Nel giro di poche settimane, Donald Trump ha reso la politica americana particolarmente interessante. Non si ricorda da tempo una presidenza così contestata, che ancora prima di insediarsi già vedeva milioni di persone mobilitarsi contro di essa. Nella sezione La nuova epoca, oltre alle prospettive per gli Usa, si trattano quelle per Cuba dopo la morte di Fidel Castro. Tra le tante cose che cambiano nell’amministrazione a stelle e strisce, c’è proprio la politica verso l’isola. Il nuovo presidente americano ha intenzione di adottare una linea aggressiva non solo verso Cuba, ma verso l’intero continente latinoamericano. Non a caso l’elenco dei funzionari nominati per l’America Latina è pieno di anticastristi e antichavisti.
Questo spingerà Raul Castro a una politica di rottura con l’imperialismo e il capitalismo? Difficile pensarlo; in questi anni gli elementi procapitalisti ai vertici dello Stato cubano si sono significativamente rafforzati e la morte di Fidel non può che accelerare un processo già in corso da anni, che mette a rischio le conquiste della rivoluzione.

Nonostante il carattere distorto della rivoluzione e del regime che ne è nato, Cuba ha dimostrato come l’unica via per uscire dalla spirale del sottosviluppo sia spezzare le catene del capitalismo.

Un tema, quello del dualismo sviluppo-sottosviluppo, che viene approfondito nella sezione Teoria e prassi, a partire da un’analisi delle dinamiche innescatesi tra il Nord e il Mezzogiorno fin dai tempi dell’Unità d’Italia.
Quali meccanismi hanno portato al sottosviluppo del Meridione? Qual era la natura sociale del brigantaggio e l’atteggiamento delle masse meridionali nei confronti di Garibaldi e delle sue truppe quando sbarcarono in Sicilia?

Su questo ed altri aspetti del Risorgimento è stata fatta non poca mistificazione nei manuali di storia. Fin dai banchi di scuola siamo stati inondati da un patriottismo risorgimentale falso e strumentale che ha come unico scopo quello di nascondere i massacri che vennero perpetrati dai Savoia e dalle truppe piemontesi contro le popolazioni del Sud Italia.

Su questi temi hanno scritto diversi intellettuali comunisti, tra i quali si distacca senza dubbio Antonio Gramsci. Riprenderemo il suo contributo sul Risorgimento a partire da un’analisi critica della lettura che Gramsci diede della Questione meridionale, particolarmente negli ultimi anni della sua vita, quando spiegò l’arretratezza del Sud come il prodotto di una società feudale.
Si dimostrerà come il Mezzogiorno non solo non era più feudale del Nord Italia, in quanto il capitalismo si era sviluppato nel Regno delle due Sicilie già a partire dalla fine del Settecento, ma come all’epoca non era neanche particolarmente più arretrato.

La tesi non è nuova, si inserisce nella scia di quei pensatori di ispirazione marxista, che negli anni ’60 e ’70 criticarono il Gramsci dei Quaderni. Tra questi c’erano senz’altro Antonio Carlo e Edmondo Capecelatro, dirigenti del Psiup, seguaci di André Gunder Frank e i cosiddetti “teorici della dipendenza”, che grande seguito ebbero nelle università latinoamericane ed europee in quegli anni.
Il loro merito principale è stato quello di contestare radicalmente la concezione degli “stadi” di staliniana memoria. Il loro limite quello di sostituire allo schema staliniano un altro schema “terzomondista”.
La loro analisi infatti riduce la critica dell’economia politica al concetto di scambio diseguale, subordina la struttura economica alla sovrastruttura politica e finisce col confondere paesi e classi sociali approdando a una visione disfattista nei confronti della classe operaia europea e nordamericana considerata “solidale” con la propria borghesia nello sfruttamento dei paesi dipendenti.
Non sorprende così che le tesi di Gunder Frank finiscano con l’approdare a una linea di nazionalismo antimperialista e all’alleanza tra borghesia nazionale e classe operaia dei paesi dominati. Nelle deformazioni più crude questa concezione si è spinta fino a teorizzare l’idea delle “nazioni proletarie” che si battono contro il saccheggio imperialista.
In anni recenti questa teoria si è rivelata anche un ostacolo fondamentale alla comprensione dei processi di industrializzazione che si sviluppavano in numerosi paesi dipendenti (Brics), processi che secondo lo schema dei teorici della dipendenza non si sarebbero mai dovuti dare, almeno su basi capitaliste.

L’ultimo articolo sul Mezzogiorno cerca infine di attualizzare la Questione meridionale con il proposito di avanzare un programma di liberazione per il Sud Italia, processo che non può prescindere dalla liberazione di tutto il paese nella lotta più generale che in questi anni abbiamo visto crescere nel sud Europa contro i dettami dell’Ue e le politiche di austerità.
Nella rubrica conclusiva, Arte e Rivoluzione, si tratterà il film “Le quattro giornate di Napoli”, di Nanni Loy, autentico capolavoro del neorealismo che ha avuto il merito di descrivere con estrema efficacia e naturalezza un processo rivoluzionario che, pur con le sue contraddizioni, ha mostrato una volta di più il carattere esplosivo delle popolazioni meridionali.

Comprendere a fondo questi processi è il modo migliore per prepararsi alla prossima esplosione.

La redazione, marzo 2017