Prosegue la nostra serie di guide alla lettura dedicata ai testi classici del marxismo. Di seguito trovate quella su L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, uno dei testi più importanti scritti da Lenin, ricco di analisi ancora estremamente utili a comprendere la realtà odierna. Se Marx nel Capitale aveva analizzato il capitalismo ai suoi esordi e nella sua fase storica ascendente, Lenin nel suo testo si concentra sulle caratteristiche del capitalismo maturo, pienamente sviluppato, in cui una serie di contraddizioni si accumulano in maniera sempre più marcata. Nel 2022 il libro verrà ripubblicato da AC Editoriale, in una nuova edizione e con una nuova introduzione. Chi nel frattempo volesse consultare il testo on line, lo può reperire qui.

                                                                                                                                  La redazione

 

Lenin scrisse L’imperialismo nella prima metà del 1916, durante il suo esilio in Svizzera. Il contesto storico e politico è importante per comprendere appieno la rilevanza di questo testo. La Prima Guerra mondiale fu un evento sconvolgente, che trascinò il movimento operaio in una crisi senza precedenti. I dirigenti della Seconda Internazionale si mostrarono del tutto incapaci di fornire un’analisi corretta del conflitto, lasciando la classe lavoratrice disarmata di fronte alla brutalità della guerra imperialista.

Molti di loro, avendo capitolato al “socialsciovinismo” (vale a dire l’appoggio del partiti socialisti alle politiche nazionaliste dei rispettivi governi borghesi), vedevano nell’imperialismo solo una politica “sbagliata” delle potenze capitaliste o semplicemente il frutto del nazionalismo. Nel suo testo Lenin fa piazza pulita di queste idee confuse, riarmando politicamente i lavoratori più avanzati con un’analisi materialista. Per il rivoluzionario russo le guerre predatorie e l’annessionismo non erano il frutto di scelte politiche soggettive, ma la diretta conseguenza dello sviluppo del capitalismo, entrato nella sua fase monopolistica.

Con L’imperialismo Lenin delineò i processi attraverso cui il “vecchio” capitalismo, caratterizzato dalla concorrenza e dal libero mercato, era stato sostituito dall’imperialismo, la fase suprema del capitalismo, caratterizzata dal dominio su scala internazionale dei monopoli e del capitale finanziario e in cui l’esportazione di capitali determinava la spartizione del mondo da parte delle grandi potenze imperialiste.
Marx ed Engels avevano già prospettato che la concorrenza avrebbe ceduto il posto ai monopoli. Che le loro previsioni siano state poi confermate va a testimonianza della forza del metodo materialista dialettico e della continuità teorica tra l’opera dei fondatori del socialismo scientifico e il bolscevismo.

Nel suo libro Lenin, oltre a tracciare un’analisi dell’imperialismo, polemizza con i riformisti piccolo borghesi e i socialsciovinisti come Karl Kautsky, colpevoli di non aver saputo fornire un’analisi marxista dell’imperialismo e di non aver sostenuto una posizione di classe indipendente di fronte alla guerra, portando, con il loro tradimento, alla rovina della Seconda Internazionale.
L’Imperialismo rimane uno strumento fondamentale per i marxisti nella battaglia teorica all’interno del movimento operaio. La correttezza delle tesi di Lenin è dimostrata anche oggi: il declino dell’imperialismo americano e l’ascesa di quello cinese stanno provocando nuove lotte per la spartizione dei mercati e delle sfere d’influenza, che si riflettono in tensioni crescenti, offensive protezionistiche e guerre per procura.

 


Capitolo 1. La concentrazione della produzione e i monopoli

Nel primo capitolo Lenin illustra con alcuni esempi l’impressionante fenomeno della concentrazione della produzione nei paesi a capitalismo avanzato. Proprio dal libero mercato deriva il predominio delle imprese più potenti e produttive, che fa sì che un pugno di monopoli arrivi a dominare l’intera economia. Questa per Lenin è la caratteristica decisiva della moderna economia capitalistica, nonché una conferma delle tendenze descritte da Marx e rifiutate dagli apologeti del sistema.

I monopoli erano a malapena visibili prima degli anni Settanta del XIX secolo, ma da allora, e soprattutto dopo la crisi del 1900-03, si erano sviluppati fino a diventare un elemento strutturale in tutte le nazioni a capitalismo avanzato. Essi prosperavano implementando lo sviluppo tecnologico, ma anche imponendo prezzi di monopolio.

Questi colossi non si limitano a produrre per un mercato indefinito: sanno valutare le risorse di intere nazioni, le potenzialità del mercato del lavoro nella sua totalità e la capacità di assorbire la produzione dei diversi mercati nazionali – quegli stessi mercati che poi procedono a spartirsi.

Questo significa che la produzione è sempre più socializzata. Lenin spiega che i capitalisti, pur cantando le lodi del “libero mercato”, stavano sostituendo (contro la loro volontà) la pianificazione economica alla concorrenza! E ogni tentativo di invertire il processo non può che caratterizzarsi come un’utopia reazionaria.


Domande per la discussione

  • Attraverso quali specifici meccanismi i monopoli si assicurano il loro dominio?
  • Perché alla fine della libera concorrenza non corrisponde la fine delle crisi economiche?
  • Perché l’idea di smantellare i monopoli è allo stesso tempo utopistica e reazionaria?

 

 

Capitolo 2. Le banche e la loro nuova funzione

La concentrazione in monopoli si verifica anche nel settore bancario. Il meccanismo è lo stesso dell’industria, ma giocano un ruolo fondamentali le gigantesche “società a partecipazione finanziaria” che permettono alle banche più grandi di dominare quelle più piccole. Le banche non fanno più solo da intermediarie per i pagamenti. Avendo formato monopoli, concentrano nelle loro mani quasi tutta la ricchezza monetaria della società, così come la conoscenza dell’andamento degli affari di tutti i loro clienti. Diventano così entità pervasive, con un potere di vita e di morte sulle operazioni commerciali e industriali.

Già alla fine del XIX secolo le banche tendevano ad impiegare direttori sempre più specializzati, coinvolti direttamente in specifici settori produttivi, e a rafforzare la simbiosi con l’industria (attraverso, per esempio, la nomina di loro rappresentanti nei consigli d’amministrazione delle fabbriche). Vediamo così la genesi dei giganteschi monopoli finanziari nel momento in cui le stesse banche intervengono e arrivano a dominare il capitale industriale.

Lenin spiega che nel moderno monopolio bancario vediamo dispiegarsi una sorta di “contabilità generale” di tutta l’economia. Tuttavia c’è una contraddizione. La produzione diventa sempre più socializzata, ma i mezzi di produzione rimangono in mano privata. Questo porta a squilibri di ogni tipo. Anche se le banche “pianificano” la produzione, non arrivano mai a superare completamente i meccanismi della concorrenza. Dal libero mercato si è passati a un sistema misto di concorrenza e monopolio. Lenin osserva acutamente che questa nuova fase del capitalismo mostra una società in transizione, ma pone la domanda: in transizione “verso cosa”?


Domande per la discussione

  • Perché le banche cessano di essere semplici intermediarie per i pagamenti, una volta che vengono stabiliti i monopoli?
  • In che modo giganteschi monopoli bancari arrivano a dominare le banche più piccole?

 


Capitolo 3. Capitale finanziario e oligarchia finanziaria

Con l’emergere di questi giganteschi monopoli, il capitale industriale e quello bancario tendono a confluire nei colossi del capitale finanziario. In questo capitolo Lenin descrive il “sistema della partecipazione finanziaria” come la pietra angolare di tutto il sistema.

Citando una serie di dati dell’epoca, si spiega come fosse sufficiente “disporre del 40% delle azioni per dirigere gli affari di una società, poiché un certo numero di piccoli azionisti non hanno praticamente la possibilità di partecipare alle assemblee generali”. A dimostrazione della correttezza della tesi di Lenin su questo punto, oggi la percentuale di azioni necessaria a controllare una società è enormemente inferiore al 40%. Un dato di fatto che rappresenta la miglior risposta contro quei riformisti che vorrebbero “democratizzare” l’economia facendo di ogni operaio un azionista. Lenin mostra che in questo modo non si farebbe che rafforzare il dominio del capitale finanziario.

L’oligarchia finanziaria trae immensi profitti da prestiti, truffe e speculazioni. Per usare le parole di Lenin, “il capitalismo, che prese le mosse dal capitale usurario minuto, termina la sua evoluzione mettendo capo a un capitale usurario gigantesco”. A dimostrazione di questa affermazione porta l’esempio della Francia, che nel 1916 viveva un periodo di stagnazione dal punto di vista industriale e demografico, ma dove un pugno di milionari si stava arricchendo, precisamente tramite l’usura.
Lenin descrive anche gli altri modi in cui questa oligarchia finanziaria estende il suo dominio in ogni sfera della vita pubblica. Le imprese in rovina vengono rilevate dopo ogni recessione, solo per essere riorganizzate o spogliate del loro patrimonio. Controllando le infrastrutture e i trasporti, il capitale finanziario trova nuove strade per la speculazione fondiaria su vasta scala. Anche lo Stato non è immune dato che, direttamente o indirettamente, anche i funzionari pubblici possono essere comprati.
Al termine del capitolo viene illustrato come diverse economie avanzate siano cadute sotto il controllo del capitale monopolistico per stabilire a loro volta una stretta monopolistica sul mondo intero. Al tempo di Lenin quattro nazioni (la Gran Bretagna, la Francia, la Germania e gli Stati Uniti) possedevano circa l’80% del capitale finanziario internazionale.


Domande per la discussione

    • Perché non è possibile “democratizzare” l’economia rendendo ogni lavoratore un piccolo azionista?
    • Quali elementi di somiglianza vi sono tra il mondo di oggi e la Francia all’inizio del XX secolo?
    • In che modo oggi il capitale finanziario domina tutte le sfere della vita pubblica?

 

 

Capitolo 4: L’esportazione del capitale

Se l’era del libero mercato si caratterizza per l’esportazione di merci, quella dell’imperialismo vi aggiunge anche l’esportazione intensiva di capitale. Quei paesi in cui la forma monopolistica si è sviluppata pienamente, si ritrovano con una grande eccedenza di capitali, che per fruttare devono necessariamente essere esportati in altri paesi.

Questo non impedisce che nei paesi avanzati esistano ancora aree sottosviluppate, in cui le masse vivono in povertà e l’agricoltura è profondamente arretrata. Ma lo sviluppo nel capitalismo ha sempre un carattere “diseguale e combinato” e il capitale non è mai usato allo scopo di liberare le masse dalla povertà.

Il punto è che in quei paesi più avanzati il capitalismo non è in grado di trovare settori profittevoli per gli investimenti. In altre parole, è maturato al punto da rischiare di marcire. Il capitale viene quindi esportato in paesi “arretrati”, dove i profitti sono alti grazie al basso prezzo delle terre, delle risorse e del lavoro. Le nazioni a capitalismo avanzato cominciano quindi a vivere come parassiti dei paesi più poveri, che vengono sfruttati intensivamente.

L’esportazione di capitale può rallentare lo sviluppo delle nazioni avanzate, ma effettivamente rafforza lo sviluppo del capitalismo nei paesi nei quali viene esportato. Ovviamente lo fa in modo diseguale e combinato: enormi fabbriche moderne sorgono al fianco di fattorie di sussistenza, proprietà feudali e altri residui di modi di produzione pre-capitalistici.

Così il capitale finanziario tesse la sua rete intorno al mondo intero. Le grandi compagnie finanziare stabiliscono le loro succursali, di nome o di fatto, in tutti i paesi poveri, fino a dominare l’intero mercato. Questa divisione del mondo tra i capitalisti finanziari arriva poi a coincidere con la divisione del mondo tra le diverse potenze, ognuna delle quali sostiene i propri gruppi finanziari.


Domande per la discussione

  • Ti viene in mente un esempio di sviluppo diseguale e combinato nelle economie “avanzate” odierne?
  • In che modo le conseguenze delle esportazioni di capitale riguardano i compiti rivoluzionari dei lavoratori nei paesi cosiddetti “sottosviluppati”?

 


Capitolo 5. La divisione del mondo tra raggruppamenti capitalistici

In questo capitolo Lenin inizia ponendo in evidenza come alcuni monopoli dominanti in nazioni differenti possano unirsi formando dei trust mondiali, o “super-monopoli”. Nel capitalismo i mercati interni sono inestricabilmente legati al mercato internazionale. Per questo i monopoli che in primo luogo dominano il proprio mercato interno, procedono a formare cartelli internazionali con le loro controparti straniere. Si accordano su come spartirsi il mercato mondiale, evitano di competere tra di loro all’interno dei singoli paesi e condividono avanzamenti nella ricerca e nella tecnologia.

Lenin procede poi a smascherare l’idea, propagandata dagli autori borghesi e fatta propria da Kautsky, secondo cui l’esistenza di questi trust internazionali potrebbe portare ad unità e pace. Viene spiegato come gli equilibri di potere espressi da un cartello possono mutare in qualunque momento, a partire da cambiamenti nei rapporti di forza e, più in generale, dallo sviluppo diseguale e combinato del capitalismo. Cioè è tanto più vero in corrispondenza di crisi e/o guerre.

I riformisti e i socialsciovinisti si concentrano sulle modalità in cui si svolge la lotta dei monopoli per il possesso del pianeta, che possono essere pacifiche oppure prevedere il ricorso alle armi a seconda delle circostanze. Questa questione è sempre secondaria rispetto alla natura di questo scontro e al suo contenuto di classe. È nell’interesse della borghesia nascondere questa natura, ma se è un dirigente operaio a nasconderla, allora si tratta di un tradimento bello e buono. 

A questo punto è ormai chiaro che l’imperialismo non rappresenta una caratteristica o una tendenza del capitalismo: è la fase suprema del capitalismo stesso, lo sbocco inevitabile del libero mercato. La struttura economica fortemente concentrata del sistema imperialista globale è ciò che permette alla classe capitalista di spartirsi il mondo. Questa spartizione si basa sui rapporti di forza tra le potenze, che possono mutare per motivi economici o “extra-economici” (una guerra, ad esempio). Cambia la forma, ma non il contenuto di classe di questo scontro.

Alla fine del capitolo si osserva come le relazioni tra cartelli internazionali si sviluppino sulla base della suddivisione economica del pianeta, così come, parallelamente, le alleanze politiche tra Stati si giocano sulla spartizione territoriale del mondo.


Domande per la discussione

  • Ti viene in mente un esempio moderno di come i riformisti nascondano opportunisticamente il reale carattere dell’imperialismo?
  • Riesci a fornire un esempio contemporaneo di scontri tra trust internazionali e monopoli per la spartizione del mercato mondiale? Quale cambiamento (nell’equilibrio delle diverse forze in campo, nei fattori esterni, ecc.) ha portato una situazione pacifica a trasformarsi in una lotta per la suddivisione dei mercati?

 


Capitolo 6. La divisione del mondo tra le grandi potenze

In questo capitolo Lenin innanzitutto illustra come il periodo 1876-1900 sia stato caratterizzato dalla spartizione definitiva del pianeta. La politica coloniale delle potenze imperialiste ha completato la conquista di tutti i territori non ancora occupati. Questa spartizione è “definitiva” nel senso che non ci sono nuovi territori per cui le potenze imperialiste possano competere. Questo non significa che si tratti di una divisione statica o permanente, ma che nuovi territori possono essere acquisiti solo tramite une nuova suddivisione.

Il colonialismo nell’età dell’imperialismo è qualitativamente diverso dal colonialismo nell’epoca del libero mercato, perché è legato in modo indissolubile ai monopoli finanziari. La politica coloniale nell’era dell’imperialismo ha lo scopo di fornire ai monopoli una garanzia contro la concorrenza, centralizzando il controllo di tutte le materie prime e di tutta la forza lavoro in un territorio specifico.

Tuttavia nel tardo XIX secolo vi erano evidenti squilibri nella divisione del mondo. All’epoca paesi come la Gran Bretagna e la Francia facevano la parte del leone nella divisione dei possedimenti coloniali. La Germania, al contrario, scontava un ritardo nella creazione del suo impero coloniale. Allo stesso tempo le vecchie potenze capitaliste, come la Gran Bretagna e la Francia, si trovavano in una situazione di stagnazione, mentre nuove potenze come la Germania, gli Stati Uniti e il Giappone crescevano molto rapidamente. E poi c’era la Russia, dove l’imperialismo conviveva nello stesso sistema assieme a rapporti di proprietà precapitalistici, in un esempio eccellente di sviluppo diseguale e combinato.

C’era una contraddizione: i paesi con il più impetuoso sviluppo economico e tecnologico non erano necessariamente quelli con più colonie. Questa contraddizione non poteva che essere risolta tramite una guerra per una nuova spartizione del mondo tra le potenze imperialiste.


Domante per la discussione

  • Qual è la differenza tra una colonia e un paese semi-coloniale, nella descrizione di Lenin? Ti vengono in mente dei paesi contemporanei che possano essere considerati semi-coloniali?
  • Cosa intendeva il celebre imperialista e magnate nel settore dei diamanti Cecil Rhodes, quando diceva “se non si vuole la guerra civile, occorre diventare imperialisti”? In che senso, secondo Lenin, Rhodes “non era che un socialsciovinista più onesto”?
  • Ti vengono in mente altri esempi nei quali cambiamenti nei rapporti di forza hanno posto la questione di una nuova suddivisione delle colonie o delle “sfere d’influenza”?

 

 

Capitolo 7. L’imperialismo, fase particolare del capitalismo

In questo capitolo Lenin polemizza di nuovo con Kautsky e la sua concezione dell’imperialismo. Tirando le fila del discorso, riassume le caratteristiche principali dell’imperialismo: la concentrazione della produzione e del capitale, che porta alla formazione di monopoli; la fusione di capitale bancario e industriale; l’esportazione di capitali, che acquisisce un carattere distinto rispetto all’esportazione di merci; e la formazione di monopoli internazionali.

Ribadendo che le caratteristiche dell’imperialismo non sono che il prodotto dello sviluppo del capitalismo stesso, Lenin contrappone la sua analisi a quella di Kautsky, per cui l’imperialismo non è una fase dello sviluppo capitalistico, ma piuttosto una specifica politica portata avanti dalla borghesia.

Kautsky prova cioè a separare la dimensione politica dell’imperialismo (guerre, occupazioni, annessioni…) dalle sue basi economiche. La conclusione di un ragionamento di questo tipo è che, dal momento che l’imperialismo è solo un tipo di politica nel capitalismo, altre politiche più pacifiche sono possibili. Una concezione che in ultima istanza apre la strada al riformismo: non si esclude che una politica borghese differente sia possibile senza che ci sia bisogno di rovesciare le basi materiali del sistema.

Infine, Lenin attacca il concetto kautskyano di “ultra-imperialismo”, l’idea secondo cui il dominio dei trust internazionali potrebbe mitigare le diseguaglianze e le contraddizioni proprie del capitalismo. Avendo già esposto come le apparenti tregue tra cartelli possano essere interrotte da cambiamenti nei rapporti di forza e da nuove spartizioni, in questo capitolo Lenin va oltre, dimostrando come il capitale finanziario e i trust in effetti aumentino la diseguaglianza tra i livelli di crescita delle differenti aree dell’economia mondiale. Per esempio, nel periodo immediatamente precedente alla Prima Guerra Mondiale, la Germania era cresciuta più velocemente della Gran Bretagna, ma quest’ultima aveva comunque più colonie. Contraddizioni di questo tipo conducevano a guerre tra le potenze imperialiste.


Domande per la discussione

  • Ti vengono in mente idee o politiche riformiste di oggi che affrontino l’imperialismo in modo simile a Kautsky?
  • Kautsky afferma che l’imperialismo rappresenta una lotta tra nazioni capitaliste industrializzate per annettere territori agricoli. Perché, secondo Lenin, questa affermazione è falsa?

 

 

Capitolo 8. Parassitismo e putrefazione del capitalismo

Lenin spiega che un aspetto importante dell’imperialismo è la crescita di uno strato “parassitario” nella popolazione dei paesi a capitalismo avanzato. L’esportazione di capitali, un aspetto chiave dell’imperialismo, ha luogo in parte perché il capitale finanziario non può trovare campi di investimento profittevoli all’interno della propria nazione imperialista. L’esportazione di capitali permette così ad un intero settore della popolazione di vivere sfruttando i dividendi derivanti dai massicci investimenti all’estero.

Lenin fa l’esempio della Gran Bretagna. Nonostante all’epoca la Gran Bretagna fosse la maggiore potenza esportatrice al mondo, il reddito derivante dai dividendi e dagli interessi dei capitali investiti all’estero era di cinque volte superiore al reddito derivante da tutto il suo commercio estero.

L’imperialismo è inoltre caratterizzato da una tendenza alla stagnazione e alla decadenza, a causa della stretta dei monopoli sull’economia. Questa tendenza può avere il sopravvento in determinati periodi, eliminando l’incentivo a investire nello sviluppo tecnologico. In secondo luogo, la conversione della borghesia in una classe di rentier (cioè coloro che vivono di rendita) accresce il suo allontanamento dai processi di produzione.

Questi aspetti hanno conseguenze importanti per il movimento socialista. I grossi profitti monopolistici di pochi paesi ricchissimi vengono infatti impiegati per corrompere lo strato più elevato della classe lavoratrice (quella che Lenin definiva “aristocrazia operaia”), rafforzando così le correnti opportuniste nel movimento operaio, dal momento che questo settore si distacca sempre più dalle masse e dai loro bisogni.


Domande per la discussione

    • La tendenza al parassitismo e alla decadenza, analizzata da Lenin, si è accentuata o attenuata nel capitalismo più recente?
    • Perché, secondo Lenin, i capitalisti tendono sempre più a trasformarsi in una classe di rentier, scollegata dalla produzione?
    • Perché, secondo Lenin, l’opportunismo finisce per fondersi completamente con la politica borghese, diventando “socialsciovinismo”?

 

 

Capitolo 9. Critica dell’imperialismo

In questo capitolo Lenin riassume l’atteggiamento delle diverse classi rispetto all’imperialismo. Le classi proprietarie sono totalmente dalla parte dell’imperialismo e i commentatori borghesi al massimo possono occultare la loro difesa dell’imperialismo dietro meschini appelli volti a riformarne ad attutirne gli aspetti più violenti.

A causa delle pressioni sulla piccola impresa creati dal domino dell’oligarchia finanziaria e dalla conseguente eliminazione della concorrenza, all’inizio del XX secolo si era sviluppata in molti paesi avanzati un’opposizione democratica piccolo-borghese all’imperialismo. Questa posizione contrapponeva la “libertà”, la “democrazia” e la “concorrenza” alle caratteristiche esistenti dell’epoca imperialista: ancora una volta questo pensiero idealista concepiva l’imperialismo come un insieme di scelte politiche e non come una fase oggettiva nello sviluppo del capitalismo.

Lenin spiega che non è compito del movimento operaio contrapporsi all’imperialismo difendendo un ipotetico ritorno a un’era passata di competizione e libero mercato. In ogni caso uno sviluppo del genere sarebbe impossibile, dal momento che gli stessi monopoli sono sorti dalla crescita e dalla concentrazione della produzione e del capitale proprio nell’epoca del libero mercato. I marxisti dovrebbero avere chiaro che l’unica alternativa all’imperialismo è il socialismo. Non vogliamo il ritorno al libero mercato, vogliamo porvi fine ponendo fine al capitalismo.


Domande per la discussione

    • Riesci a fornire un esempio di moderni commentatori borghesi che provano a mascherare la loro difesa dell’imperialismo?
    • Ti viene in mente qualche esempio di moderna critica piccolo-borghese all’imperialismo?
    • In che senso la critica di Kautsky dell’imperialismo può essere considerata reazionaria?

 

 

Capitolo 10. Il posto che occupa l’imperialismo nella storia

Lenin in definitiva caratterizza l’imperialismo come capitalismo monopolistico, una fase di transizione caratterizzata da monopoli e trust, dal nuovo ruolo delle banche come monopoli del capitale finanziario, da una nuova politica coloniale incentrata sulla battaglia per le materie prime e l’esportazione di capitali.

L’imperialismo, a causa del dominio dei cartelli, innalza il costo della vita per la classe operaia. È questa una delle maggiori caratteristiche dell’imperialismo in quanto fase di transizione, che comincia con il consolidamento del capitale finanziario. Le caratteristiche principali di questa epoca di transizione sono la concentrazione e la socializzazione della produzione in misura sempre maggiore.

Su scala internazionale, l’imperialismo ha accresciuto la diseguaglianza nello sviluppo economico degli Stati perché ha generato un sistema dove poche potenze imperialiste e parassitarie dominano e sfruttano una maggioranza di nazioni più deboli. Secondo Lenin proprio la forma oligarchica dei monopoli, in obiettiva contraddizione con la socializzazione della produzione, non è che un sintomo del carattere moribondo del capitalismo.

 

Domande per la discussione

  • Perché l’imperialismo rappresenta una fase di transizione?
  • In che modo l’imperialismo prepara la strada per il socialismo?