di Roberto Sarti

 

La morte di Fidel Castro, avvenuta il 25 novembre scorso, apre nuovi scenari per la rivoluzione cubana. Dal primo gennaio 1959, il giorno in cui i guerriglieri del Movimento 26 luglio, guidati da Castro e Che Guevara, entrarono all’Avana e cacciarono il dittatore Batista, Cuba è diventata un esempio per la lotta delle masse in tutto il mondo, non solo in America latina.
Quello che era conosciuto come “il bordello degli Stati Uniti” è diventato un paese guida per quanto riguarda le conquiste sociali, ai primi posti per quanto riguarda istruzione e sanità in tutta l’America Latina.
Secondo l’Unesco, nel 2013 il tasso di analfabetismo in America Latina è dell’11,7% mentre a Cuba solo del-lo 0,2%. Cuba è la nazione nel mondo che dedica la parte più grande del suo bilancio all’educazione, con circa il 13% del Pil. La percentuale è del 7,3% negli Stati Uniti, il 6,7% in Svezia, 6,4% in Finlandia (United Nations Development Program, “Human Development Indicators 2013: Cuba”).
Il tasso di mortalità infantile, che è del 32 per mille in America Latina, a Cuba è del 4,6 per mille, il più basso del continente. Il numero di medici su 100mila abitanti è di 160 in America Latina e di 590 a Cuba (dal sito operamundi.uol.com.br). L’Unicef segnalava nel 2011 che Cuba è l’unico paese non appartenente all’Ocse che ha sradicato la denutrizione infantile.
Questi primati sono stati resi possibili esclusivamente dall’abolizione del sistema capitalista: le risorse potevano essere destinate al benessere di tutta la popolazione e non appannaggio di una minoranza di capitalisti.
Il ruolo di Fidel Castro è stato decisivo in questo. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, Cuba ha resistito all’isolamento, respingendo i tentativi di restaurazione capitalista e cacciando gli avvoltoi di Washington che volteggiavano minacciosi sull’isola.
La borghesia a livello mondiale vuole trarre vantaggio dalla morte del lider maximo per attaccare con ancora più forza la rivoluzione cubana. La Tendenza marxista internazionale è a fianco di coloro che vogliono resistere all’aggressione imperialista.
Ma perché questa resistenza sia vincente, è necessario compiere un’analisi seria della storia recente di Cuba, comprendere i rapporti di forza in campo e delineare le prospettive future per l’intervento dei rivoluzionari.

 

Cuba, Urss, Venezuela

In primo luogo Cuba non si deve solo difendere dagli attacchi provenienti dall’esterno, ma anche da quelli interni. Gli oltre 25 anni trascorsi dalla fine dell’Unione Sovietica hanno lasciato il segno sulla psicologia non solo delle masse ma anche dei vertici dello Stato cubano. C’è un settore che crede che la strada giusta per il futuro di Cuba sia procedere verso la strada “vietnamita”, un’economia mista dove il “libero mercato” sia un elemento essenziale nello sviluppo del socialismo. Crediamo che questo sia un percorso fondamentalmente sbagliato.
Cuba ha evitato dopo il crollo del muro di Berlino una controrivoluzione capitalista, ma ha subito le conseguenze di essersi legata mani e piedi ai destini di un blocco, quello dei paesi stalinisti, che il gruppo dirigente cubano credeva eterno e che invece ha rinnegato la causa del socialismo (che mai aveva comunque abbracciato) nel giro di pochi mesi.
La realtà è che nei paesi come l’Unione Sovietica non esisteva il socialismo, ma una sua caricatura. Certo, i settori decisivi dell’economia non erano più in mano ai capitalisti ma allo Stato, ma il loro controllo e la loro gestione non era in mano alla maggioranza della popolazione, la classe lavoratrice, ma a una casta burocratica. Questa burocrazia era interessata ai propri privilegi e non allo sviluppo armonico dell’economia e del complesso della società. Questo modello è stato applicato anche a Cuba. Gli appelli alla rivoluzione latinoamericana degli anni ’60, quando tra i massimi dirigenti della rivoluzione c’era Che Guevara, si sono sbiaditi fino ad arrivare a una sorta di “coesistenza pacifica” con le nazioni circostanti negli anni ’70 e ’80. La dipendenza da Mosca era notevole, gli scambi commerciali con l’Urss nel 1990 erano pari a circa il 38,2% del Pil. Tale rapporto quasi esclusivo non permise a Cuba uno sviluppo armonico dell’economia: sostanzialmente Cuba riforniva di zucchero il Patto di Varsavia e riceveva in cambio petrolio.
Ciò portò a un crollo dell’economia tra il 1990 e il 1993: il Pil cubano diminuì di un terzo! Se va dato il merito a Fidel di non aver ceduto alle sirene del capitalismo, il suo limite principale è rimasto quello di pensare che il socialismo in un paese solo, o meglio il “socialismo con caratteristiche cubane” potesse continuare a essere un modello da riproporre.
Cuba è accerchiata dal capitalismo, un sistema che ha fatto della penetrazione del mercato in ogni angolo del pianeta la sua caratteristica principale nell’ultimo secolo. Nessun paese può essere in grado di resistere, da solo, a questa pressione. Negli ultimi 15 anni Cuba ha cercato di risolvere questo problema legandosi sempre più al Venezuela, sulla base dell’impulso deciso dato da Chavez ad un’alleanza antiimperialista del continente. Il commercio di beni e servizi col Venezuela rappresenta il 40% degli scambi commerciali complessivi dell’isola, pari al 19,3% del Pil. Caracas rifornisce di petrolio l’Avana, che ricambia con servizi e personale nel campo della sanità e dell’istruzione. Tuttavia, nel primo semestre del 2016, per la grave crisi economica che ha colpito il Venezuela, i rifornimenti di greggio si sono ridotti del 40%. (il Manifesto, 6 dicembre 2016).
Le ragioni della crisi economica venezuelana sono presto dette. È il risultato di una rivoluzione fermatasi a metà strada, con i proclami inneggianti al socialismo ma che ha lasciato le leve fondamentali dell’economia in mano ai capitalisti. La conseguenza è stata una rivolta da parte del mercato contro ogni ipotesi di regolarlo e una distruzione massiccia delle forze produttive. Non solo, ha avuto un effetto demoralizzante anche all’interno di Cuba, dove le masse hanno assistito al fallimento di un altro esperimento all’insegna del “socialismo”. Il marxismo non c’entra nulla: è il fallimento della medesima concezione che ha portato Cuba a un’impasse. È la sconfitta della concezione che esista una via nazionale, “autoctona”, al socialismo.
I giovani e lavoratori cubani vivono in uno stato di “suspence”. È evidente che la situazione di stallo degli ultimi vent’anni, sospesi nel limbo tra il capitalismo e un’economia pianificata relegata solo nella piccola isola caraibica, non può continuare. Un settore della società giudica ogni cambiamento come positivo, perché “così non si può andare avanti”. Il settore procapitalista è inoltre il più dinamico, ha una prospettiva, quella di arricchirsi sempre più. I settori critici e che resistono alla restaurazione del capitalismo, sono senza prospettiva e senza guida, ed ora non dispongono nemmeno di quella spirituale di Fidel.

 

Il congresso del Partito comunista cubano

La morte di Fidel è avvenuta in un momento in cui gli elementi procapitalisti stavano accumulando forze. Una dimostrazione di questo si vede nei documenti approvati al VII Congresso del Partito comunista cubano dell’aprile del 2016.
Nelle tesi si afferma che la proprietà socialista costituisce la forma principale dell’economia nazionale. Lo Stato rimarrà proprietario ma decentrerà l’amministrazione e la gestione di imprese statali da parte di soggetti privati.

90. L’investimento straniero diretto costituisce una fonte di sviluppo e una via di accesso a capitali, tecnologie, mercati e esperienza gestionale, che contribuisce alla soluzione di importanti squilibri e alla catena produttiva, in corrispondenza con uno sviluppo economico e sociale.
91. Un’altra trasformazione volta a contribuire all’economia, all’impiego e al benessere della popolazione è il riconoscimento del ruolo complementare della proprietà privata su determinati mezzi di produzione, così come la gestione dei mezzi di produzione dello Stato da parte di questa forma di proprietà.

La proprietà privata diventa una forma complementare di proprietà in specifici settori produttivi. L’elenco è lungo: edilizia, settore elettroenergetico, telecomunicazioni, logistica, turismo, servizi medici ed educativi, industria agroalimentare, settore farmaceutico e biomedico, industria leggera.
L’industria pesante viene per ora risparmiata, ma Lev Trotskij spiegava molto bene, già nel 1936, ne La Rivoluzione tradita come sarebbe potuta procedere la transizione al capitalismo, parlando allora dell’Urss: “L’obiettivo principale del nuovo regime sarebbe di ristabilire la proprietà privata dei mezzi di produzione. Dovrebbe innanzitutto creare le condizioni per l’emergere di agricoltori forti dai kolchoz deboli e trasformare i kolchoz ricchi in cooperative di produzione di tipo capitalistico o in società per azioni. Nell’industria, la denazionalizzazione partirebbe dall’industria leggera e dalle industrie alimentari” (pag. 297, edizione AC editoriale, 2000).
Oggi a Cuba il turismo svolge né più né meno il ruolo dell’agricoltura nell’analisi di Trotskij.
Secondo i dati dell’Istituto nazionale di statistica cubano (Onei, www.one.cu) a giugno del 2011 esistevano oltre 522mila lavoratori autonomi (cuentapropistas), 24mila in più rispetto alla fine del 2015. Il numero è aumentato progressivamente dal 2011, anno in cui il governo cubano annunciò mezzo milione di esuberi nel settore statale. Il 65% di essi risiedono tra l’Avana, Santiago de Cuba e le principali località turistiche e l’11% è impiegato nell’attività di ristorazione. Nel settore alberghiero, l’importanza del settore privato è notevole: il 68,8% del gettito fiscale è data dal settore pubblico, mentre il 31,2% da quello privato.
Secondo un’elaborazione condotta dal sito Cubadebate sui dati forniti dall’Onei, nel 2015 il 29% della forza lavoro era impiegata nel settore privato, mentre nel 2008 la percentuale era del 17%.
Non solo, le retribuzioni di chi lavora per lo Stato non riescono più a stare al passo, né con quelle del privato, né con il costo della vita: il potere d’acquisto dei salari nel settore statale è il 27% di quello del 1989. Non sor-prende che dilaghi il doppio lavoro, l’arte di arrangiarsi e si assista a un esodo dal settore pubblico di tutti coloro che se lo possono permettere.
Stiamo dunque parlando di una società in profondo cambiamento, di cui il Congresso del Partito comunista cubano prende atto nel suo documento: “94. Tutto ciò in un contesto in cui la presenza di differenti soggetti di proprietà e gestione forma parte degli elementi che condizionano la necessità oggettiva del riconoscimento del mercato, in cui interagiscano attraverso la pianificazione come strumento principale di direzione dell’economia”.
Le tesi ribadiscono dunque il ruolo di pianificazione dell’economia da parte dello Stato, ma è piuttosto difficile pianificare ciò che non si possiede né si controlla. L’economia di mercato, inoltre è la negazione della pianificazione centrale e del controllo.
Parimenti, nel documento si proibisce la concentrazione di proprietà e di ricchezza ma non si capisce quali strumenti abbia lo Stato per impedire tutto ciò, visto che in altre parti del documento si illustra come lo Stato attraverso la leva fiscale incamererà parte degli utili di queste imprese. Nessun capitalista investirà (e pagherà le tasse) se non gli sarà garantito un tornaconto e cioè il profitto, motore fondamentale del capitalismo.
Il documento introduce un cambiamento anche nel fiore all’occhiello di Cuba, i servizi sociali. D’ora in poi si propone che saranno legati alle “possibilità oggettive dell’economia”, quindi non più garantiti a tutti. Le aziende private verranno impiegate nel settore dell’istruzione, affinché facciano investimenti tecnologici, ma è chiaro che questi non saranno indirizzati a tutti gli istituti ma solo a quelli che i privati considereranno più redditizi.
Il sostentamento di ogni cittadino cubano, che precedentemente era di competenza dello Stato, ora si baserà sulla famiglia come cellula fondamentale della società.
Le aziende private verranno impiegate nel settore dell’istruzione, affinché facciano investimenti tecnologici, ma è chiaro che questi non saranno indirizzati a tutti gli istituti ma solo a quelli che i privati considereranno più redditizi.
Il sostentamento di ogni cittadino cubano, che precedentemente era di competenza dello Stato, ora si baserà sulla famiglia come cellula fondamentale della società.
La direzione cubana giustifica come necessaria l’entrata dei capitali privati per risolvere il problema della bassa produttività dell’economia. Non si comprende come il settore privato possa migliorare la produttività dell’economia pianificata. Nella competizione tipica dell’economia di mercato, l’impresa privata semplicemente soppianterà quella statale.
E questo a causa non di un problema genetico insito nell’impresa statale ma per la natura burocratica della gestione di quest’ultima. L’economia pianificata ha bisogno del controllo e della gestione della classe operaia come il corpo umano ha bisogno dell’ossigeno. Senza il protagonismo dei lavoratori, senza il loro ruolo di classe dirigente, l’economia non può che entrare che in uno stato di paralisi. Tanto più che oggi settori crescenti dell’apparato dello Stato non considerano più il settore statale in termini parassitari, come poteva accadere un tempo, ma come una parte dell’economia da dismettere al più presto per lanciarsi nell’iniziativa capitalista.
Questa transizione non potrà durare all’infinito. Come spiegava ancora Trotskij: “La contraddizione tra le forme di proprietà e le norme di distribuzione non può crescere indefinitamente. O le norme borghesi dovranno, in un modo o nell’altro, estendersi ai mezzi di produzione o le norme di distribuzione dovranno essere adattate alla proprietà socialista.” (op. cit., pag. 290).

 

Obama e Trump

Di questa situazione, inedita per Cuba, si sono accorti anche i settori più lungimiranti della borghesia statunitense. Durante la presidenza Obama abbiamo assistito a un cambiamento della politica degli Stati Uniti nei con-fronti di Cuba. Oltre quarant’anni di embargo non erano serviti a nulla, dal loro punto di vista: la rivoluzione cubana resisteva. Inoltre, nell’ultimo periodo di apertura al mercato, sono stati altri capitalisti, e non quelli americani, ad essere avvantaggiati negli investimenti nell’isola. Il ristabilimento della relazioni tra Cuba e Usa dunque rappresentava da una parte il riconoscimento del fallimento della politica dell’imperialismo americano, ma dall’altra un cambiamento di tattica: allargare la base di appoggio per la restaurazione del capitalismo attraverso la penetrazione dei capitali yankee.
La visita di Obama del marzo 2016 a Cuba, la prima da 88 anni, ha rappresentato il culmine di questa svolta caratterizzata dal ristabilimento delle relazioni diplomatiche, la riapertura delle ambasciate e del traffico aereo...
La vittoria di Trump del novembre scorso cambia radicalmente lo scenario. Donald Trump ha intenzione di invertire completamente la politica americana nei confronti dell’Avana e di adottare una politica più aggressiva nel continente. L’elenco delle nuove nomine dei funzionari addetti al seguito dell’America latina è pieno di anticastristi e antichavisti. Al Dipartimento del tesoro abbiamo Mauricio Claver-Carone, direttore del Comitato di azione politica per la democrazia di Cuba. Fra i principali sostenitori del bloqueo, è fra i finanziatori più importanti di Marco Rubio, ex candidato alle primarie repubblicane, popolarissimo a Miami tra i “gusanos” cubani. Ci sono anche ex ambasciatori in Venezuela ai tempi di Chavez o finanziatori dei golpisti in Honduras.
Gli esiliati cubani a Miami costituiscono una delle basi di appoggio della vittoria di Trump e il nuovo presidente è assolutamente disposto ad ascoltarli. Cuba è uno dei numerosi terreni in cui assisteremo a una divisione chiara degli interessi di due settori della borghesia americana (e dell’apparato dello Stato). Trump ha già annunciato che “rivedrà la politica degli Stati Uniti su Cuba” e si è già detto disponibile a nuovi provvedimenti di embargo. Abbiamo pochi dubbi che tradurrà in fatti le sue parole.

 

Dittatura del capitale o internazionalismo proletario?

L’intransigenza di Trump porterà a un cambiamento di rotta della direzione cubana? Difficile ipotizzarlo. I capitalisti a stelle e strisce non sono gli unici ad avere interessi a Cuba, anzi, come già detto, sono quelli che hanno maggiori ritardi negli investimenti. L’Unione europea rappresenta il secondo partner commerciale di Cuba e il primo nel settore dell’edilizia e del turismo. Il Canada è il quarto partner commerciale di Cuba. Aziende canadesi hanno costruito o rimodernato cinque aeroporti dell’isola, tra cui quello di Varadero all’Avana. La canadese Sherritt International possiede al 50% una delle due principali raffinerie di nichel, fra le più importanti fonti di export del paese. La zona speciale “Mariel” dove numerose imprese straniere possono godere dell’esenzione del pagamento dei contributi ai lavoratori e delle tasse sugli utili realizzati per dieci anni, impiega oggi 2.900 lavoratori in 19 progetti di imprese multinazionali. Le richieste per l’apertura di nuovi stabilimenti sono numerose, dopo la visita di Obama il quotidiano Granma ne stimava ben 300!
Il problema quindi non è solo l’imperialismo statunitense, ma le sirene del capitalismo internazionale che ammaliano un nemico interno in costante crescita. Gli elementi procapitalisti si illudono di intraprendere con successo la via cinese o vietnamita. La Cina, e in misura minore il Vietnam, hanno potuto disporre di una enorme riserva di manodopera a basso costo e di una diversa situazione dell’economia mondiale nella loro transizione al capitalismo. Inoltre, ed è la considerazione più importante per i comunisti, la “storia di successo” raccontata dal Partito comunista cinese ha portato enormi benefici solo a una ristretta élite dell’apparato dello Stato trasformatasi in nuova borghesia e si basa sullo sfruttamento brutale e indiscriminato del proletariato.
I cambiamenti quantitativi accumulatisi in questi anni prima o poi produrranno un cambiamento qualitativo. Un cambiamento che può essere ribaltato solo da un’inversione dei rapporti di forza fra le classi e da un’entrata in campo della classe operaia. La società cubana si trova di fronte a questo bivio.
A Cuba esiste un’opposizione diffusa al ritorno al capitalismo, ma per ora è confinata ai settori intellettuali e giovanili. La “Rete dei giovani anticapitalisti” fondata nel novembre 2015, si propone di “rilanciare il socialismo e l’anticapitalismo come fondamenti rivoluzionari delle pratiche politiche e sociali a Cuba in America Latina e nel mondo”. Costituisce solo uno dei circoli di opposizione alla deriva capitalista.
L’impatto che avranno le controriforme, dopo un periodo di comprensibile illusione e aspettative, sarà tre-mendo. La transizione al capitalismo nell’isola della Rivoluzione avviene in un periodo di crisi economica mondiale e la borghesia internazionale non farà alcuno sconto nello sfruttamento brutale del proletariato e dei giovani cubani per massimizzare i propri profitti. Non c’è alcuna possibilità di introdurre il capitalismo “in modo controllato” né a Cuba né in altri paesi, come ha dimostrato la storia. Non ci sarà un periodo di “idillio democratico” ma una spietata dittatura borghese.
Le proteste scoppieranno e le idee anticapitaliste, oggi patrimonio di un’avanguardia, se sistematizzate sulla base di un programma rivoluzionario potranno raggiungere le masse cubane, fra cui la memoria della rivoluzione è ancora viva. La rivendicazioni per la democrazia operaia, contro il dominio della burocrazia e per l’espulsione delle multinazionali dovranno essere legate indissolubilmente all’internazionalismo proletario, alla necessità della rivoluzione socialista nelle Americhe e a livello mondiale.