di Franco Bavila

 

Da quando Luigi Di Maio è stato incoronato leader politico, nel Movimento 5 Stelle la barra del timone si è bruscamente spostata a destra. Tra le diverse anime del grillismo, quella riconducibile a Di Maio è sempre stata la più orientata ad accreditare il Movimento come un interlocutore affidabile per la classe dominante. Negli ultimi mesi questa linea si è imposta, senza mezze misure, come la politica ufficiale pentastellata.

Immigrazione, Unione europea e alleanze di governo
Il M5S si è di fatto unito agli altri partiti nella rincorsa a destra sul tema dell’immigrazione. Già nell’aprile 2017, in uno dei suoi post, Di Maio si era scagliato contro “i taxi del mare”, mentre il blog di Beppe Grillo titolava contro “il ruolo oscuro delle Ong private”, tutti argomenti che portavano acqua al mulino del decreto Minniti. Il meglio di sé Di Maio l’ha però dato nel mese di agosto, quando ha difeso a spada tratta la polizia dopo il violento sgombero dei rifugiati in Piazza Indipendenza a Roma, in cui manganelli e idranti sono stati vergognosamente utilizzati anche contro donne e bambini. Ecco alcune delle sue perle: “La sindaca si deve occupare dei romani prima che dei migranti”; “Lo Stato si deve far rispettare e la polizia ha fatto di tutto per evitare il peggio. Se c’è un immobile occupato abusivamente da migranti rifugiati in Italia è giusto che vada sgomberato”. Quando gli è stato fatto notare che uno dei funzionari di polizia aveva ordinato ai suoi sottoposti di “spezzare le braccia” ai rifugiati, il nostro non si è scomposto: “Non possiamo vedere scene di guerriglia come quella di ieri e poi alla fine accusare e mettere sotto inchiesta i poliziotti e la polizia di Stato per una frase”. 

Dopo aver sfogato tutta la sua severità contro i poveracci, Di Maio ha invece riservato parole mielate ai ricchissimi, quando il 3 settembre si è recato al convegno di Cernobbio, che riunisce ogni anno il gotha della finanza e dove puntualmente tutti i principali leader politici si recano deferenti in cerca della benedizione dalla Confindustria. Il candidato premier a 5 Stelle non è stato da meno e nel suo intervento ha snocciolato la sua idea dell’Italia come una “smart nation” basata sull’innovazione tecnologica (uno slogan insulso che sembra preso a prestito dalla valigetta da piazzista di Renzi), ha presentato come un modello il governo di destra di Rajoy in Spagna (che di lì a poco avrebbe scatenato la repressione più becera in Catalogna) e soprattutto ha cancellato con un colpo di spugna tutte le precedenti suggestioni grilline anti-europeiste. Abbiamo infatti scoperto che la posizione del M5S sull’Europa è diventata quella di aprire un tavolo di trattativa con la Ue per ottenere condizioni più vantaggiose – peccato che questo oramai lo dicano un po’ tutti, pure Renzi e Gentiloni. Persino il referendum sull’euro, lanciato a suo tempo da Grillo, è stato derubricato ad un bluff da giocarsi nei negoziati con Bruxelles… 

A novembre Di Maio è invece volato negli Stati Uniti, dove ha negato categoricamente qualsiasi simpatia per la Russia di Putin e ha assicurato che la permanenza dell’Italia nella Nato non è in discussione. Di fatto ha garantito che un eventuale governo a 5 Stelle seguirà la stessa politica estera di subordinazione agli Usa già portata avanti da tutti i precedenti governi italiani. Durante il suo tour americano, Di Maio ha incontrato anche il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato del Vaticano, e così ha potuto recitare la parte del bravo ragazzo anche con la Chiesa. 

Tornato dagli Usa, l’instancabile Di Maio ha preso carta e penna e si è messo a scrivere. Una prima epistola l’ha mandata il 23 novembre al presidente francese Macron (che in patria sta portando avanti attacchi a tutto spiano contro i diritti dei lavoratori) per presentarsi come un partner moderato e rispettabile della Francia in campo europeo. 

Una seconda lettera è stata inviata tre giorni dopo al Corriere della sera per respingere con forza tutte le campagne giornalistiche che dipingono il grillismo come una forza “eversiva” e sostenere che semmai è vero il contrario: “Negli altri paesi europei sono nate forze politiche estremiste, in Italia non è così grazie a noi”. In effetti nella lettera al Corriere, in mezzo alla fraseologia rituale sulla corruzione e i privilegi, troviamo anche alcune delle posizioni classiche della tradizione liberale, come il taglio delle tasse alle imprese e l’aumento dei finanziamenti alle forze dell’ordine. C’è pure il tentativo di scrollarsi di dosso l’immagine di un Movimento che ha irresponsabilmente catapultato a Montecitorio una serie di illustri sconosciuti senz’arte né parte: la squadra di governo di Di Maio sarà infatti composta da “le migliori competenze di questo Paese”, da “professionisti, imprenditori, alti dignitari statali”, insomma da volponi ben inseriti nella macchina statale borghese.

Infine, poco prima di Natale, Di Maio ha violato anche l’ultimo tabù grillino, quello delle alleanze di governo. Un leader così rampante non ci sta proprio a veder confinato il M5S all’opposizione e sta preparando il terreno per una partecipazione al governo, anche in caso di mancata vittoria elettorale. Naturalmente non si parla ancora di “coalizioni”, ma di “convergenze programmatiche” e in fin dei conti tutte le alleanze di governo senza principi sono sempre state giustificate sulla base di inesistenti contenuti di programma.

A onor del vero tutte queste aperture sono state completamente unilaterali e per ora hanno avuto ben pochi riscontri nella classe dominante: l’accoglienza a Cernobbio è stata decisamente freddina, il viaggio in America è stato sostanzialmente ignorato, Macron non ha risposto alla lettera e la campagna mediatica contro i grillini non si è affatto interrotta; anche sul piano istituzionale la soluzione più quotata nelle alte sfere è al momento quella di un governo di larghe intese che escluda i 5 Stelle. Ciò non toglie che Di Maio stia effettivamente tentando di trasformare il M5S da una forza di protesta, in grado di raccogliere il malcontento dei ceti medi rovinati dalla crisi e anche di un settore importante di lavoratori, in un interprete più o meno credibile del programma della grande borghesia. 

E pensare che nel 2013 Beppe Grillo aveva chiamato il suo giro di comizi elettorali in giro per l’Italia “Tsunami Tour”. È proprio il caso di dire che di quello tsunami è rimasta oggi solo una pozzanghera fangosa e maleodorante. Per anni i grillini hanno sbandierato a destra e a manca la loro rivoluzione contro i poteri forti che avrebbe spazzato via l’intero sistema politico e invece ci troviamo di fronte un ennesimo partito dell’ordine anti-immigrati, che striscia davanti alla Confindustria, accetta i vincoli dell’Unione europea e vuole regalare soldi alle imprese. Il parlamento italiano è già intasato da partiti di questo tipo e sinceramente non se ne sentiva proprio il bisogno di un altro.

Curiosamente anche ultimamente si continuano a fare paragoni impropri tra il M5S e Podemos in Spagna. Non è questa la sede per entrare nelle caratteristiche – e nei limiti – di Podemos, che però nel corso del tempo si è dato una chiara connotazione nel campo del riformismo di sinistra. I 5 Stelle piuttosto assomigliano sempre più ad un altro partito spagnolo, Ciudadanos, che nel suo percorso ha fatto abbondantemente ricorso alla retorica “anti-casta”, ma oggi è un pilastro del governo reazionario di Rajoy e il principale fautore del pugno di ferro in Catalogna.


Le amministrazioni locali
Questo processo di normalizzazione non giunge come un fulmine a ciel sereno, ma è stato ampiamente anticipato a livello locale, nelle città amministrate dai 5 Stelle. 

A Torino l’Appendino, dopo essere stata attaccata per gli incidenti di Piazza San Carlo durante la finale di Champions League, ha imboccato risolutamente la strada delle politiche securitarie e ha imposto un giro di vite in tema di pubblico decoro. In una città martoriata dalla disoccupazione, dagli sfratti e dalla chiusura dei piccoli esercizi commerciali, la sindaca ha pensato bene di lanciarsi in una crociata contro chi si beve una birra per strada nelle sere d’estate; per far applicare le sue ordinanze, l’Appendino non ha esitato a ricorrere alle cariche della polizia in assetto anti-sommossa, come è accaduto il 20 giugno nella piazzetta di Santa Giulia. 

Il caso di Roma è ancora più significativo. Qui una parte importante della sinistra sociale aveva dato il proprio sostegno a Virginia Raggi, sia al primo che al secondo turno. Assessore all’urbanistica veniva nominato Paolo Berdini che, con il suo retroterra di sinistra, aveva proprio il compito di mantenere i rapporti con i movimenti sociali della città. Con il rifiuto delle Olimpiadi, era poi sembrato che la giunta avesse effettivamente dato un taglio alle grandi speculazioni che avevano affossato Roma negli anni precedenti. 

La doccia fredda tuttavia non ha tardato ad arrivare. Con il via libera al nuovo stadio di Tor di Valle (che verrà utilizzato dall’As Roma ma sarà di proprietà del gruppo Pallotta), la Raggi ha fatto una brusca svolta a destra, riavvicinandosi ai grandi costruttori romani e marginalizzando Berdini fino a costringerlo alle dimissioni. A questo si aggiunga che, nonostante le belle parole sui “beni comuni”, nessun passo è stato intrapreso nella direzione della rimunicipalizzazione dell’acqua, mentre a livello comunale la “lotta agli sprechi” si è rapidamente trasforma-ta in un attacco alle realtà storiche dell’associazionismo romano: la sindaca non ha infatti mosso un dito per mo-dificare il precedente decreto del commissario Tronca che colpiva oltre 300 associazioni, prevedendo tra l’altro lo sfratto per la Casa Internazionale delle Donne e la quintuplicazione dell’affitto per il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli.

Il sindacato Usb, che a Roma ha un ruolo importante nelle aziende municipalizzate, è quello che più di tutti ha provato ad instaurare una dinamica da “governo amico” con la giunta, che però si è sempre rifiutata di aprire alcuna interlocuzione. Quando sotto il nome di “assemblea popolare” si sono riuniti in città alcuni settori di lavoratori di vertenze territoriali e di municipalizzate in crisi, la sindaca non ha messo a loro disposizione una sala comunale né ha mandato un suo rappresentante per avviare un dialogo. 

Nonostante tutti questi segnali inequivocabili, le illusioni dell’Usb non sono venute meno. Nello sciopero cittadino del 29 settembre, che pure si era tenuto dopo lo sgombero di Piazza Indipendenza, tutte le responsabilità sono state attribuite alla Regione e non c’è stata alcuna critica alla Raggi. Nella sua relazione al congresso provinciale dell’Usb, Guido Lutrario ha dichiarato che la Raggi è ostaggio dei poteri forti e bisogna costruire un’azione per liberarla…

Molte delle aspettative vengono oggi dirottate sulla candidata grillina alla regione Lazio, Roberta Lombardi, che ha alcune possibilità di vittoria. La Lombardi si è espressa contro il progetto per lo stadio della Roma e si è data un profilo genericamente più vicino alla sinistra e ai movimenti, ma difficilmente potrà rappresentare un’alternativa, sia perché nello scontro tutto interno al M5S con Virginia Raggi è uscita sconfitta, sia perché si ritrova isolata in un movimento che a livello nazionale sta andando in tutt’altra direzione.

Discorsi analoghi a quelli di Roma e Torino potrebbero farsi – più in piccolo – per le amministrazioni pentastellate nelle altre città. Spesso e volentieri i sindaci grillini vengono attaccati per la loro incompetenza, ma la verità è che fanno esattamente le stesse cose dei sindaci del Pd o del centro-destra. Nemmeno si distinguono particolarmente per l’onestà individuale: se le vicende giudiziarie della giunta Raggi sono note a tutti, nei comuni più piccoli sono diversi i casi di primi cittadini espulsi dal Movimento per non aver rispettato le regole interne (per esempio a Gela, Quarto, Comacchio…). D’altronde senza mettere in discussione il patto di stabilità che vincola la spesa degli enti locali, è particolarmente difficile tenere alto il mito dei buoni amministratori locali al giorno d’oggi, quando anche cittadine medie hanno debiti per centinaia di milioni. Nemmeno si può pensare di eliminare tangenti, speculazioni e infiltrazioni della criminalità organizzata solo rimpiazzando gli esponenti dei vecchi partiti con uomini nuovi, senza organizzare una mobilitazione popolare dal basso che vada a sradicare i grandi interessi economici consolidati a livello locale.

 
Sindacati e reddito di cittadinanza
Per capire la reale traiettoria del M5S, i passi concreti compiuti da Di Maio, Raggi e Appendino sono molto più utili rispetto ai punti del programma approvati sul blog, che contengono un po’ tutto e il contrario di tutto, ma che poi non ritroviamo affatto né nella propaganda né nella prassi politica quotidiana del Movimento. La svolta di Di Maio ci permette anzi di comprendere meglio il significato di alcuni dei cavalli di battaglia del programma grillino. 

Prendiamo ad esempio le sparate di Grillo e Di Maio contro i sindacati. Queste indubbiamente vanno a battere demagogicamente su quello che è un tasto dolente e cioè la distanza abissale che si è venuta a creare tra le condizioni concrete dei lavoratori e gli apparati sindacali incapaci di tutelare in modo efficace la propria base. Se però da una parte le burocrazie sindacali sono indifendibili, dall’altra ci appare altrettanto criticabile l’atteggiamento di chi, come Giorgio Cremaschi, si è offerto come consulente sindacale del Movimento e si è prestato a scrivere la parte del programma pentastellato sulla democrazia sindacale. I punti di Cremaschi sulla rappresentanza sono anche condivisibili, ma resteranno lettera morta e rischiano solo di creare confusione: le campagne antisindacali a 5 Stelle non sono certo volte a ricostruire un sindacato di classe, più conflittuale e radicato sui posti di lavoro; sono invece funzionali alle esigenze delle imprese di abbassare il costo della manodopera.

Lo stesso ragionamento vale per la rivendicazione più celebre dei 5 Stelle, il reddito di cittadinanza. Qui non stiamo parlando tanto della concezione disobbediente e post-operaista di un reddito universale slegato dal lavoro (posizione comunque criticabile, ma sulla quale non abbiamo qui lo spazio per entrare). Quella grillina è invece solo una proposta minima di integrazione al reddito per i disoccupati, che si propone meramente di raggiungere la cifra cui è fissata la soglia di povertà (780 euro) e che immancabilmente è accompagnata dalle solite regalie alle imprese (incentivi alle aziende che assumono, alle startup, ecc.). 

Nella realtà dei fatti poi la parola d’ordine del reddito di cittadinanza viene messa in contrapposizione alla difesa del posto di lavoro, al diritto dei lavoratori ad ammortizzatori sociali collettivi, alla lotta contro la chiusura delle aziende e per la loro riconversione industriale. Già nel 2014 Grillo andava a Piombino, dove stavano chiudendo le acciaierie Lucchini, e in un comizio agli operai diceva: “Se fossimo arrivati qui con il reddito di cittadinanza il rapporto con i lavoratori sarebbe cambiato. Se gli garantisci un reddito possono anche perderlo un posto e lo perderanno”. Oggi gli esponenti grillini applicano la stessa ricetta all’Ilva di Taranto: chiudiamo la fabbrica e diamo agli operai il reddito di cittadinanza…

Alla luce di tutto questo, non stupisce che nel M5S il reddito di cittadinanza si accompagni ai ragionamenti più scandalosi sul lavoro gratuito. Tra i vertici grillini è infatti molto quotato il sociologo Domenico De Masi, che per risolvere il problema della disoccupazione ha avanzato la geniale proposta di far lavorare gratis i disoccupati e ha coniato l’abominevole slogan “lavorare gratis, lavorare tutti”.


Le forme organizzative 
L’impostazione politica del M5S si riflette necessariamente nelle sue tattiche politiche e nelle sue forme organizzative. La prima cosa che salta all’occhio è che il Movimento ha sempre concepito la sua attività solo ed esclusivamente all’interno delle istituzioni, commissioni parlamentari o amministrazioni comunali che siano. Sebbene i leader grillini vengano descritti dai mass media come arruffapopolo, non c’è mai stato da parte loro un appello alla mobilitazione popolare che potesse sostenere l’azione istituzionale degli eletti. 

Sono lontani i tempi in cui Grillo riempiva le piazze con i suoi Vaffa Day o si svolgevano manifestazioni a favore dell’elezione di Rodotà a presidente della Repubblica. Sebbene sbandierino la loro contrarietà al Jobs act, i 5 Stelle non hanno partecipato – nemmeno criticamente – alle manifestazioni sindacali di massa a favore dell’art. 18 tenute alla fine del 2014 (e alle quali purtroppo la Cgil non ha dato continuità). Nemmeno nei giorni più infuocati della giunta Raggi, a nessuno è venuto in mente di chiamare i romani a manifestare per difendere la nuova amministrazione; per paradosso aveva fatto più appello alla piazza l’ex sindaco Marino. Nell’ottica pentastellata il ruolo delle masse non è quello di ribellarsi e scendere in campo, ma quello di stare a casa ad aspettare pazientemente i risultati del lavoro dei parlamentari e degli assessori.

Anche all’interno del Movimento, nonostante le belle parole sulla democrazia partecipata, non esistono spazi di discussione democratica. Non ci sono assemblee, dibattiti o tantomeno congressi in cui gli attivisti possano confrontarsi tra loro sulle diverse opzioni. Una volta c’erano i meet-up, ma anche questi da tempo hanno chiuso i battenti. Di fatto è un movimento che si regge interamente su candidati, eletti e istituzionali, senza alcun controllo dal basso.

A questo si aggiunga che la democrazia on line ha dimostrato di non funzionare e nessuno oramai ci crede più. Basta dare un’occhiata alle cifre di partecipazione. In un partito che prende milioni di voti, Di Maio ha vinto le primarie con poco più di 30mila preferenze su più di 130mila iscritti certificati. I voti sul blog per decidere i punti programmatici sono stati ancora meno e a livello locale i risultati sono ancora più deludenti. Dario Violi ha ottenuto la candidatura alle regionali lombarde raccogliendo 793 voti sui 4.286 espressi. Gli esempi sarebbero molti, il più clamoroso è stato sicuramente quello delle comunali a Milano, quando Patrizia Bedori ha vinto le “comunarie” con 74 preferenze; dopo il suo ritiro e quello del secondo più votato, a diventare candidato è stato il terzo classificato, Gianluca Corrado, che aveva preso 65 voti; vista la situazione incresciosa, per confermare la scelta di Corrado è stata indetta una seconda consultazione on line, nella quale hanno partecipato al voto 634 persone. 

Se nel M5S la democrazia è virtuale, il peso dei vertici è invece molto reale. Tutto viene deciso dall’alto. Statuto, codice etico, regole interne, tutto è stato stabilito a tavolino dalla Casaleggio Associati. Di Maio e Casaleggio Jr hanno un bel dire che il M5S non è diventato un partito, ma in realtà hanno preso solo il peggio dei partiti burocratici – l’istituzionalismo, le dinamiche verticiste, ecc. – senza garantire nemmeno un minimo di vita democratica interna della base.


Ritorno al grillismo delle origini?
Ad oggi non esistono alternative alla leadership di Di Maio all’interno del M5S. Beppe Grillo è sempre più defilato: è tornato a fare gli spettacoli – anche se la sua vena comica non è più quella di una volta – e persino il suo blog, un tempo centro della vita politica del Movimento, è stato rimpiazzato da altre piattaforme. Di Battista si è momentaneamente ritirato a vita privata. Fico, che i media accreditavano come esponente dell’ala “ortodossa”, è sparito dai radar. 

Se non ci sono spazi all’interno del movimento, ancora più grigie appaiono le prospettive di eventuali scissioni. La diaspora pentastellata fino ad oggi non ha mai prodotto nulla di significativo. Il discorso può essere diverso a livello locale, dove per esempio Pizzarotti a Parma non ha problemi a ricandidarsi da sindaco uscente con una lista civica. A livello nazionale però la partita è più complessa e non saranno in molti a voler tentare la strada del dimenticato Giovanni Favia, grillino della prima ora che nel 2014 ruppe con il Movimento e cercò di ritagliarsi uno spazio a sinistra, solo per naufragare miseramente nella lista Ingroia. 

E a dirla tutta, quali sarebbero nella sostanza le differenze politiche di fondo dei vari Di Battista e Fico con Di Maio? Quando nel 2016 Grillo ha sciolto il Direttorio, per un certo periodo Di Maio è caduto in disgrazia ma questo non ha spostato di un millimetro l’asse politico del M5S. In realtà, proprio per le sue caratteristiche, nel M5S non ci sono mai state vere e proprie correnti politiche con diverse posizioni. Con il suo programma indefinito, il Movimento ha raccolto voti sia a destra che a sinistra; qualche singolo esponente tende più da una parte o dall’altra, ma tutto finisce lì e le divergenze rimangono molto sfumate. 

In un simile contesto, inevitabilmente il livello del personale politico è quello che è. Lo stesso Grillo di recente ha dovuto ammettere “Abbiamo imbarcato di tutto” e se lo dice lui… Basti ricordare che il braccio destro di Di Maio, il suo portavoce e il responsabile della comunicazione, è Rocco Casalino, un ex personaggio televisivo di terz’ordine, a suo tempo noto per essere stato un concorrente della prima edizione del Grande Fratello e aver partecipato a una serie di imbarazzanti telerisse nei peggiori talk-show della televisione italiana. 

In quest’ottica ci appare francamente assurdo l’appello della Rete dei comunisti a Di Battista a non abbandonare la politica, a rinverdire il suo passato anti-establishment e a partecipare all’assemblea nazionale della piattaforma Eurostop del 2 dicembre. In questo modo si crea l’illusione che, per risolvere tutti i problemi, basti tornare al grillismo delle origini, quello che tirava le sue bordate contro la Parmalat e la Telecom, voleva “ribaltare l’Europa come un calzino”, difendeva i No Tav e via dicendo.

In verità, se Di Maio è riuscito ad imporre le sue scelte senza strappi, è perché la sua linea rappresenta tutto sommato l’evoluzione naturale di un movimento che fin dalle sue origini ha raccolto consenso mettendo sotto accusa alcuni degli aspetti più deplorevoli – ma anche più superficiali – del sistema di potere economico-politico, senza metterne in discussione le basi. Il M5S ha sempre messo alla berlina i corrotti, ma non ha mai indagato da quali interessi economici nasce il sistema di corruzione; ha denunciato alcuni scandali economici, senza tuttavia criticare il funzionamento del capitalismo nel suo complesso; ha condotto campagne a tutela dell’ambiente, mancando però di contestare la logica del profitto che sta dietro alla sfruttamento del territorio; ha criticato demagogicamente l’Europa, ma senza sviluppare un’alternativa complessiva. E se accetti i confini del sistema, finisci inevitabilmente per diventare parte di esso. È accaduto ai partiti riformisti che rappresentavano la classe lavoratrice, può succedere ancora più facilmente ad una forza populista il cui orizzonte sono le piccole imprese, quella piccola borghesia che per sua stessa natura è portata a subordinarsi sia economicamente che politicamente al grande capitale.


Quale alternativa?
Nonostante tutto quanto scritto finora, il M5S prenderà ancora tanti voti, soprattutto perché non è ancora stato messo alla prova del governo nazionale e a livello di massa sarà visto come l’unico strumento per mandare a casa Renzi e Berlusconi. 

Tuttavia l’applicazione della linea Di Maio renderà ogni giorno più evidenti i limiti della finta rivoluzione grillina. Per un settore crescente di giovani e lavoratori diventerà sempre più impellente cercare un’alternativa che punti a ribaltare non solo le élite politiche del paese, ma anche quelle economiche.

Non ci sarà però alcuna alternativa se a sinistra si capitola politicamente al grillismo e se si cerca una via d’uscita dalle difficoltà percorrendo la scorciatoia del populismo di sinistra. Proprio il caso del M5S ci dimostra il vicolo cieco cui può arrivare una forza, né di destra né di sinistra, per cui non esiste la lotta tra le diverse classi sociali, ma solo la contrapposizione tra il “popolo” da una parte e la “casta” dall’altra. La storia ci ha insegnato più volte che, se una forza politica non prende a riferimento la classe lavoratrice e non si batte per la sua indipendenza politica, finisce inevitabilmente per far suo il punto di vista della classe dominante.