di Alan Woods

 

Mentre ci siamo appena affacciati al nuovo anno, il mondo si trova di fronte ad un punto di svolta decisivo. La crisi del capitalismo sta raggiungendo un nuovo livello e rischia di rovesciare l’intero ordine mondiale faticosamente edificato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Dieci anni dopo il collasso finanziario del 2008, ovunque la borghesia è lontana da una soluzione alla crisi economica.

Tutti i sacrifici e le sofferenze degli ultimi dieci anni non solo non hanno risolto la crisi, ma hanno avuto l’unico risultato di aumentare ulteriormente l’impoverimento e la disperazione delle masse, mentre un’esigua minoranza di parassiti ha acquisito un livello osceno di ricchezza. Ma la politica, in ultima analisi, è economia concentrata. Un decennio fa avevamo previsto che tutti i tentativi dei governi di ripristinare l’equilibrio economico sarebbero serviti soltanto a distruggere l’equilibrio sociale e politico. Questo è avvenuto in un paese dopo l’altro. 

In Europa stiamo vedendo il ribollire della crisi della Brexit, che è in se stessa un elemento di grande destabilizzazione della situazione. Ha gettato la Gran Bretagna in una crisi profonda dalla quale non si vede ancora alcuna via d’uscita. Non molto tempo fa la Gran Bretagna era forse il paese più stabile politicamente in Europa. Ora invece è uno di quelli più instabili.

Poche settimane fa su Channel 4 News è stato chiesto al famoso opinionista politico conservatore Mattew Parris se considerasse la crisi attuale come la più grave nella storia britannica. Ha risposto in questo modo:

Ricordo la crisi di Suez nel 1956. Fu una crisi molto grave e da allora ne ho vissute diverse altre. In passato tuttavia, indipendentemente da quanto la crisi fosse profonda, ho sempre avuto la sensazione che qualcuno, da qualche parte, avesse un piano – le idee chiare su come uscirne. Ora non ho più questa sensazione”.

Nel giro di qualche settimana, il primo ministro britannico Theresa May presenterà il suo sfortunato accordo per tentare di ottenere l’approvazione del parlamento britannico. Le sue chance di successo sono le stesse di una palla di neve all’inferno. Ma una volta bocciato l’accordo faticosamente raggiunto con l’Unione Europea, cosa accadrà dopo? La possibilità che la Gran Bretagna lasci la Ue senza un accordo è una ricetta fatta e finita per un caos economico, sociale e politico senza precedenti – non solo in Gran Bretagna, ma anche nel resto dell’Europa.

Il fatto che un simile scenario possa persino essere contemplato rende l’idea della completa bancarotta dell’establishment politico britannico. Ma l’orologio corre e la Gran Bretagna non ha più tempo. Ognuna delle alternative proposte sarà un disastro. L’unica questione è quanto sarà grande il disastro. Ad ogni modo la scena è pronta per un periodo molto burrascoso per la Gran Bretagna.

Tuttavia la crisi dell’Europa non finisce qui. In Germania, che per decenni è stata la vera forza motrice dell’economia europea, il lungo dominio dei due maggiori partiti politici – i Cristiano Democratici e i Socialdemocratici – è sul punto di crollare. Le dimissioni di Angela Merkel dal suo ruolo di leader dei Cristiano Democratici è solo un sintomo delle tensioni politiche che covano sotto la superficie e sono a loro volta una conseguenza della crescente polarizzazione di classe nella società.
Lo stesso fenomeno è riscontabile in molti altri paesi. In Francia la vittoria elettorale di Emmanuel Macron veniva sbandierata come una grande vittoria del centro politico. Come San Giorgio e il Drago, Macron miracolosamente era sceso dalle nubi per uccidere il diabolico dragone dell’estremismo di sinistra e di destra. Ma non ci è voluto molto perché l’uomo che si credeva potesse camminare sulle acque, affogasse tra le onde burrascose della lotta di classe.

Le assurde illusioni degli opinionisti politici, che vedevano un salvatore in questo insignificante narcisista politico, non solo per la Francia ma per l’intera Europa, sono evaporate come una goccia d’acqua su una piastra rovente. Il crollo della popolarità di Macron è stato ancora più veloce e più catastrofico di quello del suo sfortunato predecessore, François Hollande. I sondaggi che attribuivano a Macron il 70% del sostegno al momento della sua elezione, erano scesi sotto il 20% a dicembre.

Questo drammatico capovolgimento è stato il risultato diretto di qualcosa che non si supponeva potesse accadere: l’azione diretta e rivoluzionaria delle masse. In poche settimane, i lavoratori e i giovani francesi sono riusciti a demolire l’immagine fasulla di invulnerabilità del presidente, ridotto a supplicarli di lasciarlo governare. L’uomo che si vantava non si sarebbe mai arreso “alle piazze” è stato costretto ad un umiliante dietrofront – che però alla fine, crediamo, non basterà a salvarlo.

 

Francia e Germania

Per decenni il destino dell’Europa è stato deciso da due paesi: Francia e Germania. All’inizio la classe dominante francese, guidata dalla sua eccessiva presunzione, voleva legare a se la Germania, creando le basi economiche per un’Europa unita, di cui la Francia avrebbe assunto la leadership politica. Una speranza del tutto vana! Alla fine è il potere economico che determina quello politico e non viceversa.

Oggi solo uno stupido potrebbe non capire che è la Germania, e non la Francia, che prende le decisioni fondamentali in Europa. Le ambizioni di Macron di imporsi su Berlino (e persino su Washington!) si sono molto presto rivelate per quelle ridicole illusioni che erano sempre state. La crisi politica della Merkel non è servita ad aumentare il potere e l’autorità del presidente francese, che si trova ora nell’insostenibile posizione di quell’imperatore che dovette sfilare nudo facendo finta di indossare dei vestiti nuovi. Persino quando si nasconde dietro una scrivania dorata, la sua nudità politica appare evidente a tutti.

La crescente spaccatura tra Francia e Germania non si fonda su principi religiosi, morali, filosofici o umanitari, bensì sul denaro sonante, che sotto il capitalismo sostituisce il cuore e l’anima come la vera forza motrice della società. Nelle condizioni imposte della crisi capitalista, non esiste modo per cui questa divisione possa essere sanata, il che minaccia di provocare una crisi d’identità nel cuore stesso dell’Unione Europea.

Macron mostra la più sentita comprensione per i problemi dell’Italia e degli altri paesi mediterranei, che di recente si sono deplorevolmente indebitati. Avvolgendosi nella bandiera della solidarietà europea, si rivolge all’Ue implorando di dimostrare umanità e generosità. Dopo tutto, non fu nostro Signore a dire: “e rimetti a noi i nostri debiti”?

E’ un fatto noto a tutti che pochi piaceri nella vita possono competere con la nobile arte dello spendere i denari altrui. Quando Macron intercede per la remissione dei debiti è perfettamente consapevole che quelli che li dovrebbero rimettere non si trovano a Parigi, bensì a Berlino. E quelli che muovono i fili della Bundesbank non sono troppo interessati a rimettere i debiti, o qualsiasi altra cosa, come può testimoniare il popolo greco.

Nel suo paese Emmanuel Macron, il presidente dei ricchi, era determinato a portare avanti politiche di tagli profondi accompagnati alla riduzione delle tasse per i ricchi. Ma la resa di Macron di fronte alle proteste dei gilet gialli, con la promessa di un pacchetto di investimenti di 10 miliardi di euro, significa che il deficit della Francia, così come quello dell’Italia, è destinato a superare i limiti consentiti dall’Eurozona. Questo fatto serve a spiegare la diversità delle posizioni assunte dalle classi dominanti francese e tedesca.

Tutti i fattori si stanno combinando con l’effetto di accentuare le tendenze centrifughe, aggravare le contraddizioni e quelle tensioni tra i paesi che l’Unione Europea era nata per scongiurare. Inoltre, a gettare altra benzina sul fuoco, abbiamo la crisi latente provocata dalle ondate di rifugiati che stanno bussando alle porte dell’Europa. Questo, a sua volta, ha aperto altre linee di frattura tra la Germania e i suoi satelliti dell’Europa dell’Est.

La Polonia e l’Ungheria sono in un conflitto diretto con l’Unione Europea sulla questione dell’immigrazione, appoggiate dalle retrovie dal governo di destra dell’Austria. In Germania il partito reazionario e anti-immigrati Alternativa per la Germania (AfD) sta guadagnando terreno, in particolare nei quattro Stati tedeschi orientali.

La scena è quindi pronta per un grande dramma politico in Europa. La crisi sulla Brexit è solamente l’inizio dello spettacolo. La visione federalista dell’Europa è affondata senza lasciare traccia. Ben lontana dal muoversi nella direzione di una maggiore unità, l’Unione Europea si sta frammentando sotto i nostri occhi.

 

Emergono nuove linee di frattura

Le tensioni politiche tra Francia e Germania sono solo l’espressione superficiale di divisioni economiche profonde tra il nord e il sud dell’Europa. Recentemente si è formato un nuovo blocco – solo un’altra linea di frattura accanto alle molte altre crepe che minacciano di provocare una rottura dell’Unione Europea. Alcuni lo hanno battezzato “Nuova Lega Anseatica”, riferendosi al potente gruppo di Stati mercantili nell’area del Baltico che ha dominato gran parte della vita finanziaria dell’Europa nel periodo medievale.

Un abisso si è spalancato  tra i paesi più poveri dell’Europa meridionale e le economie più prospere del nord. Danimarca, Svezia, Estonia, Lituania, Olanda e Irlanda sono paesi relativamente piccoli nel più ampio contesto europeo, ma si sono uniti per resistere alle richieste dei paesi dell’Europa del sud di coprire con il bilancio europeo i deficit più grandi. 

Dopo anni di austerità, tagli e terribili sofferenze, la Grecia è stata ridotta in rovina dalla stretta di acciaio di Berlino e Bruxelles. Nulla è stato risolto e la crisi si è estesa all’Italia, dove il debito accumulato ammonta al 130% del Pil. La coalizione anti-europeista che governa a Roma ha approvato un bilancio che violava i limiti imposti da Bruxelles, provocando un conflitto aperto. Per il momento una rottura è stata evitata, ma la crisi dell’Italia rimane e avrà conseguenze molto più gravi per la Ue di quante ne abbia mai avute la crisi greca.  

In fin dei conti la Grecia ha un’economia relativamente piccola alla periferia dell’Europa. Al contrario l’Italia è la terza maggiore economia dell’eurozona. Il governo italiano sperava che, pompando moneta nell’economia, potesse tornare a farla crescere. Ma se il Tesoro italiano fosse stato costretto a pagare sanzioni consistenti, queste avrebbero spazzato via qualsiasi impatto positivo che le spese extra avrebbero potuto avere.

Con una pistola alla testa Luigi di Maio, il leader del Movimento Cinque Stelle (M5S), e Matteo Salvini della Lega, si sono resi conto che talvolta la prudenza è la parte migliore del valore, hanno ingoiato il rospo e gettato la spugna. Alla fine è stato imbastito un accordo traballante e la Commissione Europea, a malincuore, ha acconsentito ad un piano di compromesso.

L’Italia si è impegnata a ridurre il proprio deficit a bilancio dal 2,4% del Pil al 2%. La Commissione ha accettato con riluttanza il fatto che il deficit strutturale, che non tiene conto dei provvedimenti una tantum e degli effetti ciclici, rimanesse invariato per il prossimo anno. “La soluzione sul tavolo non è quella ideale”, si è lamentato il vice-presidente della Commissione Europea Valdis Dombrovskis, con un geniale eufemismo. 

L’accordo infatti consente alla Commissione di evitare di dover intraprendere azioni legali contro l’Italia – “fermo restando che le misure previste vengano pienamente implementate”. Questa clausola subordinata indica che lo scontro con l’Italia non è stato risolto, ma solo rimandato. Il bilancio per il prossimo anno non ha offerto alcuna soluzione per i problemi a lungo termine del paese.

Ma allora perché la Commissione Europea ha accettato un accordo insoddisfacente? La risposta va cercata non nell’economia, ma nella politica. Avevano appena permesso al presidente della Francia di uscirsene con la promessa di più di 10 miliardi di spese supplementari per placare la rivolta dei gilets jaunes (gilet gialli), il che rischiava di spingere il deficit di bilancio della Francia per il prossimo anno molto al di la del limite dell’eurozona del 3% del Pil. Non erano quindi nella posizione per esercitare maggior pressione sugli italiani, il cui deficit stimato era in effetti sotto il 3% del Pil.

C’erano poi altre considerazioni più serie da fare. In un’intervista al Corriere della Sera il primo ministro italiano, Giuseppe Conte, ha riferito di aver ricordato alla Commissione che il suo governo “si trova di fronte al compito di mantenere la stabilità sociale in Italia”. Si tratta di una  minaccia a mala pena velata: o smettete di metterci sotto pressione o l’Italia dovrà fronteggiare un’esplosione sociale che avrà ripercussioni anche al di fuori dei suoi confini. L’avvertimento non è sfuggito agli uomini di Bruxelles.

Si potrebbe dire che l’Italia è troppo grande per fallire, ma bisognerebbe aggiungere che è anche troppo grande per essere salvata. Non ci sono abbastanza soldi nella Bundesbank per salvare il malconcio capitalismo italiano. Questo dramma non è stato ancora recitato fino in fondo.

 

Una crisi di dimensioni mondiali

Negi anni ’20 Trotskij previde che il centro della storia mondiale, che si era già trasferito dal Mediterraneo all’Atlantico, si sarebbe in futuro spostato dall’Atlantico al Pacifico. Quella notevole previsione  è ora un dato di fatto. L’Europa sta rimanendo indietro rispetto all’America e alla Cina nella gara per lo sviluppo delle nuove tecnologie basate sull’intelligenza artificiale. Nel 2019 l’India probabilmente sorpasserà sia la Francia che la Gran Bretagna (perlomeno in termini assoluti) per diventare la quinta economia più grande del mondo. Il futuro della storia mondiale si deciderà in definitiva non in Europa, ma nel Pacifico.

Questo stesso processo è però pieno di contraddizioni. Il destino dell’economia mondiale dipende in larga parte dalla Cina, che fino a poco tempo prima è stata una delle sue principali forze motrici. Tuttavia la Cina dipende in gran parte dalle esportazioni. La caduta della domanda in Europa e negli USA ha generato una crisi di sovrapproduzione nell’acciaio e in altri settori chiave dell’economia cinese. Il tasso di crescita della Cina ha rallentato al 6,5%.

Può sembrare una cifra elevata se comparata ai  miserabili tassi di crescita in Europa e USA, ma è lento in modo preoccupante se paragonato al passato. Tutti concordano sul fatto che una crescita inferiore all’8% sia pericolosamente troppo bassa per stare al passo con la crescita della sua popolazione. Al fine di stimolare le esportazioni, la Cina ha deciso di immettere acciaio a basso prezzo sul mercato mondiale. Questo ha condotto ad una grave crisi dell’acciaio in Europa e agli ululati di protesta soprattutto da parte degli Americani. E’ questo uno dei principali fattori che hanno condotto alla guerra commerciale in atto tra USA e Cina.

La Cina si è affermata come una potenza mondiale che si trova sempre più spesso in conflitto con gli Stati Uniti, come dimostra la guerra commerciale tra questi due paesi. 

Ciò nonostante gli USA mantengono ancora la loro posizione di dominio nell’economia e nella politica mondiale. L’azione combinata dell’innalzamento dei tassi di interesse e di un dollaro in rialzo sono serviti ad attrarre grandi quantità di capitale speculativo verso gli USA, con effetti disastrosi per i cosiddetti mercati emergenti in America Latina, Asia e Medio Oriente. Le loro fragili economie si sono trovate alla mercé di un dollaro onnipotente, che le sta stritolando, aggravando l’indebitamento e privandole di preziosi investimenti. Nell’ultimo periodo le cosiddette economie emergenti hanno agito da stimolo alla crescita economica globale. Ora stanno subendo una battuta d’arresto. Turchia, Argentina, Brasile e altre economie in precedenza solide sono piombate in una situazione di recessione, o, nel migliore degli scenari, di stagnazione.

 

Il vero volto dell’imperialismo USA

Lo slogan di Donald Trump “rendere l’America di nuovo grande” è una specie di manifesto imperialista, con il seguente sottotitolo: “renderemo di nuovo grande l’America a spese del resto del mondo”. Dietro la retorica spavalda e roboante, c’è una chiara minaccia rivolta al resto del mondo: fate come diciamo o ne pagherete le conseguenze.

Il presidente Trump ha avuto davvero poco tempo da dedicare agli alleati europei dell’America, che considera correttamente dei nani, se paragonati al gigantesco potere degli USA. E’ irritato dalle pretese degli europei, dai loro inutili sforzi sulla scena mondiale e dai loro tentativi ridicoli di influenzare la politica estera degli Stati Uniti. Ronzano attorno alla sua testa come tante mosche fastidiose. E mentre in precedenza i presidenti USA facevano finta di prestare loro attenzione, il suo istinto è quello di spiaccicarle in modo che smettano di infastidirlo.

La politica di Trump, essenzialmente, non è poi così diversa da quella dei suoi predecessori, che non hanno esitato ad utilizzare la forza economica e militare dell’America per imporre la loro volontà al resto del mondo. Ma l’hanno fatto in un modo molto diverso: secondo alcuni con maggior sottigliezza, secondo altri – più verosimilmente – con  maggior ipocrisia. 

Mentre proclamavano le virtù di democrazia, giustizia, pace e umanità, non esitavano a mettere sotto i piedi qualsiasi cosa fosse in contraddizione con gli interessi reali o presunti dell’America. Donald Trump fa esattamente la stessa cosa, ma non fa finta di proclamare valori di cui non gli importa nulla e che in ogni caso non giocano alcun ruolo nella politica estera dell’imperialismo americano, o di ogni altro tipo di imperialismo.

A beneficio del mondo intero, Trump ha gettato via la maschera ipocrita della decenza per rivelare la faccia vera e brutta dell’imperialismo americano. In questo senso, si potrebbe dire che ha portato una ventata di onestà.

L’America resta un colosso sulla scena mondiale. La sua potenza economica e militare è davvero enorme. Tuttavia il potere dell’America non è illimitato. I suoi limiti sono stati dimostrati con brutale chiarezza in Iraq, Siria e Afghanistan. E il presidente Trump non ha tardato a trarne le conclusioni.

L’istinto di Trump è del tutto incline all’isolazionismo – una tradizione antica e onorata di un certo settore della classe dominante americana. Come abbiamo già spiegato, egli è completamente disinteressato agli affari dei suoi “alleati” europei (in un momento di insolita franchezza li ha definiti come “nemici”, a differenza dei Russi, che sono semplicemente “rivali”).

In realtà Trump non ha molto tempo da dedicare neppure alla NATO, che vorrebbe piuttosto vedere smantellata, così come le Nazioni Unite, il NAFTA, l’Organizzazione per il Commercio Mondiale e tutte le altre malsane manifestazioni di organizzazioni sovranazionali.

Poiché però deve malauguratamente ascoltare le opinioni dei suoi numerosi e fastidiosi consiglieri, è stato costretto ad accettare controvoglia l’esistenza di questa inutile alleanza militare, il che non gli ha impedito di chiedere a gran voce che i suoi “alleati” europei mettano le mani nelle loro tasche per finanziarla, in modo da alleviare il peso dei contribuenti americani, i cui voti sono per lui più importanti delle opinioni della gente a Parigi, Berlino e Londra.

Ha peraltro deciso in modo unilaterale di ritirare le truppe americane dal Medio Oriente. Questo per dimostrare agli europei che fa quello che dice e forse per costringerli una volta per tutte a far seguire i fatti alle parole. Una motivazione simile sta dietro al suo atteggiamento apparentemente paradossale nei confronti di Vladimir Putin. Durante la sua campagna per le presidenziali, non ha perso occasione per elogiare l’uomo del Cremlino, definendolo “un tipo davvero in gamba”, uno con cui è possibile fare affari.

Questi commenti non sono affatto piaciuti all’establishment militare americano, così come ai falchi del Partito Repubblicano, e hanno fornito ai suoi avversari politici un’occasione d’oro per attaccarlo, accusando la Russia di interferenze a suo favore nella campagna elettorale. Da allora è imperversata la campagna sulla  cosiddetta  interferenza russa nelle elezioni presidenziali, sebbene abbia prodotto più fumo che arrosto. 

L’idea che la vittoria di Trump sia stata provocata dall’interferenza russa non sembra credibile neppure ad un bambino di sei anni di media intelligenza. E’ un semplice riflesso dell’incapacità dei Democratici di accettare il fatto che il pubblico americano si è completamente allontanato dall’establishment politico tradizionale, mosso da un profondo desiderio di cambiamento.

Sotto la pressione dei suoi avversari, Trump è stato costretto a un tira e molla sulla Russia. La decisione di ritirarsi dalla Siria indica tuttavia che sostanzialmente non ha cambiato la sua posizione da quando è stato eletto. Ancora una volta gli istinti isolazionisti di Trump hanno prevalso. John Kelly, il capo dello staff della Casa Bianca, e Jim Mattis, segretario alla Difesa, si sono dimessi in segno di protesta. Ma le proteste e le dimissioni non hanno avuto effetto su Trump in passato, e non c’è ragione di credere che questa volta andrà diversamente.

Tuttavia l’isolazionismo non vuol dire affatto astensionismo, che è reso impossibile dalla tendenza inarrestabile all’unificazione di tutte le diverse economie del mondo in un unico mercato mondiale. La globalizzazione è semplicemente l’espressione di un fenomeno che era stato già previsto da Marx e da Engels nel Manifesto del Partito Comunista più di 150 anni fa. 

Quella previsione è stata brillantemente confermata dalla storia mondiale, specialmente degli ultimi cinquant’anni. Nessun paese, non importa quanto grande e potente, può sfuggire alla spinta irresistibile del mercato mondiale. Tutti i discorsi sulla sovranità nazionale, sul controllo delle proprie frontiere e così via, sono solo aria fritta.

 

Si addensano nubi tempestose

Su questa combinazione instabile incombe, come una nuvola che minaccia tempesta, l’imminente pericolo di una nuova recessione mondiale. Questo è oramai accettato da tutti gli economisti seri. Il problema non è se accadrà, ma solo quando.

L’instabilità economica globale si riflette nelle continue oscillazioni delle borse. In seguito al crollo di ottobre e alla stagnazione di novembre, l’S&P 500 è crollato del 15% tra il 30 novembre e il 24 dicembre. Nonostante una breve ripresa del 5% il giorno dopo Natale, l’indice ha concluso l’anno con un 6% in meno. Il primo giorno di scambi del 2019 ha dimostrato ulteriore instabilità, con la caduta dei mercati asiatici e turbolenze in Europa. 

La notizia inaspettata di un crollo nelle vendite di Apple ha provocato un’ondata d’allarme. La compagnia ha richiamato l’attenzione sul forte rallentamento dell’economia cinese e sulla scarsità di vendite negli altri mercati emergenti. Questo ha determinato nell’ultimo trimestre rendimenti inferiori alle previsioni fino a un massimo del 10%. Subito dopo è arrivata la notizia di una contrazione del settore manifatturiero cinese nel mese di dicembre, che ha innervosito gli investitori a livello globale. I titoli S&P 500 sono affondati prima della riapertura di Wall Street il 3 gennaio.  

Queste oscillazioni febbrili delle borse a livello mondiale sono un’indicazione dell’estremo nervosismo e della crescente preoccupazione per le prospettive future dell’economia mondiale. Sebbene sia vero che i movimenti dei mercati non rispecchiano fedelmente lo stato dell’economia reale, ciò nonostante rappresentano un utile  barometro per misurare lo stato d’animo degli investitori.

In un recente articolo dell’Economist si afferma:

I risultati insoddisfacenti delle borse nell’ultimo anno, che si mantengono anche nell’inizio di questo, possono essere ricondotti in parte alla crescente preoccupazione circa lo stato dell’economia mondiale, e in particolare delle due economie più grandi”.

L’articolo continua:

Secondo l’Economist Intelligence Unit (EIU), nostra consociata, l’America crescerà del 2,3% questo anno. E’ notevolmente sotto la stima di crescita del 2,9% prevista per lo scorso anno, risultato dell’inasprimento della politica monetaria della Federal Reserve e dei tagli alle tasse dell’ultimo anno. Il tasso di crescita previsto per la Cina è più alto, al 6,3%, ma comunque ancora inferiore alla perfomance prevista per il 2018 – e si teme che possa peggiorare a causa della guerra commerciale con l’America e a causa della campagna della Cina per tenere a freno il debito.

L’Europa presenta un’immagine ancora più cupa. Per la Gran Bretagna, che lascerà l’Unione Europea a marzo, è prevista una crescita di un tiepido 1,5%; la Francia deve fronteggiare minore incertezza, ma non se la cava comunque meglio. L’Italia, una delusione economica perenne, arriverà solamente allo 0,4%. Questo risultato è la settima peggiore performance nella tabella delle stime di crescita redatta da EIU. Quelle al di sotto sono tutte previsioni di recessione per il 2019, la peggiore delle quali  è quella per il  Venezuela, che si trova ormai in caduta libera da anni”.

Prevedibilmente l’Economist cerca a tutti i costi di trovare qualche motivo di conforto e sottolinea come ci si aspetti che l’India cresca allo stesso ritmo degli scorsi anni (7,4%). Tuttavia, come ben sappiamo, non è tutto oro quello che luccica e non per nulla l’economia è conosciuta come la scienza triste. Con una certa dose di senso dell’umorismo, l’autore conclude:

Ma l’economia che si prevede andrà meglio nel 2019 – la Siria, con una previsione di crescita del 9,9% – ci ricorda in maniera preoccupante che cifre alte non possono riflettere altro che il peggior punto di partenza possibile.

C’è una preoccupazione crescente tra le file dei più seri economisti borghesi. Questa preoccupazione è ben fondata. Il Rendimento Complessivo (aumenti o perdite di capitale più i dividendi) secondo l’indice S&P 500 dei principali titoli americani, è stato negativo per la prima volta in un decennio. La situazione è anche peggiore in altri mercati. L’indice di Shanghai è crollato di un quarto. C’è un fuggi fuggi di investitori dagli asset più rischiosi (inclusi i cosiddetti mercati emergenti) verso porti più sicuri. I buoni del tesoro e l’oro hanno superato di gran lunga le azioni. Prevedendo tempi duri, i capitalisti stanno facendo incetta di contanti invece di investire nella produzione.

Ogni cosa indica che, quando arriverà, la prossima recessione sarà ben peggiore della crisi del 2008. La principale ragione di questo è che, nell’ultimo decennio, la borghesia ha consumato tutti gli strumenti che tradizionalmente venivano adoperati per prevenire il rischio di una recessione, o per limitarne la durata e la profondità.

Fondamentalmente i capitalisti hanno due armi nelle loro mani per affrontare la recessione. La prima è l’abbassamento dei tassi di interesse. Ma nel disperato tentativo di uscire dall’ultima recessione, hanno già ridotto i tassi di interesse a livelli senza precedenti nella storia, generalmente nell’ordine dello zero. Le possibilità di ulteriori riduzioni dei tassi sono pertanto minime. Persino negli USA, dove la Federal Reserve ha aumentato i tassi diverse volte nell’ultimo anno, il margine di manovra è ancora molto limitato.

La seconda arma  è incrementare la moneta in circolazione attraverso l’intervento dello Stato e delle banche centrali. Ma proprio qui sta il problema. Nell’ultimo decennio grandi quantità di denaro sono state pompate nell’economia per salvare dal fallimento le banche private. Tutto quello che è stato ottenuto è di trasformare quello che in origine era un gigantesco buco nero nei registri contabili delle banche in un gigantesco buco nero nelle finanze pubbliche.

Ovunque hanno accumulato enormi debiti, che agiscono come un gigantesco freno sull’economia. La borghesia sta lottando per ridurre i debiti, non per aumentarli ulteriormente. A partire da questo dato di fatto, non esiste la possibilità che i borghesi possano ancora saccheggiare lo Stato per trascinarsi fuori dalla voragine.

Il dilemma in cui si trova la borghesia è illustrato dal fatto che la Banca Centrale Europea ha annunciato la fine delle politiche di stimolo monetario (“quantitative easing”), nello stesso momento in cui ci sono i primi segnali che l’economia europea sta rallentando. Ma la borghesia europea, ossessionata dal problema della Brexit e dell’immigrazione, sembra ignara del pericolo. La BCE sta facendo esattamente il contrario di quello che sarebbe necessario da un punto di vista capitalista. Tutto questo solleva gravi interrogativi  riguardo al futuro dell’euro e, in ultima analisi, della stessa Ue.

Dall’altro lato dell’Atlantico la situazione non è migliore. Il 2019 è stato festeggiato dai politici che governano l’America con una sgradevole zuffa che ha condotto al parziale shutdown del governo il 22 dicembre. Durante un incontro, trasmesso in tv a dicembre, con Nancy Pelosi e Chuck Schumer, i leader democratici alla Camera e al Senato, si è sentito mr. Trump dire: “farò chiudere il governo se non otterrò il mio muro”. Ed è stato di parola.

E’ vero che shutdown come questo sono già avvenuti in passato, ma nessuno è durato tanto a lungo come quest’ultimo, il che riflette una crisi profonda nell’intero sistema politico, con un Congresso controllato dai Democratici, aspramente ostile al presidente. Come era prevedibile un accordo è stato imbastito all’ultimo minuto, ma Trump sta minacciando di mettere il veto e nessuna delle contraddizioni di fondo è stata risolta.

Ad aggiungersi al caos generale c’è la continua e grave disputa tra il presidente e la Federal Reserve, come risultato delle insistenze di quest’ultima nell’innalzare i tassi di interesse. Ma mentre i politicanti bisticciano sulla politica economica, i mercati sono pronti a pronunciare il loro verdetto senza consultarsi con la gente di Washington.

Donald Trump è un uomo che sembra essere stato fortunato per gran parte della sua vita ed un uomo fortunato tende ad essere un giocatore d’azzardo. Dato che le precedenti scommesse hanno avuto successo, perché non continuare a rischiare? La storia però dimostra che, per ogni giocatore, arriva il giorno in cui la sua serie fortunata si esaurisce. Trump ha avuto la buona sorte di entrare alla Casa Bianca in un periodo in cui l’economia statunitense stava andando abbastanza bene e si è potuto assumere il merito per cose che in realtà non erano opera sua. Quelli che lo hanno sostenuto non potevano vedere la differenza e la sua fortuna ha tenuto.

Ha potuto spiegare, con un certo grado di correttezza, che i suoi tagli delle tasse hanno aiutato per un certo periodo l’economia. In economia, tuttavia, così come in natura, prima o poi ogni cosa si trasforma nel suo opposto. Gli effetti a breve termine del pacchetto di stimoli del presidente Trump, entrato in vigore un anno fa, stanno svanendo nello stesso momento in cui si stanno manifestando chiari segni di rallentamento economico in Cina e in Europa. L’imposizione di dazi da parte di Trump e la minaccia di future dispute commerciali stanno agendo come un ulteriore deterrente per gli investimenti. Le previsioni sui profitti sono state ridimensionate.

Il nervosismo delle borse riflette le preoccupazioni per l’economia reale. Gli USA stanno entrando nel periodo più turbolento di tutta la loro storia. E la serie fortunata di Donald sta per concludersi in maniera movimentata. 

 

La crisi della direzione

La società è sempre più divisa tra un piccolo gruppo di persone che controlla l’intero sistema e la stragrande maggioranza che diventa sempre più povera e che si trova in aperta ribellione contro il sistema. Ovunque guardiamo possiamo veder crescere il malcontento, la rabbia, la furia e l’odio verso l’ordine esistente. Questo si esprime in modi differenti nei diversi paesi, ma ovunque vediamo le masse, i lavoratori e la gioventù iniziare a muoversi, a sfidare il vecchio ordine e combattere contro di esso.

Il 2018 ha visto un’impennata nel movimento di massa in molti paesi diversi: Iran, Iraq, Tunisia, Spagna, Catalogna, Pakistan, Russia, Togo, Ungheria e ovviamente Francia. Gli eventi recenti in Francia danno una risposta schiacciante a tutti i cinici e gli scettici che mettono in dubbio la capacità della classe lavoratrice di cambiare la società. Come un fulmine a ciel sereno, i lavoratori e i giovani sono scesi in strada e in un paio di settimane hanno messo in ginocchio il governo. Se questo movimento avesse avuto una direzione seria, avrebbe potuto far cadere il governo e preparare la strada per una trasformazione radicale della società francese.  

In assenza di una direzione chiara e di un programma, è possibile che il movimento si sgonfi per un periodo, ma le contraddizioni di fondo restano. Il governo di Macron è come una nave con una falla sotto la linea di galleggiamento. Può continuare a navigare ancora per un po’, ma i suoi giorni sono contati. I lavoratori e i giovani ora si sono resi conto del potere di un’azione collettiva di classe. Non si faranno comprare da concessioni parziali e temporanee. Presto o tardi torneranno a mobilitarsi, questa volta con una visione più chiara di quello che serve: un programma militante per cacciare via un presidente odiato e per lottare per un governo che agisca nell’interesse della classe lavoratrice.

Questo movimento di massa spontaneo è la precondizione per una rivoluzione socialista, ma in se stesso non è sufficiente a garantirne il successo. Nel 1938 Trotsky scrisse che la crisi dell’umanità si può ridurre alla crisi della direzione del proletariato. Questa frase è persino più vera oggi di quando fu scritta. La storia militare ci fornisce molti esempi in cui grandi eserciti di soldati coraggiosi sono stati sconfitti da forze molto più piccole di truppe disciplinate guidate da ufficiali esperti; e la guerra fra le classi ha molti punti in comune con la guerra tra le nazioni.

Gli atteggiamenti evasivi da codardi e le mezze misure dei riformisti, lungi dal risolvere le crisi, non faranno altro che imprimerle un carattere ancora più convulso, doloroso e distruttivo. E’ compito dei rivoluzionari invece quello di assicurarsi che questa lunga e dolorosa agonia del capitalismo sia accorciata il più possibile e con meno sofferenze possibili per la classe operaia. Perché questo accada, è necessaria un’azione risoluta. Solo i marxisti sono in grado di fornire la direzione che garantirà questa uscita pacifica e indolore dalla crisi attuale.

E’ vero che le forze del marxismo su scala mondiale sono state rigettate indietro per un lungo periodo da fattori oggettivi. I tradimenti dei riformisti e degli stalinisti hanno consentito al capitalismo di sopravvivere, ma sono stati resi possibili dalla capacità del capitalismo di garantire una relativa stabilità e di fare determinate concessioni alla classe lavoratrice.

Ma quel tempo è ormai finito. Per decenni abbiamo nuotato contro corrente. Solo mantenere le nostre forze intatte in questo periodo è stata un’impresa considerevole. Ma adesso la corrente della storia  ha cominciato a cambiare. Invece di nuotare contro corrente, stiamo cominciando a nuotare a favore di corrente.

Tutte le vecchie certezze stanno scomparendo. La coscienza dei lavoratori si sta gradualmente liberando di tutte le vecchie illusioni. Le masse alla fine sono costrette a guardare in faccia la realtà e stanno lentamente iniziando a trarre le loro conclusioni. Questa è la nostra grande forza – e la grande debolezza del capitalismo e del riformismo.

La nostra Internazionale è priva delle immense risorse finanziarie dei partiti riformisti. Nel terreno più importante, però, siamo incommensurabilmente più forti di qualsiasi altra tendenza nel mondo. Abbiamo le idee del marxismo. Ed è il potere delle idee che può cambiare il mondo. Dobbiamo avere una completa fiducia nelle nostre idee, nel nostro programma e nelle nostre prospettive; e fiducia nella classe lavoratrice, l’unica classe che può cambiare la società. Soprattutto dobbiamo avere fiducia in noi stessi, perché se non svolgeremo noi questo compito, nessun’altro lo potrà fare al posto nostro.