di Massimiliana Piro


"La soluzione agli stringenti problemi del mondo si può trovare solo in un sistema controllato coscientemente da tutti. Il problema non è dei limiti intrinseci dello sviluppo, ma di un sistema di produzione sorpassato e anarchico che brucia vite e risorse, distrugge l’ambiente e impedisce che le potenzialità scientifiche e tecnologiche vengano completamente sviluppate."

Alan Woods & Ted Grant

1. Premessa

2. Il pensiero di Marx ed Engels sulla natura

3. Il percorso del pensiero ecologista in Italia e la teoria della decrescita

 4. Critiche alla teoria della decrescita

 5. L’ecoefficacia ed i nuovi principi del ventunesimo secolo

 6. Capitalismo ed ecologia

 7. Una nuova prospettiva per l’industria italiana

8. Lotta politica e lotta ambientalista  

9. Verso un piano energetico socialista

10. Proposte di transizione

 

1. Premessa

Il declino del capitalismo a cui abbiamo assistito nell’ultimo decennio, con il suo strascico di crescente disoccupazione, povertà, sfruttamento, si è sempre più accompagnato al depauperamento delle risorse del pianeta, come è nella sua natura. La critica del saccheggio operato dal sistema nei confronti della Terra è così cresciuta, alimentata da movimenti e lotte che hanno provato a intervenire sulle decisioni politiche ed economiche internazionali. Ciò non ha però determinato alcun sostanziale cambiamento nel rapporto tra uomo e ambiente, come testimoniano i maldestri tentativi di giungere a un accordo sulla produzione mondiale di gas serra, conclusosi con una risoluzione, il noto COP 21, insufficiente e già nei fatti divenuta lettera morta a pochi anni dalla sua trionfalistica approvazione a Parigi. Se una parte della produzione è stata riconvertita per sfruttare fino in fondo le possibilità date da un nuovo settore produttivo, quello dell’economia verde, una parte maggioritaria del padronato mondiale ha ingaggiato una battaglia contro quella che ritiene una camicia di forza per l’accumulo di profitti. L’assenza di un punto di vista di classe e l’incomprensione dei meccanismi che muovono il sistema hanno così posto su fronti contrapposti quanti si sono battuti per la difesa dell’ambiente e della salute e chi ha dovuto difendere il proprio posto di lavoro e il proprio futuro, alimentando un conflitto che non può che risolversi in una sconfitta per tutti. Così gli operai dell’industria automobilistica e siderurgica, solo per fare due esempi, si sono trovati isolati da un lato da chi contestava queste produzioni per il devastante impatto che hanno sull’ambiente e ne chiedeva la fine, dall’altro hanno subito più degli altri i danni generati da una modalità di produzione anarchica e dannosa per la salute umana. Questo testo nasce dalla volontà di sparigliare il campo che vede contrapposti la difesa della salute e dell’ambiente da un lato, e quello del diritto al lavoro dall’altro, offrendo alcuni strumenti di analisi e avanzando alcune parole d’ordine programmatiche che possano unire chi si batte contro la devastazione ambientale e lo sfruttamento. 

Il testo tenta di ripercorrere l’evoluzione del pensiero ecologico in Italia soffermandosi su una breve analisi della teoria di Latouche e dei suoi punti di debolezza per offrire poi alcuni spunti di riflessione sulle nuove acquisizioni in campo scientifico e tecnologico in ambito ambientale che consentono, a nostro avviso, di archiviare la teoria della decrescita, non solo come teoria reazionaria e funzionale al sistema economico capitalista, ma anche come teoria priva di validità scientifica.

L’elaborazione di una visione marxista e di classe sulla questione ambientale può rappresentare in futuro un utile strumento di lotta per i lavoratori di tutto il mondo.

  

2. Il pensiero di Marx ed Engels sulla natura

Nella riflessione marxiana l’ecologia non ha uno spazio autonomo. Vissuto in un’epoca in cui lo sviluppo industriale non aveva prodotto i danni di cui siamo oggi spettatori, il pensatore di Treviri non si era dovuto confrontare con i problemi posti dalle conseguenze che le produzioni industriali su vasta scala procurano all’ambiente. Ciò non vuol dire che egli non avesse maturato un suo giudizio sul rapporto tra uomo e natura nel quadro della produzione capitalistica e non avesse lasciato intuire possibili soluzioni per correggere le distorsioni che tale sistema produttivo generava in questo rapporto.  In particolare Marx ai suoi tempi si era dovuto confrontare con i primi disastri prodotti dallo sfruttamento incontrollato dei suoli agricoli, che, negli anni ’40 del XIX secolo, provocò un graduale isterilimento e una conseguente crisi agraria con il devastante corollario dell’ultima carestia che abbia colpito l’occidente. Ciò lo indusse a riflettere da un lato sui meccanismi di sfruttamento della natura da parte del sistema di produzione capitalistico, dall’altro sulla collocazione dell’uomo nella natura. Già nei Manoscritti economico-filosofici del ’44 la posizione dell’uomo rispetto alla natura fu intesa come rapporto di reciproca dipendenza, laddove si affermava:

«La natura è il corpo inorganico dell’uomo, precisamente la natura in quanto non è essa stessa corpo umano. Che l’uomo viva della natura vuol dire che la natura è il suo corpo, con cui deve stare in costante rapporto per non morire. Che la vita fisica e spirituale dell’uomo sia congiunta con la natura, non significa altro che la natura è congiunta con se stessa, perché l’uomo è una parte della natura».(1)

Il rapporto tra uomo e natura non è, però, individuale, nel senso che il primo vive appieno la seconda solo quando vive in società. Il capitalismo rompe questo equilibrio, dal momento che, appropriandosi delle ricchezze prodotte dall’uomo, le sottrae sia alla società che le ha prodotte e per le quali dovrebbero essere destinate, sia alla natura, grazie alla quale esse sono state prodotte. In altre parole, il capitalista fa suo il lavoro degli operai e le risorse impiegate nella produzione, generando uno squilibrio tra la società umana e l’ambiente in cui vive. L’obiettivo, che iniziava a delinearsi nella riflessione di Marx, era il comunismo, che, per il nostro discorso, «è la vera risoluzione dell’antagonismo tra la natura e l’uomo, tra l’uomo e l’uomo, la vera risoluzione della contesa tra l’esistenza e l’essenza, tra l’oggettivazione e l’autoaffermazione, tra la libertà e la necessità, tra l’individuo e la specie».(2)

Ma se l’uomo è sempre intervenuto, modificandola, sulla natura per produrre ciò di cui ha bisogno per vivere, le modalità con cui ciò avviene nell’epoca di produzione capitalista è assolutamente peculiare e ha conseguenze specifiche sull’eterno rapporto tra uomo e natura. Il primo problema è dato dall’assenza di pianificazione nel sistema produttivo. Il capitale bada alla sua riproduzione immediata: se una merce può riprodurre il capitale, non esistono vincoli di altra natura che ne possano impedire la produzione. Ciò ha una conseguenza decisiva nel rapporto tra uomo e natura, che Marx ed Engels, come si diceva, osservarono nel caso dello sfruttamento della terra. La ricerca del profitto immediato fu la causa di un ipersfruttamento della terra, che non teneva conto dei tempi di riproduzione naturale del suolo. Per dirlo con le parole di Marx, «il trattamento consapevole e razionale della terra come eterna proprietà comune, come condizione inalienabile di esistenza e di riproduzione della catena delle generazioni umane che si avvicendano, viene rimpiazzato dallo sfruttamento, dallo sperpero delle energie della terra».(3) Engels tornò più puntualmente su questo argomento nella Dialettica della Natura, dove concluse:

«In una società in cui i singoli capitalisti producono e scambiano solo per il profitto immediato, possono esser presi in considerazione solo i risultati più vicini, immediati. Il singolo industriale o commerciante è soddisfatto se vende la merce fabbricata o comprata con l’usuale profittarello e non lo preoccupa quello che in seguito accadrà alla merce o al compratore. Lo stesso si dica per gli effetti di tale attività sulla natura. Prendiamo il caso dei piantatori spagnoli a Cuba, che bruciarono completamente i boschi sui pendii e trovarono nella cenere concime sufficiente per una sola generazione di piante di caffè altamente remunerative. Cosa importava loro che dopo di ciò le piogge tropicali portassero via l’ormai indifeso humus e lasciassero dietro di sé solo nude rocce? Nell’attuale modo di produzione viene preso prevalentemente in considerazione, sia di fronte alla natura che di fronte alla società, solo il primo, più palpabile risultato». 

Con questa affermazione i padri del socialismo scientifico fissavano alcuni punti fermi nell’elaborazione circa il rapporto tra uomo e natura. La ricchezza era il prodotto del lavoro e della natura, ma lo sfruttamento irrazionale della seconda da parte del primo nel sistema di produzione capitalista, non solo dimostrava la miopia di tale sistema, ma, alterando il rapporto tra uomo e ambiente, metteva a repentaglio la possibilità stessa di poter continuare a trarre dalla natura risorse indispensabili alla sua sopravvivenza. Ancora una volta il capitalismo si dimostrava un sistema che spingeva l’umanità verso il baratro della barbarie. Questo patrimonio teorico venne però offuscato da una visione unilaterale che lesse il pensiero marxista, esclusivamente in termini di lotta di classe e di sviluppo delle forze produttive, errore da cui lo stesso Marx aveva messo in guardia la nascente socialdemocrazia tedesca.(4) Anche in Italia questa parte della riflessione di Marx ed Engels è stata censurata, restituendo dei due l’immagine, falsa e stereotipata, dei sostenitori dell’industrializzazione senza limiti e dei nemici di ogni salvaguardia del nostro ecosistema.


3. Il percorso del pensiero ecologista in Italia e la teoria della decrescita  

Alla fine dell '800 un'ansiosa rincorsa dei modelli di sviluppo d’oltralpe causò una furiosa smania, da parte degli amministratori pubblici, di costruzione di opere pubbliche, di estensione smisurata delle terre da mettere a coltura, e di sviluppo industriale. Tutto questo senza nessuna cura dell’impatto ambientale prodotto da un tale modello di crescita economica. La sensibilità nei confronti delle tematiche ambientali era, infatti, segnata allora da un forte patriottismo-nazionalismo (difesa del patrimonio artistico, del territorio, dei confini, ecc.), che intendeva la difesa dell’ambiente esclusivamente in termini di tutela della tradizione paesaggistica  e culturale italiana. Un conservatorismo in termini di visione della natura da cui nacque la prima associazione ambientalista italiana: Italia Nostra.

Una prima politicizzazione del tema si verificò negli anni sessanta in risposta all'inquinamento dovuto al boom economico. Quel boom economico, totalmente basato su un’industrializzazione ‘deregolamentata’ e improntata su una logica del profitto del tutto incurante delle conseguenze per l'ambiente. Fu in questi anni che, a sinistra, al binomio fabbrica-lavoro che aveva condizionato, e avrebbe condizionato più che mai dopo Seveso, le posizioni del Pci e dei sindacati, si aggiunse la parola d'ordine della difesa della salute dei lavoratori. Come si dovesse collegare tutela dell’ambiente e della salute non veniva, però, detto chiaramente.  

Gli anni del maggiore sviluppo della cultura politica ambientalista – a livello internazionale e, molto spesso solo di riflesso, in Italia – sono però quelli successivi e contestuali alla crisi petrolifera: dalla conferenza di Stoccolma sullo sviluppo umano (1972), alla pubblicazione del Rapporto sui limiti dello sviluppo a cura del Club di Roma, alla tragedia di Seveso (1976) fino al disastro di Cernobyl (1986), che nel nostro paese, ma anche altrove, segnò forse il momento culminante dell’ascolto e del seguito che il movimento avrebbe saputo conquistarsi.  

Nel 1970 il discorso di Nixon sullo stato dell’Unione poneva per la prima volta l’ambiente al centro di un’azione di governo. In Italia sarà Amintore Fanfani a istituire al Senato, nel 1971, un Comitato di orientamento sui problemi dell’ecologia. Si parlerà, dunque, di ‘fanfecologismo’ modellato sull’esempio di Nixon: «siamo tutti sulla stessa astronave; la tecnologia riparerà i danni della passata imprevidenza; si lasci fare al timoniere». Un’ecologia di destra, dunque, che s’inserisce nel solco di uno sviluppo tecnologico a senso unico, che vede le modalità produttive del sistema capitalista come le uniche possibili e in cui l’ecologismo è funzionale al sistema. Nel ’73 veniva istituito in Italia il Ministero dell'ambiente. 

Nelle neonate associazioni ambientaliste andava diffondendosi una critica all'economia capitalista come unica risposta possibile alle questioni che venivano sollevate. Tuttavia questa critica veniva intesa come necessità di ‘ritorno alle origini’. Dall'altro lato, a sinistra, non si riusciva a sganciarsi dal modello fabbrica-progresso-lavoro, se non per equiparare il diritto al lavoro a quello alla salute. Non aiutava la critica – che affondava le sue radici nei movimenti di contestazione nati dopo il ‘68 – a tutto il campo della "ricerca" considerata come totalmente asservita al sistema economico capitalista.(5)  

Nel dibattito all’interno del Pci s’iniziò a distinguere tra un’origine della protesta ecologica ‘in alto a destra’ e una ‘ecologia rossa’.(6) Purtroppo i limiti della risposta a sinistra furono segnati dal fatto che fu prima di tutto il Pci a non riuscire a superare il binomio fabbrica-lavoro, sacrificando ‒ inoltre ‒ in alcuni casi i temi ambientali sull'altare della solidarietà nazionale. 

Nell’immediato dopoguerra il Pci non sviluppò alcuna riflessione sull’ecologia, preoccupato più di dare risposte in tema di occupazione che di ambiente, percepito, soprattutto nella fase della ricostruzione, come una camicia di forza per il primo. Fu solo a partire dagli anni Sessanta, e con maggior vigore nel decennio successivo, che alcuni settori del partito iniziarono a porsi delle domande circa la qualità dello sviluppo capitalistico italiano, che fino a quel momento si era avvantaggiato del beneplacito comunista e della Cgil per massimizzare i profitti, tralasciando ogni minimo rispetto per l’ambiente. In particolare la riflessione si concentrò sulla salubrità degli ambienti di lavoro, il cui miglioramento fu ritenuto parte di una più complessiva battaglia che superasse le rivendicazioni esclusivamente economiciste. Il passo verso un dibattito che provasse a superare la dicotomia oppositiva sviluppo industriale-ambiente fu mosso solo sul finire degli anni Settanta e negli anni '80, quando il Pci fu spinto a confrontarsi con gli esiti, talvolta drammatici, di una crescita deregolamentata che aveva creato vantaggi solo per il padronato. In quel caso le concezioni neomalthusiane e ostili allo sviluppo avanzate dai movimenti ecologisti spinsero alcuni dirigenti del partito a cercare una via che non sacrificasse l’ambiente sull’altare del lavoro, ma neppure il contrario.(7) Tuttavia si trattava di singole personalità, che non riuscirono a far superare al partito le sue indecisioni. Per un paradosso tipico del più grande partito comunista dell’Europa occidentale, questo si trovò a favorire, anche se involontariamente, politiche di sviluppo deteriori e utili, alla lunga, solo per la classe capitalista. 

Nei fatti nel Pci, pur aprendosi importanti spunti di riflessione su alcune tematiche di interesse sociale (come l’apertura dei manicomi, l’approvazione della legge sull’aborto, le prime norme sulla protezione civile, la questione relativa alla salute nelle fabbriche) ci si arenò alle prime battute sulla questione ambientale, lasciando ai margini del dibattito il movimento dei lavoratori, che di certo avrebbe potuto svolgere un ruolo importante in quel cambiamento che iniziava a rendersi necessario con la crisi petrolifera dei primi anni '70. 

Il concludersi della stagione delle lotte unito alla contestuale incapacità da parte dei partiti di raccogliere la sfida ambientalista nei termini corretti, e il progressivo ‘elitarismo’ dell’associazionismo ambientalista, produssero una progressiva spoliticizzazione dei temi ambientali e un arretramento dei movimenti e delle associazioni, che sempre più cominciarono a focalizzarsi sulle questioni del cambiamento climatico e della decrescita come unica soluzione al più generale problema del rapporto tra uomo e ambiente. 

In questi anni in Italia nasceranno associazioni come il Wwf, gli Amici della Terra, la Lega per l’ambiente (poi Legambiente); e negli anni '80, sull'onda del referendum antinucleare, nasceranno, sull’esempio della Germania, le liste verdi. 

3.1 La teoria della decrescita 

La teoria della decrescita è la principale teoria elaborata in risposta alla crisi ambientale creata dalle modalità produttive assunte nel corso del Novecento dal sistema capitalista. 

La teoria matura contemporaneamente, nei fatti, a quella dello sviluppo sostenibile, che mette in discussione, definendo irrealizzabili le capacità di rigenerazione dell’ambiente.(8) Sin dagli anni Sessanta si era avuta una ripresa nel dibattito ambientalista delle teorie maltusiane, secondo cui la terra è un sistema chiuso le cui risorse, non essendo rinnovabili, sono esposte a un impoverimento dovuto alla crescita demografica.(9) Unico sistema per limitare tale depauperamento è la riduzione della popolazione e/o del consumo. Tali proposte costituirono il nocciolo del lavoro di ricerca promosso dal Club di Roma che si concretizzarono nella pubblicazione del report intitolato The Limits of growth,(10) di cui furono vendute oltre 12 milioni di copie, a testimoniare il profondo impatto che tali teorie ebbero su quanti in quegli anni si interrogavano sulle questioni ambientali. Ad elaborare il modello di sviluppo su cui si fondavano queste conclusioni fu il Mit, ma ben presto furono sollevate da parte della comunità scientifica notevoli perplessità sulla correttezza del metodo utilizzato, cosa che mise in difficoltà i sostenitori di questa teoria, almeno finché non è stata rispolverata, in forma aggiornata, dai teorici della decrescita. 

Di fatto, la teoria della decrescita ritiene che le attività produttive sottrarrebbero sempre qualcosa alla natura in maniera irreversibile e irrimediabile. Ciò viene sostenuto sulla base di un’errata interpretazione della seconda legge della termodinamica (quella in base alla quale, in un sistema isolato, il tempo determina la degradazione e la morte per l’aumento del disordine, dell’entropia), e ignorando che il nostro pianeta non rappresenta un sistema isolato. 

In particolare per Latouche, il principale sostenitore della teoria della decrescita, «se la prima legge della termodinamica insegna che nulla si distrugge e nulla si crea, lo straordinario processo di rigenerazione spontanea della natura, anche se assistito dall’uomo, non è in grado di sostenere gli attuali ritmi forsennati e non può in nessun caso restituire nella stessa misura la totalità delle risorse degradate dall’attività industriale. (...) Non siamo in grado di raccogliere i flussi di atomi dispersi per realizzare nuovi giacimenti minerari sfruttabili, azione realizzata dalla natura nel corso di miliardi di anni di evoluzione».(11) 

Eppure, come scritto da Alan Woods e Ted Grant ne La rivolta della ragione riprendendo il Premio Nobel Prigogine: «In realtà la natura presenta molti casi non solo di disorganizzazione e decadenza, ma anche del processo opposto di autorganizzazione spontanea e crescita: il legno marcisce ma gli alberi crescono».(12) E ancora sulla seconda legge della termodinamica: «La seconda legge afferma che tutto in natura rappresenta un viaggio di sola andata verso il disordine e la decadenza, eppure questo non quadra con gli schemi generali osservabili in natura».(13) 

La natura, i flussi naturali di materiale che non appartengono a un sistema isolato, e che sfruttano l’energia proveniente dal Sole, non solo sono ecoefficienti, tendendo ad annullare gli sprechi, ma consentono un sempre migliore utilizzo delle risorse energetiche e materiali per la crescita e la moltiplicazione degli ecosistemi. Questo non avviene mediante processi improbabili quali la ricostruzione di un giacimento minerario, ma tramite la continua rigenerazione dei materiali nei cicli naturali e potrebbe avvenire anche per i sistemi produttivi che, come già sperimentato in alcune realtà, potrebbero assumere già oggi le regole di organizzazione e di crescita dei sistemi naturali. Questo passo in avanti decisivo per il futuro delle specie viventi, come vedremo, non può essere intrapreso che «dall’essere umano sociale, i produttori associati», mentre per Latouche l’uomo deve limitarsi ad «assistere», rimanendo al di fuori dei processi rigenerativi della natura. Egli così aderisce a una visione conservatrice, pienamente in linea con i sistemi urbani e industriali concepiti durante il capitalismo. 

I sostenitori della teoria della decrescita, infatti, ritengono in sintesi i sistemi produttivi e urbani del capitalismo gli unici possibili. Serge Latouche pensa che lo sviluppo capitalistico sarebbe l’unico «realmente esistente» e che «un altro sviluppo è un non senso», ignorando le possibilità aperte dalla ricerca scientifica nella direzione di sistemi industriali e urbani di tipo rigenerativo e con impatto positivo sull’ambiente.

Contrariamente a quanto avvenuto nella storia evolutiva delle specie viventi, che hanno progressivamente migliorato le capacità di adattamento all’ambiente e teso alla moltiplicazione delle specie e delle popolazioni; e a quanto fin qui accaduto nella storia dell’umanità, si dà per scontato che non siano possibili sostanziali modifiche tecnologiche, immutabilità suggerita ai sostenitori della teoria della decrescita da decenni di fallimenti delle politiche riformiste in materia ambientale. 

Da molti decenni, infatti, le politiche riformiste hanno previsto complicate normative per regolamentare un sistema produttivo che non ha tra i suoi obiettivi quello di garantire la salute dentro e fuori le fabbriche e che sta progressivamente contaminando l’ambiente, avvelenando le specie viventi. Complicati regolamenti che sono inapplicati e aggirati, come dimostrano, ad esempio, la pratica degli smaltimenti illegali o le continue deroghe ai limiti di legge stabiliti per le sostanze inquinanti. 

Eppure la ricerca scientifica mette a disposizione tecnologie che, prendendo a modello i processi naturali, non solo consentirebbero la rigenerazione dei materiali, ma garantirebbero anche nuovi e rivoluzionari impatti positivi sull’ambiente, che aprono, dunque, nuovi orizzonti per una trasformazione anche tecnologica della società.  

Il problema non è nei limiti intrinsechi allo sviluppo umano, ma nell’atteggiamento che dimostra il sistema di produzione capitalistico nei confronti dell’ambiente, per cui, se si continua a riversare sostanze tossiche nell’ambiente per non modificare le modalità produttive, è chiaro che la decrescita diviene un’alternativa non solo credibile, ma necessaria. La decrescita, come i "sacrifici", i licenziamenti, l’arretramento dei diritti conquistati sono di fatto funzionali alla conservazione dello status quo e del capitalismo. Detto altrimenti, Latouche mette insieme crescita e sviluppo, poi sviluppo e capitalismo, così che il suo anticapitalismo non è, alla fin fine, che una denuncia dello sviluppo umano.(14) 

Più in generale, gettando via con l’acqua sporca del capitalismo anche il bambino del progresso tecnologico e industriale, la teoria della decrescita assume una connotazione ultra reazionaria. 

Ora, una cosa è mantenere sempre un atteggiamento critico e vigile, verificando che le nuove tecnologie immesse nella produzione non siano nocive, altro è prendersela in generale con la società industriale e inserire come punto programmatico quello di «Decretare una moratoria sull’innovazione tecnologica».(15) 

Ancora, molte questioni vengono affrontate principalmente sul piano morale.(16) Se si può, infatti, concordare con Latouche che la produzione di un frigorifero con materiali scadenti al solo scopo di ottenere maggiori profitti, secondo quella che viene definita una logica produttivista, vada superata, questo non significa che non sia giustificata la produzione di un articolo, anche del tipo "usa e getta", solo perché ha durata breve. Molti prodotti ‘usa e getta’ hanno, infatti, apportato un generale miglioramento della qualità della vita (come è stato, ad esempio, per le donne con l’introduzione dei pannolini usa e getta). Molti prodotti del tipo ‘usa e getta’ possono, quindi, essere considerati a tutti gli effetti dei beni d’uso, esattamente come lo divenne la ruota agli albori della civiltà e se, come vedremo, la ricerca può consentire di disfarsene facendo un regalo alla natura, non vi è alcun sensato motivo per non convertirne la produzione, secondo i criteri di una nuova progettazione industriale.

  

4. Critiche alla teoria della decrescita 

Nonostante la teoria della decrescita abbia raccolto un crescente consenso negli ambienti accademici e nei circoli intellettuali, non sono mancate le voci critiche che hanno provato a mettere in crisi quello che sembra sia diventato il nuovo paradigma ecologista. 

Uno dei contributi più interessanti in questo senso è quello di Daniel Tanuro,(17) uno studioso membro del "Climate Change” e sostenitore dell’ecosocialismo. Egli considera come inscindibili la lotta contro lo sfruttamento umano e quella contro la distruzione delle risorse naturali da parte del capitalismo.(18) Per Tanuro: «La questione chiave è quella del nesso dialettico tra le lotte economiche e la lotta per la protezione dell’ambiente. In linea generale, i sostenitori della decrescita non si interessano delle rivendicazioni immediate per il salario e l’occupazione, che considerano consumistiche. Ma si sbagliano. (…)»(19) 

Si sbagliano perché solo cominciando a riappropriarsi collettivamente dei mezzi di produzione sfruttati e oppressi possono riappropriarsi del primo mezzo di produzione del quale sono stati espropriati dal capitalismo e cioè della natura e delle risorse, e solo attraverso questo processo si potrà arrivare a una gestione responsabile dell’ambiente.(20)

Il limite delle riflessioni di Tanuro è quello di rimanere schiacciato su un ragionamento relativo solo al cambiamento climatico, che non consente di inquadrare in una visione più ampia una serie di concetti che pure vengono intuiti. Egli inoltre imputa a Marx e ad Engels il mancato incontro tra marxismi ed ecologia e criticandoli per la loro posizione sulle scelte energetiche vista come produttivista.

Marx ed Engels scrivono nell’Ottocento e come Tanuro stesso specifica, «[in quel periodo storico] non vi è padronanza dell’impatto perché non si considerano le condizioni della chiusura del ciclo del carbonio».Eppure sembra evidente che la principale causa del difficile incontro tra marxismo ed ecologia sia invece da imputare a quell’uguaglianza industria = male, successiva a Marx ed Engels, che non ha finora consentito agli ambientalisti, per loro stessa ammissione, di guardare oltre le modalità produttive del sistema capitalista.(21)

 

5.  L’ecoefficacia e i nuovi principi del XXI secolo

Nonostante all’epoca in cui Marx ed Engels scrivono la produzione industriale non avesse ancora assunto la connotazione fortemente dissipativa(22) che assumerà a partire dalla crisi del 1929,(23) capiscono subito che la produzione capitalista inaugura un capitolo assolutamente inedito nel rapporto tra popolazione e risorse, così come nelle dimensioni di scala dello sfruttamento economico della natura. 

I nuovi principi di ecoefficacia e di biomimesi, che si stanno promuovendo nella ricerca scientifica, rendono possibile il passaggio verso un’industria di tipo rigenerativo e l’uscita dalla crisi ambientale, passaggio che la borghesia, a livello internazionale, si sta dimostrando incapace di gestire.

In particolare, a differenza del modello che si prospetta con la teoria della decrescita, che vede una diminuzione dell’occupazione, nel caso di una trasformazione produttiva basata sui nuovi principi, si avrebbe una generale riorganizzazione dei sistemi produttivi e urbani con un rivoluzionario impatto positivo sull’ambiente e un aumento dei posti di lavoro.Inoltre si contrasterebbe il generale abbassamento del livello di vita previsto dalla teoria di Latouche, in buona parte a discapito dei ceti produttivi e in particolare delle donne (in quanto le pratiche dell’autoconsumo, l’abolizione dell’usa e getta, il ritorno ai pannolini di stoffa ecc. graverebbero soprattutto sulle donne).

5.1 Il principio di ecoefficacia 

Su questo importante principio scrivono William McDonough e Michael Braungart nel libro dal titolo Dalla culla alla culla del 2003,(24) motivo per cui esso viene anche indicato come approccio ‘Cradle to Cradle’.(25) 

Fa parte di quelle sperimentazioni iniziate alla fine del Novecento sul ‘metabolismo industriale’ e sulla ‘simbiosi industriale’ volte ad introdurre analogie tra la ciclicità che regola gli ecosistemi naturali e la regolazione del sistema industriale.(26) 

In base a questi principi s’iniziano a concepire le industrie come se fossero una serie di ecosistemi interconnessi ed interfacciati con l’ambiente globale. In particolare, la simbiosi industriale è un processo che coinvolge industrie tradizionalmente separate con un approccio finalizzato a promuovere lo scambio di materia, energia, acqua e/o sottoprodotti.(27) 

Per comprendere il principio dell’ecoefficacia occorre partire dalle caratteristiche del sistema produttivo capitalista che (28):

- riversa ogni anno miliardi di chili di materiali tossici nell’aria, nell’acqua e nel suolo;

- genera quantità enormi di rifiuti;

- stipa materiali pregiati in buche disseminate su tutto il Pianeta, dove non potranno mai più essere recuperati; 

- richiede migliaia di complicati regolamenti, 

un sistema, dunque, che depreda le fonti della ricchezza, le risorse planetarie, da cui attinge fino all’esaurimento dei giacimenti e di cui si sbarazza in discarica, con smaltimenti illegali e attraverso l’incenerimento, rendendone impossibile la rigenerazione.  

La produzione industriale capitalista richiede, inoltre, una complessa legislazione ambientale che in realtà non riesce (né potrebbe riuscirci) a tutelare la salute né dentro le fabbriche né fuori. 

Essendo progettisti McDonough e Braungart non si limitano alle enunciazioni teoriche, ma arrivano a modificare un’industria tessile fino a rendere superflua l’applicazione della legislazione ambientale, in quanto sin dalla progettazione i tessuti vengono ideati escludendo le sostanze tossiche e allo scopo di rigenerarli completamente.(29)  

All’Earth Summit del 1992, durante il quale s’incontrarono i due scienziati, gli industriali proposero la strategia dell’’ecoefficienza’, termine che fu coniato ufficialmente cinque anni più tardi dal Business Council for Sustainable Development. Con questa parola si vuole semplicemente dire «fare di più con meno», un precetto le cui radici risalgono all’inizio dell’industrializzazione, quando Henry Ford diceva che «bisogna sfruttare al meglio l’energia, i materiali e il tempo».(30) 

L’ecoefficienza serve, dunque, a garantire maggiori profitti dissipando meno energia, rilasciando meno materiali tossici e generando meno rifiuti da stipare in discarica, senza apportare sostanziali modifiche alla progettazione industriale del sistema.(31) 

Con l’ecoefficienza il sistema capitalista tenta una via di uscita dalla stretta ambientale e, all’Earth Summit del 1992, prevede che «I macchinari sarebbero [dovuti essere] dotati di motori più puliti, più veloci, più silenziosi. L’industria si sarebbe [dovuta] riscatta[re] senza cambiare in modo significativo la sua struttura e senza compromettere il suo interesse esclusivo per il profitto».Sono passati oltre due decenni dall'enunciazione di questa teoria e siamo ben lontani dall’acquisizione su ampia scala perfino di questo principio che, come abbiamo visto, è ancora del tutto funzionale all’attuale sistema economico e produttivo e non consente il reale superamento della stretta ambientale.La nuova progettazione industriale prospettata da William McDonough e Michael Braungart è, invece, di tipo ecoefficace e punta verso:(32)
- edifici che, come gli alberi, producano più energia di quella che consumano e purificano le proprie acque di scarico;

- fabbriche i cui scarti siano acqua potabile;

- prodotti che al termine della loro vita non diventino rifiuti inutili, ma possano essere gettati a terra, decomporsi e diventare cibo per piante e animali, e sostanze nutritive per il terreno; o, in alternativa, che, reinseriti nei cicli industriali, possano fornire materie prime di elevata qualità con cui fabbricare nuovi prodotti;

- mezzi di trasporto che migliorino la qualità della vita;

- un mondo di abbondanza, non uno di limiti, inquinamento e rifiuti. 

Questo tipo di progettazione può consentire il superamento del sistema industriale capitalista, lasciandosi alle spalle stretta ambientale e teoria della decrescita, orientando la società verso modalità produttive degne della natura umana e rigenerative. Vediamo meglio perché. 

In sintesi, i teorici dell’ecoefficacia rifiutano l’idea di ridurre il numero e le dimensioni delle industrie e i sistemi umani, ma propongono di progettarli in modo che diventino più grandi e migliori arricchendo, reintegrando e nutrendo il resto del mondo.(33) Quindi la crescita ecoefficace, è una crescita nella quale i prodotti si rigenerano, rinascono di continuo, ‘dalla culla tornano alla culla’. Non solo, ma essi superano il concetto di impatto zero per sviluppare un rivoluzionario impatto positivo. 

Il metabolismo industriale non solo mutua la ciclicità degli ecosistemi naturali ma, come questi, apporta vantaggi all’ambiente e nutre ciò che gli sta intorno esattamente come in natura fanno gli alberi. Perché ciò sia realizzabile, i materiali vengono suddivisi in nutrienti biologici e nutrienti tecnici. Un esempio di nutriente biologico è un tessuto messo a punto dagli autori,(34) tessuto che dopo l’uso può essere tranquillamente restituito al terreno come fertilizzante. Un nutriente tecnico è invece un materiale o un prodotto studiato per rientrare nel ciclo industriale, come, ad esempio, l’acciaio delle carrozzerie delle auto. 

A partire da questi principi, McDonough e Braungart progettano e realizzano produzioni che separano i materiali fra quelli recuperabili nel ciclo biologico (o anche metabolismo biologico) e quelli recuperabili nel ciclo industriale (o anche metabolismo tecnico), e puntano su una progressiva sostituzione delle sostanze nocive con altre non dannose. In questa direzione vengono superate le attuali modalità di riciclo dei materiali.(35) 

La produzione di autoveicoli, tra le più inquinanti in assoluto, è il banco di prova di tale teoria. Le auto attualmente prodotte rientrano tra quelli che gli autori definiscono «‘ibridi mostruosi’ misture di materiali tecnici e organici, nessuno dei quali può essere salvato una volta che la vita dell’oggetto sia finita».(36) Per risolvere il problema dovuto, rimanendo fermi agli attuali standard produttivi, all’impossibilità di riutilizzo di materiali per lo stesso tipo di industria,(37) occorre puntare verso il ‘sovraciclaggio’, ossia verso una differente progettazione del prodotto, che contempli anche una nuova fase di vita dei materiali impiegati, senza che ciò comporti un loro decadimento. Detto altrimenti, «con una progettazione più attenta si potrebbe fare con l’auto quello che i nativi americani facevano con la carcassa del bisonte: sfruttare ogni elemento, dalla lingua alla coda. I metalli verrebbero fusi solo con metalli simili per mantenere l’elevata qualità e lo stesso accadrebbe alla plastica».38 Perché questo possa accadere si dovrebbe puntare, ad esempio, su vernici biodegradabili, facilmente raschiabili dal substrato di acciaio o su polimeri che non richiedano di essere verniciati, o, ci permettiamo di ipotizzare, su auto che invece di essere verniciate siano scolpite come opere di scultura moderna. 

Gli autori introducono a questo punto il concetto di prodotto di servizio:

«Invece di dare per scontato che tutti i prodotti vadano comprati, posseduti e quindi eliminati dai ‘consumatori’, i beni contenenti preziosi nutrienti tecnici – per esempio auto, televisori, moquette, computer e frigoriferi – dovrebbero essere considerati come ‘servizi’ per le persone. In questo senso i clienti (è questo il termine più adatto a indicare chi utilizza prodotti) acquisterebbero non l’apparecchio in questione, bensì un servizio per un determinato ‘periodo di utilizzo’: diciamo, nel caso di un televisore, 10.000 ore di visione».(39)

Il quadro all’interno del quale si colloca la proposta dei due studiosi è, ovviamente, quello capitalistico, ma i risultati a cui arrivano mettono in crisi alcuni dei suoi presupposti, come l’utilizzo personale dei prodotti da parte dei consumatori. Tanto basta a collocarla in aperta contraddizione, sebbene in maniera inconscia, con il sistema. 

Dal concetto di prodotto di servizio alla messa in discussione del principale pilastro del capitalismo, cioè la proprietà privata dei mezzi di produzione, il passo è breve e viene compiuto nel libro Pomigliano non si piega:  

«In questa logica, nutrienti tecnici, come l’acciaio delle auto, potrebbero essere considerati, al pari dell’acqua, dei beni non economici, dei beni non finalizzati a scopo di lucro, ma alle possibilità aperte dal nuovo processo di crescita ecoefficace e, come nel caso dell’acqua, le migliori condizioni di fornitura per gli utenti sarebbero assicurate dalle nazionalizzazioni».(40) 

Ancora, prevedendo una pianificazione a monte delle produzioni, la teoria dell’ecoefficacia confligge apertamente con la modalità anarchica di produzione del capitalismo e la mette in crisi. Quello che sfugge a McDonough e Braungart, o meglio, su cui non si interrogano, è come si dovrebbe approdare a un tale tipo di industria; quale dovrebbe essere, in sostanza, la transizione tra l’attuale modo produttivo e quello da loro ipotizzato. Gli autori, sia perché non interessati a questo problema, sia perché paralizzati dalla incoerenza in cui ricadrebbero volendo difendere l’attuale sistema economico, non offrono risposte. L’unica che si possa dare, infatti, è che l’attuale sistema, vittima delle sue stesse contraddizioni, non può applicare tale pianificazione dell’economia, motivo per cui a farlo dovrà essere un altro tipo di società, frutto di un processo rivoluzionario, nella quale potrebbero dispiegarsi tutte le potenzialità di una tale modello di sviluppo. 


5.2 La biomimesi 

Altre teorie hanno messo in discussione l’approccio maggioritario all’ambientalismo, quello più compatibile con il capitalismo. A contestare l’idea di una possibile green economy nel quadro dell’economia di  mercato è stata avanzata quella di una blue economy, basata sulla biomimesi. Con questo termine si designa la disciplina che studia e imita le caratteristiche degli esseri viventi come modello cui ispirarsi per il miglioramento di attività e tecnologie umane.(41) Contestando il concetto di tutela dell’ambiente, strettamente connesso a quello di green economy, Gunter Pauli, il principale sostenitore dell’economia blue, afferma la necessità di andare verso la rigenerazione ambientale, assicurando «le possibilità dei percorsi evolutivi degli ecosistemi affinché tutti possano beneficiare dell’eterno flusso di creatività, adattamento e abbondanza della natura».(42) Una concezione in aperto contrasto con la teoria della decrescita, tanto da far dire a Pauli che la blue economy è la proposta di un’economia dell’abbondanza.(43) Pauli ha già sperimentato alcune delle sue teorie, applicando modelli biologici alla produzione, in particolare nel settore della chimica, che nell’attuale sistema produttivo vanta il primato nell’impatto ambientale negativo. La sostituzione di alcuni procedimenti chimici inquinanti con procedimenti fisici hanno in pratica dimostrato la validità delle sue idee.(44) 

Anche in questo caso, però, la blue economy viene pienamente inserita nell’attuale sistema economico e si rivolge al mondo imprenditoriale come suo principale interlocutore (d’altronde lo stesso Pauli è un imprenditore). Pur riconoscendo pienamente il fallimento della green economy che ha preceduto la blue economy, egli si rivolge, ostinatamente, a quello stesso modello produttivo perché compia un passaggio notevolmente più complesso spingendosi verso la rigenerazione: un po’ come chiedere ad un infermo che non riesce nemmeno a camminare di correre alle olimpiadi. Pauli sembra capire che l’attuale sistema non è in grado di spingersi verso la rigenerazione e lascia intuire la necessità di una qualche trasformazione sociale, ma non ne delinea l’effettiva dinamica.

 

5.3 Ecoinnovazione e tentativi di approccio ecoefficace nell’Unione Europea: i limiti

«L’ecoinnovazione è la produzione, l’introduzione o l’utilizzo di un prodotto, di un processo, un servizio, un sistema di gestione o una metodologia di impresa che sia nuovo per l’azienda o per l’utilizzatore e che garantisca, durante tutto il suo ciclo di vita, una riduzione del rischio ambientale, dell’inquinamento e di altri impatti negativi dovuti all’utilizzo di risorse (inclusa l’energia) rispetto alle alternative possibili».(45)

Siamo, dunque, principalmente nell’ambito dei tentativi di prolungare l’esistenza del sistema produttivo capitalista puntando sull’ecoefficienza, traguardo che, ammesso che si riesca a raggiungere, si limiterebbe a poter seguire l’insegnamento di Ford, risparmiando sui costi e consentendo di distruggere l’ambiente un po’ più lentamente. 

All’approccio ecoefficiente è stato affiancato negli scorsi anni anche un tentativo di approccio Cradle to Cradle (ecoefficace).

Sembrerebbe un risultato incoraggiante ma in realtà:

«Nonostante il ruolo dell’ecoinnovazione e dell’approccio Cradle to Cradle sia riconosciuto dalle più recenti politiche internazionali ed europee e sia oggetto di studio e di approfondimento anche attraverso progetti pilota, tuttavia, la diffusione di questi approcci tra le aziende europee risulta ancora abbastanza limitata, soprattutto per quanto riguarda le Pmi».(46)
Circa l’approccio ecoefficace, la Commissione Europea ha finanziato la rete europea ‘Cradle to Cradle Network’ ma le azioni del Network sembrerebbero ferme al 2012.(47) 

Si tratta, inoltre, di azioni spalmate anche su edilizia ed altro, limitate a pochi progetti nei più diversi settori industriali e a solo una decina di città del centro-nord dell’Europa (la città più a sud è Milano). Inoltre, la prospettiva localistica e soggetta alla logica capitalista delle proprietà industriali non prevede l’individuazione di settori industriali strategici, come quello delle auto, sui quali poter operare a livello di filiera, ignorando di fatto uno dei principali strumenti di un possibile cambiamento.


6. Capitalismo ed ecologia

 "Attraverso la propria esperienza molti scienziati arriveranno alla conclusione che l’unico sbocco allo stallo sociale, culturale ed economico in cui ci troviamo invischiati è attraverso un qualche tipo di società pianificata, in cui la scienza e la tecnologia siano messe a disposizione dell’umanità e non del profitto. Una tale società deve essere democratica nel vero senso della parola, inclusi il controllo e la partecipazione coscienti di tutta la popolazione. Il socialismo è democratico per sua propria natura; come osservava Trotskij, «un’economia statalizzata e pianificata ha bisogno di democrazia, come il corpo umano ha bisogno di ossigeno»".(48)

Alan Woods & Ted Grant

Tutte le teorie sopra ricordate cercano di far passare l’industria del sistema capitalista come l’unica possibile. Non si tiene, dunque, conto che le trasformazioni sociali e quelle tecnologiche vanno di pari passo, come è avvenuto nel corso dei secoli che hanno visto l’affermazione della borghesia. Borghesia che trasformò, dapprima lentamente e poi rapidamente, anche le tecnologie nella direzione ad essa più funzionale.

Nelle società seguite alle prime rivoluzioni comuniste, per motivi storici complessi, l’unico rilevante impulso alla trasformazione tecnologica è stato quello verso le conquiste spaziali, ma, di fatto, sono state adottate le modalità produttive del sistema capitalista. Scelte produttive del sistema capitalista che impediscono lo sviluppo delle potenzialità scientifiche e tecnologiche, portando alla rottura dei cicli ecologici e causando l’attuale stretta ecologica.

L’unica soluzione, come ricordano Alan Woods e Ted Grant ne La rivolta della ragione, «agli stringenti problemi del mondo si può trovare solo in un sistema controllato coscientemente da tutti. Il problema non è dei limiti intrinseci dello sviluppo, ma di un sistema di produzione sorpassato e anarchico che brucia vite e risorse, distrugge l’ambiente e impedisce che le potenzialità scientifiche e tecnologiche vengano completamente sviluppate».

 La causa della stretta ecologica è tutta lì, in quell’impedire lo sviluppo delle potenzialità scientifiche e tecnologiche dell’umanità attuato dal sistema capitalista.

La natura fornisce risorse letteralmente illimitate di energia come quella solare o come quella della fusione nucleare che (diversamente dalla fissione) fornisce un potenziale di risorse infinito, pulito e a costi infimi. «Ma lo sviluppo di una fonte alternativa non rientra negli interessi dei grandi monopoli del petrolio; ancora una volta la proprietà privata dei mezzi di produzione opera come una gigantesca barriera sul cammino dello sviluppo dell’uomo. Il futuro del pianeta viene sempre dopo l’arricchimento di pochi».(49)

Dunque, in uno dei principali settori produttivi la proprietà privata opera come una gigantesca barriera allo sviluppo e lo abbiamo visto esaminando quanto sarebbe possibile realizzare – e sotto il capitalismo non lo è ‒ con le possibilità aperte dal nuovo principio dell’ecoefficacia. 

Come dice Ilya Prigogine «la comprensione scientifica del mondo attorno a noi è appena cominciata».(50)  Abbattendo l’attuale sistema avremmo ‘possibilità senza limiti’. La lotta comunista si rivela, dunque, decisiva anche allo scopo di rivoluzionare le tecnologie in campo ambientale e di superare la stretta ecologica, a cui le modalità produttive dissipative e incontrollate dell’attuale sistema ci hanno condotto.

Se è vero che i sistemi urbani e produttivi anarchici e dissipativi caratteristici del capitalismo stanno portando all’esaurimento di alcune importanti risorse minerarie, e tra queste anche risorse non reperibili su altri corpi celesti come quelle che derivano dalle molecole biologiche quali le fosforiti, da cui si estrae il fosforo, è altrettanto vero che prospettive ben diverse potrebbero aprirsi se i sistemi umani assumessero le regole di organizzazione e di crescita caratteristiche, non del legno che marcisce, ma degli alberi che crescono. 

La natura, i flussi naturali di materiale, non solo tendono ad annullare gli sprechi – sono ecoefficienti come abbiamo visto – ma consentono un sempre migliore utilizzo delle risorse energetiche e materiali per la crescita e la moltiplicazione degli ecosistemi. In futuro questo potrebbe avvenire anche per i sistemi produttivi che, come già sperimentato in alcune realtà, potrebbero assumere già oggi le regole di organizzazione e di crescita dei sistemi naturali. 

Si pensi, ancora, alle modalità di diffusione della vita sul nostro pianeta, che da pochi microscopici organismi evolutisi negli oceani, sbarca sulla terraferma e da questa si diffonde nell’atmosfera, emergendo dalle sue crisi cicliche, note come estinzioni di massa, non con una riduzione, ma con una sempre maggiore diffusione e crescita delle specie viventi. Se le specie viventi avessero applicato i principi della teoria della decrescita probabilmente oggi saremmo ancora negli oceani.

Ancora, se è vero che il nostro pianeta è l’unico che abbiamo e va preservato modificando l’attuale sistema produttivo e urbano, è anche vero che «fra circa quattro miliardi di anni il sole comincerà ad espandersi, col lento restringersi del suo nucleo di elio. I pianeti vicino al sole saranno sottoposti a temperature spaventose. La vita sulla Terra diverrà impossibile, dato che gli oceani evaporeranno e l’atmosfera sarà distrutta».(51)

Ma: «la fine del sole non comporterà necessariamente l’estinzione della nostra specie. Lo sviluppo di astronavi potenti, capaci di viaggiare a velocità che adesso sembrano impossibili, potrebbe preparare il terreno per l’ultima avventura, l’emigrazione verso altri sistemi solari e, alla fine, verso altre galassie. Anche andando all’un per cento della velocità della luce, un obiettivo chiaramente raggiungibile, sarebbe possibile raggiungere pianeti abitabili nell’arco di qualche secolo. Se sembra un tempo lungo, occorre ricordarsi che i primi uomini ci misero milioni di anni per colonizzare il mondo, partendo dall’Africa».(52)

Di fatto la sfiducia verso il progresso tecnologico può danneggiare la nostra specie e quelle che potremo mettere in salvo nel corso dell’emigrazione dal pianeta Terra, non meno dell’eccesso di fiducia nelle possibilità di riforma del sistema produttivo capitalista.

Le prime conquiste spaziali hanno consentito alla nostra specie di portare per la prima volta la vita anche fuori dall’atmosfera terrestre e le recenti scoperte in campo scientifico e tecnologico aprono orizzonti ampi, in cui stiamo muovendo solo i primi passi; passi oggi sempre più ostacolati da un sistema che si basa sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e non sulla liberazione in ogni campo delle sue grandi potenzialità.

I sistemi umani produttivi e urbani potrebbero, infatti, assimilare le forme di organizzazione dalla natura, inserendosi nei cicli ecologici e determinando effetti benefici a cascata. Non solo, ma a differenza del modello che vede l’industria capitalista come l’unica possibile e che finisce per imporre decrescita e sacrifici, un differente modello, basato su sistemi produttivi e urbani caratterizzati da un rivoluzionario impatto positivo sull’ambiente, consentirebbe l’aumento dei posti di lavoro, in quanto la diffusione di industrie e di sistemi urbani diverrebbe a quel punto auspicabile.(53)

Questo non può accadere nel capitalismo, per almeno tre principali ragioni:

- la prima è che il capitalismo è un sistema acefalo. È produzione per i profitti non razionalmente pianificata per soddisfare i bisogni umani e, così come non c’è ragione per cui la produzione di auto, acciaio, cibo o qualunque altra cosa debba coincidere con ciò che gli economisti chiamano ‘domanda effettiva’, allo stesso modo non c’è ragione per cui la produzione non possa avvelenare progressivamente le specie viventi del pianeta, provocando quello che Chavez ha definito un vero e proprio ‘autosterminio della specie umana’;