2 - Sull’orlo dell’abisso

“Quando chi sta in alto parla di pace, la gente comune sa che ci sarà la guerra.”

                                             Bertolt Brecht

 

L’individuo nella storia

I sedicenti filosofi della scuola post-modernista negano la possibilità di trovare qualsiasi spiegazione razionale per la storia dell’umanità. Sostengono che non esistano né leggi generali né fattori oggettivi dietro la condotta degli individui, in grado di determinare la loro psicologia e il loro comportamento. Da questo punto di vista – il punto di vista del soggettivismo estremo – tutta la storia è determinata da individui che agiscono secondo la propria libera volontà. Tentare di trovare una qualche logica intrinseca in questo mare turbolento e senza regole sarebbe tanto futile quanto esercitarsi a tentare di predire la posizione, in un dato momento, di una singola particella subatomica.

Al di là di una certo fascino superficiale, questo approccio soggettivo alla storia è piuttosto vacuo. Comporta un completo abbandono di qualsiasi tentativo di scoprire le leggi in base alle quali la società umana si è evoluta, dal momento che nega l’esistenza stessa di tali leggi. E questa è davvero una cosa straordinaria: la scienza moderna ci insegna che ogni cosa nell’universo, dalle più piccole molecole alle più grandi galassie, è governata da determinate leggi e scoprire queste leggi è esattamente il principale obiettivo e il contenuto della scienza.

Possiamo spiegare accuratamente l’origine e lo sviluppo di tutte le specie – compresa la nostra – grazie alle leggi dell’evoluzione attraverso la selezione naturale scoperte da Charles Darwin, che hanno ricevuto ulteriore impulso dalle più recenti scoperte nel campo della genetica. Possiamo comprendere lo sviluppo della Terra e dei continenti sulla base della tettonica delle placche e prevedere i movimenti di galassie lontane. Eppure, quando veniamo al nostro sviluppo sociale, ci viene improvvisamente detto che non possiamo trovare alcuna spiegazione razionale, poiché gli esseri umani sono considerati di gran lunga troppo complessi per essere capiti.

Che gli esseri umani siano complessi tanto a livello individuale quanto a livello collettivo, non c’è nemmeno bisogno di spiegarlo, ma è palesemente falso che il comportamento umano non possa essere compreso. Engels fece notare molto tempo fa che, per quanto sia impossibile prevedere quando un singolo uomo o donna morirà, è perfettamente possibile fare una previsione di questo tipo a livello aggregato, una circostanza dalla quale le compagnie di assicurazione traggono lauti profitti. Allo stesso modo, mentre non è possibile determinare con sufficiente accuratezza la posizione in un dato momento di una singola particella subatomica, è possibile fare previsioni molti precise quando consideriamo una grande quantità di queste particelle.

Dire che la storia umana è solamente una faccenda del tutto accidentale si scontra con la realtà dei fatti. Anche il più superficiale osservatore della storia vedrà subito l’esistenza di determinati schemi. Alcuni processi vengono costantemente ripetuti: l’ascesa a la caduta di determinate formazioni economico-sociali, società e civiltà; le crisi economiche, le guerre e le rivoluzioni. Come nell’evoluzione naturale, lunghi periodi di stasi sono seguiti da improvvise esplosioni, che possono spingere verso uno sviluppo oppure condurre alla regressione e al declino. 

        

Il braccio del Kaiser

Nella gran quantità di materiale – in parte buono, in parte cattivo e in alcuni casi francamente assurdo – di cui siamo stati inondati in occasione dell’anniversario di quella che solitamente viene chiamata la “Grande Guerra” (e che io preferisco chiamare il “Grande Massacro”), i tentativi di spiegare le cause della guerra rasentano il ridicolo. Alcuni storici, scavando nelle torbide profondità del subconscio nel loro sforzo di trovare un’adeguata spiegazione soggettiva (vale a dire, mistica), pensano che tutto sia dovuto agli effetti traumatici sulla mente del Kaiser Guglielmo di un incidente alla nascita, in cui il suo braccio sinistro rimase spezzato.

Ci viene chiesto di credere che il braccio sinistro atrofizzato del Kaiser, che lui tentava di nascondere alla vista del pubblico con l’uso artificioso di mantelli militari e altri trucchi, segnò a tal punto la psiche di Guglielmo da trasformarlo in un perverso e aggressivo psicopatico. Altri storici hanno sottolineato come il pover’uomo avesse avuto un’infanzia molto difficile. Nessuno dei suoi regali cugini in Inghilterra, Danimarca o Russia voleva mai giocare con quel ragazzo imbronciato e rancoroso, che di conseguenza divenne un prepotente, determinato a vendicarsi di quanti lo avevano umiliato in tenera età fino a provocare lo scoppio della guerra. Riportiamo qui solo un esempio di questo tipo di “storia”:

“Credeva nella forza e nella ‘sopravvivenza del più forte’ tanto nella politica interna che in quella estera… Guglielmo non era privo di intelligenza, ma mancava di stabilità e nascondeva le sue profonde insicurezze con pose da spaccone e parole forti. Frequentemente cadeva in depressione e in preda a crisi isteriche… L’instabilità personale di Guglielmo si rifletteva nelle vacillazioni della sua politica. Le sue azioni, in patria come all’estero, erano prive di un chiaro orientamento e quindi spesso disorientavano o facevano infuriare l’opinione pubblica. Non era tanto preoccupato di conseguire obiettivi specifici, come era stato per Bismarck, quando di affermare la propria volontà. Questo tratto nel sovrano della principale potenza continentale fu una delle principali cause dell’inquietudine che prevaleva in Europa a cavallo del secolo.” (Langer, W.L. [Ed.], Western Civilzation, p. 528)

È necessario ammettere apertamente che i tratti caratteriali di un individuo e le personalità delle dramatis personae della storia giocano per forza di cose un ruolo nel dar forma agli eventi, e persino un ruolo determinante, ma solo nella misura in cui corrispondono in qualche modo alle esigenze della situazione. Senza dubbio il carattere dell’imperatore tedesco era difficile e questo era in parte la conseguenza dei fattori che sono stati precedentemente menzionati. Ma il rancore del Kaiser, le sue tendenze aggressive da bullo e il suo temperamento esplosivo non possono essere la causa di milioni di morti e della devastazione di un intero continente. È necessario ricercare potenti tendenze oggettive, senza le quali i difetti della personalità di Guglielmo sarebbero rimasti solamente una fonte di irritazione per i suoi amici e i suoi familiari più stretti.

È possibile mettere in relazioni i caratteri individuali con il più ampio quadro storico? È decisamente straordinario come condizioni sociali simili producano tipi di individui simili. Un paragone tra i caratteri di Carlo I d’Inghilterra, Luigi XVI di Francia e lo zar Nicola II fornirà molti spunti di riflessione sia per i sociologi che per gli psicologi, così come uno studio comparativo di Cromwell, Robespierre e Lenin. Un confronto delle rivoluzioni inglese, francese e russa rivelerà alcune importanti differenze, dal momento che il carattere di classe di questi tre grandi eventi storici era differente, ma rivelerà anche alcune similitudini davvero sorprendenti.

Sarebbe persino possibile tracciare tre grafici per dimostrare che, in buona sostanza, tutte e tre queste rivoluzioni seguirono una traiettoria molto simile, sia nel loro periodo di ascesa, che in quello di declino. E ogni fase della rivoluzione spingeva avanti persone le cui caratteristiche corrispondevano più o meno strettamente alle esigenze del periodo. Facendo questa osservazione, sono ben lungi dal negare l’importanza del ruolo dell’individuo nella storia. Al contrario, in una data concatenazione di circostanze, le azioni di un gruppo relativamente piccolo, o persino di un singolo individuo, possono essere di importanza decisiva. Marx disse che “è l’uomo a fare la propria storia”, ma aggiunse che gli uomini e le donne che fanno la storia non sono agenti del tutto liberi. Sono invece limitati dalle condizioni oggettive che li hanno prodotti e impongono stretti limiti al loro campo d’azione.

Sotto molti aspetti il carattere e la psicologia del Kaiser erano perfettamente adeguati agli interessi della cricca al potere in Germania a quel tempo. Guglielmo aveva una mentalità reazionaria, impregnata di militarismo prussiano. Credeva nel nazionalismo, nel predominio militare e nel diritto divino dei re. Per compensare la sua disabilità, faceva di tutto per recitare la parte del militarista prussiano e per apparire il più potente e aggressivo possibile.

Guglielmo sembrava essere a suo agio solo in compagnia dei suoi ufficiali dell’esercito e alle parate militari, indossando l’uniforme e partecipando alle manovre. “Nella Guardia” disse “ho davvero trovato la mia famiglia, i miei amici, i miei interessi – tutto quello di cui fino a quel momento avevo dovuto fare a meno.” Vestito nella sgargiante uniforme da ufficiale prussiano, si pavoneggiava e a parlava nel brusco tono del comando, che non ammette contraddizioni. Nipote della regina Vittoria, l’atteggiamento di Guglielmo verso l’Impero britannico era un mix contraddittorio di ammirazione ed invidia. Voleva che la Germania possedesse colonie e una potente flotta per competere con quella britannica.       

Si è sostenuto che la Germania stesse attivamente pianificando una guerra di aggressione. Alcuni storici ritengono che il momento decisivo non sia stato il luglio del 1914, ma il dicembre del 1912, quando il Kaiser tenne una riunione in cui, si dice, decise di entrare in guerra nel giro di circa diciotto mesi. L’atteggiamento aggressivo di Guglielmo e di alcuni dei suoi generali da un certo peso a questo argomento, sebbene ci fosse sempre un elemento di bluff nella condotta spavalda del Kaiser, che tentennava continuamente sulla questione della guerra, per la disperazione dei suoi ministri e, in particolare, dei suoi generali, che manifestavano tutta la loro impazienza e la loro frustrazione di fronte a questa indecisione.

Nonostante tutte le sue pose teatrali, Guglielmo non combatté mai una vera guerra fino al 1914 e anche allora irritò i suoi generali cambiando continuamente idea. Lo stato maggiore guardava al Kaiser con un misto di disciplinata deferenza per la carica imperiale e di disprezzo per l’uomo che la ricopriva. Nelle sue memorie, l’ex cancelliere tedesco von Bulow dice del Kaiser:

“Non guidò mai un esercito sul campo… Era ben consapevole di essere nevrastenico, senza alcuna capacità reale come generale, e ancora meno in grado, nonostante i suoi hobby nautici, di guidare una squadra navale o persino comandare una nave.”

 

Le cause materiali della guerra

Con il dovuto rispetto per gli psicologi dilettanti, bisogna guardare un po’ più in là delle nevrosi del Kaiser se vogliamo trovare le cause di uno dei conflitti più epocali dei tempi moderni. C’erano molti fattori dietro i contrasti tra le grandi potenze nei precedenti quattro decenni, tutti inerenti a interessi strettamente materiai. I più potenti Stati d’Europa erano impegnati in una gara per le colonie e i mercati. Alla fine del diciannovesimo secolo, il mondo era già del tutto spartito tra loro. La Gran Bretagna, il paese dove il capitalismo si era sviluppato prima e aveva messo radici più profonde rispetto a qualsiasi altro paese, aveva fatto la parte del leone. La Francia aveva stabilito un impero coloniale in Nord Africa e in parte dell’Asia. Quello che era conosciuto come “il piccolo povero Belgio” aveva brutalmente schiavizzato e saccheggiato la popolazione del Congo, e gli olandesi possedevano le ricchezze di Giava.

Per contrasto la Germania, che era riuscita a unificarsi solo circa cinquant’anni prima, era arrivata troppo tardi ed era entrata in possesso solo di alcune delle più povere colonie africane. Aveva tuttavia dimostrato la sua potenza militare infliggendo un’umiliante sconfitta alla Francia nella guerra franco-prussiana del 1870-71, in virtù della quale aveva conquistato due province francesi con una parte della popolazione di lingua tedesca: l’Alsazia e la Lorena. Questo fatto da solo forniva materiale sufficiente per una futura guerra tra Francia e Germania.

Inebriati dall’ascesa della loro potenza industriale e militare, gli industriali, i politici tedeschi e lo stesso Kaiser erano sempre più inclini ad una politica aggressiva ed espansionista. Vedevano la creazione di una Mitteleuropa, un’unione doganale dominata dalla Germania, come il primo passo verso l’egemonia economica tedesca sull’Europa. La potenza francese doveva essere spezzata, il Belgio ridotto alla posizione di uno Stato vassallo della Germania e un impero coloniale tedesco doveva essere stabilito in Africa e in Oriente. Successivamente, nel 1917-1918, dopo aver sconfitto la Russia, la Germania iniziò di fatto a ritagliarsi un impero dalle rovine dell’impero zarista, negli Stati baltici e in Ucraina.

Nel 1898 la Germania iniziò a rafforzare la propria fotta, una mossa che non poteva non far suonare campanelli d’allarme a Londra. Diversamente dalle altre potenze sul continente europeo, la condizione della Gran Bretagna di nazione insulare le permetteva di non dover mantenere un grande esercito permanente. Essendo le sue coste protette dal mare, militarmente si basava sulla forza della sua flotta. La nazione marittima più potente del mondo seguiva una politica per cui la sua flotta doveva sempre essere più forte delle flotte combinate delle due successive nazioni più potenti, per esempio Francia e Germania.

Londra guardava al rafforzamento della flotta tedesca come a una delle più gravi minacce alla sicurezza della Gran Bretagna. L’Entente Cordiale (l’Intesa cordiale) segnò una grande svolta nella politica britannica nei confronti dell’Europa. Precedentemente l’elemento chiave nella politica europea della Gran Bretagna era stato il mantenimento di un equilibrio di potere, volto ad impedire che una singola nazionale ottenesse un predominio che avrebbe minacciato la sua posizione. Stando attenti ad evitare coinvolgimenti con le potenze continentali, i britannici lavoravano abilmente per metterle l’una contro l’altra. L’ascesa della potenza tedesca, però, costrinse la classe dominante britannica a concludere una serie di accordi, per quanto di carattere limitato, con i suoi due principali rivali coloniali, la Francia e la Russia.

La contraddizione tra le potenze imperialiste rivali si espresse con la formazione di blocchi e alleanze militari. Quando il Kaiser Gluglielmo II decise contro il rinnovo del trattato con la Russia, la Germania fu inevitabilmente spinta verso un’alleanza con il decadente Impero austro-ungarico, con il suo monarca senile, le sue maniere antiquate e i suoi problemi balcanici. All’alleanza si unì successivamente l’Italia, anch’essa ansiosa di acquisire territori e colonie. In risposta a questa mossa, nel 1894 la Francia e la Russia, che confinavano con la Germania a occidente e a oriente, formarono un’alleanza basata sul timore delle ambizioni espansioniste di Berlino.

Nel caso della Francia, questo timore si combinava con l’amaro risentimento dopo la sua umiliazione nazionale nella guerra franco-prussiana del 1870-1871. La Francia bruciava di spirito di rivalsa, desiderava recuperare i suoi territori perduti e cacciare le truppe tedesche dal suolo francese. Questo era il suo obiettivo immediato, ma in aggiunta lo stato maggiore era determinato ad abbattere la potenza tedesca e a conquistare alla Francia la Renania, con il pretesto di voler rafforzare le proprie difese. Le intenzioni voraci della classe dominante francese furono successivamente rivelate nel predatorio Trattato di Versailles.

Ciò nonostante, all’inizio del 1914 la prospettiva di una guerra pan-europea sembrava una possibilità remota. Tutti i leader delle grandi potenze parlavano di pace e della loro avversione per la guerra e la violenza. Ancora alla fine di giugno di quell’anno, le relazioni tra la Gran Bretagna e la Germania erano sufficientemente cordiali da far sì che la Royal Navy [la marina britannica, Ndt] si recasse a porgere omaggio alla flotta tedesca presso il porto di Kiel. Il governo di Londra era di gran lunga più preoccupato dal problema irlandese, che minacciava di trasformarsi in una guerra civile, piuttosto che dagli affari nei Balcani.

In Russia il governo era preoccupato da un’ondata di scioperi e manifestazioni operaie, uno dei motivi per cui il Kaiser tedesco riteneva improbabile che la Russia sarebbe entrata in guerra per l’invasione della Serbia. Tutti i governi giuravano solennemente sui sacri principi della legge internazionale, ma tutto questo era solo in superficie. Come l’ateniese Solone osservò correttamente, “la legge è come la tela del ragno: trattiene gli insetti piccoli, mentre i grandi trafiggono la tela e restano liberi”.

Non tutti rimasero sorpresi dagli eventi. Gli stati maggiori dei principali paesi belligeranti avevano da tempo previsto l’inevitabilità di un conflitto come questo – alcuni in trepidante attesa, altri con ansia e sgomento. Ma le loro previsioni fatalistiche erano di solito ignorate dai politici e dai diplomatici, che sapevano fin troppo bene che era nell’interesse dell’élite militare esagerare il pericolo di una guerra come espediente per scucire al governo grandi somme di denaro.

Proprio mentre i politicanti facevano discorsi sulla pace, i loro governi erano tutti indaffarati a costruire macchine da guerra sempre più formidabili. Il periodo precedente al 1914 fu testimone di una corsa al riarmo europea tale da far impallidire tutto quello che si era visto prima. La Germania e la Gran Bretagna gareggiavano tra loro a chi costruiva le navi da guerra migliori e più grandi. La Francia stava spendendo grandi somme di denaro nell’allestire fortificazioni lungo le frontiere, che si sarebbero rivelate inutili nel 1914 ed altrettanto inutili nel 1940. Anche i più piccoli Stati balcanici si stavano armando fino ai denti. La velocità sconcertante del susseguirsi degli avvenimenti dopo l’assassinio di Sarajevo, rivelò quanto fosse falso il miraggio rassicurante delle pace e della serenità. Nel giro di cinque settimane, l’Europa era in guerra.

 

“Mediazione”

All’inizio di agosto [del 1914, Ndt] ci fu un’intensa attività diplomatica, provocata principalmente dall’ansia della Gran Bretagna di evitare una guerra europea. I governanti britannici non avevano alcun interesse a una guerra, poiché il loro era già il paese più ricco con un impero che si estendeva su metà del globo. È questo a spiegare il fervido attaccamento alla pace di Sir Edward Grey [il ministro degli esteri britannico, Ndt]. Propose all’ambasciatore tedesco che, se Austria e Russia si fossero entrambe mobilitate, le altre potenze (Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia) avrebbero dovuto tentare di indurle a negoziare, prima che le reciproche frontiere venissero oltrepassate. Tuttavia, come sempre in diplomazia, quello che appare non coincide necessariamente con quello che è reale.

C’era una non piccola dose di ipocrisia nelle enunciazioni pacifiste britanniche. La rapida espansione della potenza militare della Germania e soprattutto la crescita allarmante della sua forza navale, ponevano una seria minaccia alla Gran Bretagna. Qualcosa doveva essere fatto per ridimensionare le ambizioni tedesche, ma la classe dominante britannica non era affatto ansiosa di essere coinvolta in una guerra sul continente europeo. Se una guerra ci doveva essere (e tutti gli indicatori puntavano chiaramente in quella direzione), sarebbe stato preferibile che altri sostenessero il peso dei combattimenti, mentre la Gran Bretagna rimaneva al di fuori del conflitto il più a lungo possibile. Questa era in buona sostanza il significato della politica di Sir Edward.

Grey, ora sempre più allarmato, richiese un urgente colloquio con l’ambasciatore tedesco. Precisando che la Gran Bretagna non sarebbe rimasta neutrale in una guerra che avesse coinvolto Francia e Germania, avvertì l’ambasciatore tedesco dell’urgente necessità di una mediazione per prevenire una guerra europea. Esortò la Germania a fare pressione sull’Austria per accettare la risposta serba all’ultimatum, a tentare di trattenerla “dal proseguire una… politica sconsiderata” volta a schiacciare la Serbia, che avrebbe sicuramente provocato un escalation fino ad un conflitto austro-russo. Per chiarire il concetto, il governo di Londra autorizzò l’erogazione dei fondi necessari all’immediata mobilitazione della flotta.

 

La Gran Bretagna e la Germania

Nel 1914 la Germania era la potenzia continentale più forte a livello economico, industriale, demografico e militare. Il paese più industrializzato in Europa, con un esercito e una flotta potenti, la Germania era una nazione giovane, vigorosa e in ascesa, che ambiva ad acquisire lo status di potenza mondiale. Il suo status attuale, però, di fronte alle antiche potenze europee, non era ancora del tutto commisurato al suo peso economico e militare.   

In un memorandum del Capodanno 1907, Sir Eyre Crowe, il principale esperto della Germania presso il ministero degli esteri britannico, formulò la questione approssimativamente in questi termini: il mondo appartiene ai forti; una nazione vigorosa non può permettere che la sua crescita sia ostacolata da una cieca adesione allo statu quo; era quindi stupido supporre che la Germania avrebbe rinunciato ad espandersi. I circoli dominanti a Londra non si facevano dunque alcuna illusione sul fatto che una guerra con la Germania potesse essere evitata.

Mentre il capitalismo tedesco era in ascesa, la Gran Bretagna stava entrando in una fase di relativo declino. Sazia grazie al saccheggio dei territori dell’Impero, la Gran Bretagna era straordinariamente prospera, ma le sue industrie venivano sempre di più surclassate da quelle della Germania e di altri concorrenti. Il suo vasto Impero globale era difficile da difendere e la sua enorme flotta era messa a dura prova. La sua quota di commercio mondiale era in declino, sebbene il valore delle sue esportazioni fosse accresciuto dal suo dominio nelle transazioni finanziarie e da imponenti investimenti esteri. La Gran Bretagna dipendeva dal commercio internazionale più di qualsiasi altra nazione.

Inizialmente la borghesia britannica era interessata a preservare la pace, vale a dire preservare lo statu quo. Tuttavia era nell’interesse dell’imperialismo britannico impedire che una singola potenza potesse conquistare l’egemonia. Per secoli la Gran Bretagna si era adoperata per mantenere un equilibrio di potere in Europa, per assicurarsi che nessun paese potesse ottenere il predominio sul continente europeo. La Germania del Kaiser stava diventando una minaccia per questo sistema.

Se la Francia fosse stata sconfitta, la Gran Bretagna si sarebbe trovata di fronte l’incubo di un continente dominato da un unico Stato, per giunta aggressivo. Nelle condizioni date, quindi, la Gran Bretagna avrebbe dovuto sostenere la Francia contro la Germania, per impedire che quest’ultima conquistasse una posizione dominante. Questo era il caposaldo della politica di Sir Edward Grey.

Per coprire questi cinici calcoli, il governo britannico formulava obiettivi di guerra “democratici”, avanzando l’idea di un qualche tipo di autodeterminazione per le nazionalità all’interno dell’Impero austroungarico e dell’Impero ottomano, in un tentativo di rivolgersi direttamente al popolo tedesco scavalcando il governo imperiale. Ma si trattava solo di una cortina fumogena. Il vero atteggiamento verso l’autodeterminazione venne dimostrato dai commenti del Manchester Guardian, per cui la cosa migliore da fare con la Serbia, se solo fosse stato possibile, era di rimorchiarla in mezzo al mare ed affondarla.

È interessante fare un paragone tra il carattere di Guglielmo e quello di Sir Edward Grey. È impressionante il contrasto tra l’imperturbabile, flemmatico e quasi soporifero Grey e il prepotente, arrogante e impulsivo Kaiser. Grey è stato criticato da molti storici per la sua apparente apatia e mancanza di iniziativa. In questa atmosfera di frenetica attività diplomatica e isteria, il governo britannico e il suo ministro degli esteri appaiono per tutto il tempo stranamente distaccati. Dopo l’assassinio di Sarajevo, il ministro degli esteri non manifestò alcun segno esteriore di allarme e se ne interessò solo marginalmente: solo un altro pasticcio nei Balcani che non ci deve riguardare, che presto si sgonfierà e così via.

Nelle settimane che portarono alla dichiarazione di guerra, Grey manovrò costantemente tra Francia, Germania, Russia e Austria, proponendo vari progetti di mediazione nel conflitto tra l’Austria-Ungheria e la Serbia e liquidando con risposte evasive le insistenti richieste dei francesi. Quasi fino all’ultimo minuto, il ministro degli esteri britannico dimostrò scarsa preoccupazione circa l’urgenza della situazione, adottando un atteggiamento attendista, apparentemente più interessato a cosa c’era per pranzo al suo club che ai piatti pepati che venivano preparati nei Balcani.

Questa indecisione apparentemente organica, che faceva infuriare allo stesso modo alleati, nemici e colleghi, poteva o meno essere parte integrante della sua personalità (ci sono alcune persone per cui i tentennamenti sono una seconda pelle), ma indubbiamente rispecchiava fedelmente gli interessi dell’imperialismo britannico. Nei fatti, le differenze di temperamento tra Guglielmo e Grey riflettevano le differenze tra la Gran Bretagna, un impero da lungo tempo costituito, e la Germania, il parvenu con una forte base industriale e un esercito e una flotta potenti, che era bloccato e frustrato da tutte le parti dai suoi rivali.

Quella che era in corso era una lotta tra due banditi per una spartizione del bottino più equa. Un bandito era già in possesso di metà del mondo e non voleva essere disturbato mentre godeva dei frutti della sua rapina. L’altro bandito era roso dall’invidia per la ricchezza del suo vicino e ambiva a mettere le mani su di essa. Non era nell’interesse dell’imperialismo britannico essere trascinato in una guerra terrestre in Europa, ma piuttosto lasciare che fossero altri a combatterla. Per la Germania, al contrario, una guerra con la Russia e con il suo alleato francese era non solo desiderabile, ma assolutamente necessaria. Ovviamente era preferibile tenere la Gran Bretagna fuori dal conflitto, ma se non fosse stato possibile, allora ci sarebbe stata guerra anche contro la Gran Bretagna.

Dietro la facciata dell’indifferenza, l’imperialismo britannico era impegnato in una complicata manovra, come venne messo in evidenza da Trotskij:

“La diplomazia inglese non uscì allo scoperto fin proprio al momento in cui scoppiò la guerra. Il governo dei finanzieri ebbe cura di non rilasciare alcuna dichiarazione esplicita della propria intenzione di entrare in guerra al fianco dell'Intesa per non spaventare il governo di Berlino. A Londra volevano la guerra. Ecco perché si comportarono in modo che Berlino e Vienna contassero sulla neutralità dell'Inghilterra, mentre Parigi e Pietrogrado confidavano fermamente sull'intervento dell'Inghilterra.

Maturata per decenni da tutto il corso degli avvenimenti, la guerra fu scatenata grazie alla provocazione diretta e deliberata della Gran Bretagna. Il governo inglese calcolò di offrire alla Russia e alla Francia quel tanto di appoggio da farle procedere finché, trovandosi queste ai limiti della resistenza, anche il nemico mortale dell'Inghilterra, la Germania, fosse paralizzato. Ma la potenza della macchina militare tedesca si rivelò troppo formidabile e non lasciò all'Inghilterra altra scelta che l'immediato intervento in guerra.

Il ruolo di tertius gaudens cui la Gran Bretagna, seguendo un'antica tradizione, aspirava, toccò agli Stati Uniti.” (L. Trotskij, Manifesto dell’Internazionale comunista per i lavoratori del mondo, 1919)

C’erano naturalmente divisioni all’interno dell’establishment britannico. In fin dei conti, la guerra è un affare dannatamente rischioso e negativo per il business. Dietro la maschera sorridente del pacifismo e delle gentili offerte di mediazione, però, c’era anche un elemento di calcolo freddo e cinico. Per dirlo senza mezzi termini, Londra non sarebbe stata troppo contrariata se la Germania avesse dato inizio a una guerra, purché quella guerra non avesse comportato un gravoso dispendio di sangue e denaro da parte della Gran Bretagna. Se i tedeschi e i francesi vogliono combattersi tra loro, lasciamoli fare, non sono affari nostri. Possiamo lasciarli combatter tra loro fino a quando non arriveranno a un punto morto, per poi intervenire all’ultimo momento e dettare i termini di pace, che naturalmente saranno a tutto vantaggio della Gran Bretagna.

In effetti poteva non essere una cattiva idea spingere gli altri in guerra e farlo prima che la flotta tedesca avesse completamente superato la Royal Navy. Da questo punto di vista, i tentennamenti di Sir Edward possono essere interpretati in maniera differente. Dando a Berlino l’impressione che la Gran Bretagna non avrebbe partecipato ad una guerra europea, stava nei fatti dando alla Germania via libera per lanciare un attacco contro la Francia. I britannici erano perfettamente a conoscenza dell’esistenza del Piano Schlieffen, con tutte le sue implicazioni. Nel 1905 il capo dello stato maggiore imperiale, il conte Alfred von Schlieffen, aveva elaborato un piano che si supponeva fosse la risposta della Germania al suo principale problema strategico: come combattere con successo una guerra su due fronti, contro la Francia in occidente e contro la Russia a oriente.

Il Piano Schlieffen prevedeva un massiccio attacco, attraverso i Paesi Bassi, in Francia settentrionale, che ci si aspettava avrebbe portato alla resa dei francesi nel giro di sei settimane. Dopodiché le truppe sarebbero state inviate a est per ferrovia per difendere la Prussia orientale contro “il rullo compressore russo”, che si riteneva sarebbe stato lento ad entrare in azione. Il piano Schlieffen veniva correttamente interpretato dai britannici sostanzialmente come “l’intenzione di violare la neutralità del Belgio”. Un’occupazione tedesca dei Paesi Bassi e dei porti della Manica avrebbe rappresentato una grave minaccia al dominio navale britannico. I continui tentennamenti di Londra aveva convinto i tedeschi che la Gran Bretagna non fosse pronta ad entrare in guerra per difendere la Francia. Fu un grave errore da parte loro, per il quale avrebbero pagato un prezzo molto alto.

Addentrandosi in questo complesso “nascondino” diplomatico, il cancelliere tedesco tentò di placare i timori di Londra promettendo che, in una guerra generale, la Germania non si sarebbe annessa alcun territorio francese in Europa, se in cambio la Gran Bretagna fosse rimasta neutrale nell’imminente conflitto. Ma si rifiutò di fornire alcuna assicurazione sul rispetto della neutralità del Belgio (che era una delle principali preoccupazioni della Gran Bretagna), chiarendo che dipendeva dalle “necessità militari” e, si sa, la necessità non conosce legge. Questa e tutte le altre questioni sarebbero state decise non dalla diplomazia e dai trattati, ma dallo stato maggiore in base al piano di guerra di Schlieffen.

Nonostante le ottimistiche previsioni di Schlieffen, lo stato maggiore non si faceva illusioni sulle implicazioni catastrofiche di una guerra. Il capo dello stato maggiore generale, von Moltke, un nipote del grande generale prussiano che aveva condotto la Germania alla vittoria sulla Francia nel 1870, avvertì che un’offensiva austriaca contro la Serbia avrebbe comportato una guerra con la Russia, in cui la Germania sarebbe stata trascinata con conseguenze fatali. Il che voleva dire una guerra europea “che avrebbe annientato la civilizzazione di quasi tutta l’Europa per i decenni a venire”, il che non era lontano dal vero. Ma il generale non si azzardava a spiegare come questa guerra avrebbe potuto essere evitata. In realtà, per quanto von Moltke e i suoi colleghi generali temessero la guerra, erano giunti alla conclusione che sarebbe stata inevitabile e di conseguenza l’opzione migliore per la Germania era quella di colpire per prima e colpire duro.

Alla fine il Piano Schlieffen venne messo in pratica, con alcune modifiche, nell’agosto del 1914 dal suo successore, Helmuth von Moltke, ma non si svolse come previsto dal suo autore. L’Olanda non fu invasa; più truppe di quelle che erano state inizialmente previste, vennero mantenute in Alsazia-Lorena per difenderla da un’offensiva francese; i britannici entrarono in guerra e 250.000 uomini furono dirottati in Prussia Orientale per aiutare a respingere un’avanzata russa inaspettatamente rapida. Ma stiamo anticipando troppo. In questa fase la guerra veniva ancora combattuta non con proiettili e baionette, ma con le note diplomatiche.

Le preoccupazioni riguardo il futuro non erano limitate solo a Londra, San Pietroburgo e Berlino. I diplomatici speravano che la guerra imminente potesse rimanere confinata entro i limiti di un piccolo conflitto nei Balcani, come era accaduto in passato. Bethmann-Hollweg, il cancelliere tedesco, suggerì agli austriaci di considerare l’accettazione delle proposte britanniche per una mediazione delle quattro potenze. Scrisse: “Dobbiamo urgentemente ed enfaticamente raccomandare all’attenzione del gabinetto di Vienna [il governo austriaco] l’accettazione della mediazione”.

I piani tedeschi erano seriamente intralciati dall’assillane preoccupazione che la Gran Bretagna avrebbe, dopo tutto, sostenuto la Russia e la Francia in una guerra. Bethmann-Hollweg consigliò quindi agli austriaci, in considerazione dell’opposizione della Gran Bretagna e del probabilmente mancato sostegno dell’Italia, di intraprendere solo misure “minime” contro la Serbia (l’occupazione di Belgrado, forse) ed evitare così una guerra più ampia tra le potenze.

L’idea della mediazione era piuttosto allettante per Berlino, poiché avrebbe dato alla Germania una voce importante nei futuri assetti europei. Gli austriaci avevano tuttavia altre idee e respinsero la proposta di Bethmann-Hollweg. I burattini stavano tirando i fili e rovinando i piani del burattinaio! Il cancelliere tedesco non nascose la sua irritazione: “Siamo pronti… ad adempiere ai nostri obblighi di alleati, ma dobbiamo rifiutare di lasciarci trascinare [dall’Austria] in una conflagrazione mondiale a cuor leggero e senza alcun riguardo per i nostri consigli.

Le cose avevano preso una piega molto seria – seria abbastanza da indurre il Kaiser ad interrompere la sua crociera in Scandinavia e tornare a Berlino. A preoccupare era particolarmente la posizione della Gran Bretagna, che Guglielmo e la sua moglie inglese speravano di tenere fuori dal conflitto. Il Kaiser era però stato informato di sviluppi allarmanti durante la sua assenza. La Gran Bretagna aveva deciso di concentrare la sua flotta nei suoi porti nazionali (in modo cioè che fosse pronta ad entrare in azione), il che era stato sufficiente per provocare il panico nella borsa valori tedesca.

A questo punto si verificò una rapida trasformazione in Guglielmo. Lo stesso uomo che aveva istigato gli austriaci a intraprendere un’azione decisiva contro i serbi e a schiacciarli una volta per tutte, ora iniziò ad avere dei ripensamenti, indubbiamente incoraggiati dal pensiero che la Germania avrebbe dovuto affrontare la flotta più potente del mondo. Dopo aver letto la risposta serba all’ultimatum austriaco, il Kaiser la interpretò come una capitolazione della Serbia nei confronti “dell’atteggiamento assolutamente intransigente” dell’Austria.

Il Kaiser propose che l’Austria “si fermasse a Belgrado” e cioè occupasse la capitale serba come mossa preliminare a negoziati tra Austria e Serbia. Tuttavia sembra più che probabile che questo fosse solo un tentativo di ingannare l’opinione pubblica internazionale e in particolare per tenere la Gran Bretagna fuori dalla guerra. Mentre pubblicamente parlava di mediazione, Bethmann-Hollweg chiedeva all’Austria di intraprendere un’azione rapida in assenza di una piena obbedienza da parte della Serbia. E dietro le quinte l’ambasciatore austriaco in Germania informò con discrezione Vienna che il governo tedesco non avrebbe sostenuto l’idea di Grey di una conferenza di mediazione:

“Qui si dà universalmente per certo che un’eventuale risposta negativa della Serbia sarà seguita da una dichiarazione di guerra [da parte dell’Austria]… [Il governo tedesco] ritiene che qualsiasi ritardo nell’inizio delle operazioni militari comporti il grande rischio di un’interferenza da parte di altre potenze. Il consiglio che ci danno senza indugio è di andare avanti e mettere il mondo di fronte ad un fatto compiuto… Il governo tedesco offre [all’Austria] le assicurazioni più vincolanti che in nessun modo si assocerà alle proposte (inglesi) per una mediazione; è anche decisamente contrario a che vengano prese in considerazione e le ha trasmesse solo in adempimento alla richiesta inglese.” [Secondo il capo di stato maggiore austriaco, sarebbero stati necessari 16 giorni prima che le operazioni potessero iniziare, ma sotto la pressione tedesca, fu deciso di dichiarare guerra il 28 luglio]

 

Il lupo e l’agnello

Alla fine gli urgenti appelli di Londra per una soluzione negoziata della questione balcanica furono respinti da Berlino. Il Kaiser annotò: “Sono futili, non aderiremo.” È dubbio che avesse mai pensato davvero di aderirvi. L’imperatore austriaco firmò l’ordine di mobilitazione. Quello che avrebbe ancora potuto evitare un’escalation era una totale capitolazione dei serbi alle richieste austriache. Fiduciosa del sostegno russo, tuttavia, Belgrado rifiutò di arrendersi. E anche se l’avessero fatto, questo non avrebbe evitato la guerra, ma avrebbe semplicemente portato a nuove pretese austriache, come il pagamento per i costi di mobilitazione. Situazioni di questo tipo sono frequenti quando una nazione potente sta cercando un pretesto per attaccare una vittima designata.

Il funzionamento della diplomazia, che cerca sempre di gettare sull’avversario la responsabilità della guerra, è stato ben descritto dal vecchio Esopo nella favola “Il lupo e l’agnello”:

“Un lupo che aveva visto un agnello intento a bere presso un fiume volle divorarlo, accampando una motivazione che fosse plausibile. Perciò, nonostante si trovasse più a monte, prese ad accusare l'agnello dicendo che gl'intorbidiva l'acqua, impedendogli di bere. Ma l'agnello rispose che stava bevendo a fior di labbra e che peraltro, trovandosi più a valle, non poteva sporcare l'acqua a lui. Il lupo allora, visto fallire il pretesto addotto, disse: ‘Però l'anno scorso tu offendesti mio padre!’ E come l'agnello gli ebbe risposto che a quell'epoca non era ancora nato, gli fece il lupo: ‘Guarda che, pure se hai facili gli argomenti per scagionarti, non per questo rinuncerò a mangiarti’.”

La morale è: il tiranno troverà sempre un pretesto per la sua tirannia. E anche in questo caso era così. Incoraggiata dalle rassicurazioni di Berlino, il 28 luglio alle 18.00, l’Austria dichiarò guerra alla Serbia. Il giorno dopo l’artiglieria austriaca iniziò il bombardamento di Belgrado al di là del Danubio. La guerra era stata iniziata prima rispetto alla data pianificata del 12 agosto, a quanto pare su pressione di Berlino.

Questo sembra confermare il sospetto che Bethmann-Hollweg stesse facendo il doppio gioco, fingendo di cooperare con la Russia e la Gran Bretagna sulla questione della mediazione e allo stesso tempo spingendo l’Austria ad iniziare le ostilità. Da questo punto di vista può non essere stato casuale che le proposte del Kaiser non siano state inoltrate a Vienna fino al giorno dopo che la guerra era stata dichiarata. In ogni caso tutti questi andirivieni diplomatici erano irrilevanti, poiché l’Austria avrebbe dichiarato guerra in ogni caso. Come sempre, l’obiettivo della diplomazia è di presentare l’avversario come il responsabile della propria aggressione, che deve sempre sembrare abbia un carattere difensivo.

Bethmann-Hollweg svelò il suo gioco quando inviò la seguente direttiva all’ambasciatore tedesco a Vienna:

“È imperativo che la responsabilità per l’eventuale estensione della guerra tra quelle nazioni che all’inizio non erano immediatamente coinvolte, ricada in tutti i casi sulla Russia… deve evitare molto attentamente di dare l’impressione che noi intendiamo trattenere l’Austria. Il problema è solo quello di trovare un modo per realizzare l’obiettivo dell’Austria di recidere il cordone vitale della propaganda sulla Grande Serbia, senza allo stesso tempo portare ad una guerra mondiale, e, se questa alla fine non potrà essere evitata, di migliorare le condizioni in cui ci troveremo a condurla…”

Le forze austro-ungariche insegnarono ai serbi una meravigliosa lezione sui valori della civilizzazione. Questi eroi massacrarono, saccheggiarono e stuprarono a piacimento, bruciando villaggi, impiccando contadini e tagliando la gola a uomini, donne e bambini senza distinzione. Ma non manifestarono lo stesso eroismo quando si trovarono di fronte all’esercito serbo. Gli austriaci pensavano che l’invasione della Serbia sarebbe stata un’impresa semplice, ma si erano sbagliati. Furono completamente battuti e ricacciati al di là della frontiera in una rotta disordinata. Ma a questo punto gli echi della guerra si stavano riverberando a San Pietroburgo e Berlino