di Enrico Duranti e Franco Bavila

 

A leggere molte importanti testate giornalistiche negli ultimi mesi, sembrerebbe che le multinazionali del settore energetico abbiano trovato la soluzione al problema del cambiamento climatico e del riscaldamento globale: l’idrogeno.

Un consorzio di multinazionali, tra cui la Snam italiana, la Fluxys belga, la Enagas spagnola (le stesse che hanno le mani in pasta nei progetti dei vari gasdotti in Medio Oriente), hanno redatto uno studio intitolato “Gas for Climate. The optimal role for gas in a net-zero emissions energy system”, in cui fondamentalmente viene annunciato che l’idrogeno sarà l’energia del futuro. Anche la IEA (International Energy Agency), nel suo studio elaborato per il G20 del Giappone, pone l'accento sull'opportunità di sfruttare il potenziale dell’idrogeno per un futuro mix energetico “sostenibile”. Addirittura l'amministratore delegato di Snam, Marco Alverà, si è spinto a scrivere un libro intitolato “Generation H”.

Il materiale sull’argomento è sovrabbondante. In un comunicato reperibile sul sito Snam, dal titolo “Snam e l'Idrogeno”, è scritto:

“Ad aprile 2019, per prima in Europa, Snam ha sperimentato l’immissione di un mix di idrogeno al 5% e gas naturale nella propria rete di trasmissione. La sperimentazione, che ha avuto luogo con successo a Contursi Terme, in provincia di Salerno, ha comportato la fornitura, per circa un mese, di H2NG (miscela idrogeno-gas) a due imprese industriali della zona, un pastificio e un’azienda di imbottigliamento di acque minerali. L’iniziativa ha avuto risalto a livello internazionale, con articoli dedicati da parte di Bloomberg (che ha scritto della “prima pasta” cotta con idrogeno) e del Financial Times (che lo ha definito un traguardo “storico”). Applicando la percentuale del 5% di idrogeno al totale del gas trasportato annualmente da Snam, se ne potrebbero immettere ogni anno in rete 3,5 miliardi di metri cubi, un quantitativo equivalente ai consumi annui di 1,5 milioni di famiglie e che consentirebbe di ridurre le emissioni di anidride carbonica di 2,5 milioni di tonnellate, corrispondenti al totale di quelle di tutte le auto di una città delle dimensioni di Roma o della metà delle auto di una regione come la Campania. Al momento, Snam è impegnata nella verifica della piena compatibilità delle sue infrastrutture con crescenti quantitativi di idrogeno miscelato con gas naturale, nonché nello studio di modalità di produzione di idrogeno da elettricità rinnovabile. Entro fine anno la sperimentazione verrà replicata, nel medesimo tratto di rete, portando al 10% il quantitativo di idrogeno nel mix fornito alle due imprese coinvolte... Secondo uno studio condotto da Navigant e commissionato dal Consorzio europeo Gas for Climate, di cui fa parte anche Snam, il nostro continente ha un potenziale di produzione di idrogeno e biometano pari a 270 miliardi di metri cubi al 2050, che porterebbero a una piena decarbonizzazione con risparmi economici per 217 miliardi di euro annui rispetto a uno scenario energetico che non preveda l’utilizzo di gas.”

In un altro comunicato di Snam, intitolato “Il potenziale dell'idrogeno in Italia”, viene riportato uno studio svolto in collaborazione con McKinsey, dal quale emergono le seguenti valutazioni:

  • L’idrogeno potrebbe coprire quasi un quarto di tutta la domanda energetica in Italia entro il 2050. I segmenti di domanda più attrattivi sono il trasporto, il riscaldamento degli edifici e alcune applicazioni industriali.
  • Il trasporto pesante su lunga distanza sarà uno dei primi segmenti in cui l’idrogeno potrà essere sostenibile economicamente. L'idrogeno raggiungerà la parità di costo totale con il diesel entro il 2030, anche senza l’applicazione di incentivi di sistema.
  • La miscela di idrogeno e gas naturale nella rete di distribuzione (fino ad una quota del 10-20%) per il riscaldamento domestico, è un altro potenziale ambito di sviluppo che si potrebbe verificare nel breve-medio termine. 
  • In uno scenario di decarbonizzazione al 95% (necessario per non superare la soglia di 1,5 gradi di aumento della temperatura), l'idrogeno potrebbe fornire fino al 23% del consumo totale di energia entro il 2050.

Ovviamente si prevede anche che attorno all’idrogeno possa svilupparsi un business sostanzioso, destinato a crescere in maniera esponenziale. Secondo l'associazione Hydrogen Council (composta dalle maggiori imprese mondiali del settore), il giro di affari dell’idrogeno potrebbe passare dagli attuali 100 miliardi di dollari a 2.500 miliardi di dollari entro il 2050.

Sembra dunque che le prospettive siano quanto mai rosee: da una parte salviamo il pianeta e dall’altra i colossi dell’energia continuano a fare dei bei soldi. In realtà le cose sono un po’ più complicate di come le presentano.

 

I problemi

Innanzitutto va detto che è possibile ottenere idrogeno in tre modi:

  • Idrogeno grigio: prodotto dalla conversione termochimica del gas naturale, ma con forti emissioni di CO2.
  • Idrogeno blu: simile a quello grigio, ma con l'aggiunta della cattura e stoccaggio sottoterra della CO2, il cosiddetto “storage CCS”.
  • Idrogeno green: attraverso l'elettrolisi dell'acqua, viene usata energia elettrica (proveniente da fonti rinnovabili, come eolico e solare) per “scomporre” l'acqua in idrogeno e ossigeno, senza emissioni di CO2.

Questa distinzione è importante perché, secondo un rapporto stilato dagli analisti di Wood Mackenzie, l’attuale produzione di idrogeno si basa quasi interamente (99%) sulle fonti fossili, con forti emissioni di CO2. A quanto pare, ad oggi, l’idrogeno green, l’unico che potrebbe davvero contribuire in modo significativo alla decarbonizzazione e alla lotta al riscaldamento globale, non è molto profittevole per le grandi multinazionali dell’energia a causa dei suoi elevati costi di produzione. Tutti gli studi concordano sul fatto che ci vorrà parecchio tempo prima che l’adozione di elettrolizzatori su vasta scala contribuisca alla riduzione dei loro costi, rendendo così la produzione di idrogeno verde competitiva secondo i parametri di mercato.

I più ottimisti parlano di una decina d’anni. Stando ad una recente ricerca di Bloomberg New Energy Finance, i costi di produzione dell'idrogeno green potranno scendere del 70% nei prossimi dieci anni, rendendo l'opzione green del tutto competitiva rispetto alle altre soluzioni. In base al report di Snam e McKinsey citato in precedenza, il costo dell’idrogeno green sarà competitivo entro il 2030, una previsione valida però solo per l’Italia, dove - grazie alla maggior presenza di energia rinnovabile, di una rete capillare per il trasporto di gas e dei collegamenti con il Nord Africa – sarà possibile raggiungere il punto di pareggio con quello grigio 5-10 anni prima rispetto ad altri paesi, tra cui la Germania. Altri studi invece sono più pessimisti e spostano l’orizzonte della profittabilità dell’idrogeno green a tra 20-30 anni. Secondo una stima di Bloomberg New Energy Finance, solo nel 2050 il costo scenderà intorno a 1 dollaro al kg contro i 5 attuali.

Dunque anche prendendo per buone queste valutazioni, che sono tutte da verificare, le attuali soluzioni capitaliste basate sull’idrogeno prevedono inevitabilmente un lungo periodo di “transizione” di dieci, venti o trent’anni, durante il quale – in attesa che le multinazionali possano iniziare a fare profitti anche con l’idrogeno verde – giocoforza si dovrà continuare ad utilizzare massicciamente le fonti di energia fossili. A dimostrazione di questo tutte le strategie sull’idrogeno ruotano attorno al concetto di “mix energetico tra fossili e rinnovabili”, un concetto che ha iniziato a farsi strada anche in alcuni settori ambientalisti. Non è affatto un caso che Snam insista sul fatto che il trasporto dell’idrogeno potrà avvenire attraverso le “infrastrutture esistenti” e cioè quegli stessi gasdotti che trasportano i gas inquinanti come il metano; tanto che oramai non si parla più dell’Italia solo come di un “hub del gas”, ma anche come di un “hub dell’idrogeno”.

 

Colonialismo green

C’è un altro aspetto inerente ai piani delle multinazionali per sfruttare l’idrogeno che merita attenzione. Secondo le stime di Snam, l’Italia potrebbe importare idrogeno dal Nord Africa ad un costo inferiore al 14% rispetto alla produzione domestica: l’idea è quella di installare giganteschi impianti fotovoltaici, con immense distese di pannelli solari, nei paesi dell’Africa settentrionale (“dove il sole splende sempre”), per produrre l’energia necessaria all’elettrolisi.

Progetti come questo sono davvero illuminanti per capire il modo con cui la questione energetica viene affrontata sotto il capitalismo. Una fonte di energia pulita come quella solare non viene utilizzata per creare una rete capillare, integrata sul territorio e a basso impatto ambientale, in grado di soddisfare il fabbisogno energetico delle diverse comunità; viene invece sfruttata per costruire mastodontiche centrali in Africa (che inevitabilmente avranno un impatto devastante sul territorio e le popolazioni locali) e canalizzare energia verso l’Italia; dopodiché, grazie alla rete di gasdotti che attraversano la penisola (e che hanno un impatto ambientale altrettanto devastante), l’energia potrà essere esportata negli altri paesi europei come una qualsiasi altra merce.
Si tratta di una logica prettamente coloniale. Le grandi potenze capitaliste non si accontentano più di assoggettare i paesi del Terzo Mondo solo per estrarre petrolio e gas naturale, ma anche per sfruttare in maniera distorta le fonti rinnovabili e produrre energia green a buon mercato.

 

Lo stoccaggio di CO2

Una delle tesi recentemente sviluppate è che nella lunga fase di “transizione” avrà un ruolo cruciale l’idrogeno blu. Nel già citato rapporto Navigant, si dice:

“Larga parte dell’idrogeno in Europa sarà inizialmente costituito dall’idrogeno cosiddetto ‘blu’, l’idrogeno carbon-neutral prodotto da gas naturale tramite la cattura e lo stoccaggio del carbonio (CCS). Durante la fase di transizione energetica verso un sistema completamente decarbonizzato, questo tipo di idrogeno potrà svolgere un “ruolo ponte” per ottenere più velocemente una riduzione delle emissioni di anidride carbonica globale. L’idrogeno blu sarà poi gradualmente rimpiazzato dall’idrogeno verde, prodotto (tramite elettrolisi) da fonti rinnovabili come eolico e solare, realizzando un mix energetico totalmente sostenibile.”

Come abbiamo visto poco sopra, l’idrogeno blu prevede lo stoccaggio geologico della CO2, lo storage CCS. Anche in questo campo i vari progetti non sono decollati fino ad oggi e le ragioni non sono tecniche, bensì economiche. Il prezzo basso del carbonio in questi anni non ha infatti garantito la convenienza dei progetti di storage CCS sui mercati. È stata la stessa Corte dei Conti europea a scriverlo nell'estate del 2018, nella relazione speciale “Dimostrazione delle tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio e delle fonti rinnovabili innovative su scala commerciale nell’UE: i progressi attesi non sono stati realizzati negli ultimi dieci anni”:

“Le condizioni di investimento avverse (tra cui l’incertezza delle strategie e dei quadri normativi) hanno ostacolato i progressi di molti progetti innovativi nel campo delle energie rinnovabili e della cattura e dello stoccaggio del carbonio. Un fattore chiave della mancata diffusione delle tecnologie di cattura e di stoccaggio del carbonio è stato il basso prezzo di mercato del carbonio registrato dopo il 2011.”

Lo Storage CCS potrà essere commercialmente conveniente con il prezzo intorno ai 40 euro alla tonnellata, mentre in questi anni il prezzo ha viaggiato tra i 5 e i 10 euro. In questo caso, però, i tempi per rendere profittevole questa tecnologia sono molto più brevi, rispetto a quelli dell’idrogeno green: già nell'ultimo anno, grazie un ritocco indotto dalla stessa Commissione Europea, il prezzo del carbonio ha raggiunto i 25-30 euro; è inoltre da attendersi un ulteriore aumento dei prezzi – preannunciato dai vari governi e dal nuovo parlamento europeo, anche sull'onda delle mobilitazioni per il clima – che spianerà la strada ai progetti di stoccaggio geologico di CO2.

D’altronde lo storage CCS si sposa perfettamente con la logica del “mix energetico fossile-rinnovabile”. Da una parte si continuano ad utilizzare le fonti fossili e dall’altra la CO2 emessa viene stoccata sottoterra… Le varie multinazionali, peraltro, utilizzano da tempo la tecnologia di stoccaggio geologico per immagazzinare i gas naturali e intendono utilizzarla anche per l’idrogeno. In un comunicato dell'8 ottobre 2019 Snam scrive che:

“Una caratteristica chiave dell’idrogeno è la sua capacità di fungere allo stesso tempo da fonte di energia pulita (per svariati usi finali) e da vettore energetico per lo stoccaggio. L’idrogeno, infatti, può essere trasportato attraverso i gasdotti esistenti, in miscela con il gas naturale e in prospettiva in condotte dedicate, e può offrire una soluzione per stoccare energia ad un costo dieci volte inferiore rispetto alle batterie…”

Per anni le istituzioni europee e italiane si sono portate avanti nell’analisi del sottosuolo per gli stoccaggi di gas sintetici, idrogeno e anidride carbonica. In Italia sono stati svolti molti studi che riguardano l'intera penisola. Uno di quelli più avanzati è quello della Lombardia, dove si indaga su un acquifero profondo per oltre 1500 Km quadrati di territorio tra le province di Milano, Lodi, Cremona, Bergamo e Brescia. Proprio dallo studio lombardo emerge l'intento di combinare lo stoccaggio di anidride carbonica con il recupero di residui di idrocarburi e con lo stoccaggio di gas naturale.

Gli stoccaggi sotterranei, dunque, sebbene vengano presentati come uno strumento essenziale per sviluppare e consolidare le fonti energetiche rinnovabili, sono in realtà del tutto complementari ad una prosecuzione dell’utilizzo delle fonti fossili.

Come se questo non bastasse, sono molti i rischi che si nascondono dietro allo stoccaggio di fluidi nel sottosuolo, a partire da quello della sismicità indotta da attività antropiche – ovvero dei terremoti provocati non da eventi naturali, bensì da attività umane.

 

La sismicità indotta. A che punto siamo?


Nel febbraio 2012 veniva stabilita nella ricca Lombardia e nell’Emilia Romagna l'area pilota per il progetto transalpino europeo GEOMOL, “Assessing subsurface potentials of the Alpine Foreland Basins for sustainable planning and use of natural resources", realizzato in collaborazione dai servizi geologici, nazionali e regionali, di Francia, Svizzera, Germania, Austria, Slovenia e Italia. Il progetto, della durata complessiva di 34 mesi (settembre 2012 - giugno 2015), si poneva l’obiettivo di produrre modelli geologici tridimensionali del sottosuolo al fine di fornire alle amministrazioni preposte al governo del territorio gli strumenti per valutare le potenziali risorse del sottosuolo (geopotenziali) e pianificarne l’utilizzo “sostenibile”.

L'area pilota italiana si estende, con andamento NW-SE, dal margine sud-alpino dell'area di Brescia alla zona compresa tra Carpi e Finale Emilia, per un'estensione di circa 3.800 km2. Essa è stata definita a febbraio 2012, in fase di sottomissione del Progetto, per poter disporre di un'area strategica che si prevedeva di caratterizzare (a scala regionale), sia dal punto di vista della valutazione del geopotenziale prescelto (geotermia) che per la presenza di strutture tettoniche sismicamente attive, come quelle che poi hanno generato la sequenza sismica del maggio 2012.”

Quasi una fortuna aver scelto un'area pilota che esattamente tre mesi dopo ha generato uno dei terremoti più devastanti del Nord Italia negli ultimi due secoli!

Proprio il terremoto emiliano del 2012 ha ampliato il dibattito attorno alla questione della sismicità indotta.

Il 27 luglio 2012, due mesi dopo la seconda scossa, la Commissione nazionale Via Vas del ministero dell'ambiente prescriveva per la sovrappressione dell’impianto di stoccaggio geologico di gas naturale di Sergnano:

“Qualora la sismicità indotta superi magnitudo 3.0, considerando l'epicentro in un'area definita di raggio di 10 Km attorno alla testa del pozzo, la pressione di esercizio massima e la frequenza del ciclo di iniezione ed estrazione dovranno essere ridefinite in modo da riportare la magnitudo al di sotto di tale valore.”

Una prescrizione che ha fatto drizzare le antenne a parecchi cittadini e associazioni ambientaliste del luogo. Per la prima volta veniva riconosciuto il pericolo di induzione di sismi da parte degli stoccaggi di gas. Subito dopo si è aperto un enorme dibattito, anche per l'istituzione della Commissione Ichese che doveva indagare sulle cause del terremoto emiliano e verificare se il sisma era stato provocato dalle attività petrolifere. La Commissione Ichese concludeva il suo rapporto con una grande contraddizione:

“L'attuale stato delle conoscenze e l'interpretazione di tutte le informazioni raccolte ed elaborate non permettono di escludere, ma neanche di provare la possibilità che le azioni di sfruttamento di idrocarburi di Mirandola possano aver contribuito a innescare l'attività sismica.”

Non escludeva quindi, né provava, ma nel frattempo consigliava il monitoraggio della sismicità indotta con dei sistemi a semaforo:

“La predizione dei terremoti è come la ricerca del Santo Graal alla quale si sono dedicate generazioni di studiosi, e, mentre si sono fatti significativi progressi nel campo della previsione probabilistica, al momento non è possibile predire in modo deterministico e affidabile quando e dove ci sarà un terremoto e quale sarà la sua intensità. Un terremoto innescato è un particolare tipo di terremoto tettonico, nel quale piccoli effetti prodotti da attività umane hanno anticipato il momento in cui il terremoto sarebbe avvenuto e pertanto è ancora più difficile da trattare. Più semplice è il caso della sismicità indotta, in quanto le azioni umane hanno una influenza significativa; pertanto possono essere studiate variazioni nelle metodologie operative utilizzabili per abbassare significativamente la probabilità di questi eventi. Sistemi di monitoraggio con livelli crescenti di allarme (i cosiddetti sistemi a semaforo) sono in effetti stati sviluppati e applicati solo per casi di sismicità indotta.”

Come conseguenza della Commissione Ichese, il Ministero dello sviluppo economico nel 2014 elaborava le “Linee Guida per il monitoraggio delle attività di sottosuolo, con particolare riferimento a quelle di coltivazione, reiniezione e stoccaggio di idrocarburi”. Queste linee guida applicavano il cosiddetto sistema a semaforo e venivano recepite nel decreto Sblocca Italia. Quindi in Italia, un paese ad alto rischio sismico, veniva ammessa la possibilità della sismicità indotta e innescata da attività antropiche, purché il tutto fosse monitorato.

Nel suddetto sistema a semaforo la fase 3, Gestione straordinaria di variazioni nei parametri monitorati, si prevede:

“Riguarda il caso in cui le procedure poste in essere nella Fase 2 sopra menzionata non determinino una variazione dei parametri compatibile con il rientro ad un Livello inferiore o, più in generale, il ripristino delle condizioni di fondo o l’inversione di tendenza nelle variazioni osservate entro i tempi sopra indicati. Tale caso rientra in quanto previsto dall’art. 5 della legge 225/1992 e successive modificazioni (imminenza di calamità naturali o connesse con l'attività dell'uomo che in ragione della loro intensità ed estensione debbono, con immediatezza d'intervento, essere fronteggiate con mezzi e poteri straordinari da impiegare durante limitati e predefiniti periodi di tempo).”

In pratica si ammette la possibilità di uno stato di emergenza a causa di attività umane di natura privata. Questa è una delle classiche situazioni in cui il profitto privato vale molto di più della salute, della sicurezza e degli interessi della collettività. Gli stoccaggi di anidride carbonica o di gas sintetici connessi al nuovo mercato energetico dell'idrogeno aprono quindi la strada a enormi rischi, che non vengono tenuti nella minima considerazione dagli operatori privati. Non può esistere transizione energetica, se questa è la strada da intraprendere. Nella scelta di nuove fonti energetiche, anche rinnovabili e più pulite rispetto al carbone e al petrolio, bisogna tenere in considerazione la sostenibilità ambientale e sociale di queste nuove fonti. Aumentare il rischio di sismicità del nostro paese, pur di sfruttare determinate tecnologie energetiche, va esattamente nella direzione opposta.

 

Accettabilità sociale e superamento del principio di precauzione

L'ambiente è sempre più soggetto ad uno sfruttamento intensivo, al punto che la classe dominante tenta in tutti i modi di sbarazzarsi delle leggi in sua difesa. Il dibattito attorno allo scudo penale dell'Ilva è l'emblema di questo scontro tra la tutela dell'ambiente e della salute da una parte e i profitti privati dall'altra. Per realizzare i suoi progetti di sfruttamento del sottosuolo, il grande capitale non si fa scrupolo a smontare completamente uno dei principi fondamentali in tema di tutela ambientale, il principio di precauzione, in base al quale non devono essere limitati solo i pericoli già identificati, ma anche quelli potenziali.
Nello studio Public Acceptance e CCS dell'RSE (Ricerca sistema energetico) del marzo 2012 si dice che:

“Di fronte alla frequente inapplicabilità pratica del Principio di Precauzione, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha sviluppato una strategia alternativa: il cosiddetto quadro di cautela (precautionary framework) entro il quale dovrebbero svilupparsi le politiche sanitarie. L’approccio è profondamente diverso dal principio precauzionale. […] Non si pone l’obiettivo di annullare i rischi, ma di portarli ad una soglia di accettabilità. Si introduce in questo senso un concetto molto innovativo: la soggettività della percezione (connessa all’accettabilità del rischio).”

Non si potrebbe essere più chiari: ai privati andranno tutti i profitti, mentre i rischi dovranno essere “accettati socialmente” e cioè sostenuti dalle popolazioni e dalle comunità locali.

 

Conclusioni

La questione dell’idrogeno dimostra una volta di più che le tecnologie per produrre energia in modo pulito e contrastare il riscaldamento globale esistono. Il problema è che non possono essere adeguatamente utilizzate – e vengono anzi snaturate – nel contesto di un sistema economico incentrato sulla logica del profitto.
Tutte le strategie della classe dominante incentrate sul “mix energetico”, la “transizione” e lo storage CCS non sono affatto funzionali a combattere il cambiamento climatico. Servono solo a diversificare il portafoglio delle multinazionali del settore energetico, che da una parte continueranno a fare profitti con le fonti fossili e dall’altra apriranno nuovi lucrosi mercati legati alle fonti rinnovabili.

Il movimento contro il cambiamento climatico non può farsi abbindolare da queste false soluzioni. Se vuole porsi all’altezza della sfida, deve necessariamente assumere una chiara e coerente prospettiva anticapitalista. Se le multinazionali del settore energetico non verranno espropriate, la gestione dell’emergenza climatica verrà lasciata nelle mani di chi l’ha provocata. Se l’energia rimarrà una merce privatizzata da vendere sui mercati, invece di essere una risorsa da gestire nell’interesse della collettività, non ci sarà alcuna via d’uscita dal vicolo cieco in cui si trova il nostro pianeta.

Solo in una società socialista, incentrata sulla pianificazione democratica, le risorse economiche e naturali potranno essere gestite in maniera armoniosa per garantire una vera transizione verso un mondo più sano, finalmente libero dall’inquinamento e dalla dipendenza dalle fonti fossili.