L'Estremismo, malattia infantile del comunismo

Introduzione

L’estremismo, malattia infantile del comunismo venne scritto da Lenin nell’aprile del 1920, in vista del dibattito che si apriva nei partiti comunisti verso il II Congresso dell’Internazionale comunista (estate 1920).

Uno dei destini più comuni (e tristi) dei testi di Lenin è quello di essere citati a sproposito, fuori contesto, per sostenere con un’autorità teorica posizioni che il più delle volte nulla avevano a che vedere con le intenzioni dello stesso Lenin. Non è nostra intenzione dare a questa introduzione un taglio “erudito” che sarebbe decisamente fuori luogo. Trotskij osservò una volta che gli scritti di Lenin erano completamente estranei a qualsiasi spirito accademico, in quanto ogni intervento si proponeva di suscitare una determinata reazione, di orientare con fermezza l’azione del partito o dell’Internazionale in modo da affrontare con la massima energia le necessità decisive del momento. Scritti come il Che fare?, Un passo avanti e due indietro, e altri sono stati sistematicamente fraintesi, distorti e male interpretati da generazioni intere di “marxisti” delle più diverse varietà, da quella accademica, a quella salottiera. Per non parlare, poi, della sistematica distorsione operata dallo stalinismo nelle sue diverse varianti.

Questa avvertenza è necessaria non per sminuire l’importanza di questi testi, ma per sottolineare come per cogliere la profondità di questi testi, per trarre da queste autentiche miniere d’oro le ricchezze teoriche e politiche che vi sono contenute, è indispensabile l’approccio attivo e militante di chi partecipa alla lotta di classe, alla lotta di partito, di chi pone al centro della propria vita la costruzione di un partito rivoluzionario e la lotta contro il capitalismo.

L’epoca in cui viene scritto il libro è un’epoca decisiva per l’Internazionale comunista, l’anno (il 1920) in cui l’Internazionale passa dall’essere soprattutto un programma, una bandiera attorno alla quale il partito bolscevico, dopo aver preso il potere in Russia, comincia a consolidare la propria influenza, a diventare un partito che organizza grandi strati della classe operaia europea e mondiale. Dopo l’adesione del Psi italiano (che però nel 1921 si scinderà) l’Internazionale conquista una base di massa in Francia, dove il congresso di Tours del Partito socialista decide a maggioranza di diventare partito comunista (mentre la destra si scinde) e in Germania, dove il congresso di Halle del Partito socialdemocratico indipendente (un partito di circa 750mila iscritti che aveva rotto con la socialdemocrazia durante la guerra) decide anch’esso a maggioranza di aderire all’Internazionale, fondendosi così col precedente nucleo di origine spartachista. Ma è in tutta Europa che il proletariato si volge verso la Russia, e l’Internazionale comunista domina il pensiero dell’avanguardia in tutti i paesi. Questo processo formativo viene accompagnato da un dibattito appassionato che rimette in discussione tutta l’eredità della Seconda internazionale, sul terreno politico, organizzativo, tattico.

Il cuore della polemica condotta dall’Internazionale e da Lenin per primo è rivolto contro la destra socialdemocratica e contro le esitazioni di quello che allora veniva definito il “centro”, ossia quei settori dell’Internazionale socialista che oscillavano tra i settori apertamente di destra che avevano appoggiato la guerra imperialista, e l’ala rivoluzionaria che si era scissa dalla vecchia internazionale formando la III Internazionale comunista. Una polemica condotta quindi in difesa della rivoluzione russa, della dittatura del proletariato e della democrazia sovietica, contro lo sciovinismo che aveva corrotto la stragrande maggioranza dei vecchi partiti socialisti portandoli a sostenere la guerra imperialista, contro il carrierismo e l’opportunismo delle cricche parlamentari e burocratiche che erano state il principale veicolo dell’influenza borghese nel movimento socialista.

Ma accanto a questa polemica, centrale nei primi due congressi dell’Internazionale, altri dibattiti si sviluppano nei partiti comunisti. Nel 1918-19 l’Europa era stata scossa dall’ondata rivoluzionaria che aveva seguito la fine della guerra. In Germania e Austria il movimento delle masse rovesciava le monarchie portando al potere i partiti socialdemocratici. In Ungheria il proletariato conquistava il potere, ma la repubblica sovietica veniva soffocata nel sangue con l’intervento dell’esercito rumeno sostenuto dai paesi dell’Intesa. Analogamente in Baviera la repubblica sovietica formata nell’aprile del 1919 veniva sconfitta dalla repressione. Grandi scioperi, in primo luogo dei minatori, scuotevano l’Inghilterra mentre in Italia il movimento operaio vedeva un’ascesa tumultuosa e la nascita dei Consigli di fabbrica con un movimento ascendente che avrebbe toccato il suo culmine nel settembre del 1920.

L’ascesa del movimento rivoluzionario parve per un momento poter rovesciare con la sola forza della sua spinta spontanea il capitalismo europeo. Ma tale esito fu precluso dalla debolezza organizzativa e dalla immaturità politica dei partiti comunisti, che in tutti i paesi erano ancora in una fase embrionale del loro sviluppo. La forza e la preparazione insufficiente dei partiti comunisti, ossia dell’avanguardia del proletariato, permisero alla classe dominante di reagire al pericolo, sia con la repressione, sia appoggiandosi sui vecchi dirigenti socialdemocratici che accettarono il ruolo di salvatori del capitalismo. L’apice dell’ondata rivoluzionaria fu toccato probabilmente nell’agosto-settembre del 1920. In agosto, tuttavia, l’Armata rossa sovietica veniva sconfitta alle porte di Varsavia dopo un’avanzata impetuosa seguita all’aggressione polacca. In Italia nel settembre del 1920 la crisi rivoluzionaria aperta con l’occupazione delle fabbriche si risolveva in una sconfitta senza che venisse impegnata la battaglia decisiva. Nel marzo 1921 veniva sconfitto in Germania un tentativo insurrezionale chiaramente avventurista impegnato dal partito comunista tedesco.

Tutti questi avvenimenti mostravano con chiarezza la necessità che i partiti comunisti impegnassero una lotta sistematica per conquistare un appoggio di massa nella classe operaia e nelle sue organizzazioni. La polemica contro i riformisti e i centristi aveva inoltre aperto la strada a una serie di concezioni estremistiche che rifiutavano l’intervento nei sindacati, la lotta sul terreno parlamentare, la lotta per la conquista della maggioranza nel movimento operaio.

È per combattere queste concezioni che Lenin scrive l’Estremismo, aprendo un dibattito che proseguirà poi nel III e IV Congresso (1921 e 1922) dell’Internazionale comunista.

Scopo del libro, scrive Lenin, è innanzitutto quello di mettere a disposizione dei partiti comunisti l’esperienza accumulata dai bolscevichi nei 15 anni della loro formazione politica, teorica e organizzativa. Trarre cioè dall’esperienza russa le lezioni generali, non legate alla specifica situazione russa ma applicabili all’insieme dei partiti comunisti. Lenin osserva come la storia del partito bolscevico sia molto lodata ma poco conosciuta (e quattro anni dopo Trotskij farà la stessa osservazione a proposito della rivoluzione d’Ottobre, troppo citata e per nulla studiata). “I ‘comunisti di sinistra’ dicono un gran bene di noi bolscevichi. A volte vien voglia di esclamare: lodateci di meno, e cercate di capire meglio la tattica dei bolscevichi, studiatela di più!”.

La questione sindacale

Lenin polemizza frontalmente con le concezioni dei “co­mu­nisti di sinistra” che teorizzano l’uscita in massa dai sindacati riformisti, il rifiuto di “qualsiasi compromesso” e l’astensionismo parlamentare. Bersaglio principale della polemica è la sinistra tedesca e il suo principale teorico, l’olandese Hermann Gorter.

La posizione sui sindacati è estremamente chiara: i comunisti devono usare ogni mezzo per penetrare i sindacati, non solo quelli riformisti, ma anche quelli reazionari, rifiutare in ogni modo di essere separati dalla massa dei lavoratori non comunisti che sono organizzati nei sindacati. Questa posizione verrà poi ufficialmente ribadita in numerose risoluzioni votate nei congressi dell’Internazionale comunista.

Le tesi votate al II congresso dell’Internazionale comunista dichiarano con grande nettezza l’obbligo per i comunisti di lavorare in tutti i sindacati: “…È importante che i comunisti di tutti i paesi facciano parte dei sindacati e lavorino per farne organi coscienti della lotta per il rovesciamento del sistema capitalista e per il trionfo del comunismo. (…) Ogni diserzione volontaria del movimento professionale (cioè sindacale - NdR) ogni tentativo di scissione artificiale di sindacati (…) rappresenta un enorme danno per il movimento comunista. Essa separa gli operai più avanzati e coscienti dalle masse e le spinge verso i capi opportunisti che lavorano negli interessi della borghesia.”

Nel III e nel IV congresso le tesi sindacali saranno ancora più esplicite. “Nell’immediato futuro il compito principale di tutti i comunisti consiste in un lavoro costante, attivo e ostinato al fine di conquistare la maggioranza dei lavoratori in tutti i sindacati, nel non lasciarsi scoraggiare in alcun modo dallo spirito reazionario che regna attualmente nei sindacati (…) La forza di ogni partito comunista si misura soprattutto dalla influenza reale che esso esercita sulle masse operaie entro i sindacati” (Tesi del III Congresso). Al IV congresso uno dei temi del dibattito sindacale sarà la lotta contro la scissione sindacale promossa dai dirigenti riformisti che tentavano di escludere i comunisti dai sindacati.

La questione del parlamentarismo

Lenin si scaglia anche contro la paura superstiziosa del lavoro parlamentare: “La puerilità della ‘negazione’ della partecipazione al parlamento sta appunto nel credere di ‘risolvere’ in questo modo ‘semplice, ‘facile’, pseudo rivoluzionario il difficile problema della lotta contro le influenze democratiche borghesi in seno al movimento operaio, mentre in realtà si fugge soltanto la propria ombra, si chiudono soltanto gli occhi di fronte alle difficoltà e si cerca soltanto di disfarsene con le parole”.

Il filo conduttore fra i diversi argomenti è la concezione di Lenin del ruolo dell’avanguardia, dei comunisti: “Con la sola avanguardia non si può vincere. Gettare la sola avanguardia nella battaglia decisiva, prima che tutta la classe, prima che le grandi masse abbiano preso una posizione di appoggio diretto all’avanguardia (…) non sarebbe soltanto una sciocchezza, ma anche un delitto”. E ancora: “Fin quando si trattava (e in quanto ancora si tratta) di conquistare al comunismo l’avanguardia del proletariato, il primo posto spetta alla propaganda. (…) Ma quando si tratta dell’azione pratica delle masse, quando si tratta di schierare - se così si può dire - eserciti di milioni di uomini (…) allora non si conclude un bel niente con i soli metodi propagandistici, con la semplice ripetizione delle verità del comunismo ‘puro’”.

Particolarmente interessante è il capitolo relativo al partito comunista inglese, in cui Lenin scende nei dettagli della tattica da adottare sul terreno elettorale.

In Gran Bretagna il Pc viveva ancora la sua fase formativa, e doveva affrontare un avversario potente come il partito laburista, forte dell’appoggio dell’intero movimento sindacale. Lenin sottolinea come i comunisti, forza minoritaria, debbano trovare una via per inserirsi nelle contraddizioni tra il partito laburista, che nonostante il suo vertice sia tra i più a destra fra tutti i partiti dell’Internazionale socialista organizza milioni di operai, e i partiti borghesi, in particolare i liberali.

“Il partito comunista propone agli Snowden e Henderson (cioè ai dirigenti del partito laburista - NdR) un “compromesso”, un accordo elettorale: marciamo insieme contro il blocco di Lloyd George (il principale dirigente del partito liberale - NdR) e dei conservatori; dividiamo i seggi proporzionalmente al numero di voti dati dagli operai al Partito laburista o ai comunisti (non nelle elezioni, ma in una votazione particolare); riserviamoci la più completa libertà di agitazione, propaganda e azione politica. Senza quest’ultima condizione è chiaro che non si deve entrare nel blocco, perché sarebbe un tradimento (…).

Se gli Snowden e gli Henderson accetteranno il blocco a queste condizioni, avremo ottenuto un vantaggio, perché non è affatto importante per noi il numero dei seggi in parlamento, perché noi non diamo la caccia ai seggi e su questo punto saremo arrendevoli (mentre i Henderson e soprattutto i loro nuovi amici, o i loro nuovi padroni, i liberali passati al Partito laburista indipendente, danno la caccia ai seggi). avremo ottenuto un vantaggio perché porteremo la nostra agitazione tra le masse nel momento in cui lo stesso Lloyd George le ha “eccitate”, e non soltanto aiuteremo il Partito laburista a costruire al più presto il proprio governo, ma aiuteremo anche le masse a comprendere più rapidamente la nostra propaganda comunista, che condurremo contro Henderson senza restrizioni e senza reticenze.

Se gli Snowden e Henderson respingeranno il blocco con noi a queste condizioni, avremo ottenuto un vantaggio anche maggiore perché avremmo mostrato di colpo alle masse (…) che gli Henderson preferiscono i propri buoni rapporti con i capitalisti all’unità di tutti gli operai.

(…) Se gli Henderson e gli Snowden rifiutassero il blocco con i comunisti, questi ultimi si avvantaggerebbero senz’altro, conquistando la simpatia delle masse e screditando gli Henderson e gli Snowden. Se poi, per effetto di questo rifiuto, perdessimo qualche seggio in parlamento, la cosa per noi non avrebbe alcuna importanza. Ci limiteremmo a proporre i nostri candidati in un numero ristretto di collegi assolutamente sicuri, nei quali cioè la presentazione delle nostre candidature non potrebbe portare alla vittoria del candidato liberale su quello laburista. Condurremmo la propaganda elettorale, diffonderemmo manifestini in favore del comunismo e, in tutti i collegi dove non avessimo candidati nostri, inviteremmo a votare per il laburista contro il borghese. (…)

Per i comunisti inglesi è oggi molto spesso difficile anche solo accostare le masse, anche solo indurre le masse ad ascoltarli. Se mi presento come comunista, e dichiaro che invito a votare per Henderson contro Lloyd George, sarò senza dubbio ascoltato.”

La necessità di una tattica corretta verso le organizzazioni di massa riformiste, che permettesse ai comunisti di entrare in stretto contatto con la loro base operaia di massa per combattere sul campo l’influenza dei dirigenti veniva negata non solo sul terreno parlamentare. Ad esempio nel marzo del 1920 i dirigenti di “sinistra” del partito comunista tedesco inizialmente rifiutarono di aderire allo sciopero generale convocato dai socialdemocratici e dai sindacati per impedire il colpo di stato reazionario del generale Kapp.

Il fronte unico e il governo operaio

I temi di questo libro vennero ulteriormente approfonditi nel III e nel IV congresso dell’Internazionale, che svilupparono e definirono la tattica del fronte unico e la rivendicazione del governo operaio. Abbiamo creduto utile aggiungere in appendice al libro il testo completo della risoluzione, da tempo non più pubblicato in italiano, perché crediamo che chiarisca in modo inequivocabile la concezione classica di Lenin e dell’Internazionale comunista riguardo il legame tra lotta parlamentare, fronte unico e prospettiva rivoluzionaria, chiarendo come la crisi rivoluzionaria non necessariamente in ogni paese avrebbe seguito lo sviluppo della rivoluzione d’Ottobre, e come questa, in determinate condizioni, avrebbe potuto sgorgare anche da una crisi sorta sul terreno parlamentare, compresa la possibilità di un governo dei partiti operai che includesse sia i comunisti che i riformisti.

Al III congresso ci fu un aspro dibattito, nel quale Lenin riconobbe con grande chiarezza che la sua posizione in quel contesto rappresentava la “destra”. La polemica maggiore ruotava attorno alla Germania, dove il partito comunista tedesco era entrato in una grave crisi dopo aver tentato di suscitare in modo avventurista un’insurrezione armata (la cosiddetta “azione di marzo”) che aveva portato a una sconfitta sul campo e a una crisi nel suo gruppo dirigente.

Lenin e Trotskij si scagliano con durezza contro le stupidaggini estremiste e gettano tutto il loro peso nel dibattito per sconfiggere le posizioni della “sinistra”.

Le tesi votate alla fine sanciscono con grande chiarezza alcuni punti chiave.

1) L’ondata rivoluzionaria dell’immediato dopoguerra non è riuscita a rovesciare il capitalismo.

2) C’è ora una temporanea stabilizzazione del capitalismo, anche se è impossibile ristabilire un equilibrio durevole come quello esistente prima dela guerra. Si tratta di un intervallo nel quale il compito dei partiti comunisti è quello di lavorare sistematicamente per conquistare l’appoggio della maggioranza della classe operaia.

3) Di fronte ai comunisti continuano a permanere forti partiti riformisti, quasi ovunque maggioritari. Una parte consistente della loro base deve essere conquistata ad ogni costo.

4) Per ottenere questo risultato non è sufficiente limitarsi alle denunce del tradimento riformista, o appellarsi semplicemente agli operai socialisti affinché abbandonino i loro partiti: è necessario avanzare un piano dettagliato di rivendicazioni parziali e proposte precise di mobilitazione e sfidare su questo terreno i burocrati riformisti.

“In Europa occidentale e in America, dove le masse operaie sono organizzate in sindacati e partiti politici e dove quindi l’emergere di movimenti spontanei è un avvenimento raro, i partiti comunisti devono tentare di lanciare una lotta comune per gli interessi immediati del proletariato, rafforzando la propria influenza nei sindacati e aumentando la propria pressione sui partiti che hanno una base proletaria. (…) La ‘lettera aperta’ della Vkpd (il partito comunista tedesco - NdR) è un ottimo esempio di questa tattica” (Tesi del III Congresso).

La “lettera aperta” a cui si riferisce il testo era un appello rivolto dal partito comunista tedesco nel gennaio del 1921, nella quale sviluppava un piano dettagliato di rivendicazioni immediate e chiedeva alle altre organizzazioni del movimento operaio, cioè ai sindacati e ai due partiti socialdemocratici, di pronunciarsi pubblicamente dichiarando la loro disponibilità o meno a mobilitarsi per tali rivendicazioni. La “lettera aperta” ebbe un notevole effetto e mise sulla difensiva la burocrazia sindacale che di fronte alle adesioni che si moltiplicavano da parte di numerose organizzazioni locali giunse a minacciare di espulsione chi la avesse sottoscritta.

In questo come in molti altri casi la Germania era il campo decisivo di discussione e applicazione delle tattiche dell’Internazionale. La “lettera aperta” venne criticata non solo dal settore estremista del partito comunista tedesco, ma anche da Zinoviev e Bucharin, che la fecero condannare nella riunione dell’Esecutivo “ristretto” dell’Internazionale. Fu per intervento di Lenin che quel giudizio venne rivisto e corretto, come risulta chiaramente dalla risoluzione sopra citata.

Nel IV congresso il tema del fronte unico viene ulteriormente sviluppato nelle Tesi sulla tattica del Comintern che riportiamo integralmente in appendice a questo volume. L’idea del fronte unico viene ulteriormente sviluppata con il concetto del governo operaio: “Lo slogan del governo operaio (o del governo operaio e contadino) può essere utilizzato praticamente ovunque come slogan agitativo generale. Tuttavia, come slogan politico centrale, il governo operaio è più importante nei paesi in cui la posizione della società borghese è particolarmente instabile (…). In questi paesi il governo operaio discende inevitabilmente dal fronte unico.

I partiti della Seconda internazionale tentano di salvare la situazione in questi paesi proponendo e formando coalizioni tra borghesia e socialdemocratici (…). Al posto della coalizione borghese/socialdemocratica, sia essa aperta o mascherata, i comunisti propongono un fronte unico che coinvolga tutti gli operai e una coalizione di tutti i partiti operai attorno a questioni economiche e politiche, che combatta e infine rovesci il potere borghese. A seguito di una lotta unita di tutti i partiti operai attorno a questioni economiche e politiche, l’intero apparato statale deve passare nelle mani di un governo operaio, rafforzando così le posizioni di potere tenute dalla classe operaia. (…) I compiti più elementari di un governo operaio devono essere l’armamento del proletariato, il disarmo delle organizzazioni controrivoluzionarie della borghesia, introdurre il controllo della produzione, trasferire il principale carico fiscale sulle classi proprietarie e infrangere la resistenza della borghesia controrivoluzionaria.

Tale governo operaio è possibile solo se esso sorge dalla lotta delle masse ed è appoggiato da organizzazioni operaie combattive formate dai settori più oppressi dei lavoratori a livello di base. Tuttavia, persino un governo operaio che sorga attraverso un riallineamento parlamentare, cioè un governo di origini puramente parlamentari, può aprire la strada a una sollevazione del movimento operaio rivoluzionario. È ovvio che la formazione di un vero governo operaio e il prolungarsi della sua esistenza devono portare a un’aspra lotta con la borghesia e persino alla guerra civile. Il solo tentativo da parte del proletariato di formare tale governo incontrerà fin dai primissimi giorni una resistenza estremamente decisa da parte della borghesia. Lo slogan del governo operaio ha perciò la potenzialità di riunire il proletariato e di scatenare la lotta rivoluzionaria. (…) I comunisti sono anche pronti a lavorare a fianco di quegli operai che non abbiano ancora riconosciuto la necessità della dittatura del proletariato. Pertanto i comunisti sono anche pronti, a certe condizioni e con determinate garanzie, a sostenere un governo operaio non comunista. Tuttavia i comunisti continueranno a dichiarare apertamente alle masse che il governo operaio non può essere né conquistato, né mantenuto senza una lotta rivoluzionaria contro la borghesia.”

Anni dopo, nel 1938, Trotskij ribadirà la posizione assunta dall’Internazionale comunista nel IV congresso. Nel Programma di transizione, documento fondativo della IV Internazionale, che riassumeva in forma programmatica le lezioni di tre decenni di lotte di classe su scala internazionale, tre decenni che avevano visto giganteschi avvenimenti quali la rivoluzione russa, la rivoluzione cinese, la guerra civile spagnola, la vittoria del fascismo e del nazismo, si affermava quanto segue: “Da tutti i partiti e le organizzazioni che si basano sugli operai e sui contadini e che parlano in loro nome esigiamo che rompano politicamente con la borghesia e imbocchino la strada della lotta per il potere degli operai e dei contadini (…) Allo stesso tempo sviluppiamo una agitazione instancabile attorno a rivendicazioni transitorie che dovrebbero, secondo noi, costituire il programma del governo operaio e contadino.

È possibile la costituzione di un tale governo da parte delle organizzazioni operaie tradizionali? L’esperienza precedente ci dimostra che ciò è perlomeno poco verosimile. (…) Ma è inutile perdersi in congetture. L’agitazione attorno alla parola d’ordine del governo operaio e contadino conserva in tutte le situazioni un enorme valore educativo. Questo non a caso: questa parola d’ordine di carattere generale discende dalla linea di sviluppo politico della nostra epoca” (il corsivo è nostro).

I temi elaborati nell’Estremismo non hanno mai cessato di riproporsi, per quanto in forme sempre inedite, di fronte ai rivoluzionari. A oltre ottanta anni dalla sua pubblicazione questo testo non ha perso nulla della sua validità, soprattutto sul terreno del metodo, dell’approccio ai problemi tattici, di orientamento e di costruzione. Resta ai lettori e al dibattito che dobbiamo sviluppare approfittando di questa pubblicazione il compito di attualizzare e approfondire questi temi, di riconoscere negli attori che oggi occupano la scena politica i “tipi politici” così efficacemente analizzati in questo testo.

marzo 2003


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