di Grazia Bellamente

 

Il 6-7 marzo si è svolto il convengo sulla questione femminile “Libere di lottare”, promosso da Sinistra Classe Rivoluzione. Mettiamo a disposizione dei nostri lettori questo articolo scritto da Grazia Bellamente, relatrice del dibattito “Legge 194: storia di una conquista e della sua difesa - Essere madri se, come e quando vogliamo”.

La Redazione

 

“D’ora in poi decido io.” Con queste parole, il 22 maggio 1978, si scende nelle strade e nelle piazze italiane per festeggiare l’approvazione della legge 194/78 sull’interruzione volontaria di gravidanza. A 42 anni da quel giorno, quelle parole di gioia e determinazione non sono mai state applicate fino in fondo.

Prima dell’approvazione della legge 194, l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg), in qualsiasi sua forma, era considerata dal codice penale italiano un reato (art. 545 e ss. cod. pen., abrogati nel 1978).

In particolare:

  • causare l’aborto di una donna non consenziente (o consenziente, ma minore di quattordici anni) era punito con la reclusione da sette a dodici anni (art. 545),
  • causare l’aborto di una donna consenziente era punito con la reclusione da due a cinque anni, comminati sia all’esecutore dell’aborto, sia alla donna stessa (art. 546),
  • procurarsi l’aborto era invece punito con la reclusione da uno a quattro anni (art. 547),
  • istigare all’aborto, o fornire i mezzi per procedere ad esso era punito con la reclusione da sei mesi a due anni (art. 548).

Nell’affrontare un tema come l’interruzione di gravidanza in condizioni di clandestinità bisogna tenere presente che, per secoli, essa aveva fatto parte della vita quotidiana di molte donne e i motivi a monte del ricorso a questa pratica non sono da ricercare soltanto nella grave carenza di informazione sulla contraccezione, circondata da tabù che culminavano nel divieto di nominarla, ma sono riferibili piuttosto a tutta una serie di cause strutturali che riguardano l’impostazione tradizionale della società italiana. Negli anni Sessanta modelli radicati impongono ancora la maternità come principale – per non dire unica – realizzazione di sé per le donne, cui si abbina una diffusa ignoranza e una drammatica limitatezza non solo dei più elementari servizi sociali, ma anche dei servizi sanitari e di assistenza al parto. Questo il terreno su cui poggia il milione e mezzo di aborti clandestini stimato dall’Unesco all’inizio degli anni Settanta in Italia e i settanta milioni di lire di giro d’affari annuo per chi li pratica. Il ricorso al medico compiacente, all’infermiera del paese o alla mammana di turno si trasformano ogni volta in un rischio, non tanto di infrangere la legge, quanto di morire per quell’aborto. E molte donne, per lo più sposate e già con due o tre figli, la sorte la sfidano continuamente: nel corso di una vita fertile non è raro per alcune ricorrere a pratiche clandestine più volte in un anno. Altre ancora, in mancanza di mezzi e di possibilità, finiscono per imparare a mettere in atto da sole o con l’aiuto dei familiari più stretti quelle tecniche che hanno visto usare da altre donne per interrompere la gravidanza.

Fino a due anni fa la parola aborto non veniva mai pronunciata né alla radio né alla televisione né i giornali si sognavano di metterla in prima pagina (...) Inevitabilmente e dolorosamente le donne hanno sempre abortito e continuano ad abortire, pagando gli astratti lussi etici della società e il prezzo concreto delle loro sofferenze e dei loro disagi”, così scrive Lietta Tornabuoni sulle pagine del Corriere della Sera nel 1975.

Il Giorno del 7 settembre 1972 riporta un numero di aborti clandestini pari a 3-4 milioni l’anno, mentre il Corriere della Sera del 10 settembre 1976 parla di cifre variabili tra 1,5 e 3 milioni, a conferma dell’impossibilità di quantificare realmente fenomeno.

Ed è proprio il caso di una condanna per aborto clandestino che in Italia si sviluppa il movimento che porterà alla vittoria e alla conquista della legge 194/78.

Fu il caso di una studentessa veneta di 17 anni, Gigliola Pierobon, che abortì clandestinamente. Gigliola fu processata nel maggio del 1973 e condannata per quello che aveva commesso. Durante il processo disse: “La mia storia è quella di tante altre e il mio ‘reato’ è un fatto commesso ogni anno in Italia da più di tre milioni di donne.

Da quel momento in poi il movimento per l’aborto libero entra nella scena politica e nelle piazze d’Italia.

Il 15 febbraio del 1974 in seguito alla morte sospetta di una donna, la polizia requisisce le cartelle cliniche di un medico sospettato di praticare aborti e arresta le 273 pazienti registrate.

Ancora a Firenze il 9 gennaio del 1975 i carabinieri irrompono in un ambulatorio medico arrestando le sei persone che vi lavoravano e trascinando in questura quaranta donne costringendole lì alla visita ginecologica. Tutti sono sospettati di praticare o subire pratiche abortive.

Questi casi hanno l’effetto di triplicare le tariffe sul mercato nero dell’aborto, ma anche quello di far partire il movimento.

A Trento l’11 febbraio del ’75 la manifestazione nazionale di Lotta femminista porta diecimila donne in corteo. Altri cortei si tengono a Firenze e Padova. A Roma il 6 dicembre sono in piazza in ventimila, a rivendicare l’aborto libero, gratuito e con anestesia, e contro i tentativi del governo di scrivere una nuova legge per il diritto di aborto che però dava ai medici l’ultima parola sull’opportunità di praticarlo.

È evidente che la questione assumeva un valore profondo per le donne e particolarmente per quelle che, con minori disponibilità economiche (lavoratrici, studentesse, ecc.), si esponevano ai rischi maggiori. La decisione con la quale le donne si mobilitavano certamente era dovuta alla campagna martellante e determinata delle femministe, ma quest’ultima trovava un terreno fertile nel contesto di mobilitazione generale nella classe operaia e nella fiducia, che derivava da questo contesto, sulla possibilità di cambiare realmente le cose.

Movimento femminista articola una campagna contro i “porci bianchi” ovvero i medici. Entrano negli ospedali a dare volantini per il diritto all’aborto e raccogliendo interviste fra le pazienti, che denunciano i soprusi dei medici: raschiamenti dell’utero senza anestesia, uso dell’alcool sulle ferite per “purificare” e di fronte ai lamenti delle pazienti, commenti del tipo “non urlavi così quando facevi l’amore”. Tutti questi racconti vengono tradotti in volantini e a loro volta distribuiti davanti ai luoghi di lavoro, nelle scuole nelle università, con lo slogan “Siamo tante, siamo donne, siamo stufe. Non siamo macchine per la riproduzione ma donne in lotta per la liberazione! Medici tremate, pagherete caro, pagherete tutto!

La fine del ’75 e il ’76 sono segnati da un aumento delle tensioni: alle manifestazioni per il diritto alla vita seguono le veglie “in difesa della vita” promosse dai cattolici, che si impegnano in una campagna vergognosa di denigrazione delle donne sciagurate che ammazzano i loro poveri figli. In quei mesi gli scontri di piazza e le cariche della polizia accendono ulteriormente il dibattito.

Le iniziative promosse da Movimento femminista e da altri gruppi femministi fanno crescere la contestazione e si arriva al momento più alto di mobilitazione con il corteo del 3 aprile del 1976 a Roma con cinquantamila persone, a cui aderisce anche l’Udi (Unione delle donne italiane, organizzazione legata al Pci) che di lì a poco sarà pienamente conquistata dalle concezioni separatiste e femministe.

In questo contesto la legge poi verrà approvata grazie a un movimento di massa che coinvolge non solo le donne ma migliaia di giovani e lavoratori che rivendicano la libertà di scelta e autodeterminazione.

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La legge 194/78 negli anni ha trovato sempre più difficoltà nella reale sua applicazione. Il primo motivo riguarda lo smantellamento su tutto il territorio nazionale dei consultori pubblici. La legge 194 definisce questi spazi come “essenziali per la tutela della salute sessuale e riproduttiva delle donne”. I consultori pubblici nascono in Italia nel 1975 sulla spinta di mobilitazioni importanti delle donne. In molti casi, prima dell’istituzione della legge che li regolamentava, queste strutture nascevano dall’occupazione di luoghi nei quartieri delle città e venivano autogestiti dalle donne. Erano intesi come luoghi di confronto, assistenza, discussione. Sicuramente molto diversi da come sono oggi. La legge 34 del 1996 prevede che ci sia un consultorio pubblico ogni ventimila abitanti.  Il numero di queste strutture non è mai stato sufficiente né ha mai rispettato i numeri che la legge prevedeva. Alla fine del 1979, meno di 650 consultori erano stati attivati su tutto il territorio nazionale, la maggior parte nel Centro Nord. Nell’ipotesi ragionevole di avere almeno un consultorio per ogni distretto sanitario, allora ipotizzato con un bacino di utenza di circa 25mila abitanti, il numero di consultori da attivare doveva essere almeno 2200. La relazione del Ministero della salute del 2017 (la più recente pubblicazione fino ad oggi), mostra come oggi in Italia ci siano meno di 1900 consultori, cioè 0,6 consultori ogni 20mila abitanti. La percentuale di presenza di queste strutture cambia in base alle regioni e il divario tra il Nord e il Sud del paese è significativo.

Nelle regioni centro-meridionali abbiamo un consultorio ogni 42mila abitanti: in Molise, Campania, Lazio, Calabria, Puglia abbiamo 0,3-0,4 consultori per 20mila abitanti, nel Nord-Est 0,5. In altri casi come per esempio a Bolzano non abbiamo consultori pubblici ma solo privati. Lo smantellamento della sanità pubblica nel nostro paese, con tagli cospicui per oltre 37 miliardi solo negli ultimi 10 anni, ha giocato un ruolo fondamentale nella perdita di questi luoghi che rappresentavano non solo presidi medici, ma luoghi dove le donne venivano accolte, tutelate e aiutate in percorsi difficili come l’interruzione di gravidanza.

Un altro fattore che limita l’applicazione della legge 194/78 è la previsione del diritto di obiezione di coscienza, che nel tempo ha consentito l’aumento dei medici e del personale sanitario obiettori di coscienza non solo negli ospedali ma anche nei consultori. Secondo la legge nei consultori non può esistere obiezione di coscienza ma nei fatti e nella pratica sappiamo che non è così:

Mi reco al consultorio per chiedere informazioni per abortire ma, dopo avermi chiesto la data dell’ultima mestruazione, mi fissano un appuntamento per il colloquio all’undicesima settimana e al mio sgomento circa la vicinanza con il termine massimo per abortire, ricevo come risposta: ‘Noi confidiamo che lei possa cambiare idea e tenere il suo bambino’.” racconta una donna delle Marche nel 2018 (da Obiezione respinta! di Cinzia Settembrini).

L’obiezione di coscienza in Italia ha raggiunto percentuali altissime soprattutto negli ultimi anni. La relazione ministeriale del 2018 indica il 69% di ginecologi obiettori, dato in aumento rispetto al 2017, con picchi in Veneto, Lazio, Campania e Calabria dove si va oltre il 70%; a Bolzano e in Puglia, Basilicata, Abruzzo e Sicilia si va oltre l’80% e in Molise oltre il 90%.

Gli anestesisti obiettori sono il 46,3% a livello nazionale con punte del 70% a Bolzano, in Umbria, Lazio e Puglia, 60% in Campania e Abruzzo, e in altre regioni del Sud sfioriamo l’80%. Tra il personale non medico abbiamo una media del 42% a livello nazionale: nelle regioni del Sud abbiamo oltre il 70% di obiettori.

Con questi dati è evidente la difficoltà delle donne ad effettuare un Ivg che nella maggior parte dei casi diventa impossibile. L’obiezione di coscienza è la sintesi di tutta l’ipocrisia, il bigottismo e l’arretratezza che pervade il nostro paese.

L’obiezione di coscienza da parte dei medici è, spesso, determinata da una scelta di comodo per fare carriera e non rimanere marginalizzati nei piccoli reparti; in alcuni casi la “coscienza” muta improvvisamente e si trovano gli stessi medici obiettori esercitare privatamente o addirittura in maniera clandestina con parcelle esorbitanti. In altri casi, infine, c’è la piena convinzione e volontà di far prevalere lo spirito bigotto e cattolico di chi vuole decidere della vita e del corpo delle donne. A pagare sono sempre le donne, a volte anche con la propria vita. È il caso di Valentina Miluzzo, una donna di 32 anni, incinta di due gemelli. Il 15 ottobre 2016 viene ricoverata presso l’ospedale Cannizzaro di Catania per febbre alta, dolori e pressione bassa. Uno dei due feti potrebbe avere una insufficienza respiratoria. Valentina stava avendo un aborto spontaneo e il medico di turno dice al marito: “Ma il cuore batte, fino a che è vivo io non intervengo. Sono obiettore.” Dopo poche ore Valentina muore. L’articolo 9 della legge 194 afferma: “L’obiezione di coscienza non può essere invocata da parte del personale sanitario, ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo.” Nel caso di Valentina questa norma non è stata messa in pratica.

Con l’aumento dell’obiezione di coscienza anche gli aborti clandestini sono aumentati raggiungendo i 20mila casi nel 2017-2018.

La regione Lazio e il suo presidente Nicola Zingaretti vengono presi come esempio progressista in questo panorama di oscurantismo e ostracismo. Ma lo stesso Zingaretti agisce sotto una finta parvenza di illuminato per ciò che riguarda l’obiezione di coscienza.

Nel 2017 è stata annunciata l’assunzione di due medici non obiettori di coscienza presso l’Ospedale San Camillo di Roma. Questi medici hanno partecipato a un concorso indetto nel 2015 solo per medici non obiettori. Sono stati assegnati al settore del Day Hospital e Day Surgery per l’applicazione della legge 194 come si legge nell’articolo 12 del bando. Il bando è stato pubblicato con questa caratteristica per garantire il servizio sanitario in riferimento all’Ivg. Chiaramente questo va accolto in maniera positiva ma nulla è stato fatto contro lo strapotere della Chiesa nel servizio sanitario laziale, nel quale l’80% del personale medico è obiettore di coscienza. Quello che va rivendicato è l’assoluta abrogazione del diritto di obiezione negli ospedali pubblici di tutto il personale medico e non medico.

Le campagne incessanti che si sono susseguite in questi anni contro la legge 194/78 hanno avuto vari protagonisti. Il mondo cattolico e politico si è unito per mettere in discussione la validità della legge, per provare a cambiarla, modificarla fino ad arrivare all’obiettivo finale e cioè la sua cancellazione.

Le varie associazioni “pro-vita” hanno un ruolo fondamentale in questa battaglia. Il primo movimento “pro-life” nasce nel 1975 e in quello stesso anno compare il primo “Centro di aiuto alla vita” che nella sua propaganda, inserita sullo sfondo di una presunta tutela e assistenza della maternità, definisce l’aborto come “soppressione della vita nascente”. Questa associazione oggi conta 60mila volontari e 350 centri in tutta Italia.

Chiaramente la linea di questa associazione è sposata in toto dalla dottrina cattolica facendo leva sul senso di colpa delle donne che vengono trattate come assassine egoiste.

L’ultimo attacco vergognoso fatto da questo tipo di associazioni alla libertà delle donne è il cosiddetto “cimitero dei feti” scoperto al cimitero di Prima Porta a Roma. Centinaia di tombe contenenti feti con croci bianche sono state trovate in quel luogo. Sulle croci ci sono i nomi e i cognomi delle donne che hanno interrotto le gravidanze. Ad oggi solo questa associazione ha sepolto oltre 200mila feti in tutte le regioni. Nel nostro “bel paese” sono oltre 80 i cimiteri dei feti. In alcune regioni, Lombardia, Campania e Marche, c’è l’obbligo della sepoltura anche per i feti con meno di 20 settimane di gestazione. Una strategia benedetta dal “progressista” Papa Francesco, che nel 2018 celebrò la giornata dei defunti proprio al Giardino degli angeli del Laurentino a Roma.

Lo stesso Papa, che molti definiscono progressista, usa queste parole nei confronti della vittoria storica del movimento della Marea verde in Argentina che ha ottenuto il diritto all’aborto libero: “Ma come può essere terapeutico, civile o umano un atto che sopprime la vita innocente e inerme nel suo sbocciare?” e continua “È giusto far fuori una vita umana per risolvere un problema, qualsiasi problema? No, non è giusto, è come affittare un sicario”.

Paragonare una donna che abortisce a un qualsiasi criminale o killer è la dimostrazione di come la strada per una reale autodeterminazione del corpo e della vita della donna sia tutta in salita.

I governi che si sono succeduti in questi anni hanno avallato, nella maggior parte dei casi, queste campagne denigratorie e di attacco nei confronti della legge 194.

Il convegno svoltosi a Verona nel 2019 ne è un esempio: un fronte unico della chiesa e delle forze della destra del paese per raggiungere un solo obiettivo cioè lavorare all’abrogazione della legge e far tornare la condizione della donna indietro di cinquant’anni. In questo convegno l’obiettivo è abrogare con un referendum la 194 e sostituirla con una legge che punisca con la reclusione dagli 8 ai 12 anni il medico che pratichi un aborto e la donna che lo accetti.

Altre campagne sono state portate avanti in questa direzione. Non possiamo dimenticare il “Fertility Dayorganizzato dalla ministra della salute del governo Renzi, Beatrice Lorenzin, oggi passata al Partito Democratico, che con tanto di cartelli raffiguranti “l’orologio biologico”, portava avanti una campagna di colpevolizzazione delle donne non ancora divenute madri.

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Nel 2020 con l’avvento della pandemia c’è stata una nuova strumentalizzazione di questi diritti acquisiti sia a livello nazionale che internazionale. A inizio aprile l’Onu ha coniato il termine “shadow pandemic, riferendosi a tutto ciò che rimaneva nell’ombra con l’avvento della pandemia e cioè sessualità, riproduzione, violenza di genere e aborto. La disponibilità dell’aborto come intervento medico è stata messa in discussione attraverso modalità diverse. L’accesso a questo servizio con il Covid è diventato ancora più difficile a causa del collasso della sanità per l’emergenza pandemica. I “pro-life” hanno cavalcato l’onda lanciando una petizione con il titolo “Durante la pandemia l’aborto non è un servizio essenziale”, affermando che le Ivg rappresenterebbero una inutile occupazione di posti letto ospedalieri.

L’Ivg per le donne che la effettuano è un momento drammatico della loro vita, sia se l’aborto viene effettuato per malformazioni o pericolo di vita della donna sia per qualsiasi altra ragione. Lo stress emotivo e fisico a cui la donna si sottopone è notevole e pensare che sia come fare una passeggiata al mare è la dimostrazione di come le forze reazionarie del nostro paese vogliono colpevolizzare chi ne usufruisce.

Non crediamo che nessuna donna abortisca per divertimento. L’aborto è un rimedio a cui si dovrebbe ricorrere il meno possibile.

Oggi ci sono molti strumenti per non arrivare all’aborto ma anche il loro utilizzo è ostacolato sia dalla morale perbenista sia dal bigottismo di molteplici soggetti.

L’uso degli anticoncezionali nel nostro paese ha dei numeri bassissimi, tra i più bassi d’Europa. Solo il 16% delle donne fa uso di contraccettivi ormonali contro una media europea del 22%; il 42% delle under 25 non utilizza alcun metodo contraccettivo durante la prima esperienza sessuale e il 70% delle donne non conosce come realmente deve essere utilizzata la pillola del giorno dopo.

Perché nel 2021 abbiamo dati ancora cosi preoccupanti? Nel nostro paese non esiste nessun accesso a una vera educazione sessuale a partire dalle scuole. Dal 1968 questa materia è diventata obbligatoria nelle scuole in Germania, Danimarca, Finlandia, in Austria dal 1970 e in Francia dal 1998. L’Italia insieme ad altri soli sei paesi non ha l’educazione sessuale nelle scuole. Il 60% dei giovani tra i 15 e 24 anni non è in grado di identificare in che modo si può prevenire la trasmissione del virus Hiv.

Anche in questo caso quello che prevale è l’assoluta arretratezza di una parte della nostra società. Il sesso visto ancora come un tabù, come qualcosa di marcio che appartiene agli “impuri”, questo è il messaggio che gli esponenti della Chiesa cattolica mandano ai giovani, avallati dalle forze reazionarie del nostro panorama politico.

Nelle scuole vige ancora un regio decreto del Regno di Piemonte-Sardegna del 1860 che impone il crocifisso nelle aule, ma far diventare obbligatoria l’educazione sessuale come materia fa ancora tanto spavento.

L’ostruzionismo che le donne subiscono anche per ciò che riguarda la somministrazione della pillola RU486, che consente l’interruzione della gravidanza farmacologica e non chirurgica, è in linea con i concetti espressi in precedenza. Le donne potrebbero utilizzare questa forma di Ivg per non subire l’intervento chirurgico e avere un ricordo meno traumatico di questa esperienza.

La somministrazione della pillola non richiede l’uso della degenza in ospedale ma molte regioni stanno introducendo l’ospedalizzazione di tre giorni per chi decide di assumerla. In Piemonte, non solo viene limitato l’accesso all’utilizzo, ma viene anche imposta la presenza di associazioni pro-life nelle strutture dove si pratica l’interruzione di gravidanza, con un chiaro intento di colpevolizzare le donne che decidono di praticare questo loro diritto fondamentale. In Umbria, la giunta della presidente leghista pro-life Donatella Tesei nel mese di giugno ha deliberato che chiunque volesse accedere all’aborto farmacologico dovesse essere ricoverato per almeno tre giorni, mentre precedentemente era previsto il Day Hospital.

Nelle Marche, dall’inizio del 2021, la pillola non può più essere somministrata nei consultori, in contrasto con le stesse linee guida del Ministero della salute. Le parole del presidente pro-life della regione racchiudono tutto quello contro cui bisogna ancora lottare: “Abbiamo creato un solco e trasmesso cultura per fare chiarezza e dare coraggio a tutte le donne di buona volontà e di retta coscienza.

Queste dichiarazioni dimostrano, ancora una volta, come la donna venga considerata da una parte numerosa della nostra società. La donna è vista ancora come colei che è al mondo solo per riprodurre e perpetuare il genere umano. Quanto più accanitamente si è vista la donna solo come madre, tanto più la si è negata come persona, come individuo capace di autodeterminarsi ed essere autonomo.

Bisogna rivendicare il diritto delle donne ad usufruire della legge 194/78. Le donne devono avere la possibilità di “diventare madri tutte le volte che vogliono diventarlo, solo le volte che lo vogliono ma tutte le volte che lo vogliono.”

Difendere la legge 194/78 oggi più che mai è necessario e indispensabile per salvaguardare un diritto fondamentale. Per farlo bisogna superare il suo limite principale attraverso l’abolizione del diritto di obiezione di coscienza per tutto il personale medico e non medico. Bisogna rivendicare l’incremento dei consultori su tutto il territorio nazionale e la cacciata di tutte le associazioni pro vita dagli stessi.

Una reale emancipazione della donna è ancora lontana ma le lotte e conquiste passate e quello che succede oggi in tante parti del mondo ci indicano la strada.

Come ha scritto Camilla Ravera: “La donna – come l’uomo – ha la possibilità di definirsi, di autodefinirsi con il suo modo personale di essere, di esprimersi, di manifestarsi: nel lavoro, nelle opere, nella partecipazione attiva e responsabile alla vita sociale, alle lotte comuni; con le sue personali attitudini, scelte, decisioni; senza mai rinnegare se stessa e la propria specificità di donna, l’alto valore della maternità. E respingendo fermamente ogni nuova mistificazione, ogni concessione a mutevoli, effimere mode, a roboanti e aberranti enunciazioni.

 

 

Bibiliografia

Biancamaria Frabotta, Femminismo e lotta di classe in Italia 1970- 1973, Giulio Savelli Editore, 1975

Camilla Ravera, Breve storia del movimento femminile in Italia, Editori Riuniti, 1981

Cinzia Settembrini, Obiezione respinta!, Prospero Editore, 2020

Sonia Previato, Dalle mondine ai call center. Marxismo e femminismo a confronto, 2002