Evo Morales eletto presidente

La Bolivia rivoluzionaria alle urne

di Peppe Letizia e Leonor Pereira

 

Evo Morales Ayma è il primo Presidente indio della storia della Bolivia, il primo in venti anni di democrazia ad ottenere la maggioranza assoluta direttamente dal voto popolare, senza che il parlamento debba scegliere, come vuole la legge, a chi affidare il governo tra i candidati più votati. Il Movimiento al Socialismo (MAS) si conferma primo partito del paese sia nelle zone metropolitane che in larga parte delle vaste aree rurali. Nelle strade che ieri furono teatro delle insurrezioni popolari oggi si festeggia il cambiamento. I tanti commenti di esponenti e cronisti di sinistra in tutto il mondo riflettono questo naturale entusiasmo. Una nuova fase e un nuovo cammino si aprono alla marcia rivoluzionaria del popolo boliviano: le scelte del MAS e di Evo Morales peseranno come mai sulla volontà di riscatto degli oppressi del paese Andino.

 

Anzitutto i numeri di questa vittoria che va ben oltre ogni più rosea previsione, ma che in fondo era nell’aria già dallo scorso giugno. Quando sono stati scrutinati solo il 69% dei seggi Morales ha già il 52% circa dei suffragi: in termini assoluti oltre 1.200.000 voti. Alle ultime elezioni amministrative dello scorso dicembre il MAS era divenuto il primo partito con poco meno di 500.000 voti, più che duplicati oggi. E restano ancora da conteggiare i seggi di provincia, nelle zone contadine dove il MAS già partiva favorito. A nulla sono servite le manovre di quegli esponenti della borghesia alla guida della Corte Nacional Electoral, ai quali Morales ha dedicato le prime sprezzanti parole da Presidente in pectore, che hanno di fatto cancellato quasi un milione di votanti dalle liste elettorali. Lo scandalo è emerso proprio perché questa massa di persone si è vista negare al seggio la possibilità di votare, ma se queste, il 25% circa degli aventi diritto, si sommano al 61% che ha potuto esprimersi, ne viene fuori la più partecipata elezione della storia democratica del paese. 

Il MAS, che aveva provocatoriamente concluso la propria campagna elettorale a Santa Cruz de La Sierra, che ancora qualcuno descrive come il fortino della borghesia separatista, si è affermato come secondo partito in città con il 30% passando dai poco più che 30.000 voti delle ultime amministrative agli oltre 110.000 di oggi. Stesso risultato a Tarija altra città della vasta pianura orientale, terra di petrolio e latifondo, dalla quale erano nate le organizzazioni separatiste con le quali la borghesia tentava l’affondo e lo scontro con il movimento insurrezionale popolare. E significativo è il risultato di El Alto, epicentro della rivoluzione boliviana del XXI° Secolo, e della vicina La Paz, la città degli assedi, dove Morales fa quadruplicare i voti del MAS. Santa Cruz de La Sierra e El Alto sono i primi due centri industriali del paese, ma, specie a El Alto - che uno studio dell’Istituto Nazionale di Statistica boliviano descrive come abitata per oltre il 50% da salariati e per il resto da piccoli commercianti di strada, qui detti minoristas - il MAS non era mai andato oltre la positiva affermazione: oggi qui è il primo partito, quasi senza concorrenti. Scompare infatti dalla scena, insieme a molti dei partiti tradizionale borghesi, anche il Movimiento Indigena Pachakuti (MIP) di quel Felipe Quispe che fino a giugno ancora qui in Italia si vendeva come il vero leader delle barricate. Il MIP è l’unico partito autenticamente indigenista del panorama boliviano, fino a ieri principale punto di riferimento delle organizzazioni contadine ed indigene dell’altiplano attorno a La Paz e El Alto: il suo crollo in queste elezioni (dal 6 al 2%) confuta qualsiasi tentativo di leggere la vittoria di Morales come dovuta esclusivamente al suo essere indio nella terra dove indios (ufficialmente il 49,51% della popolazione) e meticci sono larga maggioranza.

Dall’insurrezione all’urna

Dopo essersi dedicato alla Corte Nacional Electoral, Morales ha ringraziato i cosiddetti movimenti sociali di Bolivia, protagonisti oramai da cinque anni di una guerra permanente all’imperialismo con poche analogie al mondo per radicalità e profondità, ed oggi artefici della sua vittoria. Minatori, operai delle più tradizionali fabbriche come degli innumerevoli piccoli laboratori artigianali, specie del tessile e specie a El Alto, minoristas, insegnanti e studenti, contadini, quella che in una parola è la classe lavoratrice boliviana per almeno tre volte dal 2000 ad oggi è stata ad un passo, come si suol dire, dal prendere il cielo per assalto. 

Per quanto si sforzino di negarlo nella sinistra europea - esercizio estraneo come è naturale che sia, ai commentatori boliviani - nei 90 giorni di stato d’assedio provocati dalla guerra dell’acqua a Cochabamba del 1999/2000, durante l’ottobre nero del 2003 lottando per la cacciata di Goni, fino alla moltitudinaria manifestazione del 6 giugno scorso quando, a seguito delle dimissioni di Mesa, più di mezzo milione di persone, militanti del MAS inclusi, inneggiarono al governo operaio contadino ed ingaggiarono, con la direzione dei minatori venuti dalla vicina Oruro, una giornata di scontri dinamitardi con le squadre speciali dell’esercito. In tutte queste occasioni la classe lavoratrice boliviana ha dichiarato apertamente e coscientemente che il solo governo per il popolo è il governo del popolo, che la nazionalizzazione del gas e la difesa delle risorse naturali si pratica solo espropriando e cacciando dal paese le multinazionali ed i loro lacchè. Ma il governo operaio e contadino non può essere solo un proclama, e semplicemente proclamarlo non serve ad insediarlo.

Evo Morales

Dopo essersi organizzati l’8 giugno nella Assemblea Nacional Popular Originaria di Bolivia la FEJUVE di El Alto, cioè i consigli di quartiere, i minatori delle imprese statali, i settori vicini alla direzione della Central Obrera Boliviana (COB), ed alla sua federazione di El Alto (COR - El Alto), promossero l’occupazione dei centri di rifornimento delle città, a partire dalla planta de Senkata, il serbatoio di gas che rifornisce El Alto e La Paz. In migliaia si ritrovarono il giorno dopo a gestire quell’impresa senza direzione, o meglio con indicazioni contrastanti dei vari dirigenti, e senza un obiettivo chiaro. Lontano dalla capitale amministrativa, a Sucre i minatori cooperativistas - termine con il quale in modo confuso nella sinistra boliviana si chiamano sia i lavoratori delle miniere private che i loro datori di lavoro - ed i contadini accorsi da tutto il paese, settori tutti vicini al MAS, sconfiggevano il tentativo di imporre alla Presidenza Hormando Vaca Diez, reazionaria espressione della borghesia di Santa Cruz. 

Come in seguito gli stessi dirigenti del sindacato dei minatori hanno dovuto ammettere, in quelle occasioni è mancato un partito rivoluzionario in grado d’essere direzione unitaria del popolo. Ciononostante le avanguardie sono spesso riuscite a trascinare le masse verso la conquista del potere in Bolivia, ma hanno sciupato per settarismo o per confusione riguardo ai propri compiti tutte le loro possibilità. Naturale allora che i lavoratori boliviani abbiano premiato con una vittoria senza precedenti chi nella situazione data meglio rappresentava le loro aspirazioni. Questa va annoverata come l'ennesima loro vittoria di fronte alle vigliacche macchinazioni della borghesia nazionale e dell'imperialismo, e come affermazione della loro forza va sinceramente festeggiata da tutti i convinti rivoluzionari. È lo stesso Morales il primo ad averne coscienza. Come atto iniziale del suo mandato ha visitato la federazione sindacale nazionale dei cooperativistas, e nell’occasione ha affermato che il ministro alla mineria deve essere un minatore, e quello del lavoro un sindacalista, e che questi incarichi non devono più essere ricoperti da imprenditori, annunciando una assemblea nazionale con i movimenti sociali per definire con loro il prossimo gabinetto di governo.

Il programma di Evo Morales

Detto questo chiariamo da subito di non sentirci affatto interessati al gioco di chi vorrebbe stabilire se Morales somigli più a Lula, a Kirchner o a Chavez. Nessuno di questi è arrivato al governo in una fase rivoluzionaria tanto profonda e prolungata. Nessuno di questi aveva alle spalle, alla sua prima elezione, legami così solidi con settori sociali apertamente insurrezionali e così radicalmente mobilitati, che in più di una occasione, come ad esempio abbiamo visto nella cronaca delle giornate di giugno, hanno mostrato di saper istintivamente subordinare ai propri interessi di classe anche la naturale lealtà ai loro dirigenti. Non tener conto di questi fattori è un ragionare in astratto che non ci appartiene. Lo dicemmo già a suo tempo: considerare che Morales e il MAS, come è stato scritto da alcuni in Bolivia, possa tramutarsi in una docile pedina dell'imperialismo alla stregua di quello che è stato Gutierrez in Ecuador, è fuori dalla logica degli eventi e delle forze in campo. È lo stesso nemico di classe ad averlo implicitamente ammesso nel periodo di travaglio delle liste e delle alleanze elettorali. 

La borghesia dell'occidente del paese - meno capace e incline allo scontro di quella di Santa Cruz de La Sierra - aveva cercato fino all'ultimo una soluzione alternativa al MAS per ripristinare la pace sociale, tentando la carta di una lista civica nazionale partecipata dei sindaci più noti, capeggiati da quello di Potosì Rene Joaquino, e con la presenza del Movimiento Sin Miedo (MSM), partito borghese che esprime il sindaco della capitale e che in parlamento aveva votato tutte le privatizzazioni lanciate dal primo e dal secondo governo Goni. Fallito questo tentativo, poiché nessuno se non il MAS può impegnarsi a garantire la pace sociale in Bolivia adesso, il MSM ha sostenuto in zona cesarini l'alleanza con il partito di Morales, sotto la regia del candidato eletto alla vice presidenza, quell'Alvaro Garcia Linera, anima della sinistra europea in Bolivia, che da guerrigliero si è tramutato nel nume tutelare e garante delle correnti più moderate del MAS e dei suoi alleati borghesi. 

A leggere beni i risultati elettorali la scelta è stata per il MAS un errore, dal quale non ha tratto alcun vantaggio ma solo pericolose conseguenze. Come detto Morales ha ottenuto una inedita investitura dal voto, ma la situazione al Congresso è ben più complicata. Qui una legge elettorale che già in partenza favorisce la borghesia, con collegi uninominali disegnati apposta per eleggere suoi rappresentanti in misura maggiore dei voti ottenuti a livello nazionale, ed anche la scarsa convinzione popolare verso quei borghesi candidati dal MAS per effetto della sua alleanza, ha provocato una dispersione del voto, e di conseguenza consegnato al partito vincitore solo la maggioranza relativa, e con poco scarto (in totale 65 su 157). Il portavoce del partito afferma che la situazione è fluida e che esponenti di altre formazioni potrebbero sostenere individualmente in Congresso il MAS, ma sulle questioni cruciali è vero anche il contrario, specie scorrendo alcuni nomi dei prossimi deputati di maggioranza. Oggi gli esponenti di destra affermano che non ostacoleranno pretestuosamente il governo, ma sono espressioni di circostanza di fronte ad una cocente sconfitta, nel momento di maggiore forza dell'avversario. Garcia Linera è dato già al lavoro per costruire alleanze parlamentari più ampie, anche se oltre il MAS ci sono solo quei partiti di destra che hanno svenduto il paese. È ragionevolmente su questa prospettiva di possibile impasse politica su cui l'imperialismo punta per erodere ai fianchi il movimento rivoluzionario boliviano e piegarne la resistenza.

Quali prospettive per il governo?

Su tutte le questioni più importanti Morales dovrà scegliere tra il movimento, le organizzazioni popolari che lo hanno sostenuto e gli interessi della borghesia, tra l’imperialismo da un lato e la stessa base del partito, composta quasi esclusivamente da cooperativistas, contadini e Sin Tierra, operai, ex militanti di Izquierda Unida (come lo stesso Morales), insegnanti prevalentemente delle province rurali, dall'altro. Le sue stesse intenzioni di governo ne potrebbero essere modificate così come il progetto politico per un “capitalismo Andino” architettato da Garcia Linera sulla idea di sviluppo del tessuto produttivo familiare e micro imprenditoriale boliviano che questo matematico col vizio della sociologia immagina. 

Al di là di ogni altra considerazione su questo castello ideologico è comunque evidente che una impresa ardua come lo sviluppo della Bolivia non può che partire, il Venezuela insegna, dalle sue risorse naturali, e tra queste in primo luogo il gas. Su questo terreno le indicazioni sono tuttaltro che confortanti. Il cuore del programma di governo, contenuto in diez medidas dieci misure lanciate dal MAS in campagna elettorale, è nel “patto sociale per il lavoro con la impresa privata nazionale e straniera.... che garantirà la pace sociale ... e la crescita economica”. Ma gli equilibri del capitalismo hanno in serbo per la Bolivia il saccheggio non lo sviluppo! E senza scomodare la storia basta ricordare gli interessi e le pressioni imperialistiche enormi sulla Bolivia - che coinvolgono non solo l’imperialismo euro - statunitense, ma anche le borghesie dei vicini Brasile, Argentina e Cile, i cui profitti si alimentano di gas boliviano - per capire le minacce proprio oggi avanzate dalla Camara Nacional de Hidrocarburos (l’ente che aggruppa le multinazionali del gas) di interrompere gli investimenti nel paese senza un quadro giuridico “vantaggioso”. È detto cioè a chiare lettere che neppure la nazionalizzazione formale che il MAS propone - cioè proprietà dei pozzi allo stato e diritto di sfruttamento alle multinazionali - interessa ai falchi dell’imperialismo. 

A proposito Condoleeza Rice ha fatto a modo suo gli auguri al nuovo presidente, ricordandogli di onorare i debiti ai quali la Bolivia destina il grosso delle proprie entrate, impegno che Morales ha formalmente preso. Conciliare questo con la volontà di combattere la miseria e allo stesso tempo finanziare le imprese, altre misure del programma, è, a dir poco, utopico. Sul difficile, è un eufemismo, rapporto tra i boliviani e le multinazionali il governo non potrà mantenere un atteggiamento di garanzia per tutti: già da domani ci saranno da riscrivere i contratti di sfruttamento del gas secondo la legge che scatenò le mobilitazioni di maggio giugno, obbligo al quale il governo tecnico di Rodriguez Veltzè non ha voluto, come logico, adempiere. E la Bolivia è già chiamata a rispondere ai tribunali internazionali, con richieste di risarcimento per milioni di dollari, per i “danni subiti” dalla Bechtel e della Lyonnais des Aux, scacciate a calci con le Guerre dell’Acqua di Cochabamba e El Alto. E per citare un caso ancora più concreto, è chiaro a tutti che anche un presunto capitalismo dal volto umano deve, per svilupparsi, mangiare e migliorare la capacità produttiva agricola. Come detto più volte la guerra civile ingaggiata nelle pianure orientali dal Movimiento Sin Tierra (MST), alleato del MAS, contro l’immenso ed ingiustificabile latifondo non si è mai arrestata, neppure di fronte alla campagna elettorale, e conta morti, feriti, rapimenti e rappresaglie. Le fila del MST si rinfoltiscono continuamente di contadini dell’altiplano che occupano latifondi ed attendono, quasi sempre armati, l’arrivo delle forze dell’ordine. La vittoria del MAS, è certo, con le speranze che mette in moto, non farà altro che incrementare questo flusso. Ed allo stesso modo non dubitiamo che i partiti di destra, che ad oriente comunque hanno mantenuto molte postazioni, non avranno esitazioni nello scegliere da che parte stare in congresso di fronte a leggi che mettano in pericolo i privilegi della oligarchia petro - latifondista. 

Ma il MAS sarà disposto a scegliere di perdere uno dei suoi alleati sociali più rilevanti e a rinunciare all’idea stessa di sviluppo in nome di equilibri parlamentari? E come sopravvivrà allo scontro inevitabile la volontà di Morales - dichiarata in una intervista a O Globo - di essere Presidente di tutti, anche del mondo imprenditoriale?

Morales ha in animo un governo di conciliazione nazionale. Afferma al tempo stesso di voler governare con i movimenti sociali e non con le alleanze politiche, di voler nazionalizzare il gas ma di non voler espropriare le multinazionali, di voler cambiare il volto della Bolivia, ma che governerà con le stesse leggi neoliberali che l’hanno devastata: è inevitabile, è già dietro l’angolo, il momento in cui al contrario dovrà scegliere tra queste opzioni contrastanti. È presto per dire quale direzione prenderà il governo, ma avendo contro il Congresso, i prefetti dei più grandi dipartimenti, che qui sono più o meno come i presidenti delle regioni, non è improbabile che faccia una serie di concessioni alla classe lavoratrice, rafforzandola e aumentandone le aspettative. All’inizio però di fronte alle difficoltà la cosa più verosimile è che ogni questione venga rinviata alle decisioni dell’Assemblea Costituente che dovrebbe veder la luce il prossimo anno, sulla quale però punta anche la borghesia che ha già ottenuto di affiancare il referendum sull’autonomia al voto costituente, condizionando i possibili esiti dell’assemblea.

Paradossalmente è proprio l’imperialismo a credere di più nella ripresa del movimento insurrezionale. Due segnali su tutti. Da un lato, sul piano militare, gli USA non solo restano insediati con la loro prima base militare nel Cono Sur latinoamericano in Paraguay, a soli 300 Km dal confine boliviano, ma hanno persino cominciato a depurare e disarmare l’esercito boliviano. Il governo “tecnico” di Rodriguez Veltzé si è visto obbligato a consegnare agli USA un intero lotto di missili terra aria molto adatti a scontri a breve distanza (quindi alla guerriglia), e continuano ad essere rimossi i tanti ufficiali e militari boliviani che manifestano simpatia alle rivendicazioni popolari. Non una “semplice” ingerenza USA, ma un vero atto da governo coloniale che come riassunto superbamente dalla agenzia indipendente Econoticiasbolivia si giustifica solo perché “a Washington temono che l’esercito boliviano... possa convertirsi in un arsenale per gli insorgenti settori radicali operai, contadini e indigeni”. Dall’altro lato, sul piano finanziario, la Spagna che detiene il controllo delle più importanti banche e dell’unico ente previdenziale boliviano, comincia a ritirarsi dal paese: il Santander ha annunciato la vendita del Banco Santa Cruz ad un gruppo impresariale boliviano legato direttamente alle oligarchie del latifondo e del petrolio di Santa Cruz de la Sierra.

 

Il ruolo delle avanguardie

In tutto questo processo i rivoluzionari in Bolivia hanno e debbono giocare il ruolo che gli compete, ma solo a condizioni di far tesoro della lezione. Chi scrive ha partecipato all’Incontro continentale per la difesa delle risorse naturali del passato agosto promosso dalla COB, dai minatori delle imprese a controllo pubblico, dalla COR di El Alto. In quella occasione, che in sé fu semplicemente un momento importante di confronto fra realtà operaie e politiche radicali dell’America Latina, abbiamo potuto dare un volto a quelle che anche qui abbiamo definito semplicemente avanguardie. Se a qualcuno è venuta in mente l’immagine del professorino o dell’intellettuale scomodo, si riguardi le foto pubblicate a corredo dei precedenti articoli: caschi da minatori e volti scavati dal lavoro. L’avanguardia in Bolivia sono ancora loro, i minatori, ridotti nel numero ma sempre pronti a lanciarsi nella prima linea dello scontro, affiancati oggi da una nuova generazione di operai di fabbrica. 

La COB rivoluzionaria sono loro, ma non sono solo loro la COB: tutti quei settori sociali vicini al MAS non si sentono vincolati dalla direzione del sindacato, né dalle sue commissioni politiche dove si annidano i vari gruppuscoli della settaria sinistra boliviana. In occasione dell’incontro difendemmo, quasi isolati, la necessità di un orientamento cosciente delle avanguardie rivoluzionarie verso la base del MAS ed un bilancio critico delle giornate di maggio-giugno e delle occasioni perse quando persino i militanti del MAS giunti a La Paz si schierarono apertamente con la rivoluzione, fischiando pubblicamente proprio Evo Morales che difendeva dal palco la vecchia posizione del partito, che, ricordiamolo, era semplicemente per l’aumento della imposizione fiscale a carico delle multinazionali. 

Da allora troppi errori sono stati commessi, e non è certo nascondendoli che manifesteremo il nostro profondo rispetto per quelli che sappiamo essere i più agguerriti protagonisti di tutte le lotte degli ultimi anni. La posizione astensionista assunta è servita solo ad isolare i più coscienti, a fargli bucare, come si dice, una manifestazione di 50.000 minoristas del mercato di Huyustus di La Paz - alla quale partecipammo - che protestando in quei giorni per proprie rivendicazioni di settore, innalzavano cartelli contro l’alleanza tra il MAS e il MSM. Il 12 dicembre quelle stesse organizzazioni si sono nuovamente riunite a El Alto nel primo vertice operaio e popolare, che ha riaffermato l’astensionismo elettorale, rilanciato la costituzione del governo rivoluzionario delle assemblee popolari entro il prossimo marzo, e dato 90 giorni di tempo per il prossimo governo per nazionalizzare il gas. Ma non è a colpi di ultimatum che si potranno riconquistare le masse. Nè mettendosi sulla riva del fiume aspettando passi il cadavere di Morales, come altri, che pure gli hanno dichiarato sostegno critico alle elezioni, implicitamente affermano. Né facendosi prendere dalla necessità di premettere la critica al MAS a qualsiasi apertura verso questo partito. È una logica questa propriamente settaria, di chi cioè preferisce contendersi piccole quote di eredità di pensiero con il propri simili, ma non ha interesse ad incidere nella realtà. 

Oggi il MAS concentra in sé la fiducia del grosso della classe lavoratrice boliviana, ma questa in più di una occasione ha già detto cosa vuole e di essere disposta ad arrivare alle estreme conseguenze per ottenerlo. Accompagnare questo processo di coscienza vuol dire sintonizzarsi con esso, organizzare le forze rivoluzionarie ed essere presenti per incalzare il MAS sulla base del programma emerso dalle lotte, sapendo cogliere tutte le affermazioni radicali di Morales che suscitano speranze fra le masse per incalzarlo e velocizzare il processo di presa di coscienza delle masse stesse. È necessario afferrare tutte le occasioni utili, (e quante ce ne saranno!) per mostrare che non è possibile governare e riscattare gli oppressi con la borghesia ed il suo sistema economico. Non si parte da zero, al contrario: la marcia rivoluzionaria continua.

21 dicembre 2005.

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