FalceMartello n° 160 * 17 Ottobre 2002

Ripartire con le lotte imparando dalle esperienze passate

Come si evince anche dagli articoli di questo giornale un nuovo movimento studentesco potrebbe essere alle porte. Ce lo auguriamo e lavoriamo per questo.

Di fronte a questo i compagni del CSP mi hanno chiesto con insistenza di scrivere sulle lotte passate, per poter apprendere da quelle esperienze. Ho accettato con molta riluttanza. Il timore di apparire "professorale" è forte, correrò il rischio considerando l’importanza che i giovani compagni attribuiscono a questa questione.

di Alessandro Giardiello

Non c’è spazio per parlare del ‘68, un movimento che ha determinato una rottura storica e ha visto per la prima volta gli studenti allearsi con la classe lavoratrice. Molte delle conquiste, dei metodi e delle forme di lotta che rimangono ancora oggi nelle scuole e nelle facoltà provengono da quel movimento che è continuato per tutti gli anni ‘70. Chi fosse interessato può leggere la nostra rivista teorica n°2 dedicata al sessantotto e all’autunno caldo.

Tratterò invece, seppur brevemente, dei movimenti degli anni ‘80. Movimenti di massa che si sono sviluppati contro la corrente storica generale, durante un riflusso della classe operaia, e che proprio per questo hanno pagato un prezzo per la mancata trasmissione di esperienze dalla generazione precedente.

I pregiudizi contro la politica erano uno dei primi ostacoli che dovevano risolvere questi movimenti nella fase di gestazione. Pregiudizi che nel corso della mobilitazione si sono superati agevolmente.

L’85 italiano

Il movimento dell’85 nacque a Milano da una lotta contro la chiusura del Liceo artistico di via Prinetti. Il 16 ottobre ci fu una manifestazione con oltre 20mila persone e subito dopo una mobilitazione generalizzata nelle scuole che nel giro di pochi giorni si allargò a macchia d’olio contro i tagli del governo alla scuola pubblica (proposti dall’allora ministra democristiana Falcucci).

La forza del movimento era tale che nel giro di poche settimane si formarono coordinamenti provinciali nelle principali città italiane con la presenza di studenti di centinaia di scuole. Il 9 novembre ci furono manifestazioni in tutte le città d’Italia con quasi un milione di studenti e il 16 novembre una grande manifestazione con oltre 200mila studenti a Roma.

In quelle lotte si politicizzarono migliaia di giovani che cominciarono a militare nelle organizzazioni di sinistra e nei centri sociali. L’organizzazione clericale Comunione e Liberazione che all’inizio degli anni ‘80 era molto forte e aveva costruito "comunità" in tantissime scuole si dileguò dal giorno alla notte. La politicizzazione fu rapida anche "grazie" alle provocazioni del governo pentapartito (Dc-Psi-Psdi-Pli-Pri) che utilizzò le forze dell’ordine in più occasioni contro i manifestanti.

Il primo problema che si pose al movimento quando assunse tali dimensioni è chi aveva il diritto di determinare le scelte fondamentali sui programmi, le iniziative di lotte, ecc.

Non esistendo una struttura democraticamente eletta accadeva che le burocrazie delle diverse organizzazioni giovanili finissero per decidere sulla testa di tutti. Non si formò mai un coordinamento nazionale che meritasse questo nome.

Inevitabilmente con questo metodo si aprirono contraddizioni profonde (fino ad arrivare a veri e propri scontri fisici) tra le diverse "anime". Mentre la direzione della Fgci (i giovani del vecchio Partito comunista) rivendicava opportunisticamente e ipocritamente l’apoliticità del movimento (spingendosi in molte città a cacciare con i servizi d’ordine le bandiere rosse dalle manifestazioni) gli estremisti offrivano la soluzione assembleare e spontaneista, che rifiutava ogni forma di delega e che si prestava anch’essa a manovre antidemocratiche.

Spesso accadeva che si convocassero assemblee cittadine in una zona del centro dove gli studenti dei licei, che abitavano vicino, erano sempre sovrarappresentati rispetto ai tecnici che venivano dalle periferie; le assemblee erano, per usare un eufemismo, mal organizzate e duravano indefinitamente. Alla fine si decideva in pochissimi, alla faccia della democrazia.

Questi i magnifici risultati del metodo assembleare nei quali decide chi c’è, e non chi rappresenta. Ma non è solo questo; un giorno un ragazzo di un istituto professionale di Corsico di fronte all’obiezione di un autonomo che si opponeva alla delega domandò: "Ma se la Falcucci ci convoca per una trattativa andremo al ministero i 200mila che eravamo a Roma? Se non decidiamo chi deve andarci, qualcuno andrà senza essere controllato da noi". Aveva ragione ovviamente.

Il Coordinamento alla "francese"

Di fronte a questi problemi che rischiavano di far naufragare il movimento (come poi avvenne) gli studenti che sostenevano questa rivista fecero un volantino proponendo la formazione di un Coordinamento studentesco democratico, secondo i principi della democrazia operaia e consiliare.

Il volantino che diffondemmo a Milano tra le altre cose proponeva che:

- I rappresentanti nel Coordinamento provinciale fossero eletti nelle assemblee d’istituto dopo un dibattito democratico (2 delegati per ogni scuola). Che con un criterio simile si eleggesse anche un Coordinamento nazionale.

- Si consultassero gli studenti prima di ogni decisione importante (con volantini, discussioni classe per classe, assemblee)

- I delegati fossero revocabili in qualsiasi momento dall’assemblea che li aveva eletti.

In questo modo il coordinamento diventava l’organismo rappresentativo di tutto il movimento ed era lì che le articolazioni interne potevano risolvere le controversie evitando strumentalizzazioni, intrighi e sotterfugi delle burocrazie che si muovevano a loro agio nell’informalità. Si potevano discutere tutte le posizioni ma alla fine a decidere sarebbero stati i rappresentanti eletti nelle scuole attraverso una votazione democratica. In questo modo le diverse formazioni politiche potevano presentare le loro proposte alla luce del sole senza timore alcuno sul rispetto della volontà della maggioranza degli studenti.

Questo metodo venne giudicato impraticabile da tutte le forze politiche presenti in quel momento (eccetto noi) ma fu proprio su questi principi che l’anno dopo il movimento studentesco francese funzionò e riuscì a piegare il governo di destra respingendo la controriforma universitaria.

Il prezzo pagato purtroppo fu molto alto, nelle mobilitazioni parigine uno studente di origine maghrebina, Malik Oussekine venne assassinato dalla CRS (i celerini francesi) che caricarono violentemente il corteo.

Il movimento francese a differenza di quello italiano riuscì ad ottenere una vittoria anche perchè si richiamò alla classe operaia, l’appello del coordinamento nazionale degli studenti venne accolto dai sindacati. Di fronte a questo Chirac temendo un esplosione della classe operaia decise di ritirare non solo la legge sull’università ma tutto il pacchetto sull’educazione oltre alle leggi più osteggiate dagli studenti, in particolare quella razzista sulle nazionalità.

La lotta degli studenti spagnoli

Quasi contemporaneamente alla lotta degli studenti francesi esplose quella degli spagnoli che riuscì ad andare più avanti dal punto di vista dei metodi di organizzazione e delle conquiste.

Con cinque scioperi e tre mesi di mobilitazione generalizzata gli studenti misero in ginocchio il governo socialista di Felipe Gonzales. Un ruolo decisivo lo ebbe il Sindicato de Estudiantes (SE), un’organizzazione d’ispirazione marxista che ancora oggi è la principale forza degli studenti spagnoli.

Non c’è spazio in questo articolo per ricordare i passaggi fondamentali di quella eroica mobilitazione. Rimandiamo i nostri lettori a un documento da noi pubblicato all’epoca (La lotta degli studenti spagnoli 1986-’87).

Fu comunque una lotta offensiva che risultò vincente grazie alla lungimiranza della sua direzione.

Il movimento ottenne:

- La gratuità della scuola secondaria e degli istituti tecnici.

- L’iscrizione gratuità all’università per i figli delle famiglie con un reddito inferiore a 1,7 milioni di pesetas (circa 20 milioni di vecchie lire del 1987).

- Il pagamento regolare (con versamento di contributi) delle ore di praticantato svolte dagli studenti degli istituti tecnici all’interno delle aziende.

- L’aumento della rappresentanza degli studenti nei consigli d’Istituto.

- La sospensione di tutte le misure disciplinari a carico degli studenti che erano state prese nel corso della mobilitazione studentesca.

Bisogna solo aggiungere che il SE non ha mai imposto nulla agli studenti anzi ha dato loro la possibilità di essere protagonisti fino in fondo delle proprie lotte. Ogni volta che si dovevano prendere delle decisioni si convocavano delle assemblee per sottoporre le proposte al voto. Inoltre il SE ha sempre avuto un approccio non settario verso le altre organizzazioni giovanili con le quali ha cercato di far fronte attraverso il metodo del coordinamento democratico utilizzato dai francesi.

Ma quello che più conta è il programma estremamente avanzato che ha difeso e difende il SE che più volte ha dichiarato che in ultima analisi l’unico modo per difendere la scuola pubblica è lottare contro il capitalismo per una società governata democraticamente dai lavoratori.

Non a caso hanno sempre mantenuto un chiaro orientamento di classe. Alla base di questo la comprensione del ruolo determinante dei lavoratori in qualsiasi progetto di trasformazione sociale, solo gli operai bloccando la produzione hanno la forza di piegare la classe dominante ed è per questo che il SE ha combattuto nel movimento le posizioni "studentiste" che propongono di risolvere i problemi dell’istruzione con la mobilitazione autonoma degli studenti.

Il tentativo italiano

Ispirati dalla lotta degli studenti spagnoli i sostenitori di questa rivista proposero alla fine dell’87 la costruzione di una struttura simile anche in Italia. La maggioranza dei leader studenteschi di allora rifiutarono questa ipotesi; pur essendosi formati nelle lotte dell’85 non trassero alcuna conclusione dalla sconfitta italiana e dalla vittoria dei nostri compagni in Francia e in Spagna. Continuarono a riproporre gli stessi metodi di lotta (con la formazione di coordinamenti non eletti nelle scuole e il rifiuto del concetto della delega). In mancanza di un movimento di massa tra l’87 e l’88 il vecchio Coordinamento milanese (mi riferisco a questa esperienza perchè è quella che ho conosciuto direttamente ma nelle altre città le cose non andarano molto diversamente) divenne l’ombra di sè stesso, perse ogni riconoscimento nonostante continuasse a considerarsi "l’unica e legittima rappresentanza del movimento" e finì col rinchiudersi in un centro sociale a fare dei seminari di approfondimento.

Si aprì così un vuoto drammatico nonostante gli attacchi forsennati del governo che proprio in quegli anni iniziava ad introdurre le prime proposte di autonomia scolastica e universitaria (proposte Galloni e Ruberti) che tanta strada hanno fatto da allora.

Decidemmo di muoverci per conto nostro, nonostante le forze esigue, costituendo comitati promotori di un Sindacato degli Studenti (SdS). Dopo un percorso costitutivo che durò circa tre mesi in cui definimmo piattaforme, obiettivi, metodi di costruzione iniziammo ad avanzare la proposta nelle scuole. Il successo fu immediato nonostante il boicottaggio di tutte le altre realtà della sinistra giovanile.

Dopo un importante manifestazione nell’aprile dell’89 dove prendemmo oltre 40 contatti, nell’ottobre - novembre 1989 partendo dalla lotta del X Liceo Scientifico e dell’Itis Feltrinelli di Milano ci trovammo alla testa di un movimento di decine di migliaia di studenti utilizzando gli stessi metodi dei compagni spagnoli. I cortei del 10 e del 27 novembre del 1989 furono preparati con assemblee in 47 scuole milanesi in cui venne approvata la piattaforma e la proposta di mobilitazione; nel giro di poche settimane oltre 300 studenti aderirono al Comitato promotore. Il livello di confronto con gli studenti era tale che si produssero 12 volantini nell’arco di un mese autofinanziati con collette nelle scuole (vennero raccolti oltre 6 milioni di lire).

La nostra influenza era tale, in quel momento, che alcuni dirigenti del Pci (che vogliamo ricordarlo era un partito di massa con un milione e mezzo di iscritti) proposero alla Fgci di entrare nel sindacato studentesco per costituirsi come minoranza organizzata. Li avremmo accolti volentieri ma i dirigenti della Fgci erano troppo arroganti e settari per accettare la proposta. Se non potevano dominare, allora volevano distruggere. Avevano anche loro nei piani di costruire un sindacato studentesco ma su basi riformiste e concertative come quelli del Nord Europa. Su queste basi nacque in seguito l’Uds.

Ricordo come se fosse ieri l’intervento isterico di un dirigente della Lega Studenti Medi della Fgci che, in assemblea pubblica di fronte a tremila studenti, dichiarò che "dopo 40 anni di dittatura democristiana non volevano 40 anni di dittatura di Falce e martello". Si riferiva al fatto che i promotori del SdS erano i compagni che sostenevano questa rivista, ma allo stesso tempo faceva leva sui peggiori pregiudizi anticomunisti. La Bolognina era vicina e Occhetto si preparava a sciogliere il Pci per dare vita ai democratici di sinistra.

Avevano con loro molti alleati, quel movimento non piaceva, in primo luogo alla borghesia e ai suoi giornali che in quei giorni parlavano del sindacato studentesco in termini insultanti, utilizzando ogni tipo di calunnie, in secondo luogo agli estremisti (in particolare gli autonomi) che odiavano quella proposta come qualsiasi altra forma organizzata, le loro posizioni erano abituati a discuterle in piazza con i bastoni e non in ambiti strutturati e democratici. Nella santa alleanza entrarono anche il questore, il prefetto e il presidente del consiglio scolastico provinciale (noto attivista di Comunione e Liberazione).

Il SdS che disponeva di pochissimi quadri pur mostrando un enorme potenzialità fu sottoposto a una pressione enorme che venne aggravata (e questo fu l’elemento fondamentale) dalla controrivoluzione nei paesi dell’Est e dalla Vandea reazionaria scatenata da giornali e TV sugli "orrori del comunismo" che ebbe una forte influenza soprattutto sui più giovani.

Dopo la Pantera universitaria (primavera-estate ‘90) si aprì una fase di riflusso molto pesante che durò circa due anni e che si chiuse solo con le lotte dell’autunno ‘92. Il SdS in un tale contesto decise di sciogliersi ma l’esperienza accumulata non solo a Milano ma in tutta Italia (si costituirono comitati promotori in 15 città italiane) venne successivamente fatta propria dai Comitati in difesa della Scuola pubblica (CSP) che oltre ad ereditare il simbolo del SdS (che poi è lo stesso del SE spagnolo) sono i continuatori oggi di quel metodo di lavoro e della stessa combattività. E con questo è tutto almeno per ora.

Le conclusioni le lasciò ai giovani lettori augurandomi che le cose scritte possano essere di una qualche utilità.


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