nel decennio scorso, tuttavia, il Giappone è stato intrappolato in una recessione e non ha registrato alcuna crescita.

Il fatto che siamo a una svolta è indicato dalla ricomparsa della disoccupazione strutturale nella maggior parte dei paesi capitalisti avanzati. Durante l’espansione del dopoguerra, la disoccupazione era quasi scomparsa. Per la prima e unica volta nella storia del capitalismo, ci fu la piena occupazione. Ma ora non più. Fin dal 1974 la disoccupazione nella maggior parte dei paesi, è rimasta stabilmente elevata anche durante i boom. Ciò evidenzia che i capitalisti non sono in grado di utilizzare la piena capacità delle forze produttive, e che quindi il sistema capitalista sta svolgendo un ruolo reazionario nel frenare lo sviluppo della società.

Ciò non significa che non sia capace di sviluppare affatto le forze produttive. Nei periodi di crescita come quello attuale vediamo che è ancora capace di sviluppare determinati rami della produzione in alcuni paesi per un tempo limitato. Ma anche in questo boom ci sono ancora circa un milione di persone senza lavoro in Gran Bretagna – una cifra che sarebbe stata inimmaginabile trenta anni fa. La stessa situazione si vede in Francia, in Germania e nella maggior parte degli altri paesi è ancora peggiore, inoltre le statistiche ufficiali minimizzano deliberatamente il livello reale di disoccupazione. Se diamo per buone le cifre ufficiali, il tasso di disoccupazione nel 1984-93 è stato del 6,8% in Europa occidentale rispetto a soltanto il 2,4% nel periodo 1948-74. Tuttavia, in Germania ed in Francia fino a poco tempo fa il dato era circa del 10%. Nell’Europa meridionale è stato in media del 12,2% ed in Spagna era più del 20 per cento. Certo, la disoccupazione da allora è scesa come conseguenza degli effetti del boom in Europa. Ma nonostante questo, la situazione di pieno impiego rimane un sogno. La nuova generazione è costretta ad accettare lavori malpagati e precari, quelli che i francesi chiamano “contratti spazzatura”. E perfino questa occupazione malpagata sparirà con il primo alito freddo della recessione.

Questo boom negli Stati Uniti sembra rappresentare un cambiamento decisivo nella situazione. Ma come abbiamo spiegato altre volte, non sarà duraturo. Sotto tutta la schiuma superficiale, si vanno accumulando ogni genere di contraddizioni. I rappresentanti più sobri del capitale sono sempre più allarmati dagli squilibri, soprattutto nell’economia americana. Lo scenario ricorda, infatti, molto più il boom degli anni venti che l’inizio dell’espansione economica postbellica. Il crollo di questo boom darà il via ad un turbolento periodo di crisi, con gravi conseguenze per il mondo intero.

Dalle convulsioni economiche, sociali e politiche che ne seguiranno, la lotta di classe trarrà nuova linfa vitale. Le vecchie certezze spariranno e un’altra volta verrà messo in discussione lo stato di cose presenti. In un paese dopo l’altro – in un continente dopo l’altro – la rivoluzione socialista sarà all’ordine del giorno. Il suo successo o meno sarà determinato da un certo numero di fattori; non ultimo fra essi sarà la qualità della direzione del proletariato – il fattore soggettivo. È la preparazione di quest’ultimo che deve assorbire attualmente tutte le nostre energie.

 

Il fattore soggettivo

L’espansione economica del capitalismo occidentale è stata una delle ragioni principali per cui il capitalismo mondiale è riuscito a salvarsi dalla seconda guerra mondiale. Da questa considerazione emergono alcuni interrogativi. Se ci chiediamo perchè le forze del vero marxismo sono state rigettate indietro per tutto un periodo storico, possiamo dare varie risposte. Ma il motivo fondamentale per la debolezza del marxismo in tutto questo periodo deve essere cercato nella situazione oggettiva. Questo lungo periodo di espansione è durato approssimativamente dal 1948 fino al 1974-75. Così come il lungo periodo di espansione capitalista prima della seconda guerra mondiale produsse la degenerazione riformista e nazionalista delle organizzazioni operaie di massa, così l’espansione postbellica del capitalismo mondiale fu il motivo principale per l’isolamento delle forze marxiste.

Vi era anche un altro fattore decisivo che non poteva essere previsto: il rafforzamento dello stalinismo per tutto un periodo storico. Le spaventose deformazioni dello stalinismo in Russia, Europa Orientale, Romania, Cina hanno creato enormi ostacoli allo sviluppo del marxismo. L’ostacolo principale alla diffusione delle idee marxiste fu proprio lo stalinismo. I partiti comunisti occidentali rappresentavano un formidabile ostacolo allo sviluppo della coscienza di classe. Nella maggior parte dei paesi, la gioventù radicalizzata finiva subito nell’orbita dei partiti comunisti, malgrado il fatto che questi avessero da lungo tempo cessato di svolgere un ruolo rivoluzionario. D’altra parte, l’esistenza di una caricatura burocratica e spaventosamente totalitaria del socialismo ha contribuito a respingere la massa di lavoratori dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti.

Tutto ciò ora è finito. Il crollo dello stalinismo e il colossale tradimento della vecchia burocrazia dell’Unione Sovietica, passata armi e bagagli al capitalismo – un tradimento ancor più enorme e ripugnante di quello dei dirigenti della Seconda internazionale nel 1914 – ha condotto ad un crollo della forza e dell’influenza dello stalinismo in un paese dopo l’altro. Con un ritardo di circa mezzo secolo lo stalinismo si è rivelato per quello che era: un’aberrazione storica temporanea. L’analisi e le previsioni fatte da Trotskij nel 1936 ne La rivoluzione tradita sono state brillantemente confermate dalla storia. I lavoratori e la base delle organizzazioni comuniste, particolarmente i giovani, sono molto più aperti alle idee del vero leninismo, del vero marxismo (il trotskismo) che nel passato. È un fatto di enorme importanza per il futuro.

Ma non è sufficiente discutere dei fattori oggettivi quando si analizza la debolezza del marxismo per un periodo così lungo. Come sempre, il fattore soggettivo ha svolto un ruolo cruciale. Per interi decenni, il movimento rivoluzionario è stato gettato indietro. Durante il corso della sua vita Lev Trotskij svolse un grande ruolo, difendendo le vere idee del marxismo-leninismo e radunando le forze sparse del bolscevismo nelle circostanze più difficili. Ma dopo la morte di Trotskij, i cosiddetti dirigenti della Quarta internazionale si sono mostrati del tutto inadeguati ai compiti. Hanno fatto ogni errore immaginabile ed hanno distrutto la Quarta internazionale prima che potesse sviluppare una base di massa. Nei pochi paesi come lo Sri Lanka e la Bolivia in cui riuscirono a sviluppare una base importante, hanno combinato disastri. Non ci può essere giustificazione per questo. Coloro che non sono nemmeno in grado di difendere le conquiste passate non svilupperanno mai qualche cosa di serio in futuro. Oggi, è rimasta solo l’eredità inestimabile delle idee di Trotskij, idee che mantengono tutta la loro forza e vitalità originali. Su questa base possiamo raggruppare e rigenerare ancora una volta le forze del vero marxismo.

Nel periodo dell’espansione del dopoguerra tutti i revisionisti dicevano che la classe operaia era morta. Tuttavia anche a quel tempo – al picco dell’espansione – abbiamo visto la magnifica rivoluzione del maggio francese. Ciò mostra il futuro non soltanto della Francia, ma di tutti i paesi sviluppati. Tali movimenti torneranno inevitabilmente ad un livello più elevato nel periodo in cui ora stiamo entrando. Per capirlo non è affatto necessario accettare l’idea di Kondratiev che le rivoluzioni si presentano soltanto nelle fasi ascendenti del capitalismo (un’asserzione che è contraddetta dall’esperienza storica).

Quello che è vero è che nei periodi di piena occupazione, c’è sempre una tendenza allo sviluppo di maggiori lotte sul fronte sindacale. I motivi sono evidenti: gli operai si sentono più forti e sicuri nel rivendicare una parte più grande della ricchezza creata dal loro lavoro. Quando gli ordinativi volano ed il commercio prospera, le imprese preferiscono spesso concedere le briciole dei loro grassi guadagni, piuttosto che affrontare un’interruzione della produzione. Di conseguenza, se questo boom continuasse per un altro anno (una cosa possibile ma difficile), vedremmo indubbiamente un aumento di combattività nelle fabbriche, probabilmente a cominciare dagli Stati Uniti per poi diffondersi in un paese dopo l’altro.

Ma anche nel corso di questo boom, le contraddizioni si sviluppano senza sosta: la crescente disuguaglianza e l’insolente arroganza dei padroni; la pressione per estrarre l’ultimo grammo di plusvalore dal sudore e dal sistema nervoso degli operai; l’allungamento della giornata lavorativa; l’indicibile pressione che ha causato un’epidemia di stress e di malattie nervose; la noncuranza strafottente per la sicurezza sul lavoro; l’attacco ai diritti sindacali; la concentrazione senza precedenti del capitale e lo sviluppo dei monopoli e del dominio delle imprese; i debiti che aumentano; il taglio della spesa pubblica, dello stato sociale e di tutti i servizi; la riduzione delle imposte dirette per i ricchi e il contestuale aumento di quelle per i gruppi a basso reddito. Tutte queste cose stanno preparando un potente ritorno delle lotte in un futuro non distante.

Naturalmente, finché dura il boom, i capitalisti hanno spazio di manovra. È un fatto che finchè il reddito complessivo delle famiglie sembra aumentare e finchè i lavoratori possono migliorare il proprio tenore di vita contraendo debiti, possono tollerare molte cose – almeno per un periodo. L’idea che possiamo tutti diventare ricchi (o ottenere almeno un livello ragionevole di vita) lavorando duro ha un certo consenso. La gente è preparata a sacrificare il proprio tempo, la propria energia e salute, la vita della propria famiglia e la felicità, per inseguire questa illusione. Nella vita della società, le illusioni sono cose molto potenti e possono trionfare sulla realtà per un periodo. Ma alla fine, la realtà si fa sempre strada.

Il boom degli anni venti, come abbiamo spiegato, aveva molti punti di somiglianza con questo. Lo sviluppo impetuoso negli Stati Uniti basato su una nuova tecnologia, specialmente l’automobile, nuovi metodi di produzione (“fordismo”), la borsa in ascesa, un ambiente generale di ottimismo scatenato e una sensazione che i bei tempi sarebbero durati per sempre. Ed effettivamente, finchè il carnevale dei soldi facili continua, l’illusione si può mantenere. Conquista le menti di tutte le classi, dagli strateghi del capitale e i politici fino all’uomo ed alla donna comuni. Ma una volta che il boom finisce, questo processo si trasforma nel suo opposto.

Il capitalismo non è un sistema socio-economico eterno datoci da Dio, come sembra alla maggior parte delle persone. La stessa illusione è esistita sempre in ogni periodo. Gli uomini e le donne hanno sempre trovato difficile immaginarsi che la gente possa vivere, lavorare, pensare e comportarsi diversamente da come fa in quel dato momento. Tuttavia, tutta la storia mostra proprio quanto è facile che gli uomini e le donne cambino il modo in cui vivono, pensano, agiscono e si comportano. In realtà, tutta la storia umana ci narra di queste trasformazioni. Ci meravigliamo oggi che esseri umani come noi potessero accettare il cannibalismo, la schiavitù o il servaggio. Tuttavia i nostri antenati hanno fatto così ed avrebbero trovato la nostra cultura – la cultura del capitalismo – strana ed incomprensibile.

No, il capitalismo non è eterno nè fisso. In realtà, è meno statico di qualunque altro sistema socio-economico della storia. Come qualunque altro organismo vivente cambia, si evolve e quindi attraversa un certo numero di fasi più o meno chiaramente distinguibili. Ha da tempo superato la propria infanzia turbolenta ed anche la sua maturità sicura ed ottimista è ormai cosa del passato. È entrato in una fase di declino terminale e di deperimento che può durare per un certo tempo, come fu per il lungo declino di Roma. Le conseguenze negative di questo declino ricadranno sulle spalle dell’umanità. In questa fase del capitalismo, i periodi di sviluppo non allieveranno le contraddizioni su scala mondiale, ma le aumenteranno invece all’ennesimo grado; mentre le recessioni minacceranno il mondo con le catastrofi più terribili.

È fin troppo ovvio che i capitalisti e la loro corte di economisti ben pagati e adulatori ammaestrati non possono accettare questa prospettiva. Sono preparati ad attaccarsi ad ogni esile filo che alimenti le illusioni della loro cecità e vanità. Hanno considerato la caduta dell’Unione Sovietica come prova che il loro fosse l’unico sistema possibile. Hanno sognato un nuovo ordine mondiale basato sulla pace e l’abbondanza. Hanno immaginato che questo boom temporaneo significasse non solo un ritorno ai giorni della loro gioventù, ma l’abolizione di tutte le crisi. Questo non merita neppure di essere preso sul serio. Sono soltanto le patetiche illusioni di un essere decrepito che rifiuta di osservarsi allo specchio. Chi vive di simili illusioni è condannato ad un duro risveglio. Ed il risveglio non tarderà a manifestarsi.

Lo sviluppo delle forze produttive sotto il capitalismo è la condizione necessaria all’emancipazione reale dell’umanità. Apre una luminosa prospettiva di progresso quasi illimitato. Conquistando il pianeta, i deserti, i poli e gli oceani, la razza umana può tendere le sue mani alle stelle. Ma per questo è prima necessario che le forze produttive sviluppate dal capitalismo, nella sua ricerca anarchica del profitto, siano sottoposte al controllo cosciente della società. Le scoperte fantastiche della scienza e della tecnologia devono essere usate in un modo razionale e pianificato per rispondere alle esigenze dell’umanità, non all’ingordigia di pochi.

Non pensiamo che Kondratiev avesse ragione quando disse che le innovazioni tecnologiche si producono nelle fasi di declino del capitalismo. Ma è certamente vero che la preparazione dell’avanguardia proletaria, la creazione e la formazione dei quadri rivoluzionari avviene sempre ed è necessaria particolarmente nei periodi di “declino” del movimento operaio. In una guerra, ci sono frequentemente periodi di stallo fra una battaglia e l’altra. La calma è ingannevole. È soltanto il preludio ad una nuova battaglia. Gli eserciti seri non dormono durante le tregue. Coscienziosamente, oliano e puliscono le loro armi, preparano le reclute, migliorano l’apparato delle comunicazioni ed il supporto logistico e preparano ogni cosa per la battaglia seguente.

Nelle future analisi storiche, la caduta dello stalinismo sarà vista solo come un episodio: l’anticipazione di una caduta molto più colossale, quella del capitalismo stesso. Anche nel corso di questo boom, si sta preparando un nuovo periodo storico del capitalismo. Un periodo di crisi senza precedenti, che sconvolgerà il pianeta e che suonerà la campana a morto per un sistema ripugnante e decadente di oppressione e di sfruttamento, ponendo all’ordine del giorno la trasformazione socialista della società e la creazione di nuovo ordine socialista mondiale.

Londra, 14/11/2000

 

 

 

Note:

1. Eduard Bernstein (1850-1932), uno dei maggiori esponenti del Partito Social-democratico Tedesco (Spd) e della II Internazionale. Una sua serie di articoli pubblicati dalla rivista “Neue Zeit” tra il 1896 e il 1898, in cui Bernstein metteva in discussione, oltre alle scelte tattiche del partito giudicate “intransigenti”, i princìpi fondamentali del marxismo dalla concezione della classe alla teoria delle crisi alla necessità della rivoluzione, innescò nella socialdemocrazia tedesca un dibattito sul “revisionismo” cui presero parte i maggiori esponenti del partito dell’epoca. Su questa polemica consigliamo la lettura degli articoli di Rosa Luxemburg pubblicati fra il 1898 e il 1899 e poi raccolti nel volume Riforma sociale o Rivoluzione? (Edizione italiana: Newton Compton, 1978).

2. Aleksandr Fedorovic Kerenskij (1881-1970), avvocato e uomo politico russo. Già deputato alla IV Duma, dal 1912 fu ministro della giustizia nel primo governo provvisorio dopo la rivoluzione del febbraio 1917. Aderì nel marzo 1917 al Partito Socialista-rivoluzionario, tra maggio e agosto fu ministro della guerra e della marina e da luglio anche capo del secondo e terzo governo di coalizione. Dal 1° settembre 1917 fu anche comandante supremo dell’esercito russo. Destituito dalla Rivoluzione d’Ottobre emigrò all’estero.

3. Per un approfondimento su meccanicismo e dialettica nel pensiero scientifico consigliamo la lettura dell’opera di A. Woods ed E. Grant La rivolta della ragione, AC Editoriale Coop., 1997.

4. David Ricardo (1772-1823), economista inglese; la sua opera rappresenta il punto più alto dell’economia politica classica.

5. Jean-Baptiste Say (1767-1832), economista francese, allievo e seguace di Adam Smith. Fu l’iniziatore della teoria economica dei fattori di produzione, presentando la terra, il capitale e il lavoro quali sorgenti autonome di rendita, profitto e salario.

6. George Soros, di origine ungherese è uno dei protagonisti della speculazione a Wall Street degli anni ‘90. Divenne famoso nel settembre del 1992 quando fece crollare la Banca d’Inghilterra in un’audace speculazione contro la sterlina che causò la rottura del cosiddetto “serpente” monetario europeo. Da questa operazione ricavò in una notte due miliardi di dollari di profitti.

7. Per un approfondimento rimandiamo al testo in inglese di Alan Woods The Forgotten Revolution (La rivoluzione dimenticata), consultabile all’indirizzo: http://www.marxist.com/History/hungary1919.html

8. Un’analisi più approfondita su questo tema può essere trovata nel saggio di Alan Woods The Class Struggle and the Economic Cycle (La lotta di classe e il ciclo economico) consultabile all’indirizzo: http://www.marxist.com/Economy/class_struggle_and_econ.html

9. Ernest Mandel (1923-1995), nato da genitori ebrei tedeschi si forma partecipando al movimento trotskista belga e diventa nel 1946 uno dei massimi dirigenti del segretariato unificato della Quarta Internazionale, nella quale militò fino alla morte.

10. La nozione di centrismo fu coniata da Trotskij negli anni ‘30 per definire quelle tendenze riformiste di sinistra che sotto la pressione della radicalizzazione delle masse si sviluppavano all’interno delle organizzazioni di massa socialdemocratiche oscillando fra riformismo e marxismo.