di Roberto Sarti


Le mobilitazioni di massa in Catalogna a favore dell’indipendenza, seguite dalla brutale repressione del governo e dell’apparato statale spagnolo, hanno catturato, giustamente, l’attenzione di migliaia di giovani e lavoratori nel resto dell’Europa e anche in Italia. 

Sui giornali e sui media italiani si sono susseguite analisi perlopiù superficiali, che compivano paragoni gros-solani tra Catalogna e Padania o che si domandavano che fine avrebbe fatto il “Clasico”, la partita di campionato tra Barcelona e Real Madrid. 

Come Tendenza marxista internazionale abbiamo analizzato in maniera accurata ogni passaggio della lotta per l’autodeterminazione in Catalogna, perché crediamo che la comprensione di un fenomeno sia decisiva per l’azione rivoluzionaria. Il bilancio che delineiamo in questo articolo è un altro passo in tale direzione.


Le origini della questione nazionale catalana
La Spagna non ha mai assistito a un’autentica rivoluzione borghese e tutta una serie di compiti di tale rivoluzione, che noi definiamo democratico-borghesi, devono essere ancora portati a termine oggi, nel 2018. Non sono compiti secondari: l’abolizione della monarchia, la separazione tra Chiesa e Stato e la soluzione della questione nazionale, senza dubbio quello più rilevante. Durante la dittatura di Franco, le minoranze nazionali catalana, basca e galiziana erano perseguitate in maniera sistematica per quanto riguarda l’espressione della propria lingua e della propria cultura. In quel periodo era proibito parlare in pubblico in basco o in catalano. La particolarità della situazione è che Paese Basco e Catalogna non sono regioni povere, sono il motore dell’economia spagnola. Ma l’oppressione non si misura solo in termini economici: una nazione, spiegava Lenin, è quell’entità evolutasi storicamente con una lingua e un territorio comuni, una storia e una cultura condivise, unita infine da legami economici. 

La Costituzione del 1978 ha concesso alle minoranze nazionali un’autonomia significativa, ma non ha contemplato la possibilità di esprimersi sulle modalità di relazione con la Spagna, per non parlare del diritto di autodeterminazione. 

La negazione di tale diritto è infatti uno dei pilastri dell’attuale Costituzione spagnola: il suo esercizio rappresenterebbe un pericolo mortale per la classe dominante spagnola. 

La Costituzione del 1978 è il risultato della “transizione” spagnola, che concluse un periodo rivoluzionario nel paese iberico. Si basa su un patto tra la classe dominante spagnola franchista e i dirigenti dei partiti riformisti di allora (Pce e Psoe) che, nella classica logica della politica dei due tempi, salvarono il capitalismo spagnolo per ottenere la “democrazia” subito e un cambiamento sociale in un secondo momento. Furono i dirigenti della dittatura a imporre le condizioni della transizione democratica sotto la minaccia costante di un nuovo golpe militare e imponendo il ritorno dell’attuale monarchia borbonica. Il Partito popolare (Pp) è stato fondato da ex ministri della dittatura franchista.

Storicamente la borghesia catalana, una delle regioni più industrializzate della Spagna, si è sempre contrapposta alla borghesia spagnola con una retorica nazionalista che è sempre stata usata per rivendicare maggiori concessioni da parte dello Stato centrale e affinché Barcellona potesse essere un’attrice di rilievo nella politica spagnola. Tuttavia, i mercati del resto della Spagna sono molto importanti per la borghesia catalana, così la classe dominante catalana ha cercato sempre di evitare uno scontro frontale con Madrid e non ha mai rivendicato l’indipendenza della Catalogna. 

La borghesia catalana ha sempre avuto più paura del proletariato che dello Stato centrale. Lo abbiamo visto più volte nella storia: l’esempio più classico è il comportamento durante la guerra civile degli anni ’30. Fu il proletariato che salvò la Catalogna dal fascismo, e furono invece i capitalisti che accettarono di arrendersi a Franco, sacrificando i dirigenti repubblicani, come il presidente della Generalitat Lluis Companys. 

Il principale partito della borghesia catalana, la Cdc (Convergència democràtica de Catalunya) ora PdeCat, è stato per anni uno strumento fedele degli interessi del capitalismo della regione. Ha sostenuto, quando il suo voto era necessario, tutti i governi di Madrid, ha portato avanti una politica di tagli brutali e, come tutti i partiti borghesi del pianeta, è estremamente corrotto.

 
Crisi economica e crescita dell’indipendentismo
La crisi economica del 2008, che ha colpito duramente la Spagna, ha cambiato radicalmente la situazione. La classe dominante spagnola ha goduto di minori margini di manovra, nel 2010 è stato stracciato lo statuto di autonomia approvato dal popolo catalano in un referendum del 2006 e il governo del Pp eletto nel 2011 ha continuato ad attaccare sia i diritti sociali che quelli democratici. 

Nel 2011 irrompe sulla scena il movimento degli Indignados e si sviluppa una radicalizzazione crescente fra i lavoratori e i giovani spagnoli.

Come conseguenza, in Catalogna la Cdc raggiunge i suoi minimi storici dal punto di vista dei consensi. È in questo momento che Artur Mas, il presidente della Generalitat, gioca la carta nazionalista per recuperare terreno. Si appoggia a settori della piccola borghesia e al suo partito Erc (Esquerra republicana de Catalunya). I cortei in occasione della Diada, il giorno della festa nazionale catalana, sono sempre più partecipati: dal 2012 ad oggi l’11 settembre, ogni anno, scendono in piazza milioni di persone, sotto lo slogan del “diritto a decidere” e di un nuovo Stato catalano. Il record è stato nel 2014, con due milioni di partecipanti.

Da parte di Madrid si è eretto sempre un muro nei confronti della Catalogna. Ad esempio il governo del Pp ha dichiarato illegittima una prima consultazione sull’indipendenza, tenutasi il 9 novembre 2014. 

Questo atteggiamento, anziché far desistere i partiti e le associazioni della borghesia e della piccola borghesia catalana, li ha messi con le spalle al muro spingendoli a convocare mobilitazioni. In questa maniera hanno fornito, involontariamente, un canale di espressione per la radicalizzazione delle masse. A loro volta, questa radicalizzazione ha esercitato una pressione sul governo catalano, che si è spinto molto più in là delle proprie in-tenzioni iniziali. 

La convocazione del referendum del primo ottobre si è scontrata con una repressione feroce da parte del governo centrale di Madrid. Il 20 settembre, l’irruzione da parte della Guardia civil, con il conseguente arresto di 14 funzionari pubblici, ha provocato una risposta straordinaria. Oltre 40mila persone hanno presidiato gli edifici governativi impedendo per ore l’uscita delle forze dell’ordine. 

L’intervento delle masse sulla scena politica ha cambiato totalmente la situazione. Per centinaia di migliaia di giovani e lavoratori catalani, l’indipendenza ha una valenza totalmente progressista: significa la possibilità di po-ter riprendere il controllo della propria vita, delle risorse, dei servizi sociali. La creazione di una repubblica catalana è il mezzo tramite il quale farla finita con la monarchia e costruire un nuovo paese.

Proprio per questo il primo ottobre decine di migliaia di persone hanno difeso i seggi, 24 ore su 24, dalla minaccia di sequestro delle schede elettorali da parte delle autorità spagnole, per permettere l’esercizio del voto.

Proprio questo esercizio non poteva essere tollerato dallo Stato spagnolo. Per tutta la giornata del referendum, la Guardia civil ha caricato indiscriminatamente uomini e donne, anziani e giovani il cui unico crimine era quello di essere in fila per votare. Ci sono stati oltre mille feriti e una persona ha perso un occhio. Le immagini del comportamento brutale delle “forze dell’ordine” hanno fatto il giro del mondo. Hanno segnato un prima e un dopo nella situazione e prodotto un salto qualitativo nella presa di coscienza delle masse catalane.

Due giorni dopo, il 3 ottobre, una folla enorme (700mila a Barcellona, altrettante se non di più nel resto della Catalogna) ha partecipato ai cortei dello sciopero generale convocato contro la repressione. 

I capitalisti catalani intanto dimostravano tutta la loro contrarietà all’indipendenza trasferendo le sedi legali delle principali aziende ed istituti finanziari in altre parti della Spagna e mettendo in atto un vero e proprio sabotaggio economico. Si verificava così una frattura fra la borghesia catalana e i suoi partiti. 

Tutti i “poteri forti” si schieravano contro l’indipendenza: l’Unione europea, la Bce, i principali istituti finanziari, Trump e il Vaticano. Difficile definire lo scontro in atto come quello tra due borghesie, visto che stavano tutte da una parte della barricata!

Nelle settimane successive al primo ottobre abbiamo visto come la “democrazia” non sia affatto un diritto assoluto per la classe dominante che è disposta tranquillamente a sospenderla quando i suoi interessi sono in gioco in maniera decisiva.

Il progetto di Puigdemont e soci di usare il referendum del primo ottobre per richiedere l’intervento dell’Unione europea come mediatore tra Barcellona e Madrid si frantumava miseramente. L’Unione europea non poteva permettere l’indipendenza della Catalogna: avrebbe inferto un colpo decisivo alla stabilità stessa dell’Unione.

Appariva così sempre più chiaro che l’indipendenza della Catalogna si sarebbe potuta conquistare solo con metodi rivoluzionari: la mobilitazione di massa nelle strade, uno sciopero generale, la resistenza organizzata contro la polizia spagnola, l’organizzazione di organismi di contropotere. Questi ultimi potevano svilupparsi a partire dai Comitati in difesa della repubblica (Cdr) che sono nati come funghi per garantire lo svolgimento del referendum del primo ottobre e hanno giocato un ruolo fondamentale nella preparazione dello sciopero dell’8 novembre. È mancata tuttavia un’organizzazione che proponesse la loro generalizzazione e li coordinasse a livello centrale con delegati eletti da tutto il paese.

Mentre le masse spingevano in avanti il movimento, il governo di Puigdemont proclamava la Repubblica in un famoso discorso il 10 ottobre per poi sospenderla poche decine di secondi dopo, nella ricerca spasmodica di negoziati che non sarebbero mai nemmeno cominciati. Il Re scendeva in campo con tutto il suo peso a sostegno di Rajoy e della repressione, chiarendo che la monarchia riveste un ruolo tutt’altro che ornamentale nella Spagna del XXI secolo. In un momento di difficoltà di Rajoy, re Felipe è stato l’ancora di salvataggio dello schieramento reazionario, a cui si è aggregato anche il principale partito di opposizione, il Psoe.

Alla fine il Parlamento catalano ha dichiarato l’indipendenza in maniera unilaterale (Dui) il 27 ottobre, ma Puigdemont e diversi suoi ministri non sono stati disposti a difenderla che per qualche giorno. Il 30 ottobre infatti sono riparati in Belgio in “esilio volontario”.

Mentre il governo della Generalitat vacillava incapace di prendere la medesima decisione due volte nella stessa giornata, rivelando tutta la propria codardia, il governo di Madrid sapeva benissimo che strada intraprendere. 

Simultaneamente alla Dui il senato spagnolo (un organismo antidemocratico, dove il Pp ha il 60% dei membri pur godendo del 29% dei consensi nel paese) approvava l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione e la convocazione di elezioni anticipate. Un vero colpo di Stato mascherato legalmente che cancella l’autonomia della Catalogna e le sue istituzioni. Si è trattato dell’attacco contro la democrazia più grave dalla fine della dittatura franchista di quarant’anni fa. 

Gli effetti dell’applicazione dell’art.155 hanno portato all’arresto della metà del governo eletto democraticamente così come all’esilio politico dell’altra metà. In carcere sono finiti anche i “due Jordi”, i due dirigenti indipendentisti dell’Assemblea nazionale catalana (Anc) e Omnium cultural. Tutti i prigionieri hanno imputazioni gra-vissime di ribellione, sedizione e uso improprio di fondi pubblici che possono comportare pene da 30 a 50 anni di prigione. Madrid ha preso il controllo dei Mossos d’esquadra, il corpo di polizia catalana, così come quello dei mezzi di comunicazione della televisione e della radio catalane. 

L’indecisione dei dirigenti catalani tuttavia non è da addebitare unicamente all’inettitudine di Puigdemont. È una caratteristica che troviamo più volte nel comportamento della piccola borghesia nella lotta di classe dei tempi moderni. Questa classe non può assumere un ruolo indipendente fra la borghesia e il proletariato e oscilla continuamente fra le due classi principali, orientandosi verso la classe operaia nei periodi rivoluzionari e prerivoluzionari.

Tale atteggiamento era già descritto da Marx ne “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte”:

Se la Montagna voleva vincere nel Parlamento, non doveva fare appello alle armi. Se faceva appello alle armi nel Parlamento, non doveva però comportarsi in modo parlamentare nella strada. Se si pensava seriamente a una dimostrazione pacifica, era però sciocco non prevedere che essa sarebbe stata accolta in modo bellicoso. Se si prevedeva una vera battaglia, era strano deporre le armi con cui la battaglia doveva essere condotta. Ma le minacce rivoluzionarie dei piccoli borghesi e dei loro rappresentanti democratici sono semplici tentativi di intimidire l’avversario. E quando si sono cacciati in un vicolo cieco, quando si sono compromessi a un punto tale che sono costretti a tradurre in atto le loro mi-nacce, ciò viene fatto in modo equivoco, che non evita altro che i mezzi adatti allo scopo e cerca avidamente dei pretesti di disfatta. Il rimbombante preludio che annunciava la battaglia si perde in un debole mormorio non appena questa do-vrebbe incominciare; gli attori cessano di prendersi au serieux e l’azione fallisce in modo lamentevole, come un pallone forato con uno spillo” (Editori riuniti, 1991, p. 55).

Nonostante i clamorosi errori del governo catalano e la repressione attuata nei confronti dello schieramento indipendentista, le elezioni del 21 dicembre hanno rappresentato uno schiaffo in faccia per il governo Rajoy. Il Pp è al minimo storico mentre gli indipendentisti conservano la maggioranza nel Parlamento. Ciutadans (la versione catalana del partito borghese Ciudadanos), diventa tuttavia il primo partito ed ottiene un’affermazione rilevante nei quartieri operai delle grandi città catalane, dove vive buona parte del proletariato di lingua spagnola. Per questi lavoratori la lotta per l’autodeterminazione, guidata dai partiti che sono stati responsabili di una politica di austerità, non può essere di alcuna attrattiva. Come la Tendenza marxista internazionale ha spiegato più volte, la lotta per la repubblica catalana può essere vittoriosa solo se condotta con metodi rivoluzionari. E l’esperienza degli ultimi mesi ne costituisce un’ulteriore conferma.


La posizione della sinistra
Il movimento in Catalogna ha evidenziato tutti i limiti dei dirigenti della sinistra e del movimento operaio, sia in Spagna che in Catalogna. 

Podemos, Izquierda unida e il movimento di Ada Colau, che si sono presentati alle elezioni del 21 dicembre insieme nella lista Els Comuns, hanno cercato di tenere una posizione equidistante tra lo Stato spagnolo e il movimento indipendentista catalano. Teoricamente difendono il diritto di autodeterminazione, ma solo se realizzato tramite una soluzione “condivisa”. Ma se si potesse trovare una soluzione “condivisa” la questione nazionale in Spagna non esisterebbe da parecchio tempo!

Mantenere una posizione di equidistanza in una situazione così polarizzata è un’utopia. Nel migliore dei casi condanna un’organizzazione all’impotenza, nel peggiore la fa scivolare verso l’appoggio al più forte. 

Podemos rimanda ogni discussione sull’autodeterminazione al periodo successivo alla cacciata di Rajoy. I suoi dirigenti non si rendono conto che proprio la nascita di una repubblica catalana avrebbe fornito la migliore opportunità di cacciare il Partito popolare. Una repubblica catalana avrebbe indebolito il regime del ’78 e minato alle fondamenta lo status quo. Il suo fallimento, la cui responsabilità è da addebitare a Puigdemont e soci ma anche al fatto di non aver trovato solidarietà nel resto della Spagna, ha (temporaneamente) rafforzato la destra. 

Credere poi che con un futuro governo di Podemos si possa arrivare a un esercizio democratico del diritto all’autodeterminazione senza che l’apparato dello Stato muova un dito significa non aver compreso nulla delle azioni della magistratura e delle forze dell’ordine in questi ultimi mesi e, più in generale, del ruolo dello Stato nella società capitalista. Lo Stato non è neutrale ma difende l’ordine esistente e gli interessi della classe dominante. 

Dopo non aver fatto nulla per solidarizzare con il movimento che questo “ordine esistente” lo aveva minacciato in maniera concreta, Pablo Iglesias è arrivato alla conclusione che “l’indipendentismo, forse senza volerlo, ha contribuito a risvegliare il fantasma che è il peggiore nemico della democrazia, il fascismo”. 

Nelle più classiche delle giustificazioni dei riformisti, la colpa per l’ascesa della reazione è delle mobilitazioni di massa! (Come si permettono queste masse di prendere l’iniziativa… spontaneamente poi!) Per questi dirigenti “illuminati” l’unica cosa permessa al popolo è votare per poter garantire all’Iglesias di turno una poltrona in parlamento… ci penserà poi lui a trovare una mediazione tra le esigenze di chi sta in basso e il “potere”.

Il grande problema per i riformisti è che nell’epoca attuale nessuna mediazione tra oppressi e oppressori è possibile.

C’è chi, come Alberto Garzon, segretario di Izquierda unida, prova a metterla sul piano dei principi. “Non è coerente essere comunista e indipendentista... il comunismo è internazionalista”, spiega in un’intervista (Il manifesto, 28 ottobre 2017). Che il socialismo debba essere internazionale è del tutto chiaro a chi pubblica questa rivista. Ma la lotta per il socialismo e quella per la liberazione nazionale sono incompatibili? È interessante leggere a riguardo l’opinione di Lenin:

Accusare i partigiani della libertà dell’autodecisione, vale a dire della libertà di separazione, di incoraggiare il separatismo, è cosa altrettanto sciocca ed ipocrita quanto quella di accusare i partigiani della libertà di divorzio di incoraggiare la distruzione dei legami familiari. Come nella società borghese coloro che insorgono contro la libertà del divorzio sono i difensori dei privilegi e della venalità, che sono alla base del matrimonio, borghese, così nello Stato capitalista la negazione della libertà delle nazioni all’autodecisione, cioè alla separazione, non significa altro che difendere i privilegi della nazione dominante e i mezzi polizieschi di amministrazione a detrimento di quelli democratici” (L’autodecisione delle nazioni, Editori riuniti, 1976, p. 88).

Lenin già sviluppava in questo testo del 1914 le conseguenze pratiche del rifiuto di appoggiare il diritto all’autodecisione. Avrebbe condotto alla difesa dei “mezzi polizieschi di amministrazione”, vale a dire tutto ciò a cui abbiamo assistito, oggi, nel 2017 in Catalogna!

Un popolo che opprime un altro popolo non può essere libero, diceva Marx. Equiparare il nazionalismo di una nazione oppressa a quello della nazione che opprime è un errore, anche nel caso descritto da Garzon, che dice nella stessa intervista di essere “sospettoso verso l’indipendentismo delle nazioni ricche” (cioè quella catalana, Ndr). “In ogni nazionalismo borghese delle nazioni oppresse vi è un contenuto democratico generale diretto contro l’oppressione e questo contenuto noi lo sosteniamo incondizionatamente, separando rigorosamente da esso la tendenza all’esclusivismo nazionale” (ibidem, p. 76). 

I comunisti sono in prima linea nella lotta contro ogni discriminazione su base nazionale, etnica, di sesso o religiosa. La differenza rispetto a tutte le altre tendenze politiche è che legano la lotta per la conquista dei diritti civili e democratici alla trasformazione socialista della società, l’unica via per la loro conquista definitiva.


La Cup
Nei mesi centrali del conflitto la Candidatura d’unitat popular (Cup), un’organizzazione anticapitalista e indipendentista, è emersa chiaramente come il riferimento politico principale dei settori di avanguardia, soprattutto giovanili. Nelle elezioni del 21 dicembre ha condotto una campagna dai contenuti molto radicali e all’insegna di rivendicazioni sociali avanzate. Tuttavia ciò non l’ha portata a una crescita della sua egemonia nella società ca-talana, anzi la sua rappresentanza nel Parlament si è dimezzata, passando da 10 a 4 deputati.

La Cup paga una serie di errori politici. Il primo, l’appoggio al governo di PdeCat ed Erc e alle sue leggi di bilancio dal 2015 in poi. La scelta d’appoggiare il governo è stata sofferta ed ha dilaniato l’organizzazione, spaccandola a metà all’epoca dell’insediamento. Questa decisione tuttavia non è stata un incidente di percorso, era parte di una strategia che prevedeva l’appoggio ai partiti “repubblicani” per ottenere il referendum dell’indipendenza. Il compromesso fra le varie classi era giustificato nel Manifesto politico della Cup:

D’altra parte, la logica ci dice che, se un processo costituente si farà, il risultato dell’esperienza rispecchierà gli interessi e i valori di settori sociali diversi, di classi opposte. Questo di per sé non lo rende certo più garantista, però le probabilità che sia così sono alte in un contesto molto meno conservatore della transizione spagnola, con il ‘clangore delle spade di sottofondo’” (Referendum 2017: La clau que obre el pany, tradotto in Italia con il titolo “Catalogna indipendente”, Manifestolibri, 2017, p. 114).

È evidente l’illusione di poter arrivare a un “compromesso sociale” avanzato dove, successivamente, le istanze delle classi oppresse si sarebbero potute imporre. 

Quali forze sarebbero state determinanti nel raggiungimento della repubblica catalana? Anche su questo versante vediamo illusioni rispetto a un fronte interclassista.

Forse bisognerà ricorrere a uno sciopero generale e anche a serrate padronali. Sarà necessaria la mobilitazione degli studenti universitari, ma anche degli agricoltori, degli operai, dei piccoli imprenditori, dei lavoratori autonomi o dei pensionati. Può darsi che il riconoscimento internazionale arrivi presto, (...) oppure è possibile che la mobilitazione debba prolungarsi nel tempo (…) finché la comunità internazionale non reagirà” (ibidem, p. 102-103).

Abbiamo visto il grande aiuto fornito dall’imprenditoria catalana alla causa della repubblica, così come il sostegno concesso dalla comunità internazionale! 

Nel momento chiave dello scontro, i dirigenti della Cup non hanno sviluppato una serie di parole d’ordine alternative. Non hanno condotto una battaglia per l’egemonia del movimento. Le ragioni discendono dall’errore di impostazione teorica descritto in precedenza. Ritenendo che fosse necessaria un’alleanza tattica con il PdeCat e Erc per raggiungere la repubblica catalana, non concepivano l’ipotesi di una differenziazione da questi partiti, o al limite, questa sarebbe avvenuta dopo, una volta conquistata la repubblica. Non era previsto un “piano B” nel caso di una loro vacillazione o tradimento. 

Hanno sostenuto e difeso i Cdr e in molti casi i propri militanti ne sono stati fra i principali animatori, ma non hanno mai proposto di generalizzare la loro costruzione in tutto il paese o ipotizzato i Cdr come un potenziale organo di potere alternativo.

In questo modo sono stati visti come una semplice componente, certo un po’ più a sinistra, dello schieramento “catalanista”. Così nelle urne lo scorso 21 dicembre sono stati puniti dal voto utile a PdeCat ed Erc per quanto riguarda l’elettorato indipendentista mentre non hanno avuto alcun potere attrattivo nei confronti del proletariato di lingua spagnola che vive in Catalogna. 

All’interno della Cup è in atto, da dopo le elezioni, un dibattito importante, anche autocritico, sulle scelte compiute in questi mesi. I marxisti catalani, attorno alla rivista Revoluciò forniranno il loro contributo a questa discussione affinché la Cup si doti di una strategia e di un programma di classe e rivoluzionari.

La lotta per la repubblica catalana non è affatto terminata e la repressione non è riuscita a spezzare la volontà e la determinazione delle masse. Imparare dall’esperienza di questi ultimi mesi sarà decisivo. L’attuale direzione del movimento indipendentista deve essere sostituita da una che si basi fermamente sulla classe lavoratrice. Ciò è necessario per conquistare la classe operaia di lingua spagnola attraverso un programma contro l’austerità, per la difesa e la riconquista dei diritti sociali e lavorativi, mettendo in discussione gli interessi della grande borghesia spagnola e anche di quella catalana. Senza un ruolo guida del proletariato, l’apparato dello Stato spagnolo non potrà mai essere sconfitto. Tale programma deve essere visto come parte di una battaglia più ampia, che coinvolga tutte le classi oppresse dello Stato spagnolo, contro il regime del 1978.

Per una repubblica socialista catalana, come scintilla della rivoluzione iberica!