di Sinistra, Classe, Rivoluzione

 

Mettiamo a disposizione dei nostri lettori l'introduzione scritta nel 2013 da Sinistra Classe Rivoluzione in occasione della ri-pubblicazione del libro di Karl Marx "Salario, prezzo e profitto". Il breve testo riassume sinteticamente tutti i principali caposaldi della teoria economica marxista, che riteniamo utile riprendere in quest'epoca di grave crisi economica. 

 

 

Salario, prezzo e profitto fu pubblicato per la prima volta nel 1898, ad opera della figlia di Marx, Eleanor, che ne aveva rinvenuto il manoscritto in inglese. Nello stesso anno Bernstein si occupò di tradurlo in tedesco e di pubblicarlo in Die Neue Zeit.

L’opera riprendeva il discorso pronunciato da Marx il 20 giugno 1865, in risposta alle tesi di John Weston.

Weston sosteneva che un aumento dei salari sarebbe stato annullato da un aumento dei prezzi. Tesi naturalmente pericolose, perché negavano ogni utilità pratica della lotta sindacale per migliorare le condizioni di vita del proletariato.

Marx interveniva al consiglio generale della Prima Internazionale (che si era costituita l’anno precedente), liquidando le concezioni di Weston, precisando le basi scientifiche della lotta economica e proponendo il consapevole svolgimento della lotta di classe per il salario fino a superare, nella lotta politica, i suoi limiti obiettivi.

In una lettera ad Engels del 24 giugno 1865, Marx si domandava se era opportuna la pubblicazione di quel discorso:

Da una parte sarebbe forse utile, perché si tratta di persone che sono legate a J. St. Mill, al professor Beesly, Harrison, ecc. D’altra parte sono esitante: 1. perché aver per avversario “Mr. Weston” non è proprio molto lusinghiero; 2. nella seconda parte esso contiene, in forma straordinariamente succinta, ma relatively popular, parecchio di nuovo, in anticipazione tolto dal mio libro, mentre deve nello stesso tempo sorvolare su un mucchio di cose. Domanda: sono consigliabili quelle anticipazioni tolte in tal modo dal libro? Penso che su questo punto tu possa decider meglio di me, dato che vedi la cosa da lontano e con più calma” (Marx-Engels, Opere, vol. XLII, p. 132).

Il libro a cui si fa riferimento è il primo volume del Capitale che sarebbe stato completato da lì a pochi mesi. Alla fine la questione venne risolta dalla penuria economica che impediva all’Internazionale di pubblicare sia il testo di Marx che quello di Weston. Si dovettero aspettare oltre trent’anni prima che un compendio dalla grande efficacia divulgativa venisse diffuso nel movimento.

Ciò che rende particolarmente significativo Salario, prezzo e profitto è che in poco più di cinquanta pagine riesce a delineare l’impalcatura della società capitalistica e a dare un indirizzo politico al conflitto di classe, in quanto contrapposizione ai rapporti di produzione capitalistici.

Per Marx sostenere, come faceva Weston, che gli aumenti di salario provocavano aumenti nei prezzi, equivaleva ad affermare che i secondi erano determinati dai primi. Ma con ciò non si fa che proporre la seguente tautologia: il valore del lavoro (il salario) determina il valore delle merci. Posta così la cosa, “non facciamo altro che spostare la difficoltà, perché determiniamo un valore per mezzo di un altro valore, che, a sua volta, ha bisogno di essere determinato”.

 

Il valore della merce

Come viene allora determinato il valore di una merce? Né dal salario, né dalla legge della domanda e dell’offerta, che tutt’al più può spiegare la fluttuazione dei prezzi attorno a un asse determinato.

Per Marx il valore può essere determinato solo dal tempo di lavoro sociale o socialmente necessario a produrla, il quale a sua volta dipende dallo sviluppo delle forze produttive.

Per Marx, salario e tempo di lavoro erano fattori tra loro diversi e indipendenti, e dunque anche i prezzi delle merci erano indipendenti dal salario.

D’altra parte, ricondurre il valore di una merce alla sua effettiva sostanza (il tempo di lavoro mediamente necessario a produrla) è l’unico procedimento che consente di comprendere perché le merci sono scambiabili tra di loro, qualsiasi sia la loro utilità (il loro valore d’uso). Ed è proprio il tempo di lavoro che determina il valore (di scambio) di una merce.

Dunque da cosa è determinato il salario? E ancora, qual è il nesso tra salario e profitto?

Acquistata la forza-lavoro dell’operaio, il capitalista acquista il diritto di usarla e consumarla per tutto il tempo che ritiene necessario. A parte i limiti fisiologici dell’operaio, l’unico limite che il capitalista incontra è costituito dalla lotta di resistenza degli operai al prolungamento della giornata di lavoro.

Il pluslavoro è quella parte della giornata lavorativa in cui l’operaio produce un valore superiore a quello anticipato dal capitalista, in salari. Il pluslavoro produce plusvalore e cioè profitto.

In altri termini un aumento dei salari non incide sul valore (che dipende dal tempo di lavoro necessario a produrre una merce), ma sul profitto del capitalista. Un aumento generale dei salari provocherebbe una caduta del saggio di profitto. Questa in estrema sintesi la rivoluzionaria “scoperta” su cui si basa l’intera concezione economica di Marx.

 

Mistificazioni della borghesia

Quando ci accingiamo a parlare della crisi è da questi fondamentali che dobbiamo partire. Con l’esplodere della crisi nell’estate del 2007 si è sviluppata una grande attenzione sul problema di dare una lettura della crisi economica, però dobbiamo essere consapevoli che spesso è una discussione mistificata. Proprio perché si discute il fenomeno della crisi e le sue conseguenze più manifeste, più evidenti, si tende in qualche modo ad oscurare una lettura più complessiva di quello che è il funzionamento dell’economia capitalista e delle sue leggi fondamentali.

Questo è vero soprattutto nelle letture della crisi che ci sono state offerte dalla classe dominante, sempre parziali e mistificate: la crisi della finanza, la crisi della fiducia, ecc.

Il motivo è politico. Infatti, guarda caso, l’unico punto sul quale tutte queste letture si trovano d’accordo è che dalla crisi si esce facendo lavorare di più e pagando di meno la classe operaia.

Però va anche capito che nello scontro tra le fazioni della borghesia, le diverse condizioni della banca, dell’industria e dello Stato, danno luogo a diverse analisi che hanno tutte un carattere mistificatorio. Il compito dei marxisti è sgombrare il campo da queste letture ed andare all’essenza della questione.

La prima idea che va confutata è quella che descrive il capitalismo come un sistema al di fuori della storia. Un sistema che esiste e che si presume sempre esisterà.

La lettura del marxismo parte esattamente dal concetto opposto. La prima riga del Capitale dice precisamente questo: “La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una ‘immane raccolta di merci’”.

Cosa vuol dire? Per il marxismo la produzione mercantile è legata ad un sistema storico che è il capitalismo, cioè essa non può essere considerata al di fuori delle condizioni sociali di una data epoca.

Perché la merce? Perché la merce non è un prodotto in quanto tale, non viene prodotta per essere consumata o goduta, ma per essere venduta.

Questa scissione che si produce nell’economia capitalista, per cui la produzione è una produzione per la vendita e per lo scambio, è la scissione tra il valore d’uso e il valore di scambio. In questa scissione c’è già una possibile chiave di lettura della crisi del sistema.

Se la produzione non è motivata dal bisogno, ma dalla necessità di vendere, questo crea la possibilità che queste due realtà, bisogno e necessità di vendere, non si incontrino e infatti la crisi si manifesta nella sovrapproduzione, oppure nella sovraccapacità e cioè in merci che non si vendono o fabbriche che non producono che, all’atto pratico, è la stessa cosa.

Questo è un concetto importante perché dal punto di vista economico se cucino per mangiare non produco merce, ma se sono il dipendente di un fast-food, come lavoratore salariato produco una merce anche se sto facendo la stessa identica attività.

La produzione di merci non è una caratteristica esclusiva del capitalismo, lo scambio esisteva anche prima, in varie forme. E anche lo scambio mediato dal commercio. Anche i sistemi schiavistici in determinate fasi hanno prodotto prevalentemente per un mercato, per vendere. E anche nel sistema feudale esisteva una eccedenza di produzione che veniva scambiata.

 

La valorizzazione del capitale

Qual è dunque la differenza fondamentale che determina la specificità del capitalismo rispetto ad altri sistemi? In sistemi precedenti lo scambio mercantile era determinato fondamentalmente dalla necessità di scambiare una merce con un’altra merce, ovvero allargare e soddisfare una serie di bisogni attraverso lo scambio. Marx parlava di un ciclo Merce-Denaro-Merce (M-D-M), ovvero produco una merce per venderla e comprarne un’altra che non produco e di cui posso avere bisogno. Il capitalismo invece inverte questo ciclo, cioè il capitalismo parte dal denaro e produce una merce con l’obiettivo di ottenere più denaro (D-M-D’). Questo significa che da quando questo sistema economico si è affermato, tutta la scienza economica ha discusso lungamente da dove proveniva quel denaro aggiuntivo alla fine del ciclo. La scienza economica se l’è domandato fino ai primi anni del novecento e poi ha smesso di domandarselo perché ha ritenuto che vi fossero domande meno pericolose da farsi. Cioè la domanda è da dove viene la valorizzazione del capitale o, se vogliamo dirlo con altre parole, il plusvalore o il profitto.

Marx polemizza con le risposte ingenue a questa domanda. A chi dice: “Io compro a poco e vendo a tanto, se sono bravo ci ho guadagnato su” per spiegare l’origine del profitto e dell’aumento del capitale in questo sistema, l’obiezione evidente è che in un sistema fondato su queste basi quello che qualcuno guadagna, qualcun altro perde, per cui se compro a 100 e rivendo a 110, avrò messo di più in tasca, ma qualcun altro si è impoverito. Questo può spiegare la ricchezza dell’uno o dell’altro, ma non può spiegare l’accrescimento della ricchezza sociale e il funzionamento del sistema nel suo insieme.

Risposte come questa alla domanda “da dove viene il profitto” possono sembrare particolarmente “naïf”, ma se andiamo a leggere i manuali di economia politica non è che ne vengano date di molto più intelligenti.

Generalmente la spiegazione dell’origine del profitto ruota attorno al fatto che per fare una merce servono i capannoni, la materia prima, i macchinari, gli operai, gli ingegneri, i progettisti, la banca che presta i soldi, ecc., ed è giusto che ognuno abbia il suo pezzo di remunerazione, ma così facendo si rimane su un terreno di mistificazione perché si cerca la spiegazione del profitto in qualità intrinseche a questi cosiddetti fattori di produzione.

La posizione del marxismo non è una posizione originale ma una elaborazione della posizione già sviluppata dagli economisti classici dalla fine del 1700 in poi, secondo
la quale il valore, e dunque il prezzo, non è contenuto nella natura della merce, ma è una realtà sociale, cioè il valore della merce è determinato dallo scambio e, più precisamente, è determinato dal valore socialmente necessario a produrre una qualsiasi merce.

C’è un passaggio famoso nel Capitale in cui si dice che la visione borghese dello scambio è una visione feticistica perché attribuisce all’oggetto una facoltà (il valore, la possibilità di essere scambiato) che in realtà è una caratteristica di chi l’ha prodotto.

Con ciò Marx intende dire che lo scambio non è una relazione tra due merci, ma una relazione tra chi le ha prodotte; il punto di contatto che rende possibile lo scambio è che tutte le merci, tutti i prodotti e tutti i servizi sono il frutto del lavoro sociale e del lavoro umano.

 

La teoria del valore-lavoro

La teoria del valore-lavoro che dice, appunto, che il valore di una merce è determinato dal tempo di lavoro socialmente necessario a produrla, è dunque la chiave nella spiegazione del rapporto tra salario, prezzo e profitto.

Marx parla di lavoro sociale. Cioè non stiamo parlando delle caratteristiche individuali di un operaio, di un artigiano, di un’azienda. Stiamo parlando di come viene suddiviso e scambiato l’insieme del lavoro che la società mette a disposizione per la produzione di merci e dunque si parla di un lavoro indifferenziato, indistinto, non si parla del lavoro dell’operaio metalmeccanico o dell’infermiere o del cuoco.

Questo è un punto che è stato lungamente contestato al marxismo. Si domanda come si possano paragonare lavori diversi. Marx fa due specificazioni importanti in proposito. Intanto, dice, per tempo di lavoro socialmente necessario dobbiamo intendere quello che è determinato dalle condizioni tecniche e produttive prevalenti. È chiaro che se il telaio a vapore conquista l’industria tessile, le 10 ore di lavoro del tessitore a mano diventano 2 ore di lavoro nell’industria tessile, e quindi le sue 10 ore di lavoro valgono solo 2 ore di lavoro. E di questo processo potremmo dare molti esempi aggiornati.

In secondo luogo dobbiamo fare una riflessione su quello che è il lavoro nell’industria e in generale nell’economia capitalista, la cui tendenza storica è quella di abbassare ed uniformare le caratteristiche del lavoro. Cioè l’innovazione tecnologia ha creato una tendenza al livellamento e allo svuotamento.

Per essere più chiari, cento anni fa anche un operaio di fabbrica tendeva ad essere un operaio di mestiere che magari impiegava cinque o dieci anni per essere formato in quel determinato lavoro e tale rimaneva per tutta la vita. Oggi, come ben sappiamo, la caratteristica fondamentale che si richiede ad un lavoratore è quella di non saper far nulla per poter fare qualsiasi cosa, dal call-center alla catena di montaggio, nelle condizioni in cui il lavoro viene semplificato il più possibile, dequalificato e impoverito. Ovviamente questa è una tendenza che non è assoluta, però è chiaramente visibile nella vita lavorativa di chiunque.

Per cui la favoletta che dice che l’innovazione tecnologica richiede un lavoro più qualificato è una falsità. Proprio perché la caratteristica del sistema è quella di separare il lavoratore dai mezzi di produzione, è chiaro che la gestione della produzione, la sapienza del lavoro, viene espropriata dal lavoratore e trasferita all’impresa, trasferita alla gestione capitalistica del lavoro.

Nella misura in cui esistono lavori diversamente qualificati, perché naturalmente continuano ad esistere lavori che si imparano in mezza giornata e lavori che si imparano in 4-5 anni, questa equivalenza tra diversi tipi di lavoro viene mantenuta applicando un semplice coefficiente per cui ad esempio due ore di un lavoratore non qualificato corrisponderanno a un’ora, un’ora e mezza di lavoro qualificato.

Per cui dal punto di vista del marxismo, lo scambio di merci avviene al giusto prezzo e al giusto valore. Non ci occupiamo delle eccezioni alla regola. Facciamo una discussione per individuare la norma. E la norma è che ogni prodotto viene scambiato al giusto valore e quindi un’ora di lavoro viene scambiata per un’ora di lavoro. Diversamente entreremmo in un campo arbitrario in cui sarebbe impossibile trarre una qualsiasi generalizzazione.

Tutto questo si è affermato non in maniera spontanea e pacifica, il capitalismo è arrivato ad ottenere questa condizione attraverso vari secoli di violenze economiche ed extra-economiche tese ad ottenere la creazione del proletariato e cioè la distruzione di quelle condizioni di lavoro e di esistenza che erano quelle dell’artigiano, del contadino, ecc., in cui il lavoratore e i suoi mezzi di produzione erano in qualche modo collegati. Erano sicuramente condizioni arretrate, ma relativamente libere, trasformate successivamente in condizioni di subordinazione, in condizioni
di lavoro salariato.

 

La forza-lavoro, un tipo particolare di merce

Arriviamo così ad un altro punto assolutamente centrale rispetto all’analisi marxista e cioè quello del concetto del valore della forza-lavoro. Marx dice più volte che espressioni come “valore del lavoro”, oggi diremmo “costo del lavoro”, sono accettabili come espressioni colloquiali, ma non hanno un contenuto scientifico.

Perché? Perché l’idea del valore del lavoro è “vado a lavorare e produco questo e il padrone mi ha pagato per quello che ho prodotto”. In realtà non è così. Quello che viene acquistato non è il prodotto del lavoro, ma la capacità di lavorare, l’abilità di lavorare. E nel momento in cui il lavoratore vende la sua forza-lavoro per una giornata, per un mese, per un anno, non ne dispone più, quello che è stato pagato attraverso il salario sono le sue 8 ore, la sua settimana di 40 ore, ecc. che ora sono nella disponibilità del capitalista.

Perché è centrale questo punto? Perché la forza-lavoro non si distingue dalle altre merci, si vende al suo giusto prezzo. Qual è il giusto prezzo della forza-lavoro? È il tempo necessario a produrla, a far vivere il lavoratore, a mandarlo a scuola, a permettergli di crescere un paio di figli che prendano il suo posto quando lui andrà in pensione, a vestirlo, dargli da mangiare e soddisfare le esigenze e i bisogni prevalenti di una data epoca. È chiaro che il valore della forza-lavoro ha un elemento storico, sociale e culturale.

Questo significa che il rapporto del lavoro salariato, cioè la compravendita della forza-lavoro, innanzitutto non è diverso dalla compravendita di qualsiasi altra merce e in secondo luogo, sempre ai fini di una nostra analisi, può essere considerato un rapporto “equo” dal punto di vista capitalista. Cioè lo sfruttamento non si basa su una frode, il capitalista paga il lavoratore “il giusto”, cioè il necessario a riprodurre la sua esistenza come lavoratore. La questione fondamentale per cui si torna alla domanda iniziale: da dove viene l’incremento del capitale, da dove viene il profitto, è che la forza-lavoro di un lavoratore una volta acquistata è nella disponibilità di chi l’ha acquistata che può impiegarla nelle condizioni che crede e può generare un prodotto che ha un valore superiore al valore della forza-lavoro stessa. Dice Marx che se nella giornata di 8 ore il lavoratore produce in 6 ore quello che è l’equivalente del suo salario, di quello che è stato pagato per l’impiego della sua forza-lavoro, la parte eccedente prodotta nelle successive 2 è precisamente quella che genera il profitto o plusvalore.

Per cui la divisione della giornata lavorativa in due parti, quella di riproduzione del salario e quella di produzione del plusvalore, è il rapporto fondamentale, ma anche il più nascosto, dell’economia capitalistica. In realtà di tutte le economie che generano uno sfruttamento.

Il servo della gleba che aveva l’obbligo di lavorare tre giorni alla settimana sul campo del signore, oppure di pagargli una rendita in natura, oppure il mezzadro che doveva dare metà del suo prodotto al proprietario: tutte queste sono forme di lavoro in cui si produce un surplus e questo surplus va a qualcuno che non l’ha prodotto.

Qual è però la differenza fondamentale rispetto al capitalismo? Che in queste forme pre-capitalistiche il rapporto era assolutamente visibile. Cioè l’obbligo del servo della gleba era codificato. E quindi la divisione tra la produzione per la propria esistenza e la produzione per l’eccedenza era fisicamente visibile, separata nello spazio e nel tempo. Nel capitalismo queste due parti della giornata lavorativa sono frammischiate ed apparentemente indistinguibili. Perché dire “io lavoro 4 ore per me e 4 ore per produrre un profitto” è un’astrazione, essendo impossibile nella realtà materiale separare questi due momenti in quanto si tratta dello stesso lavoro, nelle stesse condizioni, per produrre la stessa merce.

Marx presenta una semplice frazione di due grandezze che ha al numeratore le 4 ore di profitto e al denominatore le 4 ore di produzione per se stesso. Dove cade questa linea, come si divide la giornata lavorativa è il nocciolo della lotta di classe sotto il capitalismo. Cioè la condizione in cui il prodotto viene diviso. Ovviamente questo non è un rapporto fisso. Ogni giorno si conduce una lotta per spostare questa linea a favore dell’impresa o a favore dei lavoratori, con la lotta sindacale.

 

Plusvalore assoluto e plusvalore relativo

Da questo punto di vista Marx distingue tra il plusvalore assoluto e il plusvalore relativo. Che significa? Nella lotta per incrementare il profitto (plusvalore) il capitale va sostanzialmente in due direzioni. Una direzione è l’aumento del plusvalore assoluto, ovvero l’estensione della giornata lavorativa o dell’anno lavorativo (con l’abolizione delle festività, gli straordinari, ecc.). Prevalente è invece l’aumento del plusvalore relativo, ovvero all’interno della stessa giornata lavorativa attraverso l’intensificazione dei ritmi, l’introduzione della tecnologia, la svalorizzazione del salario, si tende non ad aumentare la giornata lavorativa in quanto tale, ma a renderla più intensa e a ridurre quella parte del lavoro che il lavoratore impiega per produrre il proprio salario e ad estendere quella in cui lavora per il profitto.

Un altro punto da considerare è che, nella concezione marxista, il plusvalore, il lavoro non pagato, è una grandezza in cui sono presenti tutti gli elementi del reddito della classe dominante. Il profitto in senso stretto ne è solamente una parte perché quel plusvalore comprende anche la rendita di chi gli ha affittato il terreno per fare il capannone, le tasse da pagare allo Stato, l’interesse per la banca che ha fatto il leasing per i macchinari. Ciascuna di queste ricchezze, quella dell’industriale, quella del banchiere, quella dell’immobiliare, deriva comunque dal plusvalore, ovvero dal lavoro non pagato. Per cui la contraddizione esistente tra il capitale finanziario e il capitale produttivo è una contraddizione reale, ma comunque interna al rapporto del lavoro salariato. Questa analisi scardina qualsiasi ipotesi per la quale il problema è la finanza e nella misura in cui si combatte la finanza e la speculazione, si può risolvere l’attuale crisi di sistema.

 

Capitale costante e capitale variabile

L’obiezione che si può fare a quanto detto finora è che per produrre non serve solo la forza-lavoro. Nella produzione di qualsiasi merce, in misura più o meno grande, entrano anche altri elementi. C’è la materia prima, ci sono i macchinari, ecc., ossia tutto quello che Marx mette sotto il nome di capitale costante. Qual è la natura di questo capitale, che deve essere ovviamente anticipato da chi fa l’investimento? Nella vulgata si dice: “l’imprenditore ha fatto l’investimento ed è giusto che abbia la sua remunerazione”. Sembrerebbe che dal macchinario o dal capannone si generi miracolosamente un incremento della ricchezza. La lettura del marxismo è che il capitale costante semplicemente trasferisce il suo valore nel valore della merce prodotta e il capitale costante se ci pensiamo bene non è altro che lavoro precedentemente erogato.

Gli elementi del capitale costante trasferiscono il proprio valore nella merce che viene prodotta; ciò può avvenire gradualmente, come nel caso di un macchinario che si ammortizza nel corso degli anni, oppure in un solo ciclo di produzione, come avviene per la materia prima che viene lavorata, l’energia impiegata, ecc.

Qui si introducono altri due rapporti che riguardano la dinamica del sistema e il suo funzionamento. Il primo è il rapporto tra il capitale costante e il capitale variabile, il salario erogato. Poniamo che un industriale investa 100 di materia prima ed impianti e 20 di salari per fare un ciclo di produzione. Questo rapporto, una frazione che ha al numeratore il capitale costante (macchinari, materie prime, ecc.) e al denominatore il capitale variabile (la spesa in salari), è chiamato “composizione organica del capitale” e ha una grande rilevanza.

Il secondo rapporto è il saggio di profitto. Che cosa rappresenta? Non il rapporto di sfruttamento in quanto tale, ma quello che dal punto di vista del capitale è la redditività dell’investimento e cioè un rapporto tra il plusvalore, o il profitto largamente inteso, e l’insieme dell’investimento, cioè non solo quanto speso in salari, ma anche quello speso in capitale costante.

 

Calo tendenziale del saggio di profitto

Attorno a questi tre rapporti (saggio di plusvalore, composizione organica del capitale e saggio di profitto) ruota un’analisi complessiva del funzionamento del sistema e delle sue tendenze fondamentali. La forza che muove questi rapporti e che li fa variare è la concorrenza, ovvero il singolo industriale muta le condizioni della produzione perché deve confrontarsi con altri che operano allo stesso modo sul mercato e tende fondamentalmente all’abbassamento del valore della merce che produce, cioè all’incremento della produttività.

Se oggi produco mille paia di scarpe in un anno, l’anno successivo dovrò riuscire a produrne duemila possibilmente con la stessa quantità di lavoro o poco più. Dunque, come si dice nel Manifesto del Partito comunista, si tende al continuo rivoluzionamento delle condizioni della produzione, al cambiamento della tecnologia, all’applicazione della ricerca scientifica alla produzione e questo produce uno dei più grandi paradossi del sistema. Perché questa spinta all’investimento genera una tendenza a incrementare la parte di capitale costante a scapito dei salari, ovvero si sostituisce tecnologia al lavoro, il capitalista otterrà sicuramente un maggior sfruttamento del lavoro, una maggior produttività, ma il saggio di profitto tenderà a calare.

L’economia borghese riconosce questo, pur senza spiegarlo, ad esempio col concetto dei “settori maturi”, ovvero dei settori in cui la tecnologia è arrivata ad un punto tale che la profittabilità è bassa.

Questa tendenza non è univoca, sbaglia chi teorizza che scendendo continuamente il saggio di profitto alla lunga il sistema morirà. La realtà non è questa perché il sistema ha le sue controtendenze. E queste controtendenze sono quelle che vediamo applicate precisamente in questo momento.

Ricordiamole brevemente:

1) aumento del grado di sfruttamento del lavoro;

2) riduzione del salario al di sotto del suo valore effettivo;

3) riduzione del prezzo del capitale costante come effetto dell’innovazione tecnologica;

4) sovrappopolazione relativa (cioè l’esercito di riserva di lavoratori precari, sottopagati, non occupati) che nell’epoca moderna ha assunto caratteristiche strutturali;

5) aumento della partecipazione nel commercio estero e della penetrazione in nuovi mercati (la cosiddetta globalizzazione);

6) accrescimento del capitale fittizio e speculativo, con la sottrazione di capitali dalla produzione immediata verso la finanza.

Il punto 2 si lega a uno dei punti che in passato è stato maggiormente criticato a Marx, la cosiddetta legge della miseria crescente. Nel dopoguerra sembrava non sussistere perché i margini di profittabilità erano molto alti e si è così assistito a un progressivo miglioramento delle condizioni di vita del proletariato. Ma in questo momento, in Italia, non un paese del Terzo mondo, è evidente che nell’insieme il salario non sta reintegrando le condizioni di esistenza della classe. Un numero crescente di lavoratori non è in grado di permettersi una casa o di dare un’istruzione adeguata ai figli. Siccome nelle condizioni sociali prevalenti la casa e un certo grado di istruzione fanno parte delle condizioni di esistenza della forza-lavoro, in questo momento è esatto affermare che il salario medio non sta reintegrando le condizioni di esistenza della classe che c’erano in precedenza.

L’economia capitalista è una realtà oggettiva, ma il marxismo rifiuta una lettura meccanica che separa rigidamente la struttura (economia) dalla sovrastruttura (politica, cultura, ecc.). È una lettura da rifiutare perché è del tutto evidente che esiste un rapporto dinamico ed attivo tra fattori economici e politici. Il conflitto di classe o altri fattori politici spostano infatti il grado di sfruttamento del lavoro (punto 1) ma anche le possibilità del capitalismo di penetrare in nuovi mercati (punto 5). Il fatto, ad esempio, che sia stato reintrodotto il capitalismo nell’Europa dell’Est, che ci sia stata la svolta cinese negli anni ’70 e che un miliardo di proletari siano entrati nel mercato mondiale della forza-lavoro con salari da uno o due dollari al giorno, è un fatto politico che ha avuto grandi ricadute economiche perché per 20-25 anni ciò ha contribuito a creare un ciclo espansivo del capitalismo e una ripresa del saggio di profitto su scala mondiale.

Sarebbe sbagliato pensare che il ciclo capitalistico va nel suo binario e che bisogna semplicemente capirne le conseguenze, perché il meccanismo è dialettico, è fatto di azioni e reazioni, le cause possono diventare effetti e gli effetti possono diventare cause.

 

La crisi di sovrapproduzione

Infine bisogna citare la questione della crisi e della sovrapproduzione. Il sistema è caratterizzato da un costante, potenziale squilibrio tra ciò che viene prodotto e ciò che viene venduto. Intanto perché il salario non reintegra l’intero prodotto. In secondo luogo perché la concorrenza spinge all’allargamento della produzione (il mercato dell’auto riduce la produzione, ma resterà in piedi chi sarà in grado di allargarla).

La discussione sulla crisi dal 1800 fino ai giorni nostri è sempre stata in questi termini. Ogni volta che si presenta un boom economico, per gli economisti la crisi è stata superata e non tornerà mai più.

Le due forze che portano alla crisi le abbiamo citate: la tendenza alla sovrapproduzione e la tendenza al calo del saggio di profitto. Ora, il punto è la risposta che i capitalisti danno alla crisi e la lettura che invece ne diamo noi. Perché in ogni crisi, come quella che stiamo vivendo, ci sono solamente tre risposte che portano il sistema fuori dalla crisi:

1) l’allargamento del sistema e quindi l’apertura di nuovi mercati. Questa è un’opzione difficile perché il mondo è ormai completamente dominato da questo sistema. Certamente rimane ancora la conquista di alcuni settori che non sono nella produzione di merci, da qui la privatizzazione dell’istruzione, dell’assistenza, dell’acqua, ecc.;

2) la distruzione del capitale in eccesso. La merce non venduta è capitale sotto forma di merce. Non potendo completare il processo di valorizzazione, questa merce o viene svenduta o viene distrutta. E anche se viene svenduta sotto costo, si sta distruggendo di fatto una parte del capitale. E la distruzione del capitale è inevitabile nella crisi. Stiamo parlando di distruzione su vasta scala, perché l’ultima grande crisi, quella del ’29 è stata superata con la distruzione completa della Germania e di gran parte dell’Europa e dell’economia giapponese oltre che con il massacro di cinquanta milioni di persone;

3) la ricostituzione del saggio di profitto almeno in alcuni settori, perché se non c’è l’aspettativa di fare profitti l’investimento non c’è.

Il capitalismo si è più e più volte ristrutturato. Questo significa che il ciclo economico è sempre uguale a se stesso? No, possiamo chiaramente identificare che in questa traiettoria le tendenze basilari oggi vengono portate all’estremo e portate a contraddizioni potenzialmente prive di una soluzione. Le basi su cui è stato costruito questo sistema (il lavoro salariato, la separazione del lavoratore dai mezzi di produzione, ecc.) vengono spinte all’estremo e ogni ristrutturazione del sistema tende ad esasperarle e a portarle al punto massimo, a partire dalla completa separazione tra proprietà e produzione.

La borghesia è oggi una cosa radicalmente diversa dai tempi di Marx. Oggi il capitale è pura proprietà e la proprietà capitalistica è concentrata nella banca, nella finanza, nella borsa ed è separata dalla produzione. In questo senso la borghesia oggi è simile ai nobili che stavano alla corte di Luigi XVI nel 1789, cioè qualche migliaio di persone che stavano a corte e ricevevano rendite da terreni e proprietà che neanche avevano mai visto. Oggi un gestore di fondi di investimento a Wall Street è esattamente questo, uno che ricava rendite da aziende di cui non ha neppure idea di dove siano e cosa producono. Di fatto tutte le funzioni di produzione e di gestione del capitale sono ormai completamente distaccate dalla figura del capitalista. Sono trasferite al lavoro salariato da un lato e ai manager dall’altro.

Questo cosa vuol dire? Il sistema nella sua evoluzione, nella sua crisi, ha una traiettoria, non è un ciclo che si ripete sempre uguale a se stesso. Ma porta all’estremo alcuni elementi di contraddizione per cui c’è una produzione socializzata al massimo grado e l’appropriazione della ricchezza che rimane privata, che è quello che poi ne determina la crisi di fondo.

La radice ultima della crisi consiste pertanto nella contraddizione tra lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti di produzione capitalistici.

Le crisi, soprattutto quelle profonde e generalizzate, servono per portare al fallimento un’enorme quantità di capitale e di forze produttive in modo da innalzare il saggio di profitto, distruggere il capitale in eccesso e permettere ai capitali sopravvissuti di riprendere l’accumulazione.

Fino ad oggi l’intervento degli Stati teso a salvare le banche e le finanziarie ha rinviato il problema e solo una piccola parte di capitale è andata distrutta. Al tempo stesso le misure di austerità e gli attacchi generalizzati ai salari e ai diritti dei lavoratori rendono più attuali che mai le conclusioni di questo testo sul rapporto tra lotta sindacale e lotta politica: “Se la classe operaia cedesse per viltà nel suo conflitto quotidiano con il capitale, si priverebbe essa stessa della capacità di intraprendere un movimento più grande.

Nello stesso tempo la classe operaia (…) non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti, ma non contro le cause di questi effetti. (…) Essa deve comprendere che il sistema attuale, con tutte le miserie che accumula sulla classe operaia, genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società. Invece della parola d’ordine conservatrice: ‘Un equo salario per un’equa giornata di lavoro’ gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: ‘Soppressione del sistema del lavoro salariato’.”

 

 

marzo 2013