di Alan Woods

 

Donald Trump ha dato il benvenuto al Nuovo Anno col suo inimitabile stile: circondato dal suo entourage politico-sociale nell’ambiente opulento del suo club esclusivo di Mar-a-Lago in Florida, accompagnato da una selezione rappresentativa di tutti i segmenti della società USA – dalle star dei film ai milionari.

“Sarà un 2018 fantastico”, ha assicurato Trump ai suoi ospiti, mentre faceva l’ingresso nella sfarzosa sala da ballo di Mar-a-Lago, accompagnato dal sorriso di circostanza della first lady Melania Trump e dal manichino da sartoria che fa passare per suo figlio Barron, e ha predetto che il mercato azionario continuerà a crescere e gli affari in USA “aumenteranno rapidamente”.

Tutto ciò suonava come musica alle orecchie dei benestanti ospiti che sbavavano alla sola idea dei succosi profitti e dei tagli alle tasse che il loro eroe stava così generosamente promettendo. Era davvero una scena indimenticabile che non sarebbe assolutamente stata fuori posto nel “Padrino”.

 

L’anno 2017

Prima di dare il benvenuto al Nuovo Anno, ad ogni modo, abbiamo anzitutto il dovere di seppellire quello vecchio, dopo aver eseguito una rigorosa autopsia sul suo corpo. “Penso che questo anno sia stato probabilmente il più rischioso in termini politici, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale”, ha affermato Brian Klaas, docente in Comparative Politics alla London School of Economics, intervistato dalla CNBC nel Gennaio dello scorso anno.

Non era così lontano dalla verità. Basta pensare solo per un momento a tutti gli sconvolgimenti occorsi negli ultimi dodici mesi. L’anno appena passato alla storia ha visto una serie notevole di terremoti politici. Malgrado la sicumera dell’ultimo inquilino della Casa Bianca, l’anno 2018 sfortunatamente non sarà molto più tranquillo per il capitalismo mondiale.

Trotsky una volta descrisse la teoria come la superiorità della previsione rispetto allo stupore. Tuttavia l’anno 2017 ha visto un livello molto alto di stupore, non di meno tra i cosiddetti esperti della borghesia. Dodici mesi fa chi avrebbe potuto immaginare che i Conservatori britannici sarebbero andati così male alle elezioni politiche, nelle quali entravano con 20 punti percentuali di vantaggio sul partito Laburista, secondo i sondaggi; e che l’ ‘ineleggibile’ Jeremy Corbyn avrebbe concluso l’anno come il politico più popolare in Gran Bretagna?

Chi avrebbe mai potuto pensare che, verso la fine dell’anno, i leader della campagna per l’indipendenza della Catalogna avrebbero preso parte a delle elezioni da una cella in Spagna, e che il presidente del governo catalano sarebbe stato in esilio politico a Bruxelles?

Chi avrebbe pensato che i due principali partiti in Francia non sarebbero stati presenti al secondo turno delle elezioni presidenziali? E chi avrebbe creduto che i Repubblicani avrebbero perso le elezioni in Alabama: una roccaforte della destra religiosa e conservatrice?

Chi avrebbe immaginato che Mugabe sarebbe stato gettato nel dimenticatoio dopo decadi di potere dittatoriale, e che Jacob Zuma avrebbe perso il controllo dell’ANC?

Questi sono solo alcuni dei terremoti politici che hanno scosso il mondo in soli undici mesi. Questi sono eventi molto significativi di per se stessi. Da una prospettiva marxista si tratta di sintomi della crisi generale del capitalismo mondiale, che si manifesta attraverso l’instabilità politica ovunque, inclusa la nazione capitalista più potente: gli Stati Uniti.

 

Il pessimismo della borghesia

Gli strateghi più seri del capitale spesso giungono alle stesse conclusioni dei marxisti, sebbene, naturalmente, dal loro punto di vista di classe. L’immagine rosea dipinta da mr. Trump non è condivisa da alcun analista borghese serio – è piuttosto vero il contrario.

L’Eurasia Group, una stimata società di consulenza che consiglia i capitalisti sui possibili rischi su scala mondiale, nella valutazione annuale dei maggiori rischi geopolitici, appena pubblicata , avverte che il mondo attraverserà una fase di crisi e uno stato di “depressione geopolitica” e che la stessa presidenza di Donald Trump contribuisce all’instabilità: accelerando le divisioni nazionali e internazionali e smantellando l’ordine globale faticosamente costruito in decenni.

L’Eurasia Group esprime preoccupazione per il fatto che le democrazie liberali (cioè borghesi) soffrono di un “deficit di legittimità come non si vedeva dalla Seconda Guerra Mondiale”, che i leader hanno perso il contatto con la realtà e che questi crolli politici creano le condizioni per cui ogni evento di una certa rilevanza può avere effetti devastanti sull’economia globale e sul mercato.

Il rapporto inizia con una frase che può essere vista come una risposta alle radiose previsioni di Mr. Trump sull’economia (a parte il fatto che è stata scritta prima del suo party per il Nuovo Anno): “Certo, i mercati sono in impennata e l’economia non va male, ma i cittadini sono divisi. I governi non riescono ad esercitare un grande controllo e l’ordine globale si sta disfacendo”.

E le conclusioni non potrebbero essere più differenti da quello che afferma l’uomo alla Casa Bianca: “Nei vent’anni trascorsi da quando abbiamo fondato l’Eurasia Group, la situazione globale ha avuto i suoi alti e bassi. Ma se dovessimo scegliere un anno che possa presentarci una grande, inaspettata, crisi – l’equivalente geopolitico del tracollo finanziario del 2008 – pensiamo possa essere il 2018”.

 

Il fattore Trump

L’anno 2017 è cominciato con la cerimonia di insediamento di Trump il 20 Gennaio. Già questo fatto in se stesso ha rappresentato uno shock politico di enormi dimensioni. E’ ovviamente sbagliato attribuire tutti i problemi del mondo ad un solo uomo. Se questo fosse vero, allora la soluzione a questa crisi mondiale sarebbe effettivamente semplice: disfarsi di Trump e rimpiazzarlo con un presidente più ‘responsabile’ (cioè Democratico). Ma non c’è ragione di credere che la situazione sarebbe molto migliore sotto Hillary Clinton o uno degli altri eroi del ‘centro’.

Il tentativo di spiegare grandi processi storici in termini individuali è una banalizzazione della storia che non sta in piedi nemmeno dopo l’esame più superficiale. Il marxismo cerca le forze motrici della storia umana nei processi più profondi che si sviluppano sotto la superficie e costituiscono le fondamenta sulle quali gli attori umani recitano i propri ruoli. Tuttavia questa analisi basilare, sebbene sia in ultima analisi quella decisiva, non esaurisce affatto il problema.

Se il tentativo di spiegare la storia in termini di protagonisti individuali è troppo semplicistico per essere preso sul serio, il tentativo di negare il ruolo giocato dagli individui nella storia è ugualmente semplicistico e falso. Marx spiega che gli uomini e le donne forgiano la loro propria storia, sebbene essi non agiscano in modo completamente libero, in quanto limitati da fattori oggettivi che sono fuori dal loro controllo e sono persino a loro invisibili. Attraverso le loro azioni, gli attori individuali possono avere un effetto importante sulle circostanze esterne, influenzando l’esito degli eventi in una direzione o in un’altra.

Donald Trump è un interessante esempio di questo fenomeno. La classe dominante negli Stati Uniti non era contenta di Trump. Essa resta tuttora scontenta e sta cercando di sbarazzarsi di lui. C’è una serie di motivazioni per spiegare questo. Per oltre 100 anni la vita politica degli USA si è basata su due pilastri fondamentali: i Repubblicani e i Democratici. La stabilità del sistema dipende da questo equilibrio.

Trump è un multi-miliardario, ma è anche un egocentrico e un abile demagogo. Paradossalmente, Trump piace precisamente ai gruppi sociali più poveri. Ha parlato molto di classe lavoratrice – una cosa che praticamente non si è mai sentita nelle campagne elettorali americane. Era tutta una farsa ovviamente, ma quando ha parlato delle fabbriche e delle miniere che chiudono, ha suscitato una speranza nella gente disperata. Questo ha toccato le corde giuste in milioni di Americani che sono stanchi di un sistema che li condanna alla povertà e alla disoccupazione.

In realtà Trump è solo l’ennesimo rappresentante del grande business. E’ il volto del capitalismo così com’è realmente, sgradevole e rozzo, mentre il cosiddetto centro è il capitalismo che cerca di nascondere la propria essenza dietro una maschera sorridente. Trump ha gettato la maschera, e questo è il motivo per cui l’establishment lo odia.

L’establishment si domanda come poter controllare questo milionario sopra le righe la cui vittoria non voleva ma che non è stato in grado di impedire. Non potranno interrogarsi ancora a lungo. Il 45esimo presidente degli Stati Uniti ha fretta di lasciare il proprio segno. Ha condotto una campagna elettorale sulla promessa di “fare cose differenti”. Deve essere all’altezza delle sue parole.

E’ riuscito ad esacerbare tutte le contraddizioni su scala mondiale: tra America e Cina, tra America ed Europa e tra America, Canada e Messico. Ha intensificato il confitto tra Israele e Palestina e ha creato un’atmosfera di tensione bellicosa tra la Corea del Nord che ha trasformato la Corea del Sud e il Giappone in obiettivi per l’arsenale nucleare del “Rocket Man” di Pyongyang.

Le avventure di Trump nel campo degli affari esteri sono certamente senza precedenti nella storia del mondo diplomatico. E’ come un elefante in una cristalleria. Il flusso continuo di tweet inappropriati fornisce la rumorosa musica di sottofondo alla cacofonia di irritanti, contraddittori e spesso incomprensibili errori di politica estera che hanno scioccato e sconcertato larghi settori dell’establishment in patria e all’estero.

La dottrina ‘America first’ è solamente la nuova versione del vecchio isolazionismo che ha sempre fatto parte della tradizione politica americana. Ma gli alleati più stretti dell’America sono spaventati dal fatto che quando promette di “rendere l’America ancora grande”, intende renderla grande a loro spese. E non si stanno sbagliando. Se prima c’erano solo delle crepe sottili nella cosiddetta alleanza occidentale, si sono ora allargate fino a formare un abisso profondo.

Il presidente di Eurasia Group Ian Bremmer e il direttore Cliff Kupchan avvertono che la potenza globale degli U.S.A. si sta riducendo e che la filosofia di Trump di trinceramento e unilateralismo semina confusione sia tra i rivali che tra gli alleati. Dice Eurasia Group: “ ‘America first’ e le politiche che da essa derivano hanno eroso l’ordine mondiale guidato dagli Stati Uniti e i suoi argini, mentre nessun altro paese, o gruppo di paesi, è pronto o interessato a ricostruirlo … incrementando significativamente il rischio globale”. Questa è un’esposizione imparziale della situazione.

 

Radicalizzazione negli USA

Questi sono risultati davvero notevoli in soli dodici mesi alla Casa Bianca. L’irruzione di Trump sulla scena mondiale è stata sufficiente a provocare serie preoccupazioni nell’establishment degli USA e del mondo intero. Ma c’è un’altra motivazione alla mancanza di entusiasmo per Trump da parte della classe dominante. I principi fondamentali della meccanica ci spiegano che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Le spaccature nella politica e nella società americana c’erano già. Non le ha inventate mr. Trump. Ma con le sue parole e le sue azioni ha intensificato le divisioni profonde nella società degli Stati Uniti e ha provocato un notevole aumento della radicalizzazione.

L’arrivo di Trump alla Casa Bianca ha dato il via ad un’ondata senza precedenti di manifestazioni di massa in tutto il paese. La Marcia delle Donne, probabilmente, è stato il giorno di protesta più grande nella storia degli Stati Uniti. Tra i 3,3 e i 4,6 milioni di persone hanno marciato a Los Angeles, Washington D.C., New York, Chicago, Seattle e in altre grandi città e piccoli centri degli Stati Uniti. Ed era solo l’anticipazione di ciò che si sarebbe visto in seguito. L’anno si è concluso con una sconcertante sconfitta dei Repubblicani in Alabama: un seggio conservatore e fortemente repubblicano che Trump aveva vinto con un margine del 30% alle elezioni presidenziali. E questo è solo un altro terremoto politico, che gli ‘esperti’ dei sondaggi di opinione non erano stati in grado di prevedere.

E’ presto per poter dire quanto a lungo Trump riuscirà a sopravvivere. Il suo principale sostegno si trova nella bancarotta totale dei Democratici e nel ritardo di un significativo movimento della classe lavoratrice. L’attuale amministrazione potrebbe trascinarsi ancora per un periodo, nonostante lo spettacolo senza precedenti di una frattura aperta nella classe dominante. Quando, nel passato, si è mai visto un conflitto aperto tra un Presidente americano e i media, l’FBI, la CIA e l’intero corpo dei servizi segreti?

Nonostante le fiduciose previsioni di mr. Trump, l’anno 2018 vedrà molti altri sconvolgimenti di questo genere, che sono in fondo un riflesso dell’instabilità, una caratteristica fondamentale del presente periodo di crisi del capitalismo a livello mondiale.

 

Francia e Gran Bretagna

Per i marxisti il significato di questi sconvolgimenti politici non è difficile da capire. La crisi del capitalismo si manifesta come instabilità generale – economica, sociale e politica. Dieci anni dopo il collasso finanziario del 2008, la borghesia ovunque è ben lontana dall’aver risolto il problema della crisi economica. Tutti i tentativi dei governi di restaurare l’equilibrio economico sono serviti soltanto a distruggere l’equilibrio sociale e politico.

Abbiamo visto questo verificarsi in un paese dopo l’altro. Sia Trump che Bernie Sanders, sebbene molto differenti, sono manifestazioni dello stesso fenomeno. Lo stesso vale per Jeremy Corbyn, per Mélenchon in Francia, Syriza in Grecia e Podemos in Spagna. Tutti questi fenomeni sono il riflesso del generale malcontento, della rabbia e della frustrazione che covano sotto la superficie della società. Ciò genera un serio allarme nei ranghi della borghesia e dei suoi strateghi.

L’insorgere di un “sentimento anti-establishment crescente e tossico” sta erodendo la fiducia verso le istituzioni politiche nei paesi democratici, così come verso i media e il sistema elettorale negli Stati Uniti. La debolezza di queste istituzioni può portare ad instabilità, autoritarismo, politiche imprevedibili e conflitti.

Ciò che stiamo vedendo negli USA e ovunque, è il collasso del centro. Il gruppo ristretto di élite che detengono il potere, naturalmente, non sono felici di questo. Essi, correttamente, vedono la crescente polarizzazione a sinistra e a destra come una minaccia ai loro interessi.

Erano perciò comprensibilmente compiaciuti a maggio, quando un poco conosciuto candidato di centro, Emmanuel Macron, ha sconfitto Marie Le Pen per diventare il più giovane presidente della Francia. Non uno dei partiti tradizionali è riuscito ad arrivare al secondo turno elettorale. I media hanno fatto molto chiasso a riguardo. Hanno affermato che Macron aveva ottenuto una maggioranza assoluta. Ma questo non è vero. La maggioranza assoluta era infatti quel 70% di popolazione che non ha votato per lui. Nessuno dei media si è soffermato sul fatto che il più popolare personaggio politico in Francia fosse il rappresentante della sinistra, Jean-Luc Mélenchon.

In realtà il centro politico è una finzione. La società è sempre più divisa tra un piccolo gruppo di persone che controlla il sistema e la stragrande maggioranza che diventa sempre più povera ed è in aperta ribellione contro il sistema. “Conquistare il centro” era un’idea di Tony Blair (il fondatore del ‘New Labour’ e primo ministro britannico dal 1997 al 2007).

L’idea è puerilmente semplice: tentare di trovare un accordo tra partiti politici che si basano su differenti classi sociali. Ma c’è un piccolo problema. Un accordo di questo genere è impossibile, perché gli interessi di queste classi sono del tutto antagonisti – di fatto incompatibili. Questo antagonismo può essere temporaneamente nascosto nei periodi di crescita economica, ma diventa palesemente evidente in situazioni come quella presente, quando il capitalismo è in una profonda crisi.

Il voto del giugno 2016 per la Brexit è stato un salto nel buio per la Gran Bretagna. E’ stato un altro terremoto politico, i cui effetti cominciano solo oggi a farsi sentire. Nel tentativo disperato di puntellare la debole posizione negoziale della Gran Bretagna, la scorsa primavera Theresa May ha convocato velocemente delle elezioni. Questa decisione era stata presa basandosi sul presupposto (condiviso da tutti) che i conservatori non avessero alcuna probabilità di perdere.

I sondaggi di opinione davano ai Tories un vantaggio di 20 punti percentuali sul Labour. I media erano unanimi sul fatto che, sotto la leadership di sinistra di Jeremy Corbyn, il Labour non avrebbe mai potuto vincere alcuna elezione. Ricordiamo che l’ala destra del Labour, che ha una schiacciante maggioranza tra i parlamentari, ha tentato di sbarazzarsi di Corbyn in ogni modo possibile negli ultimi due anni, con il sostegno dei media, che hanno organizzato una campagna denigratoria senza precedenti contro il leader del Labour Party.

I loro sforzi sono falliti. Ma ancora una volta si stavano preparando a rimuoverlo, non appena fosse stata annunciata la sconfitta elettorale, che loro desideravano ferventemente e fiduciosamente si aspettavano. Tuttavia, tra lo stupore di tutti il Labour ha condotto una campagna sulla base di un programma di sinistra e ha avuto uno scatto in avanti. Il Partito Conservatore ha perso la sua maggioranza parlamentare e il presunto ineleggibile Jeremy Corbyn è diventato l’uomo politico più popolare in Gran Bretagna.

Non molto tempo fa la Gran Bretagna era uno dei paesi più stabili in Europa. Ora è uno dei più instabili. Il risultato della Brexit e il fermento in Scozia sono stati entrambi sintomi di un profondo malcontento, che esisteva ma non trovava modo per esprimersi. Nella persona di Jeremy Corbyn questo malcontento di massa ha trovato un’espressione politica che rappresenta una grande oscillazione a sinistra e offre grandi opportunità per la sezione britannica della Tendenza Marxista Internazionale, l’unica in grado di comprendere la natura di questo fenomeno, che ciascuna delle sette pseudo-trotskiste aveva negato per decenni.

 

Catalogna

La crisi vissuta dalla Catalogna è un riflesso dell’impasse del capitalismo spagnolo e la conseguenza dei tradimenti dello stalinismo e del riformismo, che hanno condotto a quell’aborto della Costituzione del 1978. Quel tradimento ha permesso alla marcia classe dominante spagnola di preservare parti consistenti del vecchio regime di Franco dietro una facciata ‘democratica’.

Ora, 40 anni dopo, i nodi vengono al pettine. Il popolo catalano ha fatto esperienza di cos’è realmente la democrazia spagnola, quando i colpi dei manganelli della polizia sono piovuti sulle teste dei cittadini disarmati e indifesi – uomini e donne, vecchi e giovani – il cui unico ‘crimine’ era la volontà di esprimersi col voto sul futuro del loro paese.

I leader di quel movimento hanno fatto del loro meglio per convincere il governo di destra di Rajoy a Madrid che non stavano facendo per nulla sul serio riguardo all’indipendenza. Hanno ‘proclamato’ una Catalogna indipendente, ma hanno anche dichiarato che ‘non sarebbe stata attuata’. Si sono comportati come generali che mobilitano un’armata, la mettono sul piede di guerra, provocano il nemico ad agire e poi sventolano bandiera bianca. Non si può immaginare modo più sicuro per demoralizzare le proprie truppe.

Ma se i leader catalani si immaginavano che questa manovra li avrebbe salvati dalla collera dei loro nemici si sbagliavano miseramente. La debolezza invita all’aggressione. Le forze di Madrid hanno tratto in arresto i principali leader del movimento indipendentista, che si sono trovati in cella con l’accusa di aver pianificato un’insurrezione, hanno revocato i poteri del governo autonomo catalano e imposto il dominio diretto per distruggere il movimento indipendentista. Il presidente della Catalogna Carles Puigdemont è fuggito in esilio in Belgio.

I nazionalisti borghesi catalani stupidamente pensavano che avrebbero avuto il sostegno dell’Unione Europea, ma sono rimasti subito delusi. Bruxelles e Berlino li hanno informati nei termini meno ambigui possibili che uno stato indipendente catalano non sarebbe stato riconosciuto dalla Ue!

Tuttavia anche il partito al potere, il PP, si è sbagliato di grosso, se pensava che il problema potesse essere risolto con l’uso della forza bruta. Marx spiegava che la rivoluzione ha bisogno della frusta della controrivoluzione. Sabato 21 Ottobre in 450mila hanno manifestato a Barcellona, mentre a decine di migliaia si sono radunati in altri paesi e città in tutta la Catalogna, per chiedere la liberazione dei leader imprigionati.

Le elezioni del 21 Dicembre sono state uno schiaffo in faccia al governo spagnolo. Queste elezioni hanno avuto luogo in condizioni eccezionali, a cominciare dal fatto che sono state convocate dal governo spagnolo dopo aver licenziato il governo catalano e sciolto il parlamento catalano. Otto importanti candidati dei partiti indipendentisti si trovavano o in cella o in esilio e pertanto è stato impedito loro di prendere parte alla campagna elettorale. Sono stati anche puniti dalle autorità carcerarie per aver fatto uscire di nascosto dei messaggi che sono stati letti o ascoltati durante assemblee elettorali. Tutto questo è stato fatto usando i poteri che derivano dall’articolo 155 della Costituzione del 1978.

Nonostante tutto questo, la partecipazione al voto dell’81,94% è stata la più alta, non solo nelle elezioni del parlamento catalano, ma anche nelle elezioni parlamentari spagnole in Catalogna e nel resto della Spagna. Il partito al potere in Spagna (il PP) è stato ridotto a tre seggi in Catalogna e il blocco indipendentista ha ancora una volta ottenuto una maggioranza assoluta nel parlamento catalano. Siamo quindi esattamente nella stessa situazione di prima.

Qualsiasi cosa accadrà nei prossimi mesi, nulla potrà più essere come prima sia in Catalogna che in Spagna. Sono state liberate forze che faranno a pezzi il falso e ipocrita “consenso”, che ha privato il popolo di un’alternativa veramente democratica all’odiata dittatura di Franco. Rajoy e il PP sono i veri eredi di quel regime, che ha brutalmente calpestato le persone nel passato e continua ancora oggi a calpestarle.

Le mobilitazioni di massa in Catalogna sono solo il primo sintomo della rivolta contro questa dittatura. Lo stesso spirito di rivolta si manifesterà, presto o tardi, nel paese intero.

 

Ricchezza e povertà.

Il malcontento che cresce ovunque è espressione di una polarizzazione estrema: quella concentrazione di capitale che Marx aveva previsto molto tempo fa e che è sempre stata furiosamente negata dagli economisti e dai sociologi sin da allora.

Chi al giorno d’oggi può negare la verità della previsione di Marx? La concentrazione di capitale si è realizzata perfettamente. Meno di 200 gigantesche multinazionali ora controllano il commercio mondiale. Una ricchezza oscena è concentrata nelle mani di pochi. Solo nel 2017 i miliardari hanno incrementato il loro patrimonio complessivo di un quinto.

Secondo quanto afferma Josef Stadler, direttore generale della divisione “Ultra High Net Worth” della banca d’affari svizzera UBS, oggi “la disuguaglianza nella divisione della ricchezza è ai suoi massimi dal 1905”. L’uno per cento dei ricchissimi del mondo possiede metà della ricchezza globale, secondo un nuovo studio che evidenzia il divario sempre più profondo tra i super-ricchi e tutti gli altri.

Un indagine di Credit Suisse mostra come le persone più ricche del mondo abbiano incrementato il proprio patrimonio passando dal 42% del 2008, anno della crisi finanziaria, al 50,1% del 2017; circa 140 trilioni di dollari. Lo studio inoltre ci informa che:

Le azioni dell’1% al top sono in un trend di crescita sin da allora [dalla crisi], oltrepassando nel 2013 il livello raggiunto nel 2000, e raggiungendo nuovi picchi tutti gli anni successivi”. La banca ha detto che “la disuguaglianza nella distribuzione globale delle ricchezze è stata certamente alta e crescente in tutto il periodo post-crisi”.

L’aumento di ricchezza tra coloro che sono già molto ricchi porta alla creazione di 2,3 milioni di nuovi milionari in dollari in più dello scorso anno, portando il totale a 36 milioni. “Il numero dei milionari, che era caduto nel 2008, è risalito in fretta dopo la crisi finanziaria, ed è ora vicino ad essere tre volte tanto rispetto a quello del 2000”.

Questi milionari – che rappresentano lo 0,7 per cento della popolazione mondiale adulta – controllano il 46% della ricchezza totale del pianeta, che ora raggiunge la sbalorditiva cifra di 280 trilioni di dollari.

Questo è solo un lato della medaglia. Dall’altro lato ci sono i 3,5 milioni di adulti più poveri, ognuno dei quali può contare su risorse inferiori ai 10mila dollari. Queste persone, che rappresentano il 70% della popolazione mondiale in età adulta, collettivamente possiedono appena il 2,7% della ricchezza globale. Per milioni di persone si tratta di una questione di vita o di morte.

Nel 2017 un numero stimato di 83milioni di persone, in 45 diversi paesi, hanno avuto bisogno di aiuti alimentari – oltre il 70% in più del 2015. E nel 2018, 76milioni potrebbero aver bisogno di urgente assistenza alimentare.

Lo Yemen è un caso particolarmente scandaloso. Come conseguenza della barbara guerra di aggressione condotta dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati, 17milioni di Yemeniti non hanno cibo a sufficienza; più di 3 milioni di bambini e donne in cinta o in allattamento, soffrono di malnutrizione acuta. I media occidentali ipocriti hanno ampiamente ignorato queste atrocità perpetrate dai gangster sauditi che usano deliberatamente la fame come arma di guerra.

 

Importanza del fattore soggettivo.

Negli ultimi anni il Medio Oriente ha mostrato un panorama di reazione nera: guerra, guerra civile, spargimenti di sangue, fanatismo religioso, massacri e caos. La chiave per risolvere questa situazione si trova in tre paesi: Egitto, Turchia e Iran. Questi sono i paesi nei quali il proletariato è più forte e ha delle tradizioni rivoluzionarie. Da un punto di vista superficiale, in tutti e tre la reazione è ben salda in sella. Tuttavia questa lettura è fondamentalmente sbagliata.

In Egitto le masse hanno fatto tutto ciò che era in loro potere per cambiare la società. E’ stata l’assenza di una direzione – e solo questo – che ha condotto il magnifico movimento del 2011 in un vicolo cieco. E siccome la natura aborre il vuoto, lo spazio vacante è stato riempito da Al Sisi e gli altri generali reazionari delle forze armate. Il risultato di questo è che i lavoratori e i contadini egiziani sono stati costretti a passare ancora una volta attraverso la dura scuola della reazione. Ma presto o tardi essi insorgeranno di nuovo. La dittatura di Al Sisi è una baracca sgangherata dalle fondamenta precarie. La sua debolezza fatale è l’economia. Il popolo egiziano ha busigni di pane, lavoro e case, che i generali non riescono a garantire. Future esplosioni sono inevitabili.

Anche in Turchia il potenziale rivoluzionario delle masse si è manifestato nelle rivolte del 2013. Queste sono state, alla fine, schiacciate, e Erdogan è riuscito a deviare l’attenzione delle masse giocando la carta del nazionalismo turco e scatenando una guerra brutale contro i Kurdi. Ma il nazionalismo non può mettere il pane sulle tavole di milioni di Turchi diseredati. Presto o tardi una reazione contro il regime comincerà. E ci sono segnali che questa è già cominciata. Dobbiamo osservare la Turchia da vicino nel prossimo periodo come uno dei paesi chiave del Medio Oriente.

La maggior parte della popolazione mondiale è composta da giovani. Almeno il 60% dei giovani tra i 15 e i 24 anni d’età in tutto il mondo è disoccupato. Il malcontento che ribolle tra questi giovani è stato ciò che ha innescato le Rivoluzioni Arabe pochi anni fa.

Ora stiamo assistendo allo stesso fenomeno ripetersi nelle strade dei paesi e delle città in tutto l’Iran. Come sempre questo movimento è scoppiato improvvisamente, senza avvertimenti, come una pesante pietra gettata nelle acque di un lago tranquillo. Ha scioccato e stupito tutti i sedicenti esperti, specialmente i cinici vecchi e stanchi della cosiddetta sinistra, che non hanno altro da vendere se non scetticismo e la radicata convinzione che non accadrà mai nulla e le masse non si muoveranno mai. Tutte queste persone ‘intelligenti’ stanno con la bocca aperta di fronte a questo movimento che, secondo loro, non avrebbe mai potuto aver luogo.

“Ma queste manifestazioni sono più piccole di quelle del 2009”, gli scettici si sono affrettati a rassicurarci. Si, più piccole ma anche molto più radicali, più impetuose, audaci e meno caute. Alla velocità della luce, le rivendicazioni dei manifestanti da economiche diventavano politiche, partendo dalla disoccupazione e dall’alto costo della vita si è passati a rivendicare l’abbattimento dell’intero regime. I dimostranti strappavano poster del Supremo Leader, l’Ayatollah Khamenei – qualcosa di estremamente pericoloso e mai visto in Iran. Ci sono anche delle notizie riguardanti attacchi a ritratti dello stesso Ayatollah Khomeini.

Chi erano quei manifestanti? Erano principalmente giovani, poveri, disoccupati, non gli studenti universitari che erano preponderanti nelle scorse ondate di protesta. Erano disorganizzati, non appartenevano a nessun gruppo politico e non avevano senza idee guida, eccetto una: un bruciante desiderio di cambiamento. Ma questo è il punto di partenza di ogni rivoluzione.

Il regime è stato scosso fin nelle fondamenta. Comprende perfettamente che questo movimento, proprio per il suo contenuto di classe, rappresenta un pericolo potenzialmente molto maggiore dei milioni che erano scesi nelle strade a Teheran nel 2009. La loro titubanza sembra, a prima vista, incomprensibile. Dato il numero relativamente esiguo dei manifestanti, il potente apparato repressivo nelle mani dei mullah non sarebbe stato sicuramente più che sufficiente per spegnere queste proteste – come un uomo spegne la fiammella di una candela con due dita?

Eppure, mentre scrivo queste righe, il regime non ha ancora lanciato una seria campagna repressiva. Il cane abbaia ma non morde. Perché? Ci sono due ragioni principali. Anzitutto il regime è spaccato a metà e molto più debole di quanto era in passato. In secondo luogo, capiscono che dietro i giovani scesi in piazza ci sono milioni di iraniani che sono stanchi di anni di insostenibile povertà, disoccupazione e aumenti dei prezzi del cibo.

Questi hanno da tempo perso la fiducia nei mullah che pretendono di difendere la moralità e l’onestà, ma sono corrotti proprio come i funzionari dello Shah in passato. Ogni mossa contro i manifestanti potrebbe provocare una rabbiosa reazione che vedrebbe milioni di persone scendere ancora nelle strade, con la differenza che questa volta si tratterebbe di lavoratori, non solo di studenti e gente della classe media.

In questo momento è difficile prevedere esattamente quale sarà il futuro di questa ribellione. La sua principale debolezza è la mancanza di organizzazione. Senza un chiaro piano d’azione ed una salda comprensione della tattica e della strategia, il movimento potrebbe disperdere le proprie energie in una serie di azioni scoordinate che possono facilmente degenerare in semplici tumulti. Che è quello che il regime sta aspettando con ansia. Ancora una volta torniamo alla problema centrale: quello della direzione rivoluzionaria.

Nel 1938 Leon Trotsky scrisse che la crisi dell’umanità si può ridurre alla crisi della direzione del proletariato. Ci sono stati molti movimenti rivoluzionari nel recente passato: in Egitto, in Turchia, in Iran, in Grecia. Ma in ognuno di questi le masse sono state ostacolate dalla mancanza del fattore soggettivo: la mancanza di un partito rivoluzionario e di una direzione. Se in Egitto al tempo in cui Mubarak venne rovesciato ci fosse stato anche solo un piccolo partito rivoluzionario, l’intera situazione sarebbe stata differente.

Ricordiamoci che nel Febbraio del 1917 i Bolscevichi avevano solo 8mila membri in un enorme paese, prevalentemente contadino, di 150milioni di persone. Eppure nel breve spazio di soli nove mesi si sono trasformati in un forte partito, capace di guidare i lavoratori e i contadini alla presa del potere.

Iniziando il nuovo anno possiamo essere fiduciosi che nuove possibilità rivoluzionarie si presenteranno in un paese dopo l’altro. L’Iran mostra che cambiamenti bruschi e repentini sono insiti nella situazione generale. Dobbiamo essere preparati a cogliere ogni opportunità per diffondere le idee del marxismo, costruire le nostre forze, connetterci alle masse, cominciando dagli strati più avanzati, così da costruire ovunque le forze del marxismo.

Di fronte ai codardi, traditori e scettici che negano la prospettiva rivoluzionaria, possiamo solo scuotere le spalle e ripetere le parole sprezzanti dette da Galileo Galilei: Eppur si muove.

 

5 Gennaio 2018.