Cina

“Economia di mercato socialista”

o capitalismo tout court?

di Michele Fabbri

Oggi, che si parla tanto di miracolo economico cinese, si nasconde accuratamente che questo paese è stato depredato dalle potenze imperialiste dalla metà del secolo XIX e che dopo l’invasione giapponese degli anni ’30 avrebbe continuato questo andazzo, se non fosse stato per la rivoluzione guidata dal Partito comunista cinese (Pcc) che sconfisse prima i giapponesi e, nel 1949, anche il Kuomintang, il partito borghese che dopo 30 anni aveva dimostrato la sua incapacità per risolvere i problemi del paese dove abitava un quarto dell’umanità.

A differenza di quella russa però, la rivoluzione cinese non godette di un periodo di democrazia operaia, essendo il Pcc controllato già dagli anni ’30 dagli stalinisti.

Analogamente a quanto era accaduto in Urss, lo stalinismo riuscì ad sviluppare l’economia, ma con dei costi umani e materiali enormi. Nei primi decenni il tasso di crescita cinese superava il 9%, malgrado le conseguenze deleterie del “Grande balzo in avanti” e della “Rivoluzione culturale”. Nel 1974 durante la prima seria crisi capitalista con un calo del Pil mondiale del 1%, la Cina cresceva del 10%. Tra il 1957 e il 1970, l’India che aveva lo stesso livello di sviluppo al momento dell’indipendenza aveva la metà di tasso di crescita. La crescita economica trasformò la società cinese, ponendo le basi di una economia sviluppata, ma che ancora negli anni ’80 era molto indietro riguardo ai paesi più industrializzati.

 

Apertura agli investimenti esteri

A quel punto il regime si pose il problema di aprirsi agli investimenti esteri, cosa in sé necessaria per un’economia arretrata come quella cinese. Ma le conseguenze di quest’apertura al capitalismo, che, in un regime di socialismo democratico, con piena libertà di discussione e critica tra i lavoratori, avrebbero potuto essere controllate e gestite per il rafforzamento del sistema socialista, nel contesto stalinista hanno avuto l’effetto opposto.

Nella Rivoluzione tradita Trotskij scrisse che nel capitalismo “le forze produttive, basate sulla proprietà privata e sulla concorrenza, lavorano per conto loro. Al contrario, i rapporti di proprietà stabiliti dalla rivoluzione socialista sono indissolubilmente legati al nuovo Stato che ne è il portatore. Il predominio delle tendenze socialiste sulle tendenze piccolo-borghesi è assicurato non dall’automatismo economico – ne siamo ancora lontani – ma dalla potenza politica della dittatura. Il carattere dell’economia dipende dunque interamente da quello della dittatura.”

Cioè, finché l’economia socialista non arrivi ad un livello di sviluppo tale da assicurare a tutta la popolazione la soddisfazione di ogni bisogno materiale e contemporaneamente si sviluppi una nuova cultura che superi l’affanno per la proprietà, tutto dipende dal mantenimento della crescita economica in un contesto di democrazia operaia, di veri consigli o soviet che permettano ai lavoratori la presa delle decisioni. Ma tutto ciò non era mai esistito in Cina, dove il Pc, a differenza di quello russo era già burocratizzato molto prima della presa del potere.

Così alla corruzione e alla burocratizzazione, che erano cresciute nell’ apparato dello Stato e del Pcc nei primi decenni della rivoluzione, seguì dall’inizio degli anni ’80 una sempre maggior attrazione per il capitalismo. Come Trotskij spiegava, la burocrazia stalinista vive i suoi privilegi, come quello che sono: abusi e non le dispiacerebbe trasformare i propri privilegi di amministratore in un pieno diritto di proprietà.

Questo passaggio, che è stato realizzato in modo caotico nei paesi dell’Europa orientale e nella ex Urss lungo gli anni ’90 è accaduto anche in Cina, ma in modo molto più graduale, in un contesto di forte crescita economica e di totale controllo da parte del partito unico. Vediamo che a suo modo, la burocrazia cinese ha tratto delle lezioni dall’esperienza dell’Urss e ha iniziato a introdurre elementi dell’economia di mercato già prima della caduta del Muro di Berlino.

 

La vittoria di Deng Xiaoping

Il dibattito sull’apertura dell’economia ai capitali esteri inizia nel Pcc nel 1977-78 appena dopo la sconfitta della cosiddetta “banda dei quattro” (arrestati il 6 ottobre 1976) che pretendeva, dopo la morte di Mao, di continuare la “rivoluzione culturale”…

Deng propose di costituire quattro zone economiche speciali attorno a Hong Kong e Macao

Si fece un appello specifico alla diaspora cinese che a Taiwan, in Thailandia, Malesia, Indonesia e anche negli Usa era costituita da oltre 60 milioni di persone. Fu un processo lento e contraddittorio che fece un primo salto qualitativo quando, all’inizio degli anni ’80, la terra che veniva coltivata collettivamente dalle comune popolari venne affittata a lungo termine alle famiglie contadine e quando a metà degli anni 80 si liberalizzarono i prezzi della maggioranza dei beni e servizi.

La produzione agricola e di animali di allevamento crebbe velocemente e gli investimenti esteri cominciarono ad arrivare. Contemporaneamente esplose l’inflazione. Tra il 1980 e il 1985 si comprarono 100 milioni di televisori. Tra il 1985 e il 1990, 50 milioni di lavatrici e 40 di frigoriferi. È in questo periodo che i figli degli alti burocrati comincia ad andare all’estero per studiare, principalmente negli Usa e nella Gran Bretagna.

 

Tian-an-men

Nel 1988 si apre la prima Borsa valori a Shenzen. Nel 1990 la seconda a Sanghai. Nel frattempo c’era stato il massacro di Tian-an-men con centinaia di giovani lavoratori e studenti ammazzati a Pechino dall’esercito nel 3 e 4 giugno del 1989.

Il massacro aveva messo fine ad una protesta iniziata un mese prima contro l’aumento dei prezzi e la corruzione dei burocrati del Pcc. Aveva coinvolto milioni di studenti e lavoratori e contava perfino sulla simpatia di non pochi funzionari dell’apparato statale e del partito. Il segretario generale del Pcc, Zhao Ziyang, in disaccordo con la repressione ordinata da Deng e favorevole ad una certa apertura politica del regime fu estromesso dell’incarico e posto agli arresti domiciliari fino alla sua morte.

Deng, mentre schiacciò senza tentennamenti un movimento che minacciava di mettere in discussione il regime stalinista, dopo un’anno di discussioni non condivise le richieste di una parte dell’apparato, che voleva rallentare le aperture al capitalismo, anzi, proprio per superare l’impasse provocata dalla repressione propose di aprire agli investimenti esteri tutte le province costiere e la capitale Pechino. A Shanghai, nell’isola di Pudong (500 km quadrati), si decise di creare una nuova Manhattan. Oggi è il centro direzionale più importante della Cina con 4 milioni di metri quadrati di grattacieli costruiti in 10 anni.

 

“Economia di mercato socialista”

Già nel 1991 i disoccupati nelle campagne superavano i 100 milioni, a carico delle famiglie, mancando in campagna un sussidio di disoccupazione e un sistema pensionistico. Gli investimenti esteri quell’anno arrivarono a 6 miliardi di dollari, il 20% dei quali provenienti da Taiwan.

Nell’ottobre 1992, in occasione del XIV Congresso del Pcc venne approvato questo orientamento col nome di “economia di mercato socialista”. Già nel 1993 il Pil crebbe del 13,7%. Da allora la media della crescita è stata dell’8% annuo.

Il 14 novembre del 1993 si chiuse il Plenum del CC con un documento intitolato “Decisioni su alcune questioni relative all’istaurazione di un sistema economico di mercato socialista”

In esso si poteva leggere che: “…anche se la proprietà dello Stato rimarrà il principio fondamentale di base dell’economia nazionale, tutte le forme di proprietà – di Stato, collettiva e privata – dovranno essere messe in gioco nello sviluppo dell’economia.”

Si dichiarava che “è necessario attenersi al principio dello sviluppo congiunto di settori economici multipli tra i quali la proprietà pubblica svolga un ruolo dominante; è necessario trasformare ulteriormente i meccanismi di gestione delle imprese di proprietà dello Stato e istituire un sistema imprenditoriale moderno che soddisfi i requisiti richiesti dall’economia di mercato”.

In quell’occasione si accese un energico dibattito sui meccanismi attraverso i quali il governo e il partito avrebbero mantenuto il “controllo macroeconomico”. Ma alla fine la linea non cambia. Nel 1996 vengono abbandonate le ultime formalità della pianificazione centralizzata.

 

Il Pcc si apre ai capitalisti

Le ultime serie resistenze nell’apparato verso il nuovo corso vengono superate tra il 1998 e il 1999 quando si definisce chiaramente l’obiettivo di ridimensionare drasticamente la parte statale dell’economia con licenziamenti di massa, una maggior apertura agli investimenti esteri e nessun tipo di riforme democratiche. Le aziende statali vengono rivolte come un calzino: accorpamenti, fusioni o frammentazione servono a dividere i processi produttivi che producono profitti da quelli in perdita. I primi vengono privatizzati, i secondi lasciati al loro destino. Non è un caso che in tutto questo processo i dirigenti del partito e i loro familiari si prendano i migliori bocconi. Come risultato di questo processo almeno 70 milioni di lavoratori del settore pubblico hanno perso il posto negli ultimi 6 anni.

Coerentemente con tutto ciò il primo luglio 2001 si approva formalmente che i capitalisti privati possano entrare nel Pcc. Nel novembre dello stesso anno la Cina entra nel Wto.

Le cause di questa relativamente facile vittoria del settore procapitalista del partito sono quattro.

1) Il mantenimento della crescita che permette l’arricchimento di una minoranza di capitalisti e anche il miglioramento delle condizioni di vita di centinaia di milioni di nuovi proletari venuti dalle campagne passando da salari mensili che non superano i 20-25 euro a salari di 80-180 euro nelle città. L’alta competitività delle merci cinesi è possibile perchè vengono prodotte con la tecnologia più avanzata frutto dagli enormi investimenti realizzati (più di 600 miliardi di dollari negli ultimi 20 anni investiti in 480mila aziende) e con una mano d’opera che viene pagata tra 10 e 20 volte meno che in Europa o negli Usa. Alla forte crescita dell’export si aggiunge quella delle importazioni, con massicci piani di investimento in infrastrutture (autostrade: 35mila km costruiti tra il ’94 e il 2004 con la prospettiva di costruirne 85mila entro 10 anni; metropolitane: 84 città stanno costruendone una nuova rete; ferrovie, aeroporti, edilizia e costruzione di nuovi impianti industriali).

2) Il cuore della nuova classe borghese è formato dalle mogli, dai figli, dai nipoti dei burocrati, assieme ai cinesi della diaspora tornati in massa (solo a Shanghai risiedono 600mila cinesi di Taiwan).

3) Il ruolo decisivo giocato dalla diaspora cinese e l’integrazione di Hong Kong nella Repubblica popolare cinese. La ex colonia britannica ha giocato il ruolo di cavallo di Troia del capitalismo. Attraverso Hong Kong la zona economica speciale di Shenzhen è cresciuta del 31% annuo negli ultimi 20 anni. La maggior parte dei capitalisti di Hong Kong non hanno trovato grosse difficoltà ad integrarsi nel neocapitalismo continentale. Nel 1997 la loro integrazione formale nella Rpc ha comportato un serio rafforzamento della classe capitalista. Il resto della diaspora cinese ha giocato anche un ruolo decisivo nella crescita del capitalismo. Fino al 2003 circa due terzi del totale degli investimenti esteri nel paese proveniva dai cinesi all’estero, una parte decisiva da Taiwan.

4) Il controllo statale sul sistema finanziario e la non convertibilità della valuta cinese, che ha permesso di superare la crisi asiatica del 1997 e la massa di crediti non recuperabili (circa il 40% nel 1998). Ciò è stato fortemente agevolato dal alto tasso di risparmio delle famiglie, che arriva al 35% del reddito (circa il doppio della percentuale italiana) e dal surplus della bilancia commerciale che ha permesso l’accumulo di più di 600 miliardi di dollari di riserve valutarie. In questo contesto il debito pubblico cresce fortemente ma ancora non supera il 25% del Pil ed è totalmente finanziato dal risparmio interno.

Nell’autunno del 2002 il XVI Congresso del Pcc sostituisce il 40% dei membri del Comitato Centrale facendo entrare diversi grandi capitalisti e consolidando ulteriormente il peso del borghesi nel partito. Le statistiche cinesi indicano che, mentre solo il 5% della popolazione è iscritta al Pcc, la percentuale tra i capitalisti arriva al 30%. Un degno rappresentante di questa nuova classe è Larry Rong Zhijian, figlio del ex-vicepresidente della Cina, Rong Yiren, che dichiara un patrimonio di 800 milioni di euro e che controlla il gruppo finanziario Citic con interessi che vanno dal settore aeronautico alle telecomunicazioni, dall’edilizia alle autostrade.

 

Costruendo le basi del capitalismo…

L’apertura agli investimenti capitalisti potrebbe convivere con un’economia socialista, sempre che vengano usati per rafforzare il settore socialista dell’economia. Ma oggi in Cina vediamo il contrario. Circa la metà del prodotto interno lordo viene da aziende private, ma questo dato non spiega molto del comportamento del sistema economico complessivo. È più interessante vedere come le aziende statali sono sottocapitalizzate, vendono spesso in perdita a quelle private o vengono privatizzate a prezzi irrisori.

Secondo le statistiche ufficiali il 20% della popolazione assorbe il 47,5% del reddito prodotto. Da due anni per la Bmw il mercato cinese è il più importante del mondo, mentre il boom della richiesta di auto permette al comune di Sanghai di vendere all’asta le nuove targhe. In agosto del 2004 il prezzo era di 2600 euro, ma nell’aprile dello stesso anno era arrivato a 4.500.

Negli ultimi anni è chiaro a tutti come la Cina stia diventando la manifattura del mondo. L’anno scorso il commercio mondiale è cresciuto del 5% e il 60% di questa crescita veniva dalla Cina. Malgrado le richieste a favore del protezionismo contro l’export cinese esso cresce lo stesso a causa del fatto che un’alta percentuale (circa il 60%) corrisponde a prodotti realizzati in Cina da aziende Usa, europee, giapponesi, taiwanesi e coreane… per i propri mercati! Così il recente blocco europeo dell’export di prodotti tessili “cinesi” ha sollevato le proteste di diversi governi (Olanda, Belgio, Danimarca) e multinazionali, come Zara o Benetton perchè le loro collezioni di autunno-inverno erano bloccate alle frontiere… Infine, 470 tra le 500 principali multinazionali producono già in Cina.

…e la maggior classe operaia del mondo

La rivoluzione cinese sottrasse agli imperialisti il boccone più ghiotto del mondo coloniale. La Cina raggiunse l’autosufficienza alimentare in un decennio e pose le basi di un paese industrializzato. La burocrazia stalinista giocò un ruolo progressista, malgrado i costi enormi (umani e materiali) del suo agire. Per mantenere ed accrescere i propri privilegi ha deciso di imboccare la strada del capitalismo e sostituito l’internazionalismo parolaio con un nazionalismo sempre più impaziente. Lo può fare in base alla miscela esplosiva della valanga di capitali esteri e di una nuova classe operaia proveniente dalle campagne. La Cina produce merci per tutto il mondo permettendo dei superguadagni ai capitalisti usando una forza lavoro di proporzioni colossali.

Il processo di sfruttamento che Engels descriveva a metà del XIX secolo nella Situazione della classe operaia in Inghilterra si ripete con un’ordine di grandezza 20 volte superiore. Una classe operaia che già oggi è la maggior del mondo cresce ad un ritmo di 20 milioni l’anno. Non hanno tradizioni di lotta sindacale, né diritti formali riconosciuti, spesso i salari arrivano in ritardo, si trovano i capitalisti, i burocrati del partito e dello Stato contro, ma appena prendano coscienza delle loro condizioni e dell’ingiusta distribuzione della ricchezza possono solo lottare per i loro diritti… Di fatto hanno già cominciato: il governo riconosce che nel 2003 ci sono state 58.000 proteste con tre milioni di persone coinvolte. Dieci anni prima la cifra era meno di 9000. È un fatto che negli ultimi due anni il costo del lavoro è aumentato del 50%.

La Repubblica del 19 maggio 2004 riportava come un paio di Timberland, vendute in Europa a 150 euro fanno guadagnare 45 centesimi al ragazzo di 14 anni che le produce a Zhongshan, lavorando 16 ore al giorno senza assicurazione malattia, né ferie pagate. Come abbiamo visto tante volte in passato la classe operaia troverà i modi di ribellarsi a questo sfruttamento. E parafrasando Napoleone possiamo dire che quando la possente classe operaia cinese si alzerà in piedi il mondo capitalista tremerà.

 

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La Lenovo

Federico Rampini, nel suo libro Il secolo cinese racconta la storia della Lenovo, l'azienda cinese che ha comprato recentemente dall'Ibm il settore dei personal computer. Il fondatore, Liu Chuanzhi, era un'ingegnere militare e l'azienda - allora chiamata Legend - nacque nel 1984 in un bungalow dell'Accademia delle Scienze con 24mila dollari di capitale di rischio fornito dalla stessa istituzione. Presto diventa distributore di Pc dell'Ibm e della Hp, ma dal 1990 comincia a produrli in proprio e in sette anni domina il mercato cinese. I suoi computer sono del 30% meno cari di quelli Usa, ma più cari dei cloni cinesi. In questo modo conquista il 28% del mercato e infine nel 2004 lancia la proposta di acquisto all'Ibm per 1.750 milioni di dollari. Il quartier generale dell'azienda resterà a New YorkŠ

Con questo acquisto la Lenovo diventa il terzo produttore mondiale di Pc. L'attuale direttore finanziario della Lenovo è una donna, Ma Xuezheng, che negli anni '80 era stata interprete ufficiale di Deng Xiaoping e di Hu Yaobang fino al 1989, quando si butta negli affari.

 

 

 


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