Il settimo numero della rivista falcemartello è in gran parte dedicato a un tema di grande attualità, il populismo. Nel linguaggio della politica ufficiale e del mondo giornalistico si fa infatti un gran parlare dell’emergere di minacciose forze “populiste”. A livello di mass media però nella categoria del populismo vengono ficcati i partiti e i movimenti politici più disparati, dal Front National della Le Pen a Dondal Trump, dalla Lega Nord a Podemos, dal Movimento 5 stelle a Bernie Sanders. In pratica vengono bollate come populiste tutte quelle forze che la classe dominante non ritiene completamente affidabili. Questo gran calderone, in cui vengono messi sullo stesso piano reazionari dell’estrema destra e riformisti di sinistra, non ci aiuta affatto a comprendere meglio i processi politici in corso, ma crea anzi una gran confusione. È dunque necessario fare un po’ di chiarezza politica.

Il populismo è in realtà una tendenza politica con delle caratteristiche definite, alla cui base c’è una concezione fondamentale e cioè che non esistono diverse classe sociali, ma esiste solo un “popolo” indefinito. 

Il continente che storicamente è stato più toccato dal fenomeno populista è senza dubbio l’America Latina. Il caso più noto è quello del peronismo in Argentina, ma altrettanto interessanti sono le esperienze di Lazaro Cardenas in Messico, di Getulio Vargas in Brasile e di Paz Estenssoro in Bolivia, tutte descritte da Serena Capodicasa nell’articolo Il populismo in America Latina tra teoria e prassi. Soprattutto a causa della debolezza e degli errori della sinistra, questi governi si sono trovati ad assumere la direzione della lotta per l’emancipazione nazionale contro l’imperialismo americano e, se da una parte hanno realizzato importanti riforme sociali per ottenere l’appoggio delle masse, dall’altra hanno cercato di irreggimentare le organizzazioni dei lavoratori, impedendo qualsiasi manifestazione indipendente del movimento operaio. 

Negli ultimi anni però il populismo ha dimostrato di non essere una peculiarità esclusivamente latinoamericana. Per esempio hanno avuto un’eco anche in Europa – soprattutto all’interno di Podemos in Spagna – le idee dell’argentino Ernesto Laclau, il principale teorico del populismo contemporaneo. Inserendosi appieno nel filone post-marxista, Laclau abbandona completamente la concezione materialista della storia, la lotta di classe e l’obiettivo del socialismo per sostituirli con idee fumose che parlano di “realtà discorsiva”, antagonismo tra “equivalenza” e “differenza”, democrazia radicale… Alla critica del pensiero di Laclau è dedicato l’articolo di Arturo Rodriguez Miseria della ragione populista.

Anche in Italia, con la crisi oramai decennale della sinistra, gli argomenti populisti hanno trovato un terreno molto fertile, come dimostrano i successi del Movimento 5 stelle. Nell’articolo di Franco Bavila Di Maio e la svolta moderata dei 5 Stelle, si affronta proprio la traiettoria dei populisti nostrani, che con le loro posizioni interclassiste, né di destra né di sinistra, hanno spianato la strada alla leadership di Di Maio e ai suoi sforzi di accreditarsi presso i salotti buoni della borghesia.

In Italia abbiamo visto svilupparsi anche un populismo “di sinistra”, soprattutto da parte di gruppi stalinisti e sovranisti. Questi gruppi, di fronte alle attuali difficoltà della sinistra, invece di avviare un serio ragionamento sulle ragioni di tante sconfitte, hanno preferito capitolare politicamente al populismo, arrivando a sostenere che nell’epoca attuale la lotta di classe non possa concretizzarsi se non nelle forme populiste. Chi ha elaborato in modo più compiuto questa impostazione è stato Carlo Formenti nel suo libro La variante populista, di cui scrive diffusamente Vittorio Saldutti nel suo articolo Il populismo di sinistra nel dibattito italiano

In questo numero di falcemartello non si parla però solo di populismo. Nella rubrica La nuova epoca troviamo l’articolo di Roberto Sarti Catalogna, un bilancio della lotta per la Repubblica catalana. In questo testo si analizzano le ragioni per cui la mobilitazione delle masse catalane, nonostante il suo potenziale rivoluzionario, è stata portata in una fase di stallo, stretta tra i limiti delle organizzazioni indipendentiste e quelli delle forze della sinistra spagnola: mentre le prime nel momento cruciale non hanno condotto la lotta fino in fondo, le seconde hanno assunto un atteggiamento di “equidistanza”, portando di fatto acqua al mulino del governo di destra di Rajoy. 

Infine nella pare della rivista dedicata ad Arte e rivoluzione abbiamo pubblicato un estratto dell’articolo Il futurismo italiano e il fascismo: come una corrente artistica ha anticipato una tendenza controrivoluzionaria, in cui Alan Woods, partendo dal percorso artistico di Marinetti e degli altri futuristi italiani, espone in modo brillante il rapporto dialettico esistente tra arte e politica. Quel rapporto che, per esempio, consente di comprendere perché gli esponenti di un medesimo movimento artistico, il futurismo, in Italia arrivarono a fondersi con il fascismo, mentre in Russia aderirono entusiasticamente alla rivoluzione d’Ottobre.

 
La redazione, gennaio 2018