di José Pereira

 

Nel gennaio del 2006 Evo Morales prestava il suo primo giuramento come presidente della Bolivia. Lo aveva votato più del 54% degli elettori, con un risultato mai raggiunto dalla fine del susseguirsi di dittature militari nel 1982. Per capire l’importanza di un dato così significativo, dobbiamo infatti tornare indietro ai governi del MNR (Movimento Nazionalista Rivoluzionario) nati dalla Rivoluzione del 1952. Inoltre l’elezione di Evo Morales era la diretta conseguenza delle insurrezioni popolari di carattere rivoluzionario che avevano seppellito il vecchio regime, provocando le dimissioni di due presidenti e la scomparsa di partiti politici di lunga tradizione. Solo una rivoluzione aveva potuto portare il primo indigeno, rappresentante della maggioranza nazionale oppressa boliviana, alla più alta carica dello Stato.

Nei suoi quasi 14 anni di governo, un primato nella storia della Bolivia, Evo Morales ha fatto ciò che nessuno dei suoi predecessori aveva realizzato. Il paese che lo aveva portato alla presidenza con un’ esplosione sociale aveva due terzi della popolazione che vivevano in condizioni di povertà e più di un terzo in estrema povertà; meno del 20% delle boliviane e dei boliviani andava a votare e una grande massa, maggioritaria nelle vaste zone rurali, non aveva né un documento di identità né accesso a servizi di base come luce, acqua o fognature; il 62% degli abitanti della Bolivia si identificava con un popolo indigeno i cui “figli” parlavano lingue non riconosciute dallo Stato in un caso su tre, e in maggioranza in regioni come Potosì. La Bolivia che nel 2003 aveva costretto alle dimissioni Gonzalo Sánchez de Lozada, famoso per il suo accento inglese e per la sua “furia privatizzatrice”, era un paese fantasma, popolato da persone che erano letteralmente clandestine nella propria terra.

Nell’era di Evo Morales la povertà si è ridotta al 34%, la povertà estrema al 15%; il PIL si è quadruplicato; le riserve internazionali, che rappresentano il saldo attivo accumulato delle transazioni con il mondo, attualmente ammontano a poco meno di otto miliardi di dollari; il debito, in proporzione al PIL, è al di sotto della soglia critica; l’inflazione e la disoccupazione sono a livelli cosiddetti fisiologici nei paesi a capitalismo avanzato; il salario minimo nazionale è salito dai 55 dollari americani mensili del 2005 a 306 nel 2019; gli elettori registrati sono più del 60%; la Nuova Costituzione Politica di Stato, prima nella storia ad essere stata votata attraverso referendum popolare, riconosce le lingue native, il diritto all’autonomia indigena e gli usi e costumi dei territori indigeni; i cappelli e le polleras (gonne tipiche delle donne indigene, NdT) non destano più stupore sia negli uffici pubblici che tra i banchi dell’Assemblea Legislativa Plurinazionale (il parlamento, NdT).

Tuttavia Evo è stato costretto alle dimissioni e si trova attualmente esiliato in Argentina. L’attuale governo transitorio boliviano, frutto di un golpe militare avvenuto durante un periodo di forti sconvolgimenti sociali, gli dà la caccia accusandolo di sedizione, terrorismo e vari reati di corruzione. Se l’odio di classe della borghesia coloniale e reazionaria nei confronti di un riformatore come Evo non è una novità, è un dato importante che questa borghesia abbia potuto riprendere il potere con un certo appoggio popolare, anche tra settori significativi del movimento operaio e contadino/indigeno, e che riesca a mantenere questo potere non solo con la repressione di dirigenti e autorità del MAS (Movimiento Al Socialismo) e delle organizzazioni di massa, ma anche facendosi forte delle divisioni che Evo provoca all’interno dello stesso movimento politico di cui continua ad essere, formalmente, il leader.

Seppur clamorosa, la caduta di Morales non è stata del tutto sorprendente. In uno dei paesi dove il riformismo ha raccolto i successi più significativi, questo si è rivelato allo stesso tempo utopico, soprattutto per l’epoca tumultuosa in cui viviamo. Evo si è comportato come quei viaggiatori che si godono talmente tanto il paesaggio che non si accorgono degli avvertimenti che annunciano la fermata e continuano il viaggio; ma a lui non hanno permesso di andare avanti.

 

Un viaggio illusorio

Evo non è arrivato alle elezioni del 20 ottobre 2019 con la vittoria in tasca come era abituato a fare. Anzi, il 21 di febbraio del 2016 l’elettorato gli aveva negato la possibilità di competere per il quarto mandato consecutivo, dopo che il tentativo di riforma costituzionale era stato bocciato (in un referendum popolare, NdT) con un piccolo margine di poco più dell’1%, pari a circa 120 mila votanti. Sprezzante della sconfitta, il MAS è riuscito a permettere la sua candidatura alle elezioni tramite una manovra interna all’apparato statale, che rimaneva fermamente nelle sue mani.

Nel novembre del 2017 Il Tribunale Costituzionale della Bolivia, interpellato da alcuni deputati del Mas e da voltagabbana all’opposizione, si è pronunciata a favore del “diritto umano” di rielezione a tempo indefinito, in base a quella interpretazione forzata del Patto di San José di Costa Rica, la convenzione dei diritti umani dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), utilizzata nel 2009 in Nicaragua e nel 2015 in Honduras per permettere a Juan Orlando Hernandez, con la frode, le pallottole e il carcere, di poter concorrere ad un nuovo mandato.

A quei tempi sulle colonne di Lucha de Clases, il giornale dei marxisti boliviani, avevamo scritto che, così facendo, il MAS lasciava nelle mani dell’imperialismo l’ultima parola sulla rielezione di Evo. Questo perché trasformando la continuità al potere di Evo nell’unico obiettivo, raggiungibile solo attraverso lo Stato borghese, il MAS da un lato riduceva questa battaglia ad un puro formalismo di legalità borghese, e dall’altro si dichiarava incapace di superarlo. Ma neanche alla luce di quest’analisi mai avremmo potuto immaginare che questa fede cieca nell’ordine internazionale, rappresentato dall’ OSA, si sarebbe imposta in maniera così forte nelle decisioni di Evo e del suo entourage, al di sopra di ogni istinto di sopravvivenza politica, come è accaduto dopo le elezioni dell’ottobre del 2019.

Quindi, al fine di assicurarsi l’appoggio di coloro che li consideravano dei “maneggioni”, il Mas ha approvato una rapida riforma della legge dei partiti che, senza cambiare nulla di quel sistema neo liberale che aveva cacciato la sinistra dal parlamento, introduceva tra i militanti di tutte le forze politiche le primarie obbligatorie per decidere i candidati. Persino a queste condizioni Evo, candidato unico, non è riuscito ad ottenere un plebiscito, nemmeno tra le fila del suo movimento. Dei 900.000 militanti tesserati al Mas è andato a votare meno del 40%, e un elettore su quattro ha lasciato la scheda in bianco.

 

Mesa e la borghesia nazionale

Con queste premesse Evo si misurava per la prima volta con un avversario in grado di strappare un secondo turno, un fatto senza precedenti. Che questo avversario fosse niente meno che Carlos Mesa, l’ultimo presidente sconfitto dall’insurrezione di massa del 2005, è solo uno dei tanti colpi di scena di una trama prevedibile come quella delle telenovelas. Mesa è stato resuscitato dal suo meritato sarcofago dallo stesso Evo e dal MAS, che lo hanno nominato portavoce dinnanzi alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, con lo scopo di pretendere dal Cile la restituzione di “un accesso sovrano al mare”.

Mentre lo “storico” e “grande comunicatore” Mesa portava in giro per il mondo le richieste della Bolivia, l’allora ministro degli esteri Choquehuanca esprimeva “un energica protesta” del governo boliviano al ministro degli esteri cileno, e chiedeva “l’immediata sospensione”[1] dello sciopero dei lavoratori portuali cileni. Non è stato Mesa a creare il clima politico che lo ha favorito alle elezioni, ma ha acquistato popolarità grazie alla collaborazione di classe promossa dal MAS, che sulla questione marittima aveva sostenuto le aziende private che gestivano i porti cileni e i loro interessi comuni con il settore della borghesia boliviana vincolato al commercio estero, interessi contrari alla classe lavoratrice sia del Cile che della Bolivia, quest’ultima schiacciata dalla poca competitività boliviana.

Forte di questa legittimazione proveniente dallo stesso MAS, Mesa ha fatto breccia nell’elettorato deluso del partito, presentandosi come il continuatore delle politiche sociali di Evo, ripulite dall’autoritarismo e dalla corruzione. D’altro canto per la borghesia nazionale, essendo stata sdoganata dal MAS la candidatura di Mesa e viste le difficoltà di Evo, si presentava un’occasione ghiotta per iniziare una “transizione ordinata”, la naturale trasformazione social-liberale di un sistema debilitato che l’aveva tenuta per troppo tempo lontana dal controllo diretto sul reddito nazionale, strumento indispensabile per il suo sviluppo in un paese arretrato come la Bolivia.

La relazione tra il governo di Evo e la borghesia nazionale, inizialmente conflittuale, si era incasellata in quel quadro di “mutuo vantaggio” tipico di certe tappe dell’ascesa del capitalismo mondiale. Come spesso sottolineava il vicepresidente Álvaro García Linera, il governo del MAS offriva protezione e investimenti pubblici che fornivano mercato agli imprenditori privati, in cambio della rinuncia a interferire direttamente nelle questioni politiche.

Nella storia dei paesi imperialisti tale relazione ha caratterizzato i momenti apertamente controrivoluzionari, durante i quali la borghesia doveva appoggiarsi ed accettare l’arbitrato statale per difendersi dall’avanzata della classe lavoratrice, o nei momenti di perfezionamento della democrazia borghese, quando il dominio borghese si imponeva tramite un settore di politici esperti nella gestione del potere e nella negoziazione, circoscrivendo la lotta di classe nel recinto del parlamento e della proprietà privata, incorporando i dirigenti della classe operaia e dei movimenti di massa nelle istituzioni statali. Nella Bolivia di Evo questa relazione si è sviluppata in due modi: il MAS ha aperto le porte dell’apparato borghese ai dirigenti sociali e sindacali e allo stesso tempo ha consolidato la sua presenza in maniera burocratica e bonapartista, espropriando il potere politico dalla borghesia, ma allo stesso tempo proteggendo la sua esistenza come classe sfruttatrice del lavoro altrui.

Senza dubbio Evo si stava aggrappando ad un potere che gli sfuggiva dalle mani per motivi che non riusciva a comprendere. La sua capacità di garantire la pace sociale e la stabilità economica si andavano indebolendo. In condizioni nuove e aperte, il conservatorismo delle fazioni borghesi più caute di fronte al pericolo di sconvolgimenti sociali, che avrebbero potuto influenzare i "maggiori profitti rispetto ai governi precedenti”[2] che lo stesso Evo affermava di aver garantito, fu sottoposto alle enormi pressioni dei settori più radicali, che erano il prodotto di una borghesia agro-industriale ed avevano una concezione arcaica, patrimoniale e reazionaria della società, costruita sulle relazioni di mezzadria che ancora resistono nello sviluppo capitalista  della Bolivia orientale. Camacho, leader civico di Santa Cruz, esponente di questo settore e fiero sostenitore dell’intervento militare[3], non solo si è sollevato contro Evo, ma anche contro chi, nella sua stessa classe, collaborava col governo[4].

 

Blocchi stradali e scontri di piazza

Nelle elezioni del 20 ottobre, secondo i conteggi del precedente Organo Elettorale Plurinazionale, i cui membri sono attualmente in carcere accusati di frode, Mesa ha ottenuto il 36,51% dei voti, contro il 47,08% di Evo. In base alla legislazione in vigore non è previsto secondo turno se il candidato supera il 50% o ha un vantaggio del 10 % sul secondo. Evo avrebbe quindi evitato il ballottaggio per mezzo punto, perdendo quasi venti punti e centinaia di migliaia di voti assoluti rispetto al 2014, malgrado circa un milione di nuovi iscritti nelle liste elettorali. Il peggior risultato elettorale di tutta la sua carriera politica.

Se in più si escludeva il voto dei boliviani all’estero, soprattutto in paesi ad alto tasso di immigrazione boliviana come l’Argentina, la distanza era addirittura inferiore a quel fatidico dieci per cento. Poco meno di 40.000 voti e concentrati all’estero per evitare il secondo turno, con la maggioranza del paese contro, in un contesto di estrema polarizzazione, era l’opposto della stabilità che Evo aveva promesso in campagna elettorale.

In tutte le città del paese sono iniziate mobilitazioni contro la frode elettorale denunciata dall’opposizione che si faceva forza della prima dichiarazione ufficiale degli osservatori dell'OSA. I blocchi stradali fatti “con le corde” (si fa riferimento all’uso delle corde utilizzate durante le proteste per sbarrare le strade, NdT), come li ha definiti ironicamente Evo, mostravano invece una vera base di massa, ingigantita dall’apatia dei settori sociali che erano stati decisivi nello sconfiggere il separatismo delle province orientali nel 2008 (il tentativo di secessione delle zone orientali del paese, ricche di risorse naturali, guidato dall’opposizione di destra contro il governo nazionale di Morales, NdT). Sindacati di impiegati statali, insegnanti, lavoratori dei servizi, la COD (un’organizzazione sindacale, NdT) di Chuquisaca e associazioni o indigeni, come quelli della nazione Qhara Qhara, comitati civici di quasi tutte le regioni sono stati il volto visibile della protesta, la cui manifestazione più radicale si è espressa nelle regioni più povere del paese come Potosì e Sucre, dove sono stati incendiati gli edifici dei tribunali elettorali dipartimentali.

Tuttavia, accanto a questo movimento, nelle sue retrovie ma anche alla sua testa, si sono schierate le pattuglie falangiste di Sucre e Cochabamba dove, quasi dal nulla, è apparso un gruppo paramilitare di motociclisti chiaramente legati all’ammutinamento della polizia avvenuto nella caserma della UTOP (Unità Tattica di Operazioni, la polizia anti-sommossa) di quella città. Come abbiamo scritto a suo tempo, “nella misura in cui la mobilitazione non trova uno sfogo, gli elementi più sovversivi e golpisti si mostreranno con maggiore chiarezza.”[5]

Il paese, diviso profondamente dal risultato elettorale, poteva “essere governato solo attraverso metodi rivoluzionari, oppure con metodi autoritari e accordi firmati alle spalle e contro la lotta del popolo.”[6] L’estrema polarizzazione non poteva essere risolta nell’ambito della democrazia borghese in seno alla quale era nata, ma nelle strade in una guerra civile tra classi, o con l’intervento di un organo apparentemente esterno alla contesa, le Forze Armate.

È sulla base di questa analisi che siamo stati i primi, e tristemente i soli, a mettere in guardia sull’imminente pericolo di un intervento diretto dei militari, difendendo la proposta del Fronte Unico[7] con il MAS, senza mai però sospendere o rinunciare alle nostre critiche pubbliche a Evo e alla sua politica di collaborazione di classe.

 

Come si doveva combattere il golpe

Una prova indiretta di come solo rivolgendo l’attenzione alla difesa degli interessi del proletariato ci si potesse separare dalla direzione borghese del movimento, l’ha data il governo stesso. Potosí, dove la ribellione cresceva ed era composta da minatori, salariati e membri delle cooperative e da settori contadini, era in sciopero civico già due settimane prima delle elezioni di ottobre. Il dipartimento aveva vissuto due grandi momenti di sciopero nel passato, alla ricerca del suo sviluppo. Nel 2015 la base popolare del Comitato Civico di Potosí (COMCIPO), scavalcando i suoi dirigenti, aveva preso il controllo dell'impianto di una multinazionale americana del Cerro Rico (zona mineraria della città, NdT), chiedendone la nazionalizzazione, alla quale il governo si era opposto. Le ragioni dell’ultimo sciopero sono state per motivi simili, stavolta per lo sviluppo dell'industrializzazione dell’immensa riserva di litio del Salar de Uyuni. Il governo aveva firmato un contratto di concessione con una multinazionale tedesca alla quale si riconosceva il 49% dei profitti della società di trasformazione dei minerali, che lo Stato si impegnava a consegnare a prezzo di costo dalle saline del Salar, si riconosceva anche il diritto ad esportare in Germania l’83% della produzione di litio per la produzione di batterie, la possibilità di utilizzo industriale in Bolivia del restante 17% e il diritto di veto sulle decisioni aziendali. All’amministrazione di Potosí restava una percentuale misera degli utili netti. L’opposizione a questo progetto ha unito inevitabilmente autonomisti, lavoratori coscienti, rivoluzionari e difensori degli interessi imperialisti contrari a quelli di Germania e Russia, quest’ultima finanziatrice della quota di capitale boliviana della joint venture.

Per i sostenitori del MAS la caduta di Evo è stata il risultato di una cospirazione imperialista statunitense della quale il litio sarebbe stato l’obiettivo principale. Il punto, però, è che i governi, dapprima della Germania e poi di Putin, seppur con più cautela ma con gli stessi effetti, hanno riconosciuto il governo nato dalle dimissioni forzate di Evo, difendendo i propri interessi al di sopra di eventuali scontri con gli USA per il controllo del litio boliviano. Chi poteva sconfiggere queste macchinazioni imperialiste non stava né a Berlino né a Mosca, ma tra le fila del popolo lavoratore di Potosí, al quale il governo del MAS aveva voltato le spalle sminuendone le richieste.

Il governo ha abrogato il contratto con questa multinazionale tedesca quando già era troppo tardi, ma facendolo ha dimostrato che l’unico modo di governare contro l’imperialismo era con il favore delle masse boliviane.

Durante la riunione del Cabildo del Pueblo (assemblea popolare, NdT) di La Paz organizzata per l’appoggio a Evo il 5 novembre, la burocrazia sindacale ha approvato una risoluzione battagliera, che in realtà serviva a frenare qualsiasi azione concreta contro i golpisti. Nella nostra analisi di quelle manifestazioni abbiamo spiegato la questione in questi termini:

La risoluzione afferma che la “accumulazione politica del fascismo è stata permessa perché la borghesia di Santa Cruz ha preservato il suo potere economico”. Questo potere economico si è ampliato grazie alla politica di collaborazione di classe del MAS, politica che è stata alla base degli incendi nella Chiquitania, della privatizzazione delle nostre frontiere tramite accordi pubblico/privato per potenziare la via navigabile Paraguay-Paranà, dell’appoggio agli speculatori e ai costruttori della municipalità di Santa Cruz, del ruolo dirigente che capitalisti e latifondisti giocato nel MAS nei vari dipartimenti.

Il primo giorno della presa delle istituzioni di Santa Cruz gli operai dell’azienda Ceramicas Santa Cruz, in lotta da mesi, si sono concentrati di fronte alla sede locale del ministero del Lavoro esigendo il reintegro di 30 colleghi licenziati ingiustificatamente e l’annullamento dei processi penali che gravavano sulle spalle di 12 dirigenti sindacali. Di casi come questo ce ne sono a decine in tutto il paese e spiegano come mai il settore manifatturiero, maggioritario in termini numerici, è quello che più si è diviso in questa situazione. Non è possibile organizzare questi compagni denunciando il “potere economico” della borghesia di Santa Cruz in maniera astratta, ma solo con rivendicazioni in grado di combattere tale potere, lottando contro il golpe e la collaborazione di classe del MAS. La risoluzione parla di imprenditori democratici ed antidemocratici e minaccia questi ultimi parlando di occupazione e rilancio delle aziende paralizzate con l’intento di sabotare il governo. Attualmente il blocco paralizza più di 30 aziende del Parco Industriale di Santa Cruz, e gli industriali di Cochabamba hanno iniziato a chiudere le società con la scusa della “mancanza di sicurezza”. È chiaro che di fronte ad una forte polarizzazione la borghesia sta giocando la carta di un governo di transizione, che pacifichi il paese come farebbero i militari. (...)

Dall’altra parte, in un’intervista a Bolivia TV, l’eterno dirigente della COB Baltazar spiegava che il significato di questa risoluzione era che, se ci sono datori di lavoro costretti a rispettare la serrata, nel frattempo i lavoratori possono portare avanti le aziende.

(…)

L’unico modo di combattere realmente il golpe, la borghesia e l’imperialismo è tramite le assemblee, armando il popolo contro le tentazioni golpiste delle Forze Armate oltre che convocando lo sciopero generale, occupando le aziende chiuse e riattivandole sotto il controllo dei lavoratori. L’attuale burocrazia della COB è troppo corrotta per farlo e i suoi consiglieri stalinisti sono incapaci di una vera visione rivoluzionaria. Per questo è necessario mobilitarci dalla base, esigendo assemblee, votando risoluzioni e mobilitandoci in base a questo programma[8]

Questo è il modo attraverso il quale si doveva e poteva sconfiggere il golpe.

 

Come il golpe ha vinto

Né il governo, né l’informe sinistra del MAS, né la burocrazia sindacale si sono mosse in questa direzione. Al di là dei proclami bellicosi, tutta la strategia si è ridotta alla continuità dello Stato borghese, anche dopo la rottura dovuta all’ammutinamento della polizia che, dal suo scoppio il 5 novembre tra le unità speciali di Cochabamba, influenzate dal falangismo, si è propagato a tutto il paese e tra i poliziotti semplici nei municipi del sud, sottoposti ad una pressione più popolare. Il 10 novembre questo suicidio politico si è infine materializzato.

L’ OSA, che Evo incredibilmente aveva incaricato del controllo del voto per legittimare la vittoria che i dati ufficiali gli assegnavano, si è pronunciato all’alba di quel giorno, raccomandando “l’annullamento delle elezioni” e di fatto convalidando le accuse di frode. Alle 8 del mattino Evo, visibilmente provato e senza menzionare quel report che era di dominio pubblico, ha proposto nuove elezioni, con un nuovo Organo Elettorale, come aveva richiesto la OSA, con la possibilità di nuovi candidati, ma senza chiarire il proprio ruolo. Lo accompagnavano dei dirigenti contadini e Juan Carlos Huarachi, dirigente della COB. Ma le cose sono precipitate.

Nel tragitto tra Potosí e La Paz le carovane partite dai territori del Sud per raggiungere e rafforzare le mobilitazioni contro Morales avevano subito imboscate e blocchi da parte di settori contadini. Un’altra carovana di minatori di Potosí, usciti nel cuore della notte per difendere i loro concittadini, è stata a sua volta oggetto di una sparatoria con armi di grosso calibro per mano di cecchini tutt’ora non identificati, appostati tra le anse montuose dell’autostrada di Oruro. Poco dopo i militari hanno lanciato una prima operazione per disarmare questo gruppo, mentre a Potosí e in altre regioni del paese la popolazione inferocita e le squadracce dell’estrema destra incendiavano le sedi del MAS, costringendone i dirigenti alle dimissioni dalle cariche pubbliche. In due successive conferenze stampa l’Alto Comando Militare prima e lo stesso Huarachi poi, a nome della COB, hanno “suggerito” ad Evo di dimettersi per “pacificare il paese”.

Quel pomeriggio Evo ha presentato le sue dimissioni “per fare in modo – ha detto – che le mie sorelle e i miei fratelli, i dirigenti e le autorità del Movimento per il Socialismo non siano ostracizzati, perseguitati e minacciati”. Anche in quest’occasione Evo ha parlato di un “golpe civico, politico e poliziesco”, senza menzionare né la borghesia nazionale[9] né le Forze Armate. In realtà le Forze Armate hanno giocato un ruolo determinante nell’ascesa al potere dell’attuale Presidente transitorio Jeannine Áñez e nel consolidamento del suo governo. Libere da eventuali conseguenze penali, le Forze Armate hanno provocato quasi trenta morti e due massacri durante la repressione delle mobilitazioni di El Alto e Cochabamba, mentre tutto il vecchio apparato statale, giudici e pubblici ministeri nominati dal MAS, si poneva al servizio dei nuovi padroni del potere.

 

È stato un golpe?

La destra e i suoi epigoni sostengono che senza l’intervento militare il paese sarebbe precipitato in una guerra civile. Sostengono inoltre che il vero golpista è stato Evo, quando ha costretto alle dimissioni Goni e Mesa nel 2003 e nel 2005. Ma a quei tempi il successore di Mesa alla presidenza, l’allora presidente della Corte Suprema di Giustizia Rodríguez Veltzé, non aveva prestato giuramento di fronte all’Alto Comando Militare, come ha fatto la Añez, bensì di fronte al parlamento, dove il MAS era in minoranza.

I militari non avevano dovuto svolgere ruoli di ordine pubblico, e i dirigenti dei partiti della coalizione parlamentare di Goni o i giornalisti a lui fedeli non erano stati minacciati o perseguiti per terrorismo e sedizione solo per le loro dichiarazioni in assenza di fatti concreti. Che il governo attuale sia civile e non militare non lo libera dai suoi peccati originali.

È stato un colpo di Stato, pianificato come tale da coloro che lo hanno guidato.  Che la borghesia, tormentata dall’instabilità sociale, attraverso la sua frazione più determinata abbia dovuto porsi alla direzione di movimenti con una base anche nella classe operaia e nel popolo povero, non giustifica il governo Añez né trasforma la sua natura di classe.

Per capire meglio questa contraddizione ricorreremo all’analogia storica delle “rivoluzioni colorate”, che abbiamo spiegato nei seguenti termini:

Nell’ottobre 2003 la richiesta di nazionalizzazione e industrializzazione delle risorse naturali ha unificato un movimento variegato. Comprendeva la ribellione indigena guidata da Felipe Quispe, l’opposizione politica e sociale incarnata da Evo e il MAS, l’antimperialismo istintivo delle masse, il rifiuto dalla classe media nei confronti di un regime corrotto e asservito al capitale straniero, la lotta dei minatori, come quelli di Huanuni. Quell’insurrezione rivoluzionaria, che ha rovesciato Goni e Mesa, avrebbe potuto portare a una vittoria della rivoluzione, ma mancava una direzione che condividesse una simile prospettiva. Il movimento ha ottenuto una parziale vittoria, interrompendo l’esportazione di gas, ma non è arrivato alla conquista del potere. 

Evo ha incanalato questa autentica insurrezione nel quadro di un’Assemblea costituente per ristrutturare lo Stato borghese. Sono state nazionalizzate una dozzina di società di servizi e la permanenza nel paese delle multinazionali è stata concordata in base alle nuove condizioni di compartecipazione dello Stato. Mentre le entrate statali si moltiplicavano e si sviluppavano programmi sociali, i limiti della politica di Evo erano evidenti solo ai piccoli gruppi d’avanguardia, che nella maggior parte dei casi si auto-confinavano nella sterilità del settarismo.

Nella misura in cui l’assenza di una direzione politica (un partito dei lavoratori o una corrente di sinistra nel MAS) non ha permesso l’unificazione delle lotte contadine, dei lavoratori e delle lotte locali che si sono verificate durante questi anni e che reclamavano, con programmi confusi o talvolta solo a forza di slogan, che si approfondisse il “processo di cambiamento”, Evo ha agito senza una reale pressione da sinistra, cercando un avvicinamento con la borghesia. Questi approcci si sono intensificati quando il prezzo delle materie prime è iniziato a calare e le concessioni alle multinazionali sono state finanziate con tagli al bilancio delle province, dei comuni e delle università. A tal fine, il MAS, come spesso abbiamo denunciato, è diventato un apparato di persecuzione poliziesca nei confronti dei sindacati e dei leader sociali.

Con i sindacati e le organizzazioni sotto stretto controllo, con la borghesia rafforzata e più vicina al governo e la burocrazia del MAS che gestiva un potere e una disponibilità di denaro mai visti nella nostra storia, i casi di corruzione inevitabilmente sono proliferati. Tutto ciò ci ha fatto parlare di un colpo di Stato borghese sotto forma di una “rivoluzione colorata”, come i rovesciamenti di una serie di regimi dell’Europa orientale sono stati chiamati durante gli anni 2000, dove movimenti di massa con la partecipazione o l’apatia della classe operaia, vedendo preclusa la possibilità di una via d’uscita a sinistra, hanno fatto propri slogan per “libertà e democrazia”, ​​”contro la corruzione” che hanno favorito l’ascesa della borghesia al pieno controllo dello Stato...[10]

Come ogni analogia storica, si tratta di uno strumento limitato che ci aiuta a capire la natura golpista del governo Añez, combinata alla cosiddetta “azione collettiva”, che nelle parole di Álvaro García Linera[11] aveva scavalcato “molte direzioni dei movimenti sociali” sulle quali contava il MAS, in altre parole alla partecipazione delle masse al movimento che ha costretto Evo alle dimissioni. C’è però qualcosa che accomuna le due situazioni: quasi nessuno dei regimi sorti dalle rivoluzioni colorate ha avuto una vita lunga e tranquilla. Questo è ciò che succederà al governo che uscirà dalle prossime elezioni, convocate a maggio per portare a compimento il piano dei golpisti.

 

Il ruolo della burocrazia

Per molti giorni dopo la sua salita al potere, la stessa Añez è stata legata a doppio filo alle baionette dei militari. La presidentessa ad interim ha potuto nominare i ministri dell’istruzione, delle miniere e del lavoro solo dopo aver raggiunto accordi di pacificazione nazionale con le diverse organizzazioni sociali, prima fra tutte la COB. Questo fatto vergognoso non è stato il solo: la Añez ha negoziato il disarmo delle mobilitazioni e la convocazione di un nuovo Organo Elettorale anche con le rappresentanze parlamentari del MAS, o con la loro maggioranza, con le federazioni e confederazioni contadine, i consigli di quartiere, ecc.

Evo, il cui piano probabilmente era tornare rapidamente al governo con una sollevazione popolare in suo favore, ha recentemente dichiarato: “mancava poco per sconfiggere i golpisti, mi dispiace molto per tutti quei morti e feriti. Alcuni settori non hanno risposto alla lotta per la democrazia e per far rispettare il nostro processo di cambiamento.”[12] La chiamata alla democrazia, lo stesso slogan usato contro Evo, risultava poco attraente e credibile pronunciato da lui. Ma è un dato di fatto che abbiamo sperimentato direttamente nelle assemblee sindacali di base, che è stata la burocrazia sindacale, motivata da interessi meschini, a soffocare anche la disponibilità istintiva della base a lottare per il rientro dei militari nelle caserme, visto che la loro presenza nelle strade evocava ricordi tenebrosi[13].

All’interno del MAS alcune autorità elette e dirigenti contadini, alcuni in maniera opportunista ed altri esprimendo un sentimento reale all’interno del partito, invece di organizzare la resistenza hanno reso pubbliche le loro critiche all’entourage di Evo e ai suoi ministri, che ritenevano colpevoli di aver svuotato e sconfessato il partito e le sue organizzazioni sociali, con metodi da burocrazia mafiosa.

In un’intervista a Pagina Siete del 28/11/2019 il dirigente contadino di Chuiquisaque e deputato del MAS Velázquez descrive così l’ambiente all’interno del partito:

"L’entourage dell’ex presidente Evo. Ho visto molto da vicino la situazione, come lo lusingavano e gli facevano credere di essere un Dio, che era un grande, che non c’erano problemi, che tutto andava bene e che se qualcuno gli diceva il contrario era perché quella persona era malata o demente. E non accettavano critiche […] Il primo mandato era stato eccellente, c’era grande coordinazione. Ci riunivamo privatamente col presidente. Quando ero dirigente della Federazione mi chiamava, ci riunivamo a Cochabamba e mi chiedeva di cosa avesse bisogno il mio popolo, come andavano le cose, era bellissimo.

Ma col secondo mandato già avevamo cominciato a vedere le prime divergenze, proprio per colpa del gruppo intorno al presidente. In quest’ultimo mandato praticamente ci hanno allontanati. Se i consiglieri del presidente non ottenevano ciò che chiedevano, si infiltravano nelle organizzazioni e ci dividevano. Se non gli piaceva un dirigente sindacale, cercavano scuse per seminare zizzania tra indigeni e contadini.”

 

Come è potuto succedere?

Evo, in esilio, si è aggrappato a quell’immagine idilliaca della sua gestione che gli presentavano i suoi consiglieri. In un'intervista all’agenzia cubana Prensa Latina si è dichiarato “sorpreso dall’arrivo del golpe di destra, proprio quando le cose andavano molto bene in campo economico ed alimentare e nell’eliminazione della povertà. È una buona occasione per incentivare il dibattito tra analisti, ricercatori, politologi a beneficio delle nuove generazioni”. Praticamente ha rimandato agli esperti le risposte che avrebbe dovuto dare lui come dirigente politico combattivo.

In realtà non c’è una sola risposta soddisfacente alla domanda “come è possibile che il golpe abbia avuto successo?” “Le cose andavano così bene economicamente” grazie alle forti concessioni fatte alla borghesia nazionale ed all’imperialismo, o più precisamente all’imperialismo d’assalto del momento. Quelle concessioni, in parte menzionate in questo testo, e la definitiva fusione del MAS con lo Stato borghese, con la sua conseguente corruzione interna, hanno trasformato il MAS in uno strumento di “polizia sindacale” contro le lotte sociali, come testimoniano voci interne allo stesso partito. Questo ha privato la classe lavoratrice e il movimento di massa della forza e dello spirito per resistere al golpe.

La moderazione con cui Evo e gli ideologi del MAS hanno trattato la crisi in Venezuela, come garanzia per rimanere al potere, gli si è rivoltata contro. In un’altra delle sue dichiarazioni Evo aveva promesso di seguire l’esempio di Chavez e formare milizie popolari se fosse tornato al potere. Tuttavia nel 2014 ha spalleggiato la repressione, per mano della gerarchia militare, dello sciopero degli ufficiali di basso rango, di estrazione popolare e indigena, che chiedevano la decolonizzazione delle forze armate, dando la possibilità di carriera anche a coloro che non provenivano dal Collegio Militare, istituzione che recluta gli ufficiali tra le fila della piccola borghesia, al servizio delle classi dominanti[14]. Questo ha reso facile il compito dell’Alto Comando golpista al momento di reprimere il popolo.

Neanche la sua fiducia nell’OSA e in Luis Almagro (segretario generale dell’OSA, NdT) sono state casuali. Evo Morales non ha mai smesso di dichiararsi antimperialista, ma la sua ristretta visione riformista e nazionale gli ha sempre fatto guardare all’imperialismo dalla prospettiva dello sviluppo di un capitalismo autonomo boliviano. Ha sempre difeso, a livello internazionale, l’idea di un mondo “multipolare”, cioè di articolazioni variabili attorno a diversi centri/paesi economicamente fondamentali. Questa è la prospettiva del nazionalismo borghese e piccolo borghese dei paesi capitalisti arretrati come la Bolivia. Con la crisi venezuelana, dalla quale il MAS ha preso il più possibile le distanze, ha iniziato a cercare nuovi referenti in Angela Merkel in Germania, in Putin, nella Cina, in governi ultraconservatori alleati degli USA come quello indiano di Modi, nel governo autoritario e reazionario di Erdogan in Turchia, dove Morales si è recato in visita promuovendo l’apertura di una ambasciata turca a La Paz, e con lo stesso Almagro, che ha accompagnato Evo nell’apertura della campagna elettorale. Tutti questi governi, più tardi, hanno riconosciuto il governo Añez.

Questo ha avuto un profondo effetto di demoralizzazione e corruzione nelle fila del MAS, che ha abbandonato completamente la solidarietà che fino ad allora aveva dimostrato nei confronti di popoli come quello curdo e quello honduregno, per il quale si era mobilitato contro il golpe di Zelaya, mentre ora pur di garantire la rielezione di Evo, è rimasto silente di fronte alla rielezione fraudolenta di Juan Orlando Hernandez. Come conseguenza di ciò, la lotta contro il golpe non si è rivitalizzata ispirandosi all’esempio della classe lavoratrice in Cile e del movimento degli indigeni in Ecuador.

È per tutti questi motivi che, come hanno segnalato molti giornalisti ed attivisti stranieri presenti in Bolivia e come ha dovuto ammettere lo stesso Álvaro García Linera, la resistenza al golpe, seppur eroica, si è scontrata e frammentata di fronte allo slogan del ritorno di Evo Morales.

 

Il ruolo storico del MAS e il suo futuro

Nulla di tutto ciò è una particolare novità nella storia della Bolivia, il paese che ha avuto più colpi di Stato militari al mondo. Sebbene ci sia una vasta letteratura politica nazionale che ha cercato di spiegare questo fenomeno e la litigiosa incapacità della borghesia boliviana di essere classe dirigente del paese, nelle scuole si insegna a convivere con questa triste supremazia mondiale come i francesi convivono con la Torre Eiffel e i brasiliani col carnevale: è un prodotto della “genialità” e del folclore popolare.

La Bolivia è un paese arretrato, attraversato da forme di sviluppo diseguale sia verso il mondo esterno che all’interno delle nostre frontiere. Qui i sistemi di produzione precedenti al capitalismo o connessi al suo processo di formazione, come vediamo nelle comunità originarie, convivono non solo con la tecnologia importata dalle multinazionali, ma anche con i più sofisticati metodi di organizzazione della società e del lavoro, in base agli interessi della classe dominante.

Il MNR, dapprima con Villarroel e poi con la rivoluzione del 1952, aveva proceduto a sistematizzare la frammentata realtà nazionale, organizzando la società in associazioni professionali, sindacati e corporazioni, tutte fortemente vincolate allo Stato. La statalizzazione dei sindacati è completa in Bolivia. I lavoratori non devono solamente superare i meccanismi di arbitrato statale prima di poter convocare uno sciopero, che deve comunque essere approvato dal ministero del lavoro, ma in aggiunta a questo i sindacati hanno diritto di esistere solo se il governo li autorizza, e le decisioni prese nelle assemblee generali e nelle riunioni hanno valore legale solo se validate dallo Stato e dai suoi funzionari. Così facendo i monopoli interni e imperialisti si sono assicurati il dominio politico del paese, e la vita del paese è rimasta nelle mani del caudillismo bonapartista. Il tradimento della COB di fronte al governo Añez nasce in questo retroterra: il rapporto di dipendenza dei sindacati di fronte allo Stato, con la burocrazia sindacale che si limita a tentare di condizionarlo per portarlo dalla sua parte. La moneta di scambio offerta dalla Añez a Huarachi e compagnia è stata, di fatto, la legalizzazione della risoluzione con la quale a questi ultimi si prorogava il mandato, assicurandogli un ruolo di spicco nei tempi a venire.

Il MAS si è mosso in maniera simile, dichiarando che il suo era il “governo dei movimenti sociali”. Questo non risolveva né le questioni sociali né l’antagonismo nazionale, che traeva nuova linfa dallo sfruttamento del proletariato indigeno, protagonista della enorme crescita di città come El Alto o Santa Cruz de la Sierra. Il MAS si era trasformato in quella promessa non rispettata, propria di ogni lotta nazionale, che le masse indigene sarebbero state artefici del proprio destino. Le tensioni a partire dal secondo mandato di Evo sono un riflesso di tutto questo.

Ma né la Añez, né Tuto, né Mesa né tantomeno Camacho (tutti i possibili candidati della destra) hanno qualcosa da offrire in merito. Neanche il mondo intero, alla soglia di una nuova recessione ha nulla da offrire. Si chiude un ciclo di lotte attraverso il quale le masse, escluse dalla vita politica fino all’inizio di questo secolo, avevano fatto il loro ingresso sulla scena della storia. Si apre un nuovo ciclo, come quello apertosi dopo la sconfitta nel 1946 del presidente nazionalista Villarroel, fondatore della Federazione Sindacale dei Minatori della Bolivia, che ha portato alla rivoluzione del 1952.

Dal momento dell’esilio di Evo si è aperto un dibattito interessante nel MAS. Le voci critiche e autocritiche sono ancora minoritarie, ma si esprimono con più libertà e visibilità. Tuttavia, con il processo elettorale in moto, che il MAS affronta con grandi difficoltà e allo stesso tempo con una forza che lo potrebbe portare al secondo turno, è molto difficile che questo dibattito vada lontano. Finché non capirà da dove ricominciare, è improbabile che il MAS sarà in grado di farlo e di mettersi in discussione, soprattutto senza un partito di massa alla sua sinistra che sia in grado di alimentare il dibattito nel MAS stesso, chiamando questo partito a discutere su un programma comune di difesa della classe lavoratrice e del movimento contadino e indigeno. La nostra prospettiva continua ad essere quella di costruire una corrente marxista di massa che svolga questo ruolo.

 

 

 

 

[1] La Bolivia esprime la sua energica protesta contro il Cile per il nuovo sciopero dei portuali, Opinión 11/6/2015

[2] Da un'intervista di Evo a Red Patria Nueva, trascritta sul suo account Twitter e sulla stampa nazionale, per esempio sul giornale El Deber (https://eldeber.com.bo/116038_segundo-aguinaldo-evo-convocara-a-empresarios-privados-para-debatir)

[3] “Il ministro della difesa ammette di aver “conversato” con le Forze Armate prima della rinuncia di Evo” dal Correo del Sur del 29/12/2019: “Il ministro della difesa Fernando Lopez ha confermato l’esistenza di conversazioni con le Forze Arrmate prima delle dimissioni dell’allora presidente Evo Morales” […] “la nostra missione era parlare con tutti, anche i militari. Il dottor Camacho mi chiese, come ex ufficiale, di parlare con le forze armate, dove avevo amici e commilitoni, con il fine di far rispettare l’ordine costituzionale ed assicurare che nulla lo sconvolgesse.”

[4] Camacho richiede le dimissioni di Luis Barbery y Fernando Hurtado (rispettivamente presidente della Confederazione Boliviana degli imprenditori privati e della Camera di Industria e Commercio di Santa Cruz) Economy, rivista boliviana di business, pubblicazione digitale del 11/11/2019 (https://www.economy.com.bo/negocios-economy/2797-camacho-pide-la-renuncia-de-luis-barbery-y-f ernando-hurtado-2).

[5] La lucha a la cual la COB debe convocarnos www.luchadeclases.org.bo del 24 ottobre 2019.

[6] OEA, UE, EEUU: ¡Fuera de Bolivia!,Volantino da noi distribuito dal 26 ottobre, pubblicato sulla nostra pagina web dal 29 Ottobre

[7] Ci sono molti testi di Lenin e Trotsky che spiegano la tattica del Fronte Unico. Tuttavia, il seguente passaggio di “Per un fronte unico operaio contro i pericoli del fascismo”, articolo di Trotsky pubblicato nel Bollettino di Opposizione del 1932 e disponibile su https://www.marxists.org/espanol/trotsky/1931/diciembre/08.htm​, da forza all’argomento tramite l’esperienza viva della rivoluzione e descrive una situazione molto simile a quella della Bolivia:

“Il 26 Agosto del 1917 (secondo il vecchio calendario) il generale Kornilov lanciò un distaccamento di cosacchi e la “divisione selvaggia” su Pietrogrado. Al potere c’era Kerenksy, agente della borghesia e alleato di Kornilov al 75%. Lenin si trovava in clandestinità, accusato di essere al servizio degli Hohenzollern; a quei tempi io ero in una cella nel carcere di Kresty per lo stesso motivo. Quale era ai tempi l'atteggiamento dei bolscevichi? Avevano il diritto di dire “per sconfiggere la banda di Kornilov bisogna sconfiggere quella di Kerensky”. Lo dissero in più occasioni, perché era giusto e necessario per tutta la propaganda futura. Ma era del tutto insufficiente per resistere a Kornilov il 26 di agosto e nei giorni successivi, e per impedirgli di soffocare il proletariato di Pietrogrado. È per questo che i bolscevichi non si accontentarono di lanciare un appello generale agli operai e ai soldati: “Rompete con i conciliatori, appoggiate il fronte unico rosso dei bolscevichi!”.

No, i bolscevichi proposero ai socialisti rivoluzionari e ai menscevichi un fronte unico di combattimento, e crearono organizzazioni comuni per la lotta […]

Per mostrare ancora più chiaramente come si presentava il fronte unico, ricorderò il seguente episodio: liberato dal carcere grazie ad una cauzione pagata dalle organizzazioni sindacali, andai direttamente dalla mia cella ad una sessione del Comitato di Difesa Popolare, dove insieme al menscevico Dan e al socialista rivoluzionario Gots, che erano alleati di Kerensky e mi avevano tenuto in carcere, esaminai e trovai una soluzione ai problemi della lotta contro Kornilov…

Quando si dice agli operai socialdemocratici: “Abbandonate il vostro partito e unitevi al nostro fronte unico, al di fuori di tutti i partiti” non si fa altro che aggiungere una frase vuota a milioni di altre. Si deve essere in grado di prendere gli operai e i loro capi nel pieno dell’azione. E l’azione, adesso, è la lotta contro il fascismo.”

[8] El servilismo de la burocracia sindical le sirve al golpe www.luchadeclases.org.bo​ del 6 novembre

[9] Solo quando si è rifugiato in Messico, Evo ha riconosciuto il suo ruolo nel rafforzamento della borghesia e il ruolo di quest’ultima nel golpe, quando al quotidiano messicano La Jornada ha dichiarato: “Ora mi rendo conto […] che con le politiche economiche abbiamo alimentato il settore privato, portando alcuni di loro alla cospirazione. Non credo siano stati tutti.” (La Jornada, 16/11/2019, https://jornada.com.mx/2019/11/16/politica/014e1pol​).

[10]  Prospettive di resistenza al golpe 18/11/2019. https://www.rivoluzione.red/bolivia-prospettive-di-resistenza-al-golpe/

[11] Álvaro García Linera, “Stiamo cercando la forma più rapida per far andar via questo governo” intervista pubblicata su El Deber del 5/12/2019 nella quale il Vicepresidente dice: “Stiamo vedendo la forma più rapida per far andar via questo governo. Torneremo e saremo milioni”. “Si aspetta una reazione popolare più forte per tornare ?” “No, è una frase di Tupac Katari che racconta cosa vedremo. Non è che stiano arrivando. Con chi potremmo mai mobilitarci se una delle cose che è accaduta è che molti dirigenti sociali sono stati scavalcati dall'azione collettiva. È un tema che rivedremo nei prossimi mesi e anni ed ovviamente stiamo optando per la via elettorale.”

[12] Morales llama a movilizaciones: “Come ci hanno sconfitti, noi li sconfiggeremo”, Página Siete del 12/1/2020.

[13] In un’assemblea sindacale di una federazione di insegnati, dove abbiamo alcuni compagni, siamo intervenuti chiedendo la convocazione dello sciopero per il ritiro delle forze militari, un obiettivo minimo che ha riscosso molti consensi. L’assemblea si è conclusa eleggendo un comitato di mobilitazione che, il giorno seguente, ha convocato una nuova assemblea per smobilitare e chiedere la difesa del burocrate sindacale nominato nella direzione dipartimentale scolastica durante il mandato di Evo, la cui permanenza era stata garantita grazie ad accordi notturni tra la COB ed il governo. Raccontiamo questa esperienza nel nostro articolo online del 18/11/2019 dal titolo La capitulación de la COB desde la asamblea de un sindicato de base. https://www.luchadeclases.org.bo/la-capitulacion-de-la-cob-desde-la-asamblea-de-un-sindicato-de-base/

[14]  Si veda in merito l’Articolo Inédita huelga de los oficiales de bajo rango: ¿qué política para las FFAA?

  https://www.luchadeclases.org.bo/inedita-huelga-de-los-oficiales-de-bajo-rango-que-politica-para-las-ffaa/ (22/4/2014)