Elezioni locali in Venezuela

Un’altra sconfitta per l’opposizione

di Jorge Martin

Mentre scriviamo ci giunge la notizia dell’assassinio di Danilo Anderson, un magistrato di Caracas che stava procedendo all’incriminazione di centinaia di membri dell’opposizione che avevano partecipato al golpe dell’11 aprile. Anderson è stato dilaniato da una bomba posta nella sua auto la notte del 19 novembre scorso. L’attentato è l’ultimo disperato tentativo dell’opposizione di ostacolare il processo rivoluzionario che si sta approfondendo in Venezuela.

Ancora una volta la borghesia e la destra reazionaria venezuelana sono state battute in una competizione elettorale. Dopo il trionfo nel referendum del 15 agosto il movimento bolivariano ha conquistato il 31 ottobre venti dei ventidue stati in cui è diviso il Venezuela, che è una Repubblica Federale. Si tratta della nona vittoria in sei anni. Diversi degli stati in cui sostenitori di Chavez hanno prevalso erano finora tradizionali roccaforti dell’opposizione, come ad Anzoategui e Tachira. Le vittorie più importanti sono state tuttavia negli stati chiave di Mirando e Carabobo, i cui governatori erano fra i massimi dirigenti dell’opposizione, Enrique Mendoza ed Enrique Salas Feo. Questi ultimi hanno tentato di contestare la validità del risultato elettorale, ma con scarso successo.

Anche nelle elezioni amministrative il movimento bolivariano avanza in maniera sensibile. Per la carica di sindaco della Grande Caracas, i cui poteri sono simili a quelli di un governatore, il candidato chavista Juan Barreto ha stravinto ottenendo quasi i due terzi dei voti. Il sindaco uscente nonché sconfitto dal responso delle urne, Alfredo Peña, era stato eletto come sostenitore di Chavez ma era in seguito passato al fronte controrivoluzionario usando la Polizia Metropolitana di Caracas come braccio armato dell’opposizione.

Le masse si radicalizzano

Un simile risultato elettorale rafforza la fiducia delle masse bolivariane nei propri mezzi. È stato possibile grazie alla mobilitazione delle Unità di battaglia elettorali. Le Ube sono le strutture nate per condurre la campagna referendaria del 15 agosto e che oggi stanno divenendo gli organismi di base del movimento rivoluzionario.

Un altro fattore determinante è stato il linguaggio radicale usato da Chavez durante tutto il periodo della campagna elettorale, in particolare contro il latifondo e a favore di una radicale riforma agraria. Ha spiegato che i governatori degli stati non dovrebbero avere paura di recarsi presso i grandi latifondi e controllare se i terreni siano coltivati o meno. In quest’ultimo caso si dovrebbe chiedere ai proprietari terrieri di cedere la terra di cui non hanno bisogno e nell’eventualità di un loro rifiuto, procedere all’esproprio e alla distribuzione della terra.

Ma Chavez non si è limitato solamente alle questioni agrarie. Ha insistito sul fatto che il capitalismo non può risolvere i problemi dei poveri e che la rivoluzione non può essere solo sociale ma anche economica. “Entro i limiti del capitalismo è impossibile vincere le sfide poste dalla povertà, dalla miseria, dallo sfruttamento, dalla disuguaglianza.” Il presidente Chavez ha ribadito ancora una volta che devono essere espropriate non solo le terre incolte, ma pure le fabbriche chiuse dai padroni, insistendo che “dobbiamo rompere con il modello capitalista”.

La prima occasione per mettere in pratica queste considerazioni sacrosante è costituita dalla Venepal, di cui parliamo in questa pagina e dove i lavoratori sono in occupazione da più di tre mesi.

Un segnale chiaro su questo versante contribuirebbe a spazzare via in un batter d’occhio tutte le indecisioni e le ambiguità che hanno contraddistinto in questi anni tanti dirigenti del movimento bolivariano. Verrebbe incontro invece all’indomabile spirito rivoluzionario dei lavoratori venezuelani e di tutta l’America Latina.


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