di Alan Woods


I vietnamiti la chiamano "Chien Tranh Chong My Curu Nuoc" o “la guerra contro gli americani per la salvezza della nazione”. Nel corso di questa guerra circa 58.000 soldati americani furono uccisi in combattimento e circa 304.000 rimasero feriti. Queste cifre sembrano però insignificanti di fronte alle terribili perdite sofferte dai vietnamiti. Quasi 1.400.000 vietnamiti del Nord e del Sud furono uccisi nel corso di azioni militari.

A questi si devono aggiungere  2.100.000 feriti. E’ stata una delle guerre più sanguinose nella storia e ciò che colpisce è il numero particolarmente elevato di perdite tra i civili. Il numero complessivo di vietnamiti uccisi in questo conflitto non sarà mai conosciuto ma è, probabilmente, non inferiore ai 3 milioni e il numero totale di perdite non inferiore agli 8 milioni.

Il numero dei soldati americani in Vietnam crebbe da 23.000 nel 1963 a 184.000 nel 1966. Nel gennaio 1969 il numero totale dei soldati Usa in Vietnam raggiunse il suo picco:  542.000. Ciò nonostante l’Esercito Usa non fu in grado di sottomettere il Vietnam. Quella fu la prima volta nella storia in cui gli Usa furono sconfitti in una guerra (la Corea fu un pareggio).

Nell’agosto 1963 il nuovo presidente, Lyndon B. Johnson, ordinò il primo bombardamento sul Vietnam del Nord, l’operazione "Rolling Thunder" (“rombo di tuono”). Lo scopo era quello di spezzare la volontà dei vietnamiti di combattere, attraverso “sorpresa e terrore”. Il numero delle bombe lanciate sul Vietnam nel corso di questa sola campagna è superiore al totale delle bombe sganciate durante l’intera seconda guerra mondiale: pressappoco l’equivalente di 15 chilogrammi di bombe per ogni uomo, donna e bambino in Vietnam. Le armi chimiche defoliarono il 10% della superficie del paese. 

Ma il numero dei morti e dei feriti non racconta l’intera vicenda. Il paese fu devastato da anni di bombardamenti a tappeto. Migliaia di chilometri quadrati furono devastati. Miliardi di dollari sprecati. Migliaia di acri di foresta furono distrutti col lancio di veleni chimici da parte delle forze aeree statunitensi (“defolianti”). Fu in tutto e per tutto una guerra chimica. Molti soldati americani svilupparono gravi malattie a causa del contatto con questi agenti chimici. Ma per un gran numero di vietnamiti questo ha significato generazioni di bambini nati con malformazioni, aborti spontanei, tumori e ogni tipo di malattie terribili.

 
Le origini della guerra

Le origini della guerra del Vietnam affondano le radici nella lunga e dura lotta del popolo vietnamita contro il dominio coloniale francese. Nel 1932 il fantoccio Bao Dai tornò dalla Francia per governare come imperatore del Vietnam sotto i francesi. Ho Chi Minh e i suoi seguaci avevano fondato il Partito Comunista dell’Indocina nel 1930. Il suo scopo principale era quello di combattere contro il dominio coloniale francese ed ebbe sempre al suo interno un forte elemento di nazionalismo. Come in Cina, la lotta per l’emancipazione sociale era inseparabilmente connessa alla lotta per la liberazione dal dominio straniero.

La seconda guerra mondiale rimescolò le carte. Nel settembre 1940 le truppe giapponesi occuparono l’Indocina, consentendo però ai francesi di proseguire la loro amministrazione coloniale. L’avanzata giapponese nella parte meridionale del Vietnam nel luglio 1941 provocò in tutta risposta un embargo del petrolio da parte di Usa e Gran Bretagna. La conseguente penuria di carburante spinse il Giappone a rischiare la guerra contro gli Usa e la Gran Bretagna. Il risultato fu Pearl Harbour e la dichiarazione di guerra da parte degli Usa.

La politica degli Usa era dettata dalla loro ambizione di dominare l’Asia e il Pacifico. Questo obiettivo strategico comportava che non solo il Giappone, ma anche tutte le vecchie potenze imperialiste (Gran Bretagna e Francia) dovessero essere messe da parte. La politica di Washington dopo il 1945 fu guidata da questo obiettivo e questa è la ragione dell’apparente amicizia di Washington verso Ho Chi Minh in quel periodo. Di fatto gli americani contribuirono a salvargli la vita. Nel 1945 l’OSS (l’antesignano della CIA) paracadutò un team nella sua base in mezzo alla giungla nel Vietnam del Nord per curare Ho, che era gravemente affetto da malaria e altre malattie tropicali.

Nell’agosto del 1945 i giapponesi si arresero e i colonialisti francesi tornarono a reclamare i loro vecchi possedimenti. I vietnamiti resistettero e cominciò un lungo periodo di lotta anti-coloniale. Ho Chi Minh costituì il Viet Minh, un esercito guerrigliero,  che rovesciò Bao Dai nel corso di un sollevamento generale. Il 2 settembre 1945 Ho Chi Minh dichiarò l’indipendenza del Vietnam dopo 80 anni di colonialismo sotto la Francia  e stabilì ad Hanoi la Repubblica Democratica del Vietnam. Ho Chi Minh tentò di negoziare la fine del  governo coloniale con la Francia, ma senza successo. L’imperialismo francese non aveva intenzione di rinunciare al Vietnam. Cominciò una lotta aspra, durante la quale il paese venne diviso tra nord e sud. L’esercito francese bombardò il porto di Haiphong, uccidendo più di 6.000 civili vietnamiti, dando così inizio alla guerra aperta  tra Francia e Viet Minh.

A quel tempo la Guerra Fredda tra Usa e Russia era già cominciata. La rivoluzione cinese aveva messo in guardia gli Usa contro il pericolo del “comunismo” in Asia. Washington, quindi, riconobbe la legittimità del regime di Bao Dai e iniziò a finanziare i francesi in Vietnam. D’altra parte Mao, avendo vinto la guerra civile nel 1949, iniziò a fornire armi al Viet Minh. A conti fatti, gli Usa sostenevano metà dei costi dello sforzo bellico francese in Vietnam, ma senza alcun risultato. Gli imperialisti francesi vennero sconfitti in modo decisivo nella celebre battaglia di Dien Bien Phu il 7 Maggio 1954. Nonostante il sostanzioso sostegno americano, alla fine i francesi persero il controllo della loro colonia vietnamita. Subirono una sconfitta umiliante da parte dell’esercito di Vo Nguyen Giap, il comandante supremo del Viet Minh. Successivamente Giap avrebbe commentato:

La campagna di Dien Bien Phu fu una grossa vittoria. Per la prima volta una nazione povera e feudale aveva sconfitto una grande potenza coloniale, che possedeva un’industria moderna e un esercito numeroso. La vittoria significò molto, non solo per noi, ma per i popoli di tutto il mondo.”

 

expo dien Bien Phu

I Viet Minh piantano la loro bandiera sul quartier generale francese a Dien Bien Phu.

 

Si era così conclusa la guerra franco-indocinese. Dopo la sconfitta umiliante di Dien Bien Phu, i francesi furono costretti a lasciare il Vietnam dopo un secolo di dominio coloniale. La Conferenza di Ginevra sull’Indocina proclamò la creazione di una zona demilitarizzata lungo 17° parallelo, con il Nord governato dagli stalinisti vietnamiti e il Sud sotto il governo di Ngo Dinh Diem.

La divisione in due del paese era considerata temporanea. Il partito comunista vietnamita avrebbe facilmente potuto prendere il potere dopo Dien Bien Phu. Ma Stalin, temendo un conflitto diretto con gli Usa, fece pressione su Ho Chi Minh perché accettasse un accordo in base al quale agli stalinisti sarebbe stata assegnata la parte nord del paese e la parte sud alla Francia, fino a che non si fossero tenute elezioni generali per decidere chi avrebbe governato l’intero paese.


L’inizio dell’intervento Usa

La Francia fu sostituita dagli Stati Uniti. L’imperialismo Usa aveva cominciato ad intervenire in Vietnam già negli anni 50’. Nel giugno del 1954 la CIA stabilì una missione militare a Saigon. Lo stesso anno Bao Dai nominò Ngo Dinh Diem, il futuro dittatore, come primo ministro del suo governo. Il nuovo regime nel Vietnam del Nord si plasmò sul modello dei regimi stalinisti in Cina e in Russia. I nord-vietnamiti intrapresero una politica di radicali riforme agrarie. I grandi proprietari terrieri vennero espropriati e imprigionati. Tutto questo era inaccettabile per Washington, che si era imbarcata in uno scontro planetario contro il “comunismo”.

Era stato concordato che le elezioni generali nel paese si sarebbero tenute nel 1956. Tuttavia l’America si oppose a queste elezioni, che così non ebbero mai luogo. Nel suo libro Mandate for change, il presidente Eisenhower successivamente affermò che Ho Chi Minh avrebbe ottenuto l’80% dei voti se si fossero svolte elezioni libere. Il generale Andrew Goodpastor, assistente del Presidente Eisenhower, dichiarò:

Si percepiva che le elezioni non sarebbero state affatto libere, nel Nord in particolare. Va detto che questa era solo una parte della verità. L’altra era la sensazione che, anche se si fossero tenute elezioni libere, sarebbero state molto probabilmente dominate dai comunisti, che avrebbero così preso il controllo.”  

Questa dichiarazione esprime con ammirabile chiarezza la concezione della democrazia promossa dall’imperialismo Usa. Le elezioni sono buona cosa, ma solo finche servono ad eleggere un governo amichevole verso gli Stati Uniti, altrimenti non sono affatto consigliabili. Questa è stata la filosofia di Washington da sempre. Dopo aver deliberatamente spaccato il paese a metà, gli Stati Uniti supportarono la crudele dittatura del presidente Diem, un fanatico anti-comunista, nel Vietnam del Sud. Diem soppresse brutalmente ogni opposizione, ciò nonostante Washington continuò a legittimarlo come un “democratico”.

La decisione di non svolgere le elezioni portò inevitabilmente alla guerra. Gli americani pomparono una gran quantità di risorse economiche e militari nel Vietnam del Sud con lo scopo di creare uno Stato fantoccio, come stanno facendo oggi in Iraq. In conseguenza del sostegno americano, i generali sud-vietnamiti diventarono troppo baldanzosi e decisero di attaccare il Vietnam del Nord. Nel 1956 iniziarono i combattimenti tra il Nord e il Sud. Le prime perdite americane in combattimento si verificarono nel 1959, quando i guerriglieri vietnamiti attaccarono l’accampamento di Bien Hoa, uccidendo due militari statunitensi. Ma questi scontri erano solo un piccolo anticipo di quello che sarebbe successo nel decennio successivo. 

Nel 1960 il Fronte di Liberazione Nazionale (noto ai suoi nemici come “Viet Cong”) venne fondato ad Hanoi con lo scopo di combattere Diem e unificare il paese. L’FLN era sostenuto da Mosca e i suoi combattenti ottennero una serie di successi nelle campagne del Sud. Allo scopo di isolare la guerriglia dai contadini, le truppe di Diem bruciarono e rasero al suolo interi villaggi. Gli abitanti vennero trasferiti in “villaggi strategici” fortificati, costruiti sotto la supervisione di consiglieri militari americani. Questa politica, portata avanti con metodi brutali e coercitivi, era estremamente impopolare tra i contadini, che andarono ad ingrossare le fila dei guerriglieri. 

Le ragioni per cui gli Usa vennero coinvolti in Vietnam non avevano nulla a che fare con la “democrazia”, come dimostrano chiaramente le loro azioni, dettate dalla tutela di interessi imperialisti e da esigenze strategiche come quella di contenere Russia e Cina e fermare l’avanzata del “comunismo” in Asia. Già il 4 aprile 1954 venne pubblicato sullo U.S. News and World Report l’articolo “Perché gli Usa stanno rischiando un guerra in Indocina”, in cui si affermava:

Il vincitore in Indocina conquisterà una delle più ricche aree del mondo. E’ questo che c’è dietro al crescente interesse degli Usa… stagno, gomma, riso, materie prime strategicamente fondamentali sono le vere ragioni di questa guerra. Gli Usa considerano quest’area come una di quelle su cui mantenere assolutamente il controllo, con ogni mezzo necessario.

A Washington cresceva la paura che il Vietnam potesse cadere, causando un “effetto domino” in tutta l’Asia. Robert McNamara, segretario alla Difesa Usa a quei tempi, spiegò:

L’obiettivo era evitare di far cadere le tessere del domino. La perdita del Vietnam avrebbe causato la perdita del Sud-est asiatico e plausibilmente anche la perdita dell’India, rafforzando la posizione della Cina e dell’Unione Sovietica nel mondo.

Nel 1961 venne eletto come presidente John F. Kennedy. Essendo un democratico, alcuni ritenevano che avrebbe favorito una politica estera più pacifica. Oggi è diventato di moda dipingere Kennedy come un progressista e un uomo di pace. Tutto questo è però in palese contraddizione coi fatti. Ad un anno dalla sua elezione approvò l’invasione di Cuba, che si concluse con il fiasco della Baia dei Porci. Scottato dalle conseguenze di questa umiliazione, Kennedy cercò di mostrare la forza dell’imperialismo Usa in Asia.

Nelle prime fasi il coinvolgimento militare degli Stati Uniti in Vietnam fu estremamente limitato e cauto. Cominciò con l’invio di consiglieri militari, che dovevano limitarsi ad addestrare alla contro-insurrezione l’esercito del Vietnam del Sud – ad ogni modo il presidente Kennedy aveva dichiarato che avrebbero risposto al fuoco se attaccati. Questi consiglieri incoraggiarono l’uso di metodi brutali contro gli insorti, metodi nei quali le truppe di Diem erano già decisamente competenti. La violenza è infatti l’arma abituale usata per sostenere un regime brutale e impopolare contro il suo stesso popolo. Tutto ciò era giustificato da Washington con il consueto cinismo. In un discorso del 23 Maggio 1962, Robert McNamara dichiarò:

Gli atti di governo del presidente Diem sono stati definiti autoritari e forse in un certo senso lo sono stati, ma quando ci si rende conto del caos che fronteggiato, dell’anarchia completa che esisteva in quel paese, è concepibile che metodi autoritari dentro una cornice democratica siano necessari per restaurare l’ordine.”

Questi “metodi autoritari dentro una cornice democratica” non erano però così popolari a Saigon come lo erano a Washington. C’era un’opposizione crescente. Gli oppositori sud-vietnamiti organizzarono un ondata di proteste. Nell’estate del 1963 alcuni monaci buddisti si immolarono dandosi fuoco, in protesta contro l’intolleranza religiosa di Diem. Il malcontento si diffuse anche nei vertici dell’esercito, dove un gruppo di generali progettò un golpe contro Diem. Washington era informata di tutto il piano, ma non fece niente per fermarlo, sperando che a Saigon si potesse insediare un governo filo-americano più forte. Era chiaro a Washington che l’esercito del Vietnam del Sud non poteva sconfiggere la guerriglia e questo costrinse l’America a lanciare un intervento militare diretto in Vietnam. Come oggi in Iraq, gli imperialisti erano troppo sicuri di sé. Secondo McNamara, ci si aspettava di ritirare i 16.000 consiglieri militari entro la fine del 1965,  e che il primo scaglione del ritiro fosse completato nel giro di 90 giorni, entro il dicembre 1963. Non per la prima e nemmeno per l’ultima volta, gli imperialisti avevano sbagliato di gran lunga i loro calcoli. 

Il 1° novembre 1963 il governo fu rovesciato da un gruppo di generali dissidenti. Diem fu assassinato dai suoi stessi soldati. La popolazione di Saigon si riversò per le strade a festeggiare la caduta di Diem. Tre settimane dopo l’assassinio di Diem, lo stesso presidente Kennedy sarebbe stato ucciso. Il suo sostituto, Lyndon Johnson, era un feroce anti-comunista e, come Kennedy, assolutamente favorevole a proseguire la guerra in Vietnam. L’intervento militare diretto dell’America in Vietnam iniziò quello stesso anno con l’intento  dichiarato di impedire che il Sud cadesse nelle mani dei “comunisti”. In agosto Lyndon Johnson, che aveva assunto la presidenza a seguito dell’assassinio, ordinò i primi bombardamento aerei nel Nord.


L’incidente del Golfo del Tonchino

Il 4 maggio 1964 venne imposto un embargo commerciale contro il Vietnam del Nord, che significò un notevole passo avanti nelle ostilità. Spesso si dice che i blocchi commerciali rappresentano una valida alternativa alla guerra, ma di fatto un embargo commerciale, se è efficace, conduce necessariamente alla guerra. Questa non fu un’eccezione. 

Nel Vietnam del Sud l’FLN poteva contare ormai su 170.000 uomini e donne sul campo, che erano in grado di operare attraverso la gran parte del paese. Riuscivano persino a sferrare attacchi nel cuore di Saigon ogni volta che lo volevano. Tran Bach Dang, un attivista del FLN a Saigon, ha ricordato:

La popolazione reagiva. Volevamo stabilire contatti con le persone e guidarle. Il movimento di protesta di studenti e intellettuali, inclusi cattolici e buddisti, era diffuso ovunque. Quando vedevano che i nostri metodi erano efficaci, si univano a noi.”

Il marciume del regime borghese di Saigon era sotto gli occhi di tutti. Il governo era in un costante stato di crisi. Ad un golpe ne seguiva un altro. L’ininterrotto andirivieni di ministri, ognuno corrotto e impopolare  come il precedente, era un chiaro sintomo dell’empasse del regime che, senza il supporto degli Stati Uniti, non sarebbe durato nemmeno una settimana.

Johnson aumentò la presenza militare degli Usa in Vietnam. Mandò il Generale William Westmoreland, un veterano della guerra di Corea e della seconda guerra mondiale, ad assumere il comando delle operazioni militari. Johnson era determinato a portare l’intervento militare americano in Vietnam ad un livello qualitativamente superiore. Ma per convincere l’opinione pubblica statunitense della necessità di un’azione drastica nel Sud Est Asiatico, Johnson aveva bisogno di un scusa. La trovò nel cosiddetto incidente del Golfo del Tonchino, che servì allo stesso scopo di Pearl Harbour o dell’11 Settembre, rappresentando cioè un casus belli, un pretesto per la guerra.

Nell’agosto 1964 un cacciatorpediniere americano, il Maddox, di pattuglia nel golfo di Tonchino, ingaggiò uno scontro a fuoco con alcune torpediniere nord-vietnamite. Il presidente Johnson diede   ordine che, in caso di un improvviso attacco ad una nave statunitense in acque internazionali, si dovesse rispondere al fuoco distruggendo le unità attaccanti. Due giorni dopo il capitano della nave pensò di essere nuovamente sotto attacco, ma uno dei piloti dell’aviazione non ne era così sicuro. In un’intervista televisiva, il vice-ammiraglio James Stockdale, che era stato pilota nel Tonchino, fece la seguente dichiarazione:

Bene, sono stato sopra quella… quelle cacciatorpediniere per più di un ora e mezza, al di sotto dei mille piedi e a luci spente, guardando tutto quello che facevano. Potevo sentirli chiacchierare alla radio, il Maddox e il Joy, sembrava avessero captato alcuni segnali radar intermittenti. Decisi di prendermi la briga di andare dove pensavano ci fosse la nave nemica per cercare di distruggerla, se non lo avessero fatto loro. Ma fu inutile … andai laggiù e non c’era nulla.

Negando l’evidenza, il Pentagono continuò ad insistere sul fatto che ci fosse stato un secondo attacco. Il 5 agosto 1964, il segretario alla Difesa Usa dichiarò: 

In risposta a questo attacco gratuito in mare aperto, le nostre forze hanno colpito le basi usate dalle pattuglie navali nord-vietnamite.

 

President Lyndon B. Johnson signs Gulf of Tonkin resolution NARA 192484

Il Presidente Lindon Johnson firma la risoluzione del Golfo di Tonchino. 

 

Si era trattato di una chiara provocazione. Non c’era stato alcun attacco vietnamita alle navi da guerra statunitensi. Ma Johnson aveva usato l’incidente del Golfo del Tonchino per far passare al Congresso una risoluzione che consentisse al presidente di muovere guerra al Vietnam. Il 7 agosto 1964 il Congresso approvò la Risoluzione del Golfo del Tonchino, che permetteva al Presidente di prendere ogni misura necessaria a respingere ulteriori attacchi e di fornire assistenza militare a ciascuno dei paesi membri del SEATO (Organizzazione del Trattato del Sud Est Asiatico). Gli unici voti contrari furono quelli dei senatori Wayne L. Morse dell’Oregon ed Ernest Gruening dell’Alaska. Il presidente Johnson ordinò il bombardamento del Vietnam del Nord. Tra l’8 e il 9 Marzo del 1965 le prime truppe da combattimento americane giunsero in Vietnam.


Mosca e Pechino

La guerra fu una lotta che vide da una parte la più potente e ricca nazione al mondo e dall’altra un esercito di guerriglieri scalzi, armati con rimasugli di armi della seconda guerra mondiale. Il Vietnam del Nord era un paese povero e agricolo, praticamente senza industrie. Ho Chi Minh fu perciò obbligato a chiedere aiuto alla Cina e all’Unione Sovietica. Mosca accettò di incrementare gli aiuti militari ai nord-vietnamiti. Tre settimane dopo che i marines erano sbarcati, le forze dell’FLN bombardarono l’ambasciata americana a Saigon. Johnson incolpò la Cina per questi attacchi. Il 13 maggio 1965 disse:

Il loro [dei cinesi] obiettivo non è semplicemente il Vietnam del Sud, è l’Asia. Il loro obiettivo non è la realizzazione del nazionalismo vietnamita, è di erodere e screditare la capacità dell’America di aiutare a prevenire la dominazione della Cina sull’intera Asia.

Non esisteva uno straccio di prova a sostegno di questa accusa. E’ un dato di fatto che allora era l’Unione Sovietica, e non la Cina, a fornire la maggior parte degli aiuti ai Vietnamiti. I piloti nord-vietnamiti venivano addestrati in Unione Sovietica, che inoltre forniva denaro ed armi ad Hanoi. Mosca stava cercando in questo modo di rafforzare la propria posizione in Asia a discapito degli Usa e allo stesso tempo era ansiosa di impedire che il Vietnam cadesse nella sfera di influenza della Cina. Era questo il periodo della spaccatura sino-sovietica, che vedeva le due burocrazie staliniste rivali confrontarsi e contendersi l’egemonia nel movimento “comunista” mondiale.

L’Unione Sovietica forniva aiuti considerevoli al Vietnam del Nord. Mosca inviava missili e più di mille consulenti militari sovietici collaboravano alla difesa aerea contro gli Americani. Era questo un fattore che limitava seriamente la possibilità di un’aggressione Usa contro il Nord. Tuttavia l’entità di questi aiuti era influenzata negativamente dalle tensioni crescenti fra le burocrazie russa e cinese, che erano impegnate in una dura lotta dettata dai reciproci e angusti interessi nazionalisti. Fyodor Mochulski, il vice-ambasciatore sovietico in Cina, ha commentato:

I cinesi pretendevano che noi consegnassimo tutti gli equipaggiamenti militari per il Vietnam al confine sovietico-cinese e che fosse poi la Cina a trasferirli a sua volta ai vietnamiti. Scoprimmo solo più tardi che i cinesi non consegnavano tutto e si tenevano una parte dell’equipaggiamento.”

Questa versione è confermata da Igor Yershov, consulente militare sovietico in Vietnam:

“Quello che mi sorprendeva era che potevamo mandare i missili anti-aerei più avanzati in Egitto, un paese capitalista, ma non in Vietnam perché, secondo quanto ci riferivano abitualmente i nostri comandanti, c’era il rischio che cadessero nelle mani dei cinesi.


L’Operazione “Rolling Thunder”

Nel marzo del 1965 le prime truppe di terra americane sbarcarono a Da Nang. Il primo scontro militare di una certa rilevanza tra forze statunitensi e nord-vietnamite avvenne tra il 14 e il 16 Novembre 1965. Gli Usa venivano inesorabilmente risucchiati in una grande guerra combattuta sul continente asiatico. Così come Bush all’inizio dell’invasione dell’Iraq, Johnson e i suoi generali soffrivano di manie di grandezza. Fecero l’errore di sopravvalutare la loro forza e di sottostimare quella del nemico. Immaginavano che la sola apparizione dei marines americani in Vietnam potesse terrorizzare il nemico e costringerlo alla resa. Fu un grave errore. La valutazione ottimistica di Johnson della situazione nel Vietnam del Sud – che ricorda da vicino  quella di George W. Bush sull’Iraq – venne rapidamente smentita dagli eventi. La situazione militare peggiorava giorno dopo giorno. 

In giugno un avamposto militare a Dong Suay venne distrutto. Un reggimento d’élite sud-vietnamita fu decimato e ci furono molte perdite civili. McNamara tornò in Vietnam per valutare l’andamento della guerra. Una semplice occhiata alla situazione fu sufficiente per convincerlo che, senza l’impiego di una massiccia forza militare americana, il governo fantoccio del Vietnam del Sud era condannato. Il generale Westmoreland era spaventato dalla possibilità che il Vietnam del Sud potesse essere tagliato in due. La prima grande battaglia della guerra fu combattuta nella valle di Ia Drang negli altopiani centrali. Essa dimostrò le grandi capacità di combattimento dei vietnamiti. Gli americani sconfissero i nord-vietnamiti a Ia Drang, ma le perdite furono pesanti: 2.000 soldati nord-vietnamiti e 300 soldati di élite della fanteria americana furono uccisi in battaglia. Il Generale Vo Nguyen Giap, comandante in capo delle forze nord-vietnamite, commentò:

La battaglia di la Drang fu la nostra prima grande vittoria. Arrivammo alla conclusione che potevamo combattere gli americani e vincere. La chiave era quella di costringere gli americani a combattere nel modo che noi volevamo, cioè corpo a corpo.

Le forze dell’FLN lanciarono un attacco alla base aerea di Pleiku, durante il quale otto americani furono uccisi e più di un centinaio rimasero feriti. Johnson rispose lanciando l’operazione “Rolling Thunder”, una massiccia campagna di bombardamenti contro il Nord. Sperava che questo avrebbe risollevato il morale dei sud-vietnamiti e costretto Ho Chi Minh al tavolo dei negoziati. Il Nord stava sostenendo le forze della guerriglia nel Sud attraverso il famoso “sentiero di Ho Chi Minh”. Questo complesso intreccio di piste collegava il Nord al Sud attraverso l’impenetrabile giungla del Vietnam Centrale, del Laos e della Cambogia. I vietnamiti, mostrando un grande coraggio, portavano rifornimenti lungo queste strade giorno e notte, cambiando costantemente i loro percorsi per tenersi alla larga dal nemico. Uno dei trasportatori del Sentiero, Kim Nuoc Quang, ha ricordato le condizioni di estremo pericolo nelle quali operava:

Una notte contammo 14 cannoni che sparavano, illuminando tutto il cielo con le loro esplosioni. Sembravano i fuochi d’artificio nella notte ad Hanoi. Avanzavamo costantemente attraverso le pallottole e il fumo”.

 

rolling thunder

Caccia americani in azione durante l'operazione "Rolling Thunder".

 

Fu l’incapacità dell’esercito Usa di infliggere una decisiva sconfitta terrestre ai vietnamiti che indusse Johnson a intraprendere il bombardamento massiccio del Nord, sebbene di tanto in tanto lo facesse cessare per “incoraggiare” i nord-vietnamiti a negoziare. Tutti questi stratagemmi però fallirono e la guerra continuò.

Tutta la storia dimostra che con i soli bombardamenti non si può vincere una guerra. I bombardamenti di Hitler sulle città britanniche non costrinsero gli inglesi ad arrendersi, ma anzi aumentarono solamente l’odio e la rabbia della popolazione contro la Germania nazista. Lo stesso processo accadde nel Vietnam del Nord. Alla fine, come era prevedibile, gli Usa furono costretti a impegnare un gran numero di truppe di terra per impedire il collasso del regime fantoccio di Saigon, che altrimenti sarebbe andato incontro ad una fine scontata. Come dichiarò McNamara:

Divenne sempre più chiaro che il presidente Johnson doveva scegliere tra perdere il Vietnam del Sud o cercare di salvarlo inviando le forze militari Usa e impiegandole maggiormente nelle missioni di combattimento”.


La guerriglia

Abbastanza presto gli americani abbandonarono l’idea di limitarsi a difendere il territorio e invece usarono la loro superiore mobilità per lanciare le cosiddette missioni di ricerca e distruzione. Queste si lasciavano dietro una scia sanguinosa di morte e distruzione, di villaggi bruciati, di contadini morti e di bestiame ucciso. Le forze che dichiaravano di voler “salvare” il Vietnam del Sud, lo stavano sistematicamente distruggendo. Il che, lungi dall’indebolire le forze della guerriglia, serviva solo a rafforzarle. Questo discorso vale anche per l’Iraq. 

Il leader rivoluzionario francese Robespierre una volta disse che nessuno ama i missionari con le baionette. Ai soldati americani veniva detto che andavano nel Vietnam del Sud per combattere il comunismo, così come ai soldati americani oggi viene detto che sono inviati in Iraq per combattere per la democrazia. Ma come oggi in Iraq, così in Vietnam i soldati americani incontrarono l’ostilità da parte di quelli che si supponeva stessero aiutando. 

Mao disse che la guerriglia deve imparare a nuotare tra la popolazione come un pesce nell’acqua. Il sostegno della popolazione è la prima e più importante condizione per il successo della guerriglia. E’ nella natura stessa della guerriglia che sia difficile distinguere tra combattenti e non combattenti. I guerriglieri colpiscono all’improvviso e poi si mescolano tra la popolazione. Come in Iraq, così anche in Vietnam, per le truppe americane era impossibile distinguere chi, tra i vietnamiti, fosse amico o nemico. Così si creano sempre le condizioni per abusi e atrocità contro la popolazione civile, il che a sua volta spinge la popolazione ancora più fortemente nelle braccia della guerriglia. 

Ogni esercito è composto da elementi contraddittori, come la società stessa. La casta degli ufficiali deve mantenere la disciplina e tenere alta la predisposizione ad uccidere tra le truppe. Nelle condizioni concrete della guerriglia, dove le linee del fronte sono confuse e i nemici sono mescolati alla popolazione, le truppe devono essere assuefatte all’idea di uccidere dei civili. Alle truppe americane in Vietnam veniva detto di non preoccuparsi troppo di chi venisse ucciso: “se è morto ed è vietnamita, allora è un Viet Cong”. Questo è ciò che veniva detto. Il risultato inevitabile fu che un gran numero di civili, che non erano guerriglieri, vennero uccisi. Tutto ciò alimentava il fuoco del risentimento contro le forze di occupazione.

Nonostante il costante incremento numerico delle truppe americane in Vietnam, le operazioni di guerriglia continuarono senza interruzione. In risposta all’aumento di truppe americane, Hanoi inviò migliaia di nord-vietnamiti ad unirsi ai guerriglieri del Sud. Quella che il Pentagono credeva sarebbe stata un’operazione relativamente facile e veloce, si era trasformata in un conflitto lungo e sanguinoso.

Generalmente un esercito guerrigliero coinvolto in una guerra di liberazione nazionale ha un grande vantaggio sulle forze di occupazione. I guerriglieri sono disposti a morire. Questa è un’arma potenzialmente molto più potente degli armamenti più moderni e sofisticati. Questo era vero in Vietnam e rimane vero anche oggi in Iraq. Quello che i vertici militari al Pentagono non potevano capire è che quando un popolo intero si solleva e dice no, nessuna forza sulla terra può costringerlo a sottomettersi. Questa è la lezione che gli inglesi hanno imparato in India e i francesi hanno dovuto imparare a caro prezzo in Algeria e a Dien Bien Phu. Gli americani stanno ancora imparando la stessa lezione in Iraq. Avrebbero dovuto prestare maggiore attenzione all’esperienza in Vietnam, oppure anche alla loro stessa storia. Dopo tutto gli stessi Stati Uniti nacquero da una guerra rivoluzionaria di indipendenza che contrappose contadini armati con fucili da caccia contro la potenza dell’esercito britannico. Quest’ultimo era l’esercito più potente al mondo a quei tempi, ma alla fine i contadini vinsero.

Sotto diversi punti di vista la lotta di guerriglia in Vietnam presenta delle somiglianze con l’attuale guerra in Iraq. Basta ascoltare le memorie di un ex guerrigliero, Tong Viet Duong, del Fronte di Liberazione Nazionale a Saigon:

Alle otto di mattina del 23 Marzo, li colpimmo. La nostra artiglieria distrusse gli  aerei. Uccidemmo non solo le guardie, ma anche il quartiermastro americano. Il nostro commando attaccò anche la scuola di addestramento della polizia. Uccidemmo molti ufficiali istruttori mentre stavano guardando un film”.

Nel tentativo di giustificare l’aggressione brutale del Vietnam, gli apologeti dell’imperialismo Usa fanno spesso riferimento alla presunta crudeltà dell’FLN. E’ vero che ogni guerra civile o lotta di liberazione nazionale è caratterizzata da crudeltà. Ricordiamoci che nemmeno durante la guerra civile americana mancarono le dimostrazioni di ferocia. In parte questo riflette le condizioni di un tipo di guerra dove non ci sono confini definiti, non ci sono linee del fronte, nessuna regola di ingaggio, né diritti né legge. E’ una guerra che quasi sempre ha luogo in mezzo alla popolazione civile.

Per di più le forze guerrigliere combattono contro un esercito professionale molto più numeroso, in condizione di estrema inferiorità. Le forze Usa avevano a disposizione tutta l’attrezzatura di una moderna guerra tecnologicamente avanzata. I vietnamiti potevano contare solo sui metodi più primitivi, come buche mimetizzate con paletti affilati sul fondo.

 

VC lay punji trap

Guerriglieri dell'FLN preparano una trappola.

 

Si tratta di un meccanismo semplice ma molto efficace, così come molti altri metodi della guerriglia. E non dimentichiamo che lo scopo di tutte le guerre è quello di uccidere il nemico. In condizioni di inferiorità militare le forze della guerriglia non possono rinunciare a nessun mezzo per raggiungere questo scopo e per diffondere il terrore nel cuore degli invasori. Ad ogni modo, i metodi usati dalle forze americane – compreso l’uso indiscriminato del napalm per bruciare vive le persone o l’uso ancora più indiscriminato di agenti chimici sganciati dall’alto su vaste distese di territorio – furono infinitamente più crudeli e devastanti di qualsiasi tattica usata dai vietnamiti.


Il movimento contro la guerra

La guerra nel Sud si trascinava senza che se ne vedesse la fine. All’inizio del 1967 gli Americani usarono i B-52 per bombardare le basi dell’FLN vicino a Saigon nel vano tentativo di ripulire l’area dalla guerriglia. In agosto, in uno sforzo disperato di esercitare maggior pressione su Hanoi, Johnson estese i bombardamenti  anche al Nord fino a una quindicina di chilometri dal confine cinese. Questo significava giocare col fuoco. Johnson spiegava invano che non era una mossa diretta contro la Cina:

Anzitutto vorrei chiarire che questi attacchi aerei non sono intesi in alcun modo come una minaccia nei confronti della Cina comunista e infatti non costituiscono un pericolo per quel paese. Noi crediamo che Pechino sappia che gli Stati Uniti non stanno cercando di estendere la guerra in Vietnam”.

L’ottimismo ufficiale si scontrava ad ogni passo con la dura realtà della lista delle perdite e di un conflitto senza fine. Non appena la brutalità e la futilità della guerra divennero chiare, ci fu un crescente dissenso in patria. Le forze Usa stavano subendo pesanti perdite. Il numero dei caduti americani era in costante aumento ogni anno. Jack Valenti, assistente del presidente Johnson, ha ricordato la situazione:

Mi recavo nella camera da letto del presidente, alle sette di mattina. Ogni mattina, era al telefono, con dodici ore di fuso orario, per accertarsi dei caduti del giorno precedente. ‘Signor presidente, abbiamo perso 18 uomini ieri; signor presidente, abbiamo perso 160 uomini; abbiamo avuto 400 caduti’ mattina, dopo mattina, dopo mattina”.

Alla fine Johnson fu gravemente compromesso dalla rapida crescita del movimento contro la guerra in America. Uno degli elementi più importanti dell’equazione era lo sproporzionato numero di poveri della classe lavoratrice e di giovani di colore tra i caduti. Come in ogni guerra, sono sempre gli strati più poveri  e oppressi della società che forniscono la maggior parte della carne da cannone. All’intero degli Usa c’era un’ondata crescente di malcontento. Gli afroamericani erano stanchi di essere cittadini di seconda classe. Negli Stati del Sud il movimento per i diritti civili era impegnato in una lotta feroce contro la discriminazione e il razzismo, per uguali diritti. Ma la guerra in Vietnam mise in evidenza in maniera estrema l’oppressione subita dai neri. Le due questioni divennero indissolubilmente collegate. Il 15 aprile 1967 il leader per i diritti civili dei neri Martin Luther King Jr. disse: 

Questa guerra confusa ha gettato nello scompiglio il nostro futuro. Nonostante le flebili proteste del contrario, le promesse della grande società sono state abbattute sui campi di battaglia del Vietnam. La prosecuzione di questa guerra estesa ha ristretto l’entità prevista dei programmi interni di stato sociale, facendo sì che sia il povero – bianco e negro – a portare il fardello più pesante sia al fronte che a casa

 

vietnam nigger

"Nessun vietnamita mi ha mai chiamato 'Negro'. Stop alla guerra ora!". Manifestante afroamericano contro la guerra in Vietnam.

 

Napoleone spiegò tanto tempo fa l’importanza vitale del morale in guerra. A nessun soldato piace combattere e mettere a repentaglio la propria vita quando sente che non è sostenuto dall’opinione pubblica a casa. I soldati americani in Vietnam sentivano sempre più il contraccolpo dell’opposizione negli Usa. Cominciarono a sentire che stavano combattendo un guerra ingiusta e che non potevano vincere. Il tenente colonnello George Forrest, dell’esercito degli Stati Uniti, ha ricordato: 

Quando ti sintonizzavi su AFN (American Forces Network) e vedevi gli scontri nelle strade e quant’altro, i ragazzi dicevano: ‘Aspetta un attimo. Perché sto combattendo qui quando quelle persone a casa stanno dicendo che questa è la cosa sbagliata da fare?’

La crescente opposizione alla guerra trovò anche espressione nella musica pop. C’era una canzone molto popolare diffusa a quei tempi, di “Country Joe” McDonald, che conteneva queste parole:

 

"Come on, mothers, throughout the land 

Pack your boys off to Vietnam 

Come on, fathers, don't hesitate 

Send your sons off before it's too late 

Be the first one on your block 

To have your boy come home in a box!

 

And it's 1, 2, 3, what are we fighting for? 

Don't ask me, I don't give a damn. 

Next stop is Vietnam. 

And it's 5, 6, 7, open up the Pearly Gates 

Yeah, there ain't no time to wonder why  

Whoopee! We're all gonna die!"


[Forza madri di tutte le terre

Impacchettate i vostri ragazzi fuori dal Vietnam

Forza padri non esitate

Mandateli fuori prima che sia troppo tardi

Siate i primi del vostro isolato

ad avere il vostro ragazzo indietro in una scatola!

 

E 1,2,3Per cosa stiamo combattendo?

Non me lo chiedere, non me ne frega niente

La prossima fermata è il Vietnam

E 5,6,7 aprite le Porte del Paradiso

Si, non c’è tempo per meravigliarsi del perché

Evviva! Stiamo andando a morire

country joe

1969, festival di Woodstock, Country Joe McDonald canta "I-feel-like-I'm-fixing-to-die-rag" contro la guerra in Vietnam.

 

Il 17 Aprile 1965 si svolse a Washington il primo grande raduno contro la guerra. A ottobre  di quello stesso anno proteste contro la guerra si svolsero in circa 40 città americane. Come spesso accade, il fermento iniziò tra gli studenti, che agiscono sempre come un barometro molto sensibile degli umori nella società. 25.000 persone si radunarono a Washington, 20.000 a New York e 15.000 a Berkeley, in California, per manifestare contro la guerra. Nell’aprile 1967 300.000 persone manifestarono a New York. Tra il 21 e il 23 ottobre 1967, 50.000 persone manifestarono contro la guerra a  Washington. Il movimento contro la guerra si stava diffondendo rapidamente. Si stima che più di cinque milioni di persone siano state coinvolte in un modo o nell’altro.


L’Offensiva del Têt 

E’ormai generalmente riconosciuto che Vo Nguyen Giap fu uno dei generali più brillanti del ventesimo secolo. Aveva fatto esperienza nelle tattiche di guerriglia durante la lunga lotta contro l’imperialismo francese, in cui la sua piccola forza aveva combattuto contro una più grande, ben addestrata e ben equipaggiata. In queste condizioni Giap sviluppò una strategia per sconfiggere avversari che gli erano superiori. Non si trattava semplicemente di manovrare più abilmente di loro sul campo di battaglia, ma di spezzare la loro determinazione infliggendo sconfitte demoralizzanti sul piano politico attraverso tattiche audaci e inaspettate. Il suo slogan era quello di Danton “de l'audace, de l'audace et encore de l'audace!" (audacia, audacia e ancora audacia!). Questo non fu mai così vero come nell’Offensiva del Têt.

 

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Il Generale Vo Nguyen Giap

 

Giap era anche un generale spregiudicato. Era sempre pronto a correre un rischio, senza preoccuparsi del costo in vite umane. Non poteva non sapere di essere in svantaggio in un combattimento convenzionale. Ogni volta che avevano affrontato le truppe americane in campo aperto le sue divisioni erano state schiacciate. Nel Sud la guerra non stava andando bene. Le forze guerrigliere, sebbene ancora attive, venivano lentamente respinte. Nel settembre del 1967 Giap giunse alla conclusione che la guerra aveva raggiunto una fase di stallo e che bisognava fare qualcosa. D’altra parte Hanoi poteva vedere la crescita del movimento contro la guerra negli Usa. Giap decise allora che c’era bisogno di un colpo di grazia che spezzasse la volontà di Washington di continuare la guerra.

Questa è l’origine dell’offensiva del Têt, una campagna di ampiezza, velocità e portata da togliere il fiato. Una campagna che scosse l’imperialismo Usa fin dalle fondamenta ed ebbe un drammatico e durevole effetto sull’opinione pubblica americana. Giap pianificò con cura l’offensiva, utilizzando le tecniche che aveva appreso nella lotta contro la Francia, dove aveva imparato ad utilizzare i punti di forza del nemico come se fossero delle debolezze da sfruttare. Già nel 1944 Giap aveva attaccato con le sue esigue forze l’esercito francese in Indocina. Come nell’offensiva del Têt, aveva scelto di attaccare nel momento in cui il nemico meno se lo aspettava: la vigilia di Natale. Nel 1954, nella battaglia di Dien Bien Phu, Giap attirò i presuntuosi francesi in una battaglia disastrosa e ottenne una vittoria strabiliante grazie a un brillante spiegamento delle truppe. Ora, a quasi un quarto di secolo di distanza, Giap puntava ad una vittoria rapida e decisiva che influenzasse il risultato delle elezioni presidenziali in Usa del 1968.

Pianificò un’audace offensiva con due fronti d’attacco. Il primo doveva essere un attacco all’accampamento dei marines a Khe Sanh. Simultaneamente l’FLN e l’ANV (l’Esercito del Vietnam del Nord) avrebbero condotto attacchi coordinati contro le principali città e le capitali provinciali del Vietnam del Sud. Questo avrebbe posto gli americani di fronte ad un dilemma militare. Se avessero scelto di difendere Khe Sanh, si sarebbero trovati con le forze eccessivamente sparpagliate una volta che la battaglia fosse scoppiata in tutto il Sud. Giap aveva stabilito per la campagna obiettivi minimi e massimi. Come minimo l’attacco del Têt avrebbe interrotto i bombardamenti aerei sul Vietnam del Nord e costretto gli americani ad accettare dei negoziati. Al massimo l’offensiva avrebbe potuto cacciare del tutto gli americani fuori dal Vietnam, aprendo la strada alla liberazione e all’unificazione.

 

La battaglia di Khe Sanh

I vietnamiti scelsero una strategia coraggiosa ma anche molto rischiosa. Elaborarono un piano di attacchi coordinati in tutto il Vietnam del Sud all’inizio del 1968. Con consumata abilità e impressionante coraggio, spostarono grandi quantità di armi, munizioni e rifornimenti verso il Sud in vista di un’offensiva pianificata per il Capodanno vietnamita, chiamato Têt. Speravano di innescare un’insurrezione generale in tutto il paese.

Una delle battaglie più sanguinose dell’offensiva ebbe luogo a Khe Sanh, dove si trovava una piccola base dell’esercito Usa. Il generale Westmoreland credeva che le truppe di Giap stessero convergendo su Khe Sanh nell’ambito di una strategia volta a prendere il controllo delle province più settentrionali. Si basava su un’analogia con la battaglia di Dien Bien Phu, che però era fuorviante. Gli statunitensi si trovavano in una posizione molto più forte di quella dei francesi nel 1954. Nell’ “Operazione Niagara” gli Stati Uniti  avevano scatenato il più grande attacco aereo della storia militare. I bombardieri B52 avevano provocato enormi perdite tra i vietnamiti, che soffrirono 10.000 morti contro la perdita di soli 500 marines.

L’attacco a Khe Sanh era inserito in una strategia complessiva. Una volta che l’offensiva generale si fosse pienamente sviluppata, le sparpagliate forze americane non sarebbero state in grado di venire in soccorso di Khe Sanh ed impedirne la caduta. In questo modo Giap avrebbe potuto ripetere il suo trionfo di Dien Bien Puh. Tuttavia non era questa l’idea centrale. In realtà i vietnamiti non stavano cercando una riedizione di Dien Bien Phu, ma avevano organizzato un diversivo molto efficace per distrarre gli americani lontano dai grandi villaggi e dalle città, lasciandoli esposti ad un attacco.

Westmoreland cadde nella trappola preparata da Giap e così gli americani furono colti di sorpresa dalla rapidità e dall’ampiezza dell’offensiva. Anni dopo un manuale di West Point paragonò il fallimento dell’intelligence Usa nel  prevedere quello che stava accadendo con lo shock per l’attacco giapponese a Pearl Harbour nel 1941. Un rapporto della CIA del 1968 giungeva alla seguente conclusione: “L’intensità, il coordinamento e il tempismo degli attacchi non erano stati pienamente previsti”, aggiungendo che la capacità dei guerriglieri del FLN di colpire simultaneamente così tanti obiettivi era “un altro importante elemento inatteso”.

Il villaggio di Khe Sanh si trova nell’angolo nord-occidentale del Vietnam del Sud, vicino al confine con il Laos, appena al di qua della zona demilitarizzata. I francesi vi avevano posto una  guarnigione durante la prima guerra di Indocina e poi era diventato un’importante base delle forze speciali Usa. Per via della sua vicinanza al “sentiero di Ho Chi Minh”, l’artiglieria Usa a Khe Sanh poteva bombardare la strada e sorvegliare i movimenti dell’NVA verso sud. Nel 1967 i marines avevano preso il controllo di Khe Sanh trasformandolo in una grande base, mentre le forze speciali si erano spostate nel villaggio di montagna di Lang Vei.

Verso la fine del 1967, due divisioni dell’NVA – la 325ª e la 304ª – erano state avvistate mentre si spostavano verso l’area di Khe Sanh e una terza si era posizionata lungo la Strada 9, da dove sarebbe stata in grado di intercettare i rinforzi provenienti da Quang Tri. Si trattava delle stesse divisioni che avevano combattuto a Dien Bien Phu. Il messaggio era chiaro e il generale Westmoreland non aveva alcuna intenzione di ripetere gli errori commessi dai francesi a Dien Bien Phu. Iniziò a rinforzare la base. Verso la fine di gennaio circa 6.000 marines erano confluiti a Khe Sanh e migliaia di rinforzi si erano spostati a nord di Hue.

Questo era esattamente quello che Giap voleva facessero. Nel frattempo l’NVA continuava a rafforzarsi: alla fine non meno di 20.000 nord-vietnamiti furono trasferiti nei dintorni di Khe Sanh. Alcune stime addirittura raddoppiano questa cifra. La Casa Bianca e i media Usa furono ingannati da questo stratagemma. Si convinsero di stare assistendo ai preparativi per la battaglia decisiva della guerra. Giorno dopo giorno Khe Sanh diventò la notizia principale. I notiziari erano ossessionati dalla presunta ripetizione di Dien Bien Phu da parte di Giap. Alla fine, poco prima dell’alba del 21 gennaio, cominciò il primo attacco con il tentativo dell’NVA di attraversare il fiume che scorreva vicino alla base.

L’attacco fu respinto, ma seguì uno sbarramento di artiglieria che danneggiò le piste di atterraggio, fece saltare in aria i principali depositi di munizioni e danneggiò alcuni aerei. Altri attacchi vennero lanciati contro le  forze speciali americane a Lang Vel e contro i marines trincerati sulle colline che circondavano Khe Sanh. Questi attacchi erano chiaramente diretti a saggiare le difese, ma erano parte di una tattica diversiva che ebbe grande successo. L’attenzione dei comandanti Usa si concentrò su Khe Sanh, mentre le forze dell’NVA e dell’FLN preparavano un’offensiva generale verso le città del Vietnam del Sud.

L’attacco vietnamita su Khe Sanh venne sconfitto solo grazie ai massicci bombardamenti aerei sulle posizioni dell’NVA. I B-52 e i cacciabombardieri sganciarono tonnellate di bombe e napalm, con grande accuratezza, entro poche decine di metri dal perimetro di Khe Sanh. A dispetto del cattivo tempo e del crescente fuoco di contraerea, aerei ed elicotteri continuarono a sganciare il loro carico. La battaglia si stabilizzò in un assedio. Alla fine Khe Sanh fu liberata solo il 6 aprile. I combattimenti attorno a Khe Sanh continuarono ancora per qualche tempo, ma ogni speranza di occupare la base dovette essere abbandonata. Tuttavia la battaglia era servita perfettamente al suo scopo, quello di una finta per coprire i preparativi di un’offensiva generale nel Sud.


I preparativi per l’offensiva.

Fino a quel momento la guerra era stata combattuta principalmente nella giungla, nelle paludi e nelle aree rurali dove i guerriglieri dell’FLN avevano le loro principali basi di sostegno. Ora invece venne pianificata ed eseguita un’audace offensiva, il cui scopo era quello di penetrare nelle aree urbane de Vietnam  del Sud considerate impenetrabili. Il generale lanciò la grande offensiva contro le forze americane e sud- vietnamite alla vigilia dei festeggiamenti del Têt, il Capodanno lunare vietnamita, al fine di sfruttare l’effetto sorpresa.                              

Mentre l’attenzione del mondo era focalizzata su Khe Sanh, gli effettivi dell’NVA e dell’FLN si dirigevano su Saigon, Hue, e molte delle altre città del Vietnam del Sud. Arrivarono a piccoli gruppi di due o tre, travestiti da rifugiati, contadini, lavoratori e soldati dell’ARVN (l’esercito del Vietnam del Sud) in licenza per le feste. Gradualmente all’incirca l’equivalente di cinque battaglioni di NVA/FLN si infiltrarono a Saigon senza che qualcuno dell’onnipresente polizia di sicurezza lo notasse, o che chiunque altro li informasse. Fu un risultato notevole data la vastità dell’operazione. 

A Saigon e nelle altre città più grandi esisteva già una rete della guerriglia che aveva da tempo immagazzinato scorte di armi e munizioni, recuperate nel corso delle incursioni “mordi e fuggi” o semplicemente comprate al mercato nero. In preparazione dell’attacco, attraverso collegamenti e spie, la guerriglia era riuscita a immagazzinare armi, munizioni ed esplosivi in località segrete. Era risaputo che i guerriglieri in licenza dalle loro unità andavano e venivano dalle città.  Alcuni, che erano stati fermati nella fase di preparazione del Têt, erano stati erroneamente scambiati per normali persone in vacanza o disertori. Nella gran folla rumorosa di quanti festeggiavano il Capodanno, l’esercito segreto di infiltrati dell’FLN passò completamente inosservato.

Le armi furono trasportate separatamente in carretti di fiori, bare truccate e furgoni apparentemente carichi di vegetali e riso. Tong Viet Duong, un guerrigliero del Fronte di Liberazione Nazionale a Saigon, ha descritto i preparativi per l’offensiva del Têt:

I taxi trasportavano i crisantemi a Saigon per i mercati del Têt. Nascosti sotto di questi c’erano gli AK-47. La popolazione sosteneva la rivoluzione. Ci aiutavano ed eravamo così in grado di superare la rete di sicurezza della città. Ci cambiavamo i vestiti e portavamo documenti di identità fasulli. La gente di Saigon ci nascondeva nelle loro case”.

Il Têt era stato tradizionalmente un periodo di tregua nella lunga guerra e sia Hanoi che Saigon avevano annunciato che quell’anno non sarebbe stato differente – sebbene fossero in disaccordo sulla durata della tregua. I servizi segreti Usa, in base ad alcuni documenti catturati e ad un’analisi generale degli ultimi avvenimenti, avevano avuto il sentore che qualcosa stesse bollendo in pentola, ma lo stato maggiore di Westmoreland trascurò questi rapporti vaghi. Ciò nonostante, su richiesta del generale Frederick Weyand, comandante Usa dell’area di Saigon, alcuni battaglioni furono richiamati indietro dalle loro posizioni vicino al confine con la Cambogia.

Il generale Weyand pose le sue truppe in massima allerta ma – in ottemperanza alla politica Usa di lasciare la sicurezza delle principali città all’ARVN – c’erano solo poche centinaia di soldati americani in servizio nella stessa Saigon la notte prima che l’attacco cominciasse. Successivamente il generale Westmoreland sostenne di essere stato a conoscenza di tutti questi preparativi. Tutte le prove dimostrano invece che non era affatto preparato all’intensità dell’attacco che sarebbe arrivato e stava ancora concentrando la sua attenzione sullo sviluppo della battaglia di Khe Sanh, dove credeva che Giap avrebbe realizzato il suo sforzo principale. In realtà l’esercito Usa fu preso completamente alla sprovvista.


L’offensiva ha inizio

Il 30 gennaio 1968 l’esercito nord-vietnamita e l’FLN lanciarono l’Offensiva del Têt. L’FLN ruppe la tregua che aveva proclamato per le festività del Capodanno e si aprì la strada combattendo in più di 100 città, inclusa la capitale del Vietnam del Sud, Saigon (il 31 Gennaio). In tutto il paese le capitali provinciali furono prese e le guarnigioni attaccate simultaneamente. I soldati irregolari vietnamiti assaltarono le città degli altopiani di Banmethout, Kontum e Pleiku, invasero poi simultaneamente 13 delle 16 capitali provinciali del popoloso delta del Mekong. Le dimensioni e l’estensione dell’offensiva stupirono i generali delle forze armate americane, uno dei quali disse che tracciare lo schema dell’assalto sulla mappa era come “un flipper, che si illumina ad ogni attacco”.

 

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Nguyen Ngoc Loan, Ufficiale dell'SVNP (Polizia Nazionale Sud Vietnamita), giustizia Nguyen Van Lem, sospettato di essere un membro dell'FLN, sulle strade di Saigon il secondo giorno dell'Offensiva del Tet.

 

L’esercito guerrigliero riuscì persino a penetrare nell’ambasciata degli Stati Uniti a Saigon. Mediante infiltrati e spie l’FLN aveva nascosto armi, munizioni ed esplosivi in una località segreta in preparazione dell’attacco. Alle 3.15 del mattino un gruppo di guerriglieri si diresse verso l’ambasciata in un taxi. In cinque minuti avevano ucciso le cinque sentinelle in servizio ed erano entrati nell’edificio. Non riuscirono però ad aprirsi la strada facendo saltare in aria le porte principali dell’ambasciata con razzi anti-carro e si trovarono messi alle strette dai marines di guardia. Iniziò un intenso scontro a fuoco, che durò tutta la mattina e finì con i corpi di tutti i 19 guerriglieri disseminati attorno al cortile dell’ambasciata.

Sebbene i danni all’ambasciata fossero lievi, questo attacco sul “suolo americano” ricevette pubblico risalto negli Usa e in tutto il mondo ed ebbe un impatto psicologico enorme. Le altre squadre di guerriglieri attaccarono il palazzo presidenziale, la stazione della radio, il quartier generale dello stato maggiore dell’ARVN e perfino il compound dello stesso Westmoreland nella base aerea di Tan Son Nhut. Nel pesante combattimenti che ne seguì, le cose si misero così male che Westmoreland ordinò ai membri del suo staff di recuperare delle armi e unirsi alla difesa del compound. Quando i combattimenti cessarono, 23 americani erano morti, 18 erano feriti e più di 15 velivoli erano stati gravemente danneggiati. 

Due battaglioni NVA/FLN attaccarono la base aerea statunitense a Bien Hoae e danneggiarono più di 30 aerei al prezzo di circa 170 perdite. Combatterono con grande coraggio. Le unità guerrigliere combatterono fino alla morte nel Cimitero Francese e sulla pista di Pho Tho. Il sobborgo di Cholon divenne una base operativa per gli attacchi guerriglieri a Saigon e in tutta l’area circostante. 14 guerriglieri che avevano attaccato la principale stazione radio di Saigon resistettero sotto assedio per 18 ore, dopodiché si fecero saltare in aria assieme all’edificio.

Ovunque gli attacchi andavano a segno ottenendo un effetto sorpresa totale. La vastità e la ferocia dell’offensiva del Têt furono un grande shock per Westmoreland, così come per l’attonito pubblico americano, che guardava incredulo i suoi alleati sud-vietnamiti impegnati in una disperata lotta corpo a corpo con i guerriglieri nelle strade di Saigon. Ci volle più di una settimana di scontri feroci per liquidare le sacche di resistenza disseminate per la città. Barricati, i guerriglieri combatterono contro i carri armati, gli elicotteri da combattimento e gli aerei, che distrussero gli edifici e ridussero in macerie parte della città. Usando le tattiche della guerriglia combatterono il più a  lungo possibile per poi sgattaiolare via e andare a combattere da qualche altra parte. La stazione radio, le fabbriche e interi quartieri di case popolari furono rasi al suolo assieme alle abitazioni di innumerevoli civili, costretti a fuggire dalla città che stava sprofondando nel caos.

Vaste zone di Saigon e di Hue si trovarono improvvisamente liberate. I guerriglieri marciavano lungo le strade agitando i fucili e proclamando la rivoluzione, mentre altri facevano retate con liste già preparate di collaborazionisti e simpatizzanti del governo. Gli americani usarono la potenza aerea per polverizzare i nemici. Gli attacchi dei B-52 contro le postazioni del NVA e del FLN fuori Saigon arrivarono fino a pochi chilometri dalla città. Anche quando alla fine i guerriglieri furono cacciati da Saigon, continuarono a portare avanti decise azioni di retroguardia nei villaggi circostanti, costringendo gli americani e l’ARVN a bombardare e distruggere i loro stessi villaggi fortificati, alienandosi così il sostegno della popolazione rurale. Un mese dopo l’inizio dell’offensiva, gli americani calcolarono il numero dei civili morti attorno a 15.000 e il numero dei nuovi rifugiati a qualcosa come 2 milioni, mentre peraltro i combattimenti stavano ancora continuando.


La battaglia di Hue

Il successo dell’offensiva del Têt variò da luogo a luogo. In alcune zone gli attacchi furono  respinti nel giro di breve tempo, ma in altre ci fu un’aspra battaglia. In città come Ban Me Thuot, My Tho, Can Tho, Ben Tre e Kontum, gli insorti si trincerarono nei sobborghi più poveri e accanitamente respinsero i tentativi di cacciarli via. Il 5 febbraio la maggior parte dei combattimenti si era concluso a Saigon, ma a Cholon proseguirono fino alla fine del mese. Sebbene Cholon venisse bombardata e mitragliata, i guerriglieri tennero duro con terribile determinazione, lanciando persino contrattacchi contro le posizioni degli americani e dell’ARVN in città. I combattimenti nel resort di Dalat continuarono fino alla metà di febbraio e lasciarono sul campo più di 200 guerriglieri morti. Il numero complessivo dei caduti dell’NVA/FLN a Saigon durante l’offensiva del Têt fu attorno a 1.200. 

Ad ogni modo, la battaglia più cruenta infuriò nell’antica città di Hue, che era stata catturata dagli insorti e che l’esercito Usa riconquistò solo con grande difficoltà. Hue era anche una città sacra per i vietnamiti e la violenta repressione delle proteste anti-governative dei monaci buddhisti aveva allontanato la popolazione dal governo di Saigon. Gli insorti ricevettero quindi un sostegno considerevole tra la popolazione e, sostenuti da circa 10 battaglioni dell’NVA che si erano infiltrati dentro Hue, l’antica capitale vietnamita, nel giro di poche ore presero il controllo dell’intera città, eccetto il quartier generale della 3ª divisione dell’ARVN e la guarnigione dei consiglieri militari Usa. Migliaia di prigionieri politici vennero liberati e migliaia di funzionari governativi e collaborazionisti vennero rastrellati – molti di loro vennero fucilati.

 

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13 Febbrai0 1968, i Marines Americani avanzano sulle macerie della cittadella di Hue. Immagine di © Bettmann/CORBIS.

 

I marines e l’ARVN contrattaccarono, ma la resistenza fu intensa e ci furono duri e prolungati combattimenti strada per strada, che costarono molte vite. Alla fine le forze Usa e i loro alleati bombardarono l’antica cittadella, ferocemente difesa dagli insorti che vi si erano asserragliati. Poi le truppe americane attraversarono il fiume Perfume a bordo di una flottiglia di imbarcazioni d’assalto e il 20 febbraio lanciarono l’attacco finale. Gli insorti non furono definitivamente sopraffatti prima del 23 febbraio. Anche allora la resistenza ad Hue proseguì  con squadre di cecchini in sacche isolate. La battaglia per Hue cessò definitivamente il 25 febbraio e costò la vita a 119 Americani e 363 soldati dell’ARVN. Gli americani feriti nella battaglia di Hue ammontarono a poco meno di un migliaio, pochi di meno rispetto ai 1.200 dell’ARVN. I morti nelle fila dell’NVA e degli insorti furono circa sedici volte quel numero. 

La grande differenza nelle perdite potrebbe far sembrare la battaglia come una faccenda a senso unico, ma non lo fu. La differenza nelle perdite fu in gran parte dovuta all’uso massiccio dell’artiglieria e dei raid aerei per devastare le posizioni dell’NVA/FLN. Vaste zone della venerabile e antica città di Hue furono ridotti in mucchi di macerie disseminate di cadaveri. Senza di questo, le perdite nell’esercito Usa/ARVN sarebbero state molto più alte. Quasi 6.000 civili vennero uccisi, la gran parte dai bombardamenti indiscriminati e circa 120.000 abitanti di Hue rimasero senza casa. Quelle parti di Hue che erano uscite relativamente indenni, furono poi devastate da giorni di saccheggi dai parte dei soldati dell’originaria guarnigione dell’ARVN, che non aveva svolto alcun ruolo nella battaglia.


Il Têt ebbe successo?

L’offensiva del Têt aveva dimostrato un grado considerevole di capacità militare, abilità e coraggio da parte dei vietnamiti. Aveva scosso il morale dell’esercito Usa, costretto a prendere coscienza della propria vulnerabilità, e aveva avuto un effetto profondo sull’opinione pubblica americana. D’altra parte, da un punto di vista militare, doveva essere considerata come una sconfitta per l’FLN. Uno degli obiettivi principali era stato quello di creare un varco tra americani e sud-vietnamiti. L’attacco all’ambasciata era stato pensato per dimostrare la vulnerabilità delle forze americane. L’FLN sperava che la liberazione di città e villaggi avrebbe condotto ad un’insurrezione generale contro gli americani da parte dei soldati del Sud stanchi della guerra, dei contadini scontenti  e dei giovani in fermento. Questa prospettiva non si era però materializzata, se non sporadicamente.

Si trattava di un piano audace, ma le prospettive di un’insurrezione nazionale si basavano su una lettura errata della situazione. La direzione dell’FLN si aspettava che ampi settori della popolazione urbana si sollevassero in rivolta. Ma sebbene l’FLN godesse di un certo sostegno nelle città grandi e piccole, la sua principale base era tra i contadini. Gli abitanti delle città del Vietnam del Sud non sostenevano il governo di Saigon, ma erano sospettosi anche nei confronti degli stalinisti. Rimasero generalmente passivi e i guerriglieri non ebbero tutto il sostegno che si aspettavano. Le esecuzioni di massa dei cattolici a Hue alienarono anche un settore della popolazione che, diversamente, avrebbe potuto sostenerli.

Quando l’offensiva si concluse, gli americani mantenevano ancora il controllo della situazione e l’FLN aveva subito pesanti perdite. I morti dell’NVA/FLN erano stati in totale 45.000 e il numero dei prigionieri si avvicinava a 7.000, mentre gli americani e i sud-vietnamiti ne avevano persi 6.000. Nel giro di pochi giorni i guerriglieri erano stati cacciati dal grosso delle posizioni che avevano conquistato. Fu questo sia l’apice dell’attività guerrigliera nel conflitto che l’inizio del suo declino. Dal momento che gli organizzatori dell’offensiva si erano aspettati una sollevazione di popolo, era stato ordinato alle cellule segrete di emergere dalla clandestinità. Quando l’offensiva venne sconfitta, i membri di quelle cellule dovettero rifugiarsi nella giungla. Così l’offensiva del Têt si concluse con la distruzione di gran parte della rete di strutture creata dall’FLN nel Sud. Si trattava di un duro colpo. Dopo l’offensiva del Têt, l’esercito regolare nord-vietnamita dovette sostenere il grosso del peso dei combattimenti contro gli Usa.

L’Offensiva Têt rappresentò tuttavia un punto di svolta anche in un altro senso. Influenzò fortemente l’opinione pubblica americana. Per la prima volta in una grande guerra, il potere della televisione divenne chiaro. Cinquanta milioni di persone poterono guardare la distruzione portata dalla guerra. Il governo Usa non poté più dipingere la guerra come pulita, semplice e facile da vincere. Johnson e i suoi generali avevano sostenuto che il nemico fosse ormai in declino. Gli eventi avevano dimostrato che era una falsità. Nel momento in cui un commando vietnamita era penetrato nell’ambasciata americana a Saigon, tutta la propaganda ufficiale era andata in pezzi.

Durante il Têt gli americani e i loro alleati dell’ARVN avevano subito oltre 4.300 morti in combattimento, circa 16.000 feriti e più di 1.000 dispersi in azione. E’ vero che i nemici avevano sofferto perdite molto maggiori, ma al pubblico americano, già scettico, questo importava poco. Quello che contava era che ora la guerra sembrava non avere fine, esattamente come oggi in Iraq. E proprio come in Iraq, non aveva più obiettivi precisi e realistici. Le scene dei massacri e delle devastazioni a Saigon, Hue e nelle altre città riempiva di orrore il cittadino medio americano, a cui ora il conflitto sembrava senza senso. L’insensatezza della guerra venne messa in evidenza nel celebre commento di un ufficiale americano che spiegò la distruzione di circa un terzo della capitale provinciale di Ben Tre: “Fu necessario distruggerla per salvarla”. Le stese parole potrebbero servire perfettamente da epitaffio per l’invasione dell’Iraq.

A Washington qualcosa di simile al panico regnava ai piani alti. I membri del Congresso stavano voltando le spalle al presidente. Il 7 febbraio  1968, il senatore Robert Kennedy, che si stava preparando a raccogliere il testimone del suo defunto fratello, commentò:

Si è detto che i Viet Cong non saranno in grado di mantenere il controllo delle città e questo è probabilmente vero. Ma hanno dimostrato che, nonostante tutti i rapporti sui progressi compiuti, sulla forza del governo e la debolezza del nemico, mezzo milione di soldati americani, con 700.000 alleati vietnamiti, con il totale dominio aereo e navale, sostenuti da abbondanti risorse e dalle armi più moderne, non sono stati in grado di mettere al sicuro neppure una singola città dagli attacchi del nemico, la cui forza totale è di circa 250.000 uomini”.

Il generale Westmoreland, comandante supremo delle forze Usa, paragonò l’offensiva del Têt alla controffensiva delle Ardenne nella seconda guerra mondiale, quanto i tedeschi tentarono uno sforzo disperato per aprirsi un varco nelle linee americane prima di andare incontro ad un’inevitabile sconfitta. Ma quell’analogia era completamente falsa. Non erano i vietnamiti, ma gli americani che stavano andando incontro ad un’inesorabile sconfitta. Dopo la guerra il generale Giap disse:

Per noi, sapete, non esiste una singola strategia. La nostra è sempre una sintesi, allo stesso tempo militare, politica e diplomatica – questo è il motivo per cui, abbastanza chiaramente, l’offensiva del Têt aveva molteplici obiettivi”.

Sebbene l’offensiva del Têt avesse fallito i suoi obiettivi principali, ebbe un effetto profondo e duraturo sul corso della guerra. Il costo in vite umane per i nord-vietnamiti era stato orribile, ma il rischio azzardato corso da Giap si dimostrò un punto di svolta nella guerra. Fu un disastro mediatico per la Casa Bianca e di fatto pose fine alla presidenza di Lyndon Johnson, il comandante in capo dell’America. Secondo il segretario di Stato Usa, Henry Kissinger:

D’ora in poi non avrà più importanza quanto siano incisive le nostre azioni, la strategia generale non è più in grado di raggiungere i suoi obiettivi in un lasso di tempo o con una quantità di forze politicamente accettabili per il popolo americano”.

Le dimensioni dell’offensiva avevano scosso profondamente il presidente Johnson. L’onda d’urto provocata dei combattimenti aveva spezzato la sua volontà di andare avanti. McNamara, ormai disilluso, si dimise da segretario alla Difesa e venne rimpiazzato con Clark Clifford. Dalla dichiarazione che segue, possiamo peraltro dedurre che quest’ultimo non avesse la minima idea di dove si fosse cacciato: 

Ho chiesto quando la guerra finirà? Ebbene, non lo sappiamo. Quanti uomini credete che perderemo ancora? Ebbene, non lo sappiamo affatto. Poi alla fine sono andato al punto e ho detto ‘Qual è il  nostro piano per vincere la guerra in Vietnam?’ E’emerso che non ce n’era nessuno. Il piano era solo di restare lì e sperare che alla fine il nemico avrebbe ceduto”.

Persino per vincere una partita a scacchi è necessario un qualche tipo di strategia. E la guerra – la più complicata di tutte le equazioni, come la definiva Napoleone – è molto più difficile di una partita a scacchi. Uno stato maggiore ha bisogno della combinazione di una strategia chiara e definita e di una tattica flessibile e intelligente. Gli americani non avevano nessuna delle due. La “strategia” suesposta nelle parole del signor Clifford (“restare li e sperare che alla fine il nemico ceda”) è l’equivalente militare della filosofia di quell’incorreggibile bancarottiere del signor Micawber, per cui “qualcosa dovrà pur andare per il verso giusto”. E’ questa una pessima politica economica e una dottrina militare ancora peggiore.


La caduta di Johnson

Nel 1963, quando era salito al potere dopo l’assassinio di Kennedy, l’indice di popolarità di Lyndon Johnson superava l’80%. Nel 1967 era crollato al 40%. Stanley Karnow scrisse: “Ma poi venne il Têt – e il suo indice di gradimento crollò – come se il Vietnam fosse una miccia accesa che improvvisamente aveva innescato un esplosione di dissenso”. All’inizio di marzo la popolarità del presidente era solo intorno al 30%, mentre l’appoggio per la sua gestione della guerra era appena del 6%. Come per George W. Bush, la sua credibilità era crollata. Un sondaggio del 1971 mostrava che il 60% degli americani laureati era a favore di una ritirata dal Vietnam. Nondimeno il 75% dei diplomati e l’80% di coloro privi di un’istruzione superiore sostenevano la ritirata. Questo mostrava un cambiamento radicale nell’atteggiamento della classe lavoratrice americana. 

Persino un texano testardo come Johnson alla fine comprese che la guerra non poteva essere vinta sul campo di battaglia e che avrebbe dovuto negoziare. Dopo anni di bombardamenti infernali sul Vietnam del Nord, improvvisamente annunciò la cessazione dei bombardamenti: “Rinnovo l’offerta fatta lo scorso agosto di interrompere i bombardamenti nel Vietnam del Nord. Chiediamo che i negoziati comincino al più presto, che siano colloqui seri sui contenuti di un accordo di pace”. Ad ogni modo, nonostante l’apertura dei negoziati con i nord-vietnamiti, il numero delle truppe Usa rimase a circa 500.000 uomini e la guerra si sarebbe trascinata per altri cinque anni. Furono uccisi più americani dopo il Têt che prima di esso, e gli stessi Stati Uniti sarebbero stati dilaniati dai peggiori tumulti interni in un secolo. 

Westmoreland stava facendo pressioni su Washington per ricevere 206.000 ulteriori rinforzi per continuare la campagna nel Sud e persino per condurre una limitata invasione del Nord Vietnam, appena al di là della fascia demilitarizzata. Una volta conclusa la battaglia di Hue, Johnson chiese a Clark Clifford di trovare i modi e i mezzi per andare incontro alle richieste di Westmoreland. Clifford consultò il direttore della CIA, Richard Helms, che gli presentò una previsione molto pessimistica dell’Agenzia. Il 4 marzo Clifford disse a Johnson che la guerra era ben lontana dall’essere vinta e che più uomini non avrebbero fatto molta differenza.

Clifford non era isolato. I principali consiglieri di Johnson, inclusi i generali Omar Bradley, Matthew Ridgway e Maxwell Taylor; Cyrus Vance, Dean Acheson ed Henry Cabot Lodge, si erano tutti voltati contro la guerra. Recenti studi della CIA hanno rivelato che il programma per conquistare “cuori e menti” dei vietnamiti stava fallendo in 40 delle 44 province del Vietnam del Sud e che gli effettivi dell’FLN erano in realtà il doppio di quanto era stato precedentemente calcolato.

Gli esponenti dell’estrema destra naturalmente sostenevano ancora la guerra e condannavano l’amministrazione perché non era disposta ad andare fino in fondo per ottenere la vittoria, ma oramai questa era un’opinione sempre più minoritaria. I rapporti pessimistici della CIA congelarono l’entusiasmo persino dei falchi dell’amministrazione. Johnson si trovava di fronte ad un dilemma. Acconsentire alle richieste di rinforzi dei generali avrebbe significato spostare truppe americane dall’Europa oppure mobilitare i riservisti. Nessuna delle due opzioni era politicamente realizzabile. Westmoreland dovette così accontentarsi della metà delle più di 200.000 truppe aggiuntive che aveva richiesto.

Nel primo periodo della guerra ogni opposizione era generalmente vista come anti-patriottica e anti-americana. Ma ora la percezione dell’opinione pubblica americana era cambiata radicalmente. I liberali borghesi come Robert Kennedy conquistavano popolarità dall’oggi al domani facendo discorsi contro la guerra. Il senatore democratico Eugene McCarthy, uno sconosciuto, sfidò Johnson per la nomination alle presidenziali presentandosi come candidato contro la guerra. Era sostenuto da migliaia di studenti e giovani americani contrari alla guerra.

Alle primarie dei Democratici nel New Hampshire, Johnson raccolse solo 300 voti in più di Eugene McCarthy. Era un umiliazione senza precedenti. Normalmente un presidente in carica poteva aspettarsi di essere rieletto senza alcuna opposizione. Quel risultato fu l’ultimo chiodo sulla bara dell’amministrazione di Lyndon Johnson. Il 31 marzo Johnson andò in TV ad annunciare la fine dei bombardamenti sul Nord e la disponibilità dell’America di incontrarsi con i nord-vietnamiti per cercare un accordo di pace. Ormai demoralizzato e senza speranze, Johnson annunciò ad un mondo attonito la sua decisione di non correre più per la presidenza: “Non cercherò e non accetterò la nomina del mio partito per un altro mandato come vostro Presidente”. Johnson disse che avrebbe dedicato il resto del suo mandato alla ricerca della pace in Indocina.

Poco dopo il generale Creighton Abrams rimpiazzò Westmoreland come capo delle forze Usa in Vietnam. Westmoreland era stato richiamato per essere nominato capo di stato maggiore dell’esercito – teoricamente una promozione, ma in pratica una mossa per toglierlo di mezzo. Vice-comandante di Westmoreland, Abrams era stato presente alla conferenza speciale della CIA che aveva convinto Johnson della necessità di un cambiamento di rotta. Abrams venne mandato a Saigon con una missione: quella di inaugurare un programma di “vietnamizzazione”, vale a dire per prendere tutte le misure necessarie a mettere l’ARVN in condizione di sostenere il peso dei combattimenti e gradualmente ridurre il ruolo degli americani a quello di semplici consiglieri. E’ la stessa tattica che stanno cercando di portare avanti in Iraq. Sin dal 1965 era però abbastanza evidente che Saigon non era in grado di assolvere a questo compito. Vediamo oggi in Iraq delinearsi esattamente lo stesso processo e alla fine anche il risultato sarà simile.


Nixon intensifica la guerra

Le dimissioni di Johnson non misero fine alla guerra, che anzi nei fatti ebbe un escalation fino a diffondersi in tutto il Sud Est asiatico. Il 10 maggio 1968 i negoziati di pace tra Usa e Vietnam iniziarono ufficialmente a Parigi, ma intanto la sanguinosa guerra sul campo continuava. L’elezione del falco repubblicano Richard Nixon non migliorò affatto le cose. Lo spiegamento di forze americano, che era cominciato con soli 23.300 uomini nel 1963, era cresciuto inesorabilmente a 184.000 nel 1966 e raggiunse il picco di 542.000 nel gennaio del 1969, sotto la presidenza di Richard Nixon. La guerra allora costava 30 miliardi di dollari all’anno: una grave emorragia di sangue e denaro persino per il paese più ricco e potente della terra. E per di più cresceva tra gli americani la percezione che la guerra non potesse essere vinta. Lo stato d’animo si stava volgendo contro la guerra persino nella classe dominante americana. Richard Nixon tuttavia apparteneva a quel settore che credeva che “un’ultima spinta” avrebbe potuto mettere fine alla guerra, o almeno costringere il Vietnam del Nord a negoziare un accordo accettabile per Washington. Questo ricorda George Bush e la famigerata teoria del “surge” nonché la famosa frase di Karl Marx: “la storia si ripete: la prima volta come tragedia, e la seconda come farsa”. 

Nell’aprile del 1970 gli eserciti degli Usa e del Vietnam del Sud invasero la Cambogia, sostenendo che truppe nord-vietnamite fossero presenti sul suolo cambogiano. Il vero scopo era quello di interrompere l’afflusso di rifornimenti per l’FLN lungo il “sentiero di Ho Chi Minh” e di intimidire Hanoi. Il “sentiero” passava infatti attraverso i neutrali Laos e Cambogia. Di conseguenza entrambi subirono pesanti bombardamenti americani. Il Generale William Westmoreland dichiarò:

Nel corso degli anni la Cambogia, le aree di confine della Cambogia e del Laos, sono state usate liberamente dal nemico, ma a causa della politica del mio governo, noi non potevamo combattere apertamente, o dispiegare apertamente truppe militari, in questi paesi”.

Ciò nonostante, in pratica gli Usa condussero un intervento militare contro Cambogia e Laos, violando la loro neutralità. In particolare la Cambogia fu soggetta ad un feroce bombardamento aereo che provocò la morte di una gran numero di contadini. Fu questa una delle cause principali – sebbene non venga mai citata in tal senso – che provocarono la brutalità dei Khmer Rossi di Pol Pot, quando alla fine entrarono a Phnom Pen. Gli americani, ad ogni modo, non potevano invadere il Vietnam del Nord per paura dei russi, come venne sottolineato da McNamara:

In una o due occasioni, i comandanti avevano raccomandato l’intervento militare Usa nel Vietnam del Nord e, ammettendo che in quel caso si sarebbe potuti arrivare ad una risposta militare dei cinesi o dei sovietici, avevano detto ‘Potremmo dover considerare l’uso di armi nucleari.’”   

Jack Valenti, assistente del presidente Johnson, disse sul medesimo argomento:

Il presidente era terrorizzato dalla Cina e dalla Russia. Era indeciso… in Corea nessuno pensava che i cinesi stessero per attraversare lo Yalu con un milione di uomini, e noi fummo colti di sorpresa. E ricordo che, ogni volta che i militari suggerivano di minare Haiphong o di conquistarla… o di inviare aerei da guerra a bombardare Haiphong, rispondeva ‘Al diavolo, no’, ‘qualche dannato aviatore sgancerà una bomba dentro il fumaiolo di qualche nave russa e allora mi troverò tra le mani la terza guerra mondiale’”.

Ma Nixon non si preoccupava di simili dettagli. Come George W. Bush, era una strana combinazione tra un gretto provinciale e un avventuriero irresponsabile. E come Bush era testardo nel perseguire i propri scopi senza tener conto delle conseguenze. Le politiche di Nixon e della sua cricca alla Casa Bianca innescarono una catena di eventi che provocò un incubo per il popolo della Cambogia ed ebbe notevoli effetti all’interno degli Usa. Il risultato fu un’ulteriore intensificazione del movimento contro la guerra. L’invasione della Cambogia suscitò proteste nei campus di tutti gli Usa. Il 15 novembre 1969, 250.000 persone manifestarono contro la guerra a Washington. Il 4 maggio 1970 la guardia nazionale uccise quattro studenti alla Kent State University in Ohio. Le uccisioni provocarono centinaia di proteste nei college americani. Anche all’università del New Mexico la polizia fece ricorso alla violenza più brutale contro i dimostranti. Più di 100 college vennero chiusi a causa delle proteste studentesche contro l’invasione della Cambogia. 

L’opinione pubblica americana fu ulteriormente scossa dalle notizie sull’infame massacro di My Lai, in cui soldati americani massacrarono un centinaio di contadini, incluse donne e bambini. Il mattino presto del 16 marzo 1968 un gruppo di soldati americani entrarono in un piccolo villaggio nel Vietnam del Sud. In The My Lai massacre: an american tragedy (“Il massacro di My Lai: una tragedia americana”) Adam Silverman e Kristin Hill ricordano quegli eventi:

I soldati  americani sparavano a tutto ciò che si muoveva, comprese mucche, galline, uccelli e peggio ancora: civili. Gli abitanti del villaggio non avevano opposto alcuna resistenza; eppure i soldati avevano gettato le bombe a mano nelle capanne, urlato ordini e ucciso indiscriminatamente. Le atrocità continuarono per tutta la mattina. Uccisero neonati, spararono a bambini piccoli, violentarono le donne sotto la minaccia delle armi. Nel giro di breve tempo 500 civili giacevano a terra morti. Ma non avevano ancora finito il loro lavoro… dopo tutto questo, il villaggio venne dato alle fiamme. I corpi, le abitazioni, le provviste, il cibo – ogni cosa venne bruciata”. 

 

My Lai massacre

Foto scattata dal fotografo dell'Esercito USA, Ronald L. Haeberle, il 16 Marzo 1968 dopo il massacro di My Lai che mostra i cadaveri di diverse donne e bambini abbandonati lungo la strada.

 

Questi eventi vennero tenuti nascosti fino al 13 Novembre 1969. Nel marzo del 1970 il capitano Ernest Medina venne incriminato con l’accusa di omicidio per il massacro di My Lai. Questo dette inizio ad una catena di avvenimenti che portò all’istituzione di una corte marziale, conclusasi il 29 marzo 1970 con la condanna del sottotenente William Calley. Quando gli orribili fatti del massacro di My Lai divennero noti, il punto di vista sulla guerra di molte persone cambiò radicalmente. Ufficiali americani di alto rango erano colpevoli sia del massacro che del successivo insabbiamento. Peraltro alla fine solo quattro soldati furono processati e solo uno di loro, Calley, venne condannato. Questo assassino di donne e bambini peraltro non pagò nemmeno un prezzo salato per i suoi crimini di guerra. Il presidente Nixon gli concesse la grazia solo dopo tre anni di arresti domiciliari.

Non si trattò di un caso isolato. Il brutale massacro di inermi civili vietnamiti a My Lai non fu che la punta dell’iceberg delle spaventose atrocità perpetrate dall’imperialismo contro il popolo vietnamita. Nel suo libro The trial of Henry Kissinger (“Processo a Henry Kissinger”), Christopher Hitchens scrive che l’esercito Usa ammise di aver ucciso 10.899 nemici durante l’operazione “Speedy Express” all’inizio del 1969, ma aggiunge che in quell’occasione vennero catturate solo 784 armi.

Il mito della missione americana umanitaria e civilizzatrice aveva subito un colpo dal quale non si sarebbe ma più ripresa. Questa volta non solo il popolo americano, ma anche un settore crescente della classe dominante Usa ne aveva avuto abbastanza della guerra. L’opinione pubblica americana, che già si era spostata a sfavore della guerra dopo il Têt, divenne ancora più ostile a seguito del disgustoso cinismo emerso al processo. A questo punto l’opposizione alla guerra non era diffusa solo tra i giovani e gli studenti, ma in maniera crescente anche nella classe lavoratrice americana. 

Inesorabilmente gli Usa venivano risucchiati in un conflitto sempre più esteso che si allargava a tutto il Sud Est asiatico. Nel febbraio 1971 truppe sud-vietnamite e americane invasero il Laos nel tentativo di interrompere il “sentiero di Ho Chi Minh”. Il risultato fu un’ulteriore intensificazione delle proteste contro la guerra. Le manifestazioni più grandi si svolsero il 24 Aprile 1971. A San Francisco circa 300.000 persone marciarono contro la guerra, a Washington tra 500.000 e 750.000. Queste furono le più grandi manifestazioni politiche nella storia degli Stati Uniti. Nel dicembre del 1972 le forze aeree statunitensi cominciarono il loro bombardamento di Natale su Hanoi e il Vietnam del Nord, nel tentativo di costringere i vietnamiti a sedersi al tavolo delle trattative. Verso la fine di dicembre i nord-vietnamiti annunciarono che sarebbero tornati a Parigi se Nixon avesse posto fine ai bombardamenti. La campagna di bombardamenti fu interrotta e i negoziatori si incontrarono nella prima settimana di gennaio del 1973.


Implicazioni rivoluzionarie

Da un punto di vista militare gli Usa avevano sempre goduto di una netta superiorità sui vietnamiti. Avevano il controllo totale dei cieli e bombardavano continuamente il paese, sia a nord che a sud. In linea teorica gli americani sarebbero potuti restare in Vietnam per molti anni ancora. Avrebbero persino potuto vincere. Ma per farlo avrebbero avuto bisogno di un esercito di mezzo milione di soldati e questi avrebbero dovuto essere soldati come le SS di Hitler. Ma non esisteva un esercito di questo tipo. Il cambiamento nella coscienza della classe lavoratrice e dei soldati provenienti da famiglie operaie rendeva impossibile continuare la guerra. Se il governo avesse prolungato ulteriormente la guerra, avrebbe portato gli Stati Uniti sull’orlo di una rivoluzione.

Un totale di 2.590.000 di americani erano stati mandati a combattere in Vietnam. Le esperienze strazianti di questi soldati in Vietnam ebbero un effetto estremamente demoralizzante su di loro. Dai soldati che tornavano a casa, la conoscenza diretta della situazione in Vietnam iniziò lentamente a filtrare in un gran numero di comuni famiglie di lavoratori, provocando un cambiamento nella psicologia della classe. C’era una crescente simpatia per il popolo vietnamita. Il New York Times e CBS News pubblicarono nel giugno del 1977 i risultati di un sondaggio. La domanda posta era: “Se il presidente raccomandasse di aiutare il Vietnam, vorresti che i tuoi rappresentanti al Congresso votassero a favore di aiuti per il Vietnam sotto forma di cibo e medicine”? Il 66% rispose di si e solo il 29% disse di no. 

Nel suo libro Lies my teacher told me (“Le menzogne che mi ha raccontato il mio insegnante”) James Loewen descrisse un esperimento che aveva condotto durante delle lezioni tenute negli anni 90’, quando aveva chiesto al pubblico di indovinare il titolo di studio tra coloro che si opponevano alla guerra in Vietnam nel 1971. La maggioranza riteneva che il 90% dei laureati fossero contro la guerra, ma solo il 60% di quelli che erano semplicemente diplomati. Le cifre reali erano esattamente il contrario. La crescente opposizione alla guerra tra la classe lavoratrice americana era il risultato della dura esperienza. I giovani provenienti dalla famiglie povere della classe operaia rappresentavano la stragrande maggioranza di quanti venivano arruolati per andare a combattere in Vietnam. Erano quelli che avevano le maggiori probabilità di essere ammazzati o mutilati. Come in Iraq, uno spropositato numero di soldati erano neri o latini. I ragazzi ricchi e gli studenti del college spesso riuscivano ad evitare l’arruolamento – come dimostra il caso di un certo George W. Bush.

Il movimento contro la guerra in Usa influenzava in misura sempre maggiore l’animo dei soldati in Vietnam. Una cosa è credere di combattere e di morire per una giusta causa, che ti possa guadagnare la gratitudine e l’ammirazione della gente a casa. Tutt’altra cosa è invece rischiare la vita e sopportare quotidianamente pericoli e fatiche per una causa nella quale non credi più e che i tuoi concittadini detestano. La demoralizzazione tra le truppe americane in Vietnam è ben documentato. Il Colonnello Robert D. Heinl Jr., subito prima del ritiro degli Usa dal Vietnam, scrisse ne “Il Crollo delle Forze Armate”:

Il morale, la disciplina e lo spirito combattivo delle forze armate sono, con poche eccezioni, i più bassi di sempre in questo secolo e forse i più bassi di sempre nell’intera storia degli Stati Uniti. Sotto ogni punto di vista, le forze armate ancora in Vietnam sono sull’orlo del collasso. Singole unità evitano o rifiutano di combattere, uccidono i propri ufficiali, sono piene di droga e sono senza entusiasmo quando non in procinto di ammutinarsi.

Sebbene nessun ufficiale di altro rango (specialmente mentre è in servizio) possa fare apertamente una simile valutazione, queste conclusioni… sono state sostenute quasi unanimemente in un gran numero di interviste anonime con ufficiali in comando di alto e medio livello. Così come sono confermate da ufficiali di più basso livello con gli incarichi più svariati. 

In Vietnam i soldati di un’armata di 500.000 uomini, in precedenza la migliore armata mai mandata in battaglia dagli Usa, stanno cercando di ritirarsi da una guerra da incubo che hanno la sensazione sia stata scaricata sulle loro spalle da civili molto furbi. I civili nelle università in America ora stanno scrivendo libri sulla stupidità dell’intera avventura.

Un soldato americano di stanza a Cu Chi, è citato dal New York Times. Parla di ‘compagnie separate di soldati che si rifiutano di combattere. Non è più un dramma rifiutarsi semplicemente di partecipare ai combattimenti. Se un soldato viene spedito da qualche parte non deve neanche più fare la fatica di rifiutarsi. Semplicemente impacchetterà le sue cose e andrà a trovare un amico in un’altra base. Molti ragazzi non indossano più nemmeno l’uniforme… Le guarnigioni americane nelle basi più grandi sono nei fatti disarmate. I soldati professionisti confiscano le loro armi e le chiudono al sicuro.’

Può essere vera questa cosa? La risposta è sfortunatamente sì. Ora come ora ‘fragging’ è l’espressione preferita tra i soldati per definire l’omicidio o il tentato omicidio di ufficiali autoritari, impopolari o aggressivi. Quando viene comunicata la morte di un ufficiale c’è esultanza nelle trincee o nelle sale cinematografiche di alcuni reggimenti.

Nella pubblicazione clandestina “GI Says” [“parla il soldato”], subito dopo il sanguinoso attacco ad Hamburgar Hill verso la metà del 1969, veniva offerta una ricompensa di 10.000 per uccidere il tenente colonnello Weldon Honeycutt,  che aveva  lanciato e condotto l’attacco.

Il problema del “rifiuto di combattere”, un eufemismo ufficiale per definire chi fugge dalla battaglia e il peggiore crimine che un soldato possa commettere, è recentemente ricomparso quando lo squadrone B del Primo cavalleria sul confine con il Laos si è rifiutato di recuperare il veicolo comando del proprio capitano che conteneva dispositivi di comunicazione, codici e ordini segreti. Già nel 1969 un’intera compagnia della 196ª brigata di fanteria leggera si era ufficialmente seduta a terra nel bel mezzo del campo di battaglia. Un anno più tardi un’altra unità della famosa Prima Divisione di Cavalleria dell’Aria si rifiutò – in diretta televisiva sulla CBS – di avanzare su un sentiero pericoloso.

‘Search and evade’ (quando un’unita silenziosamente evita una battaglia) è praticamente una regola in questo momento. L’espressione usata dai soldati per descrivere questo è ‘CYA (cover your ass – “copriti il culo”) e torna a casa’. Che la pratica del ‘search and evade’ non sia passata inosservata al nemico è testimoniato dal fatto che la delegazione dei Viet Cong ai negoziati di pace a Parigi abbia dichiarato che: ‘alle unità comuniste in Indocina è stato ordinato di non attaccare le unità americane a meno di non essere provocate’.” 

I soldati americani stavano uccidendo i loro stessi ufficiali. Questa pratica diede vita a una parola nuova in inglese: “fragging”, che derivava da “fragmentation bomb” (bomba a frammentazione). Una pagina web non ufficiale della polizia militare Usa riporta la seguente stima del numero delle vittime: 

Tra il 1969 e il 1973 ci furono sempre più casi di fragging, spiega lo storico Terry Anderson dell’A&M University del Texas. L’esercito Usa non ha delle statistiche precise su quanti ufficiali vennero uccisi in questo modo. Ma si sa che ci furono almeno 600 casi accertati di fragging e altri 1.400 casi in cui ufficiali morirono in circostanze sospette. Di conseguenza l’esercito Usa non era in guerra con il nemico nel 1970. Era in guerra con se stesso”.

Fu questa la ragione principale per cui l’imperialismo Usa fu costretto ad abbandonare la guerra in Vietnam. Se avessero continuato, ci sarebbero potute essere conseguenze rivoluzionarie negli stessi Stati Uniti. Gli imperialisti ne trassero le conclusioni e gettarono la spugna. Il 23 gennaio 1973 gli Stati Uniti, il Vietnam del Sud e il Vietnam del Nord siglarono gli Accordi di Pace di Parigi, che mettevano fine al ruolo combattente dell’America in Vietnam. La coscrizione negli Usa ebbe fine e cinque giorni dopo un cessate il fuoco divenne effettivo. Per la fine di marzo le ultime truppe combattenti lasciarono il Vietnam. La guerra era davvero finita a quel punto, sebbene il regime fantoccio di Saigon sarebbe rimasto aggrappato al potere per quasi altri due anni. Tuttavia, senza il supporto militare americano, era condannato.

 
La caduta di Saigon

Nixon, che dava segni crescenti di instabilità mentale, sembrava fuori controllo. L’establishment allora organizzò un colpo di stato legale per rimuoverlo dal potere nell’agosto del 1974, usando lo scandalo Watergate come una comoda scusa per toglierlo di mezzo. La classe dominante americana in quel momento stava cercando una qualche ricetta per salvare la faccia, minimizzare le perdite e andarsene dal Vietnam il meno dolorosamente possibile. Ma alla fine furono costretti a ritirarsi nelle condizioni più umilianti. 

Il 21 aprile 1975 il presidente del Vietnam del Sud, Thieu, rassegò le dimissioni. I topi stavano già abbandonando la nave che affonda. Solo una settimana dopo, il 30 aprile, i carri armati dell’FLN si aprivano la strada attraverso i cancelli del palazzo presidenziale, il cuore del governo di Saigon sostenuto dagli Usa. Gli Stati Uniti alla fine si tirarono fuori dal Vietnam in condizioni di incredibile caos, panico e confusione. Con un’umiliazione finale, il personale diplomatico americano dovette scappare in elicottero dal tetto dell’ambasciata a Saigon. Per tutto il pomeriggio elicotteri americani – Chinooks, Hueys, Jolly Green Giants – sorvolarono la città, atterrando pericolosamente sulla cima degli edifici pubblici per portare via vietnamiti e altri fuggitivi. In un articolo di mercoledì 29 aprile 1975, intitolato “Gli Usa abbandonano Saigon ai comunisti”, il corrispondente del Guardian a Saigon,  Martin Woollacott, riportava:

Più di 80 elicotteri hanno trasportato gli americani rimasti così come migliaia di vietnamiti, incluso l’ex vice-presidente Ky, verso una flotta di navi nel Mar Cinese del Sud. I piloti vengono ripescati dall’acqua dopo che hanno abbandonato i loro elicotteri per far spazio ad altri sulle piattaforme di atterraggio. Altre migliaia di vietnamiti sono stati evacuati su imbarcazioni da Vung Tau e altri partono in aereo per la Thailandia e le Filippine. La partenza finale è iniziata su ordine di Washington e su pressione del presidente Duong Van Minh. Questa mattina presto un elicottero con 11 marines, che aiutava nell’evacuazione, è finalmente riuscito a decollare dopo essere stato ritardato da raffiche di armi leggere sparate contro l’ambasciata americana”. 

Il reporter del Guardian continuava:

Il modo in cui gli Americani sono partiti è stato in se stesso un grande spettacolo. E’ da molto tempo che in Vietnam non si vedevano così tanti elicotteri sfrecciare a tutta velocità, con gli aerei Phantom volare sopra di essi. Fumogeni arancioni e rossi spuntavano come funghi dall’ambasciata americana e dagli altri punti di raccolta del personale Usa.

L’evacuazione era una scena fantastica con gli elicotteri che ruggivano contro un cielo grigio di piombo, ogni tanto dal centro di Saigon se ne potevano vedere anche a due dozzine per volta, con l’aria che si riempiva del borbottio delle loro pale.

E’ stato riferito che il Generale Cao Van Vien, capo di stato maggiore, e altri alti ufficiali e politici hanno dovuto lasciare la città a bordo degli elicotteri americani, dal momento che i nord-vietnamiti erano oramai vicini e avevano l’intenzione di ucciderli”.

 

saigon

Agenti della CIA evacuano personale americano e collaborazionisti mediante un elicottero dal tetto di un edificio poco dopo la caduta di Saigon.

 

Nessuno sapeva con certezza se le truppe dell’FLN avrebbero assaltato la capitale o meno. C’erano voci secondo cui il Governo Rivoluzionario Provvisorio e la nuova Amministrazione di Saigon avevano raggiunto un accordo per un cessate il fuoco. Ma nessuno poteva confermare o negare niente con certezza. La città attendeva il suo destino. Tutti sapevano che la guerra era finita e l’occupazione americana era ai suoi ultimi spasmi. 

I Quisling di Saigon senza dubbio stavano rimpiangendo il giorno in cui avevano accettato il consiglio di Richard Nixon di “tenere duro” nella speranza di ottenere un accordo migliore. Ora l’unico accordo ancora possibile per loro prevedeva un viaggio movimentato su un elicottero americano e un futuro incerto da esiliati. In un tentativo disperato di salvare il salvabile, il vecchio regime aveva scelto un nuovo presidente, Duong Van Minh, che si offrì di negoziare. Il tempo per i negoziati era però passato da un pezzo. Oramai sarebbe stato deciso tutto dalla forza delle armi e il regime di Saigon non aveva armi a disposizione.

Lenin spiegava che lo Stato è, in ultima analisi, costituito da corpi di uomini armati. E il vecchio Stato si era disintegrato di fronte agli occhi di tutti. L’ordine era crollato e il caos regnava, con la polizia e la milizia che erano scomparse dalle strade. In mezzo a scene indescrivibili di panico, centinaia di vietnamiti che avevano collaborato con le forze di occupazione e con il vecchio regime si dibattevano per entrare nell’ambasciata americana. I soldati dell’ARVN vagavano per la città lasciandosi andare a devastazioni e saccheggi. 

Il Governo Rivoluzionario Provvisorio ovviamente rifiutò il cessate il fuoco e i negoziati offerti dal presidente Minh. Perché avrebbe dovuto, ora che aveva tutte le carte in mano? “Come minimo volevano Saigon in ginocchio”, disse un diplomatico occidentale prima di partire, “vogliono vedere quegli M16 ammucchiati in segno di resa”. Questo obiettivo oramai non era più molto difficile da realizzare. I demoralizzati militari dell’ARVN non erano assolutamente più in grado combattere. Molti gettarono via le proprie armi e fuggirono per salvarsi oppure si cambiarono di casacca per unirsi all’FLN.

L’obiettivo della guerra, come spiegò molto tempo fa Clausewitz, è quello di disarmare il nemico e sottometterlo al proprio volere. L’unico compito che era rimasto all’FLN era quello di liquidare i rimasugli dell’ARVN e organizzare un nuovo potere statale a Saigon. Ma nelle condizioni date, questo Stato sarebbe stato necessariamente modellato sulle caratteristiche del Vietnam del Nord stalinista. 

Un diplomatico responsabile dell’evacuazione di americani e vietnamiti – occupandosi delle “pulizie finali” – disse: “Mi sento come uno con scopa e paletta, ma almeno stiamo cercando di adempiere ai nostri ultimi doveri”. Si tratta di un’osservazione piuttosto accurata. Tutto ciò che era rimasto dopo vent’anni di politica americana in Indocina era un cumulo di rifiuti e non si poteva far altro che spazzarli via il più ordinatamente possibile.  Gli imperialisti Usa senza dubbio adempirono ai loro doveri con quei collaborazionisti abbastanza fortunati da essere evacuati verso qualche destinazione più o meno confortevole negli Stati Uniti. Questo riguardava però solo le alte gerarchie, tutti gli altri furono abbandonati al loro destino senza troppe cerimonie. 

Dopo 28 anni di guerra, l’imperialismo americano era stato alla fine costretto a lasciare il Vietnam nelle più umilianti circostanze immaginabili. La caduta di Saigon segnò la fine ufficiale della guerra. Dopo aver speso 150 miliardi di dollari e aver perso 50.000 vite americane, gli Usa erano stati sconfitti da un piccolo paese asiatico di contadini poveri. L’esercito più potente del mondo era stato costretto a fuggire dal Vietnam con la coda tra le gambe. Che cosa si lasciava dietro?


Le conseguenze

“Dove hanno fatto il deserto, lo chiamano pace” (Tacito)

La sconfitta dell’imperialismo Usa in Vietnam fu uno sviluppo molto progressista e come tale venne accolto con entusiasmo dai lavoratori di tutto il mondo e dalla Tendenza Marxista Internazionale. Permise al Nord e al Sud di riunificarsi e consentì al popolo vietnamita di decidere del proprio destino. Tuttavia un decennio di guerra brutale aveva ridotto il Vietnam in macerie, le sue città bombardate, le industrie distrutte, l’agricoltura, i trasporti e le infrastrutture scompaginati. La maggior parte di una popolazione, prevalentemente agricola, di 82 milioni era ridotta in povertà con un reddito pro capite intorno a 550 dollari l’anno. L’esproprio dei grandi proprietari terrieri e dei capitalisti era un grande passo in avanti, sebbene il nuovo regime non avesse nulla  in comune con il regime di democrazia operaia stabilito da Lenin e Trotsky in Russia dopo il 1917. Si trattava infatti di una caricatura totalitaria e burocratica modellata sulla Russia stalinista. Ciò nonostante, grazie ai vantaggi di un’economia nazionalizzata e pianificata, il Vietnam si riprese in maniera sorprendente dalla devastazione della guerra.

Forse la peggiore di tutte, fu l’eredità della guerra chimica condotta dagli Usa contro il popolo vietnamita. Durante la guerra del Vietnam 80 milioni di litri di diserbante ad alta concentrazione di diossina, noto come Agente Arancio, vennero ripetutamente irrorati sul 12% della foresta pluviale e delle mangrovie del Vietnam del Sud nel tentativo di distruggere il fogliame che forniva copertura ai guerriglieri Vietcong. Chi ereditò il fardello di questa guerra chimica furono le migliaia di “bambini dell’Agente Arancio”, vittime dei fumi velenosi che i loro genitori avevano inalato. Recenti studi hanno dimostrato come l’Agente Arancio abbia avuto conseguenze anche su una terza generazione. La guerra del Vietnam è finita da molto tempo, ma la sua eredità tossica sta ancora avvelenando la catena alimentare in alcune “zone calde” vicine alle vecchie basi Usa, provocando tumori e malformazioni congenite. Scrivendo sul Guardian trent’anni dopo, Tom Fawthrop scrive:

"Tran Anh Kiet, i cui piedi, mani e braccia sono deformi, vive ad un’ora di viaggio da Ho Chi Minh City, nel distretto di Cu Chi. Ha 21 anni, ma il suo corpo sembra quello di un quindicenne ed ha un’età mentale di circa sei anni. Deve essere imboccato e i suoi tentativi di parlare sono limitati a dei grugniti.

Oggi in Vietnam ci sono 150.000 bambini come Kiet, i cui genitori credono che i loro difetti di nascita siano il risultato dell’esposizione all’Agente Arancio durante la guerra, o del consumo di cibo e acqua contaminati dalla diossina sin dal 1975. E’ da segnalare che altri 800.000 vietnamiti soffrono di disturbi collegati alla diossina, incluse diverse forme di cancro”.

 

agent orange

Tuan Kiet, due anni, nato all'Ospedale Tu Du, Ho Chi Minh City, Vietnam. Foto: Chau Doan. Fonte: SBS.

 

Chi è responsabile di queste atrocità? In primo luogo il governo e le forze armate degli Stati Uniti, in seconda battuta le grandi compagnie statunitensi che hanno fornito questi agenti velenosi, ricavandoci sopra una fortuna. Ancora trent’anni dopo gli Usa rifiutano di assumersi la responsabilità delle conseguenze della guerra chimica. Non tanto tempo fa un’azione legale è stata promossa davanti a un tribunale americano, accusando le aziende chimiche di complicità in crimini di guerra e chiedendo un risarcimento. Il giudice americano ha deciso contro la richiesta dei Vietnamiti. Nel frattempo a due delle compagnie coinvolte, la Monsanto e la Dow Chemical, era stato concesso di aprire filiali a Ho Chi Minh City, in conformità con l’intenzione del Vietnam di attrarre investitori esteri.

Oggi il Vietnam fronteggia un nuovo pericolo – il pericolo della restaurazione del capitalismo, che è già molto avanzata in Cina. I centri commerciali vendono profumi francesi e scarpe italiane a una nascente classe media urbana vietnamita. Un hotel cinque stelle francese ha aperto lungo la strada del consolato Usa. Anche nella parata annuale per la vittoria alcuni carri, sponsorizzati da banche vietnamite, hanno esposto il logo di alcune carte di credito americane. Alle navi da guerra americane è consentito attraccare nei porti vietnamiti. A Ho Chi Minh City, come è stata ribattezzata la capitale, una nuova elite di uomini d’affari vietnamiti si gode la bella vita nei bar e nei ristoranti alla moda, brindando ai suoi successi negli affari e alla nuova economia di mercato. Le imprese private sfruttano in maniera brutale i lavoratori, come avviene anche in Russia e in Cina.

Gli Stati Uniti sono diventati oggi il più grande partner commerciale del Vietnam. L’imperialismo Usa può ora ottenere attraverso il commercio e gli investimenti quello che non è riuscito ad ottenere con le bombe e il napalm. E’ per questo che i lavoratori e i contadini del Vietnam hanno combattuto con tanto eroismo e sconfitto la più grande potenza imperialista che il mondo abbia mai visto? Permetteranno alla burocrazia di privatizzare l’economia e, come in Cina, far tornare il Vietnam al capitalismo? O la classe lavoratrice combatterà contro gli elementi pro-capitalisti e condurrà il Vietnam sulla strada di un socialismo veramente leninista, basato sul controllo democratico e sull’autogoverno degli stessi lavoratori? A questa domanda la storia non ha ancora risposto. La nostra fervente speranza è che si realizzi la seconda ipotesi e non la prima. I lavoratori del Vietnam non si meritano di meno!

 

Londra, 30-31 gennaio 2008.


Poscritto:

I lavoratori del mondo non dimenticheranno mai i crimini perpetrati dell’imperialismo Usa nei confronti del popolo del Vietnam. Nella sola campagna aerea “Rolling Thunder” vennero sganciate sul Vietnam del Nord più bombe di tutte quelle impiegate nell’intera seconda guerra mondiale. Nei cinque anni seguenti i due Vietnam ricevettero l’equivalente di 22 tonnellate di esplosivo per ogni miglio quadrato di territorio, o 136 chilogrammi per ciascun uomo, donna e bambino. 7 milioni di tonnellate di bombe e di agenti defolianti furono sganciati in totale e circa 3 milioni di vietnamiti rimasero uccisi. Quarant’anni dopo l’imperialismo Usa è coinvolto in un’altra occupazione criminale: questa volta in Iraq. I parallelismi colpiranno immediatamente chiunque si prenda la briga di studiare la guerra del Vietnam.

Per almeno un decennio gli Usa hanno bombardato l’Iraq. La giustificazione per invadere l’Iraq, secondo il governo Usa, era tra l’altro quella di distruggere le armi chimiche irachene. Eppure il governo Usa non ha esitato ad usare la guerra chimica quando combatteva i guerriglieri vietnamiti nascosti nella giungla. Questi signori e signore hanno cercato di giustificare l’aggressione all’Iraq sostenendo che Saddam Hussein presumibilmente possedeva i mezzi per condurre una guerra chimica – cosa che l’imperialismo americano ha fatto per decenni e fa ancora. I militari americani stanno ancora portando avanti lo stesso tipo di guerra chimica in Colombia, con la scusa di condurre una “guerra contro la droga”. Ovviamente per questa gente le armi chimiche non vanno bene solo quando non sono loro ad usarle. 

Qualcuno ha avuto modo di dire che non si possono fare simili paralleli perché in Iraq non c’è la giungla. Ma ci sono deserti e città che possono offrire rifugio alle forze della guerriglia altrettanto bene. L’infame espressione di Bush “missione compiuta” riecheggia le molte dichiarazioni trionfalistiche del presidente Johnson nelle prime fasi della guerra del Vietnam. Le forze americane sono intrappolate in una guerra che non possono vincere e questo è oggi sempre più evidente al popolo americano. Come nel caso del Vietnam, sarà il popolo americano che metterà fine all’invasione criminale della terra di un altro popolo.