FalceMartello n° 135 * 27-11-1999

Il partito di D’Alema diviso verso il congresso

Crisi e divisione nei democratici di sinistra

Il congresso dei Democratici di sinistra si preannuncia come un punto di svolta significativo per gli sviluppi in quel partito e nel governo.

I Ds sono oggi un partito in piena crisi. I risultati delle europee riportano il partito ai livelli più bassi di consenso, e la sconfitta nelle elezioni del sindaco di Bologna è stata una umiliazione pubblica. Secondo alcuni dati, il partito avrebbe perso 200mila iscritti dal 1996 a oggi, e c’è una generale crisi di militanza.

Al centro di questa crisi c’è la corrente di D’Alema, che fino a un anno fa teneva saldamente in pugno il partito e oggi appare in piena crisi di strategia e di prospettive.

di Claudio Bellotti

"Ulivisti" e "socialdemocratici" nel dibattito interno

Fin dalla sua nascita il Pds ha visto al suo interno uno scontro, a volte aperto, altre sotterraneo, fra le sue cosiddette "anime", quella che oggi definiremmo "ulivista" di Occhetto e Veltroni, e quella socialdemocratica. Lo scontro nasceva dalle condizioni del tutto peculiari nelle quali questo partito si era formato. Infatti, ereditando dal vecchio Pci gran parte del radicamento operaio, lo stretto legame con la Cgil e in generale un insediamento popolare, il Pds appariva come il classico partito socialdemocratico. Tuttavia il processo di trasformazione dal Pci al Pds venne guidato da un settore del gruppo dirigente, quello appunto guidato da Occhetto prima e da Veltroni poi, che in questa trasformazione vedeva uno sbocco diverso. Il loro progetto era ed è quello di recidere quei legami e di fare dei Ds un partito borghese democratico, privo di legami organici con il movimento operaio, sul modello dei democratici Usa. Si trattava in altre parole di un tentativo di trasformare la natura di classe del partito, integrandolo definitivamente nella rappresentanza politica borghese.

A qualcuno potrebbe apparire che la differenza sia poco rilevante. In fin dei conti nella nostra epoca la socialdemocrazia appare ovunque pienamente integrata nelle politiche del capitale. Tuttavia non basta analizzare il programma di un partito, le dichiarazioni dei suoi dirigenti e perfino i suoi atti in un dato momento per definirne la natura sociale. Quello che differenzia i partiti socialdemocratici dai partiti borghesi democratici è il legame che mantengono con strati rilevanti di lavoratori organizzati e in primo luogo con il sindacato, e anche il legame con la tradizione storica del movimento operaio.
È un fatto che in tutti questi anni, milioni di lavoratori guardavano al Pds vedendo dietro a quel partito la tradizione del Pci, anche se questo elemento ovviamente va indebolendosi.

Mentre i partiti borghesi si pongono come rappresentanti di questo o quel settore del capitale, con l’obiettivo di egemonizzare l’intera politica nazionale a proprio vantaggio, i dirigenti dei partiti socialdemocratici possono venire integrati nell’"alta politica" solo in quanto "rappresentanti" dei lavoratori, capaci di convincere (con la persuasione, con l’inganno, con la forza della tradizione) i lavoratori stessi ad accettare politiche di collaborazione di classe. È solo da questa posizione particolare che personaggi come D’Alema possono far derivare il proprio potere. Nel momento in cui la socialdemocrazia comincia a perdere il suo controllo sui lavoratori, entra inevitabilmente in crisi, si aprono al suo interno divisioni che toccano anche i livelli dirigenti, e dall’altra parte perde anche la sua "legittimazione" presso le classi dominanti, che non esitano a cambiare cavallo e a emarginare i socialdemocratici dal potere.

Come D’Alema divenne segretario

L’aspirazione di Occhetto era precisamente quella di superare questa collocazione e di liberare il Pds dal condizionamento che, per quanto attenuato, continuava a subire dal movimento operaio. Questo tuttavia non sarebbe potuto avvenire senza pagare un prezzo. La sconfitta elettorale del 1994 scatenò lo scontro all’interno del Pds, facendo rapidamente emergere due correnti. La prima, radunata attorno a Veltroni (che Occhetto aveva chiaramente indicato come suo successore) che proponeva di accelerare la marcia verso il partito democratico, e che raccolse l’appoggio aperto di tutta la stampa borghese "progressista". La seconda, che poi uscì vincitrice, era costituita sostanzialmente dall’apparato interno del Pds, in particolare nelle storiche regioni rosse, che riuscì a far eleggere D’Alema come segretario.

Appariva chiaro quindi come D’Alema veniva visto dall’apparato come il garante che il Pds avrebbe mantenuto la sua natura socialdemocratica, senza giungere allo scioglimento, e su questa linea D’Alema si mosse per circa quattro anni.

Tuttavia questo scontro, che in un dato momento era stato molto acuto, non giunse alle sue conseguenze ultime. Si creò invece una tregua, una spartizione di fatto del potere nei Ds, tra D’Alema e Veltroni, che congelò la situazione mentre lo scontro proseguiva dietro le quinte.

Il governo D’Alema

Due anni fa il settore ulivista era chiaramente sulla difensiva, e veniva accreditato al 12% dei consensi all’interno dei Ds. Tuttavia la crisi del governo Prodi e gli avvenimenti successivi hanno cambiato ancora una volta le carte in tavola. D’Alema ha puntato tutte le sue carte sulla posizione di primo ministro come chiave per essere lui il candidato del centrosinistra alle prossime elezioni politiche. Questo fatto oggi determina tutta la sua politica; qualsiasi altra considerazione viene subordinata a questa linea. È ovvio che essendo a capo di un governo indebolito e con un partito in crisi di consenso, si trovi sempre più esposto a tutti i venti che soffiano da destra. Rapidamente D’Alema sta precipitando in una serie di concessioni a tutti quanti stanno alla sua destra, vuoi ai cattolici sulla scuola privata, vuoi a Prodi e ai Democratici sulla politica economica generale del governo, e infine allo stesso Veltroni sulla prospettiva del "nuovo Ulivo" e sul referendum sulla legge elettorale.

Così facendo apre la strada alla distruzione della propria corrente nei Ds e con ogni probabilità alla sua sconfitta personale.

Dobbiamo però saper vedere le cause reali di questi cambiamenti. Alla base di questa precipitazione c’è la crisi profonda del centrosinistra, del suo metodo di governo (la concertazione), del suo consenso e della sua prospettiva.

La Confindustria mette in discussione la concertazione "da destra", puntando cioè a ottenere risultati migliori scavalcando la trattativa con governo e sindacati e puntando da un lato sugli accordi separati con la Cisl e dall’altro a un dialogo più stretto con il Polo. Dall’altra parte i lavoratori hanno perso ogni fiducia nella stessa concertazione, che in questi anni ha portato solo peggioramenti di condizioni e a uno svuotamento della vita sindacale e al distacco sempre più profondo fra lavoratori e sindacato.

Sono queste le cause ultime della crisi del governo. D’Alema, con la cecità e l’arroganza tipica dei suoi pari, sperava di poter arrestare questo processo spendendo la sua autorità mettendosi in prima persona alla guida del governo, e utilizzando la più banale tattica parlamentare del divide et impera, ieri amico di Cossiga contro l’Asinello, oggi alleato dell’Asinello contro Cossiga. Come risultato, sta gettando il suo partito e la sua corrente in un marasma dal qualde difficilmente usciranno, e sta regalando a Veltroni su un piatto d’argento la possibilità di prendersi la sua rivincita.

La "nuova sinistra" Ds

Su queste basi si è formata una "nuova sinistra" nei Ds, che nel congresso presenta un proprio documento contrapposto a quello di Veltroni.

Questa corrente ha fra i suoi promotori i vecchi dirigenti della sinistra del Pds (Grandi, Gloria Buffo, Tortorella, ecc.), ma oggi viene significativamente rafforzata dall’appoggio di figure di primo piano dell’apparato della Cgil come Sabattini (segretario nazionale della Fiom), Rinaldini (regionale Cgil dell’Emilia-Romagna), Tino Magni (Fiom lombarda), ecc.

L’adesione di questi settori, così come di figure che in precedenza non si distinguevano affatto dalla linea di D’Alema come l’ex ministro Anna Finocchiaro, dimostra che cresce il malcontento dell’apparato, sia nella Cgil che nel partito, e che D’Alema non viene più visto come un garante della salvaguardia dei loro interessi.

Il documento congressuale che hanno elaborato non mette in discussione i fondamenti della politica dei Ds negli scorsi anni, anche se si attaccano genericamente le concessioni eccessive a "etiche liberiste e autoritarie" e si invita a riaprire con urgenza il confronto con Rifondazione.

Ma i passaggi più significativi sono quelli nei quali si contesta la linea del partito democratico. Non giovano, scrive la sinistra Ds, le "suggestioni di un "partito democratico" politicamente e socialmente neutro". "Per noi la vera posta in gioco nel Congresso è la ricostruzione e il rilancio di un autonomo partito della sinistra italiana". "La tradizione socialista non può dissolversi in un vago riformismo democratico".

Ma quali sono i punti concreti sui quali la sinistra si differenzia da Veltroni? Una risposta netta è impossibile, poiché l’unica chiara proposta politica è l’introduzione della Tobin tax (sui movimenti speculativi di capitale). Alcuni punti comunque vanno riportati:

- cancellazione unilaterale del debito per i paesi in via di sviluppo;

- ruolo attivo dell’Onu per evitare gli atti "unilaterali" della Nato e egli Usa.

- allineare la spesa sociale alla media europea

- no alla libertà di licenziamento e alla sospensione di diritti sindacali

- per l’estensione delle garanzie dello Statuto dei lavoratori

- una riforma "equa, efficace e condivisa" dello Stato sociale.

- una riforma interna nel partito, contro "l’esasperato leaderismo e verticismo".

Risulta evidente come questa piattaforma non costituisca una rimessa in discussione dei fondamenti del centrosinistra. Si tratta piuttosto di un tentativo di riportare indietro l’orologio, di tornare ai "bei tempi" di tre anni fa, prima che iniziasse lo smottamento a destra dei Ds e del governo. Vi è una chiara protesta contro i rischi di emarginazione dell’apparato sindacale che in questi anni si è esposto per far digerire ai lavoratori gli attacchi del governo e che oggi si sente indebolito; di qui il tentativo di ricollegarsi a Rifondazione per dare maggior peso alla loro posizione.

Quali esiti dello scontro?

Con l’abbraccio a Veltroni, D’Alema corre un grosso rischio. Da una parte, infatti, una parte della sua corrente potrebbe decidere di passare semplicemente all’ala ulivista; dall’altra si espone alla critica della sinistra interna, che potrebbe diventare punto di riferimento di una parte di apparato che non crede più nella capacità di D’Alema di tutelare i loro interessi. La linea di D’Alema è ancora quella di giocare d’equilibrio fra le due ali, sperando che la permanenza nella posizione di primo ministro possa superare l’attuale fase di difficoltà e ricompattare il partito dietro di lui quando si avvicinino le prossime elezioni politiche. Come abbiamo già detto, questo significa giocare col fuoco. Le sorti del governo in realtà non sono già più in mano a D’Alema. Altri protagonisti si fanno avanti (Prodi, Cossiga, Di Pietro, i popolari), e nessuno può escluere che il governo perda per strada la sua maggioranza in Parlamento nei prossimi mesi. Esistono infatti molti punti di conflitto (legge Rsu, scuola privata, legge Smuraglia sui diritti dei lavoratori parasubordinati), sui quali una parte dei deputati di centro potrebbe cedere alle sirene della Confindustria e di Berlusconi (con il quale non a caso Fossa oggi si dichiara "in sintonia") e saltare dall’altra parte. Ci sono decine di parlamentari della maggioranza, in primo luogo dei popolari, che oggi non avrebbero garantita la rielezione nelle file del centrosinistra. Basti pensare ai circa 100 popolari eletti nel 1996, che oggi, con un partito al 4%, potrebbero ridursi a una trentina; lo sa bene Berlusconi, che dopo il congresso del Ppi ha annunciato una "campagna acquisti" fra i deputati popolari.

Ma se anche questo non dovesse avvenire, cosa accadrà dopo le prossime regionali? Una vittoria più o meno marcata del Polo è probabile, e in quella situazione si spalancherebbe la strada per una crisi di governo che segnerebbe la fine della strategia di D’Alema.

I prossimi mesi saranno quindi decisivi per il futuro dei Ds.

Da un punto di vista teorico non è escluso che D’Alema alla fine sciolga le sue ultime riserve e abbracci definitivamente l’idea di un nuovo partito democratico. Ma quali sarebbero le conseguenze? La nuova formazione non sarebbe certo egemonizzata dalla sua corrente, anzi! Prodi, Veltroni, Occhetto, Parisi e compagni non aspettano altro che di fargli pagare tutte le coltellate nella schiena che hanno ricevuto negli ultimi due anni. Peggio ancora andrebbero le cose per i quadri medio-bassi dei Ds, che in una simile formazione non potrebbero certo sperare di mantenere le loro posizioni, ma sarebbero subordinati pesantemente ai settori confindustriali e borghesi che sarebbero alla guida del nuovo partito.

Potrebbe quindi profilarsi una scissione di sinistra, che inciderebbe a fondo nell’elettorato, nel corpo militante, nell’apparato sindacale, nella "burocrazia operaia" che non potrebbe sperare di integrarsi con soddisfazione nella nuova formazione.

"Americanizzazione"?

Indubbiamente la nuova formazione avrebbe caratteristiche analoghe al partito democratico Usa: un partito quindi senza differenze fondamentali con quelli del Polo.

Ma se anche questa operazione giungesse alle sue ultime conseguenze, non significherebbe che la scena politica italiana vedrebbe cancellata qualsiasi rappresentanza dei lavoratori. Non bastano le alchimie istituzionali per fare piazza pulita di 150 anni di storia del movimento operaio organizzato.

Ci pare a questo proposito fuori luogo parlare di "americanizzazione" in corso in Italia. Il fatto che negli Usa non esista un partito di massa dei lavoratori, neppure di tipo socialdemocratico, è dovuto a cause storiche ben precise e soprattutto irripetibili nell’Europa di oggi. Il capitalismo Usa ha potuto governare con l’alternanza fra democratici e repubblicani soprattutto grazie alla sua posizione di predominio mondiale, una posizione che (unita all’enorme boom economico del dopoguerra) ha permesso di fare enormi concessioni al movimento sindacale e di impedire per questa via la formazione di un partito politico indipendente dei lavoratori statunitensi.

Le condizioni oggi, in Italia e in Europa, sono del tutto differenti: non abbiamo davanti un periodo di prosperità imperialista, ma un periodo di difficoltà economiche, di conflitti interni ed esterni, di lotte di classe. In questo scenario l’unica strada per cancellare e annullare politicamente il movimento operaio non può essere quella dell’integrazione definitiva nella democrazia borghese, come sogna Veltroni, ma sarebbe quella della repressione aperta condotta da governi di
destra, con leggi liberticide contro i sindacati, i diritti dei lavoratori, i diritti democratici, ecc.

Non c’è dubbio che in futuro nel campo della borghesia cresceranno sempre più le voci che chiederanno di andare in questo senso. Ma se la classe dominante si metterà sulla strada della reazione aperta incontrerà mille ostacoli e una resistenza decisa dei lavoratori, una resistenza che si manifesterebbe con o senza i loro attuali dirigenti. In questo senso l’esperienza di Berlusconi nel 1994 e di Chirac e Juppé nel 1995 sono un serio avvertimento per la classe dominante.

La lotta per l’egemonia

Le sorti dei Ds, quindi si decideranno nel prossimo periodo innanzitutto nello scontro fra le classi. È da questo punto di vista che dobbiamo porci, come militanti comunisti, nell’analizzare quanto avviene in quel partito.

Certamente una caduta del governo e una crisi verticale del partito di D’Alema unita a una vittoria delle destre potrebbero creare in una prima fase una certa demoralizzazione fra i lavoratori. Ma questo è solo una faccia della medaglia. L’altra faccia è che finalmente si scongela una situazione che ha paralizzato il movimento operaio italiano da ormai quattro anni, che si riapre uno spazio per la critica, per rimettere in discussione quanto fatto in passato, per un reale dialogo fra i comunisti e decine di migliaia di militanti Ds.

La crisi dei Ds è un passaggio ineludibile nella lotta per costruire una nuova direzione per il movimento operaio italiano, che abbandoni la linea disastrosa della collaborazione di classe e della concertazione, e si ponga invece all’altezza dei compiti che oggi ci detta un capitalismo sempre più in crisi e sempre meno in grado di soddisfare le speranze di una vita decente, libera dall’incubo della disoccupazione, della guerra, della miseria, del razzismo.

Se il Prc saprà approfittare di questa occasione, si possono creare le condizioni perché a livello di massa siano rimessi in discussione i capisaldi della politica seguita dai Ds e dalla Cgil in questi anni.

Ma per poter far questo, è necessaria innanzitutto una assoluta intransigenza sul terreno del programma, delle parole d’ordine e anche sul terreno organizzativo. Altrimenti si farà sempre più concreto il pericolo che anziché approfittare della crisi dei Ds per rilanciare una battaglia per l’egemonia a sinistra, il Prc venga risucchiato da questa stessa crisi, magari inseguendo l’illusione che si possa "spingere a sinistra" Sabattini e la sinistra Ds attraverso una linea di accordi al vertice e di pressioni amichevoli dietro le quinte.


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