Nazionalizzazioni e riforme
cosa cambia in Bolivia?

 

di Peppe Letizia e Leonor Pereira

 

A cento giorni dalla sua straordinaria elezione il governo di Evo Morales lancia l’offensiva contro gli interessi della oligarchia locale e delle multinazionali operanti in Bolivia. In una sola settimana (l’ultima) sono stati promulgati decreti per la nazionalizzazione degli idrocarburi, l’aumento del salario minimo da 450 a 500 bolivianos (circa il 12% in più), e l’abolizione dell’articolo 55 del DS 21060, che stabiliva la libera contrattazione del lavoro, ovvero il libero licenziamento dei lavoratori. Insomma dopo tre mesi passati barcamenandosi tra problemi vecchi e nuovi, conflitti istituzionali e sociali, nel tentativo condurre alla conciliazione nazionale e internazionale, il governo boliviano eletto come risultato delle insurrezioni degli ultimi anni, e sostenuto dalle masse che vi parteciparono, imbocca la strada delle riforme sociali. Persino i più critici dovranno riconoscere l’effetto che queste misure avranno, ed in parte hanno già, sulla classe lavoratrice boliviana, sul futuro del processo rivoluzionario della Bolivia e di tutto il continente Latino Americano.

 

Il gas: com’era...

Riferendosi al decreto che nazionalizza gli idrocarburi Evo ha sostenuto “è finita l’era del saccheggio in Bolivia”. È una esagerazione propagandistica? Per rispondere bisogna anzitutto capire come funzionavano le cose prima. Nella prima metà degli anni novanta le multinazionali del petrolio, sostenute dai governi del MNR e del MIR, si impossessarono di fatto di tutta la catena del gas boliviano. La maggioranza azionaria delle imprese estrattive Andina S.A. e Chaco S.A. finì nelle mani, rispettivamente, della Repsol YPF (ispano - argentina) e di un consorzio inglese e argentino formato da British Petroleum e Bridas. La Shell ed una multinazionale statunitense “figlia” della Enron acquisirono il controllo della società che gestisce tutti i condotti del gas, Transredes S.A., mentre Petrobras Bolivia ed un consorzio tedesco - peruviano presero il controllo rispettivamente delle raffinerie e della CLHB, che gestisce l’immagazzinamento degli idrocarburi rivolti al mercato interno.

Le riserve di gas ancora inutilizzate furono concesse con i contratti di “rischio condiviso” ad un cartello di multinazionali che assunse così una posizione di monopolio sia per il mercato estero che per quello interno: stabilivano volumi estratti, paesi destinatari e prezzi, anche per il consumo domestico. La sensazione di essere padrone di Bolivia era tanto forte che Repsol e Total avevano iscritto alla borsa di New York le riserve di gas del paese Andino come fossero loro esclusiva proprietà. Ai boliviani restò di quelle società solo la proprietà nominale di una quota azionaria, in realtà affidata ai fondi di investimento collettivi gestiti dalle imprese che hanno in mano il futuro pensionistico dei lavoratori boliviani, la svizzera Zurich Financial Service e il Banco Bilbao Vizcaja, oltre a un “premio” detto Bonosol di 1.800 bolivianos (poco più di 180 dollari) pagato ogni anno con i dividendi degli utili a tutti gli ultra sessantacinquenni. Degli investimenti promessi, dei posti di lavoro, delle risorse per migliorare il tenore di vita in Bolivia neppure l’ombra: solo quei soldi necessari a sottoscrivere gli aumenti di capitali necessari alla capitalizzazione, ovvero la privatizzazione alla boliviana.

 

.... e com’è ora

Con il Decreto Supremo 28701, firmato mentre si occupavano militarmente i pozzi, la nazionalizzazione non sarà totale come nelle prime due che l’hanno preceduta nella storia della Bolivia (alle quali questa ultima si collega idealmente già nel nome della legge: “Heroes del Chaco”) ma i cambiamenti rispetto alla situazione attuale non sono comunque da poco. Lo stato assume la proprietà del gas, tutta la produzione dovrà essere affidata alla rinata impresa statale YPFB, le multinazionali non hanno più contratti di concessione ma saranno prestatori di servizi, del servizio cioè di estrazione, e la stessa YPFB acquisirà il 51% di tutte le azioni delle imprese privatizzate. In più i campi la cui produzione media certificata di gas naturale nell’anno 2005 sia stata superiore a 100 piedi cubici giornalieri (art.4) (Il piede cubico corrisponde a 0,02832 m3, ndr) saranno sottoposti ad un regime tributario differente, con tasse dell’82% dalle quali il governo stima di ricavare circa 700 milioni di dollari in più all’anno. Ci si riferisce in particolare a due campi, quello di San Alberto e San Antonio, mentre tre saranno le multinazionali maggiormente colpite: Petrobras, Repsol e Total. Le altre, tra le quali opera anche la statunitense Exxon, saranno chiamate solo a riscrivere il proprio contratto alla luce della nuova legge. Tutte hanno 180 giorni comunque per ridiscutere la loro posizione con il governo, oppure, come ha dichiarato Morales, abbandonare il paese. A questo punto per quanto possa apparire superfluo, anche se per qualcuno non lo è, ci sembra comunque necessario riconoscere l’importanza di questo passo in avanti, prima ancora di discutere sulla sua effettiva profondità.

 

Le reazioni, dentro e fuori

Da quanto detto appare normale che le reazioni più severe e preoccupate siano venute dall’Unione Europea e dal governo brasiliano, il cui Ministro alle Miniere ha definito “ostile” il decreto di Morales. Il Brasile importa dalla Bolivia il 51% del gas che consuma, e la Petrobras è il principale operatore straniero nel paese Andino. I vertici della multinazionale non hanno esitato ad usare toni duri. In un comunicato ed in una conferenza stampa il presidente Josè Sergio Gabrielli ha fatto presente che Petrobras detiene il 57% del gas naturale prodotto in Bolivia, in virtù di un contratto denominato Gas Supply Agreement (GSA) sottoposto per un lato alla legislazione internazionale con arbitrato a New York, per l’altro agli accordi bilaterali tra Olanda e Bolivia, visto che in Bolivia Petrobras è presente con la sua sussidiaria olandese PIB BV.

Ha poi affermato che fino a quando la trattativa con il governo boliviano non metta le cose in chiaro, saranno sospesi gli investimenti in Bolivia e percorse tutte le strade per difendere gli interessi del colosso brasiliano, specie nel caso in cui il governo Morales voglia utilizzare il decreto per ridiscutere il prezzo del gas. Ed ha ricordato infine, con lo stesso tono minaccioso, che Petrobras ha versato nel solo 2005, 536 milioni di dollari in tasse, che rappresentano il 24% delle entrate fiscali di Bolivia. Sul versante europeo la situazione più compromessa sembra essere quella della Spagna, dove la nazionalizzazione del gas boliviano è stata pretesto per una nuova offensiva del PP di Aznàr. Nei mesi passati la magistratura boliviana aveva perquisito le sedi della Repsol YPF e spiccato mandati di cattura per la dirigenza della compagnia accusata di contrabbando di gas verso l’Argentina. Il governo del socialista Zapatero ha dichiarato che questa misura avrà conseguenze negative sulle relazioni bilaterali con la Bolivia (CincoDias 03/05/2006).

La delegazione che incontrerà Morales ha mandato di agire con prudenza e fermezza in difesa degli interessi spagnoli. Javier Solana, a nome della UE, si diceva preoccupato e deluso dal fatto che Morales non ascoltasse i consigli e spaventasse gli investitori. In generale tutta l’Unione Europea sembra schierata sul fronte della opposizione a Morales: se una ministra tedesca interviene pubblicamente per dire che la Bolivia non deve essere minacciata, è ovvio che qualcuno che pensa di farlo c’è. Si prepara insomma un assedio al governo boliviano, in nome del quale non pare esagerata la idea, promossa dal MAS, di lanciare le Brigate in difesa della nazionalizzazione. Più prudente sembra invece la posizione degli USA. Le compagnie statunitensi hanno chiesto trattamento equo. A Washington temono l’effetto emulazione della nazionalizzazione, specie guardando alla situazione in Ecuador ed al secondo turno delle elezioni in Perù. Ma preferiscono in questo momento stare a guardare, sperando che la situazione produca qualche tensione con Argentina e Brasile che possa in qualche modo coinvolgere anche l’odiato Venezuela, consci di avere dalla loro il potere delle somme che dagli USA, come dalla UE arrivano in Bolivia a sostenerne il grosso deficit fiscale e la capacità di far fronte ad emergenze, come l’alluvione dei mesi scorsi. Sul fronte interno invece la nazionalizzazione, oltre a scatenare l’euforia popolare, ha avuto un consenso molto esteso, anche troppo. Se da un lato la confisca delle azioni delle privatizzate preoccupa le associazioni industriali, dall’altra gode dell’appoggio critico ma aperto del braccio politico più efficiente della borghesia, il Comitato Civico di Santa Cruz. La ragione è semplice quanto pericolosa. Da un lato parte delle nuove entrate, sulla base di un piano di riparto prestabilito, finiranno alle amministrazioni locali, specie dell’oriente, quasi tutte più o meno saldamente in mano ad esponenti della borghesia e dei vecchi partiti. Dall’altro c’è sempre la Legge 3065, cosiddetta legge Tarija, che regala al prefetto (di destra) di questa regione un ruolo attivo nell’attrarre investimenti e costituire società per lo sfruttamento e la industrializzazione del gas.

Una eredità velenosa del governo di Mesa, che è stata mantenuta in piedi grazie ad uno sciagurato accordo intessuto per il governo dal vicepresidente Alvaro Garcia Linera (AGL) per ottenere dalla destra il via libera al senato alla legge che convoca l’assemblea costituente. Che comunque, per inciso, non è piaciuta ad alleati storici del MAS come l’associazione delle comunità indigena CONAMAQ, dalla quale sono piovute accuse di tradimento e rottura di alleanze con il governo criticato per aver messo la discussione sulla nuova costituzione non in mano ai movimenti sociali e alle formazioni indigene, ma ai vecchi partiti politici.

 

Gli altri provvedimenti

La nazionalizzazione del gas ha messo in ombra, com’era naturale, gli altri decreti emessi dal governo in questi giorni. In realtà l’aumento del salario minimo ha un valore pressoché simbolico. 50 bolivianos in una economia quasi totalmente dollarizzata, dove i costi più onerosi sono pagati in dollari (e nell’oriente non solo quelli) sono un aumento quasi irrisorio. Basti pensare che a La Paz un affitto equivale a non meno di 40 dollari, quasi il 90% del salario minimo fissato dalla nuova legge. Fonti governative, nella fattispecie il Ministro del Lavoro, l’operaio Galvez, afferma che Evo avrebbe voluto duplicare il salario minimo, ma che l’altissimo deficit statale boliviano non glielo permetteva. Diverso discorso per l’abolizione dell’articolo 55 del DS 21060. Questa legge emessa nel 1985 segnò l’inizio del periodo di capitalismo selvaggio in Bolivia. In nome della libertà di licenziamento persero il posto 100.000 lavoratori, una sconfitta epocale per il movimento operaio boliviano. Quel decreto del quale giustamente i movimenti sociali in più occasioni hanno chiesto l’abolizione, stabiliva anche appunto la dollarizzazione dell’economia, e tutte quelle misure sul piano economico, fiscale, sociale e giuridico che hanno affossato le condizioni di vita e lavoro in Bolivia. Per quanto l’abolizione di un unico articolo sia solo un piccolo passo avanti, è chiaro che il valore simbolico è ben più importante. Alcuni giornali boliviani pubblicavano vignette con Evo Morales impegnato a fare da becchino al neoliberismo, ed è questa la sensazione diffusa in Bolivia.

Cosa cambia realmente

Per capire veramente la reale portata di queste misure sarà necessario vederle messe in pratica. Il piccolo aumento del salario minimo in un paese diverso dalla Bolivia produrrebbe un aumento dell’inflazione: i padroni piuttosto che veder erodere i loro profitti preferiscono sempre aumentare i prezzi. E non è detto che questo non accada, nonostante le caratteristiche di gran parte dell’impresa manifatturiera boliviana, molta della quale, specie in alcuni settori di beni primari, rivolta principalmente al mercato interno. Come dichiarato ad Alerta Laboral n.43 (Periodico del Centro Estudio para el Desarrollo Laboral y Agrario - CEDLA) dal dirigente degli operai di La Paz Francisco Quispe le sole voci di un decreto che avrebbe abolito la libertà di licenziamento ha già prodotto una serie di licenziamenti nelle fabbriche della capitale e di El Alto: gli imprenditori si sono già preparati. In realtà questi potranno sempre e comunque licenziare, ma ai lavoratori resterà la possibilità di usufruire di una serie di benefici sociali.

La situazione nel mondo operaio è per bocca dello stesso Ministro del Lavoro, fuori da qualsiasi legge, diritto e controllo. Negli ultimi anni sono aumentati a dismisura i contratti precari: secondo ultime rilevazioni statistiche oltre il 30% dei lavoratori delle imprese manifatturiere sono a tempo e precari, e i salari al limite della sussistenza. Le ore effettive lavorate sono in continuo aumento. Questa pressione costante, combinata con una disoccupazione che supera le 300.000 unità, fa si che come afferma sempre lo stesso Quispe, “esistono fabbriche, tanto nel tessile come nel settore orafo.... che hanno 600 o 800 lavoratori ai quali non viene permesso di sindacalizzarsi”. Non stupisce allora che il sindacato abbia accolto con favore la proposta di stipulare una alleanza con il governo per vigilare sulla corretta applicazione della legge. Altra cosa è quello che il governo si aspetta dalla abolizione del libero licenziamento. AGL affermava che ora l’emergenza degli anni ’80 è finita, che gli imprenditori devono rinnovarsi, investire e competere senza basarsi sullo sfruttamento selvaggio. Una speranza destinata a rimanere tale. Nonostante tutti i vantaggi a lei concessi negli ultimi due decenni, la borghesia boliviana, che in termini di ricchezza assoluta non ha nulla da invidiare ad altre borghesie di paesi avanzati, non si è mai posta l’obiettivo di modernizzare il paese. Nonostante un aumento fino a 52 ore della media settimanale delle ore lavorate, la produttività del lavoro in Bolivia è diminuita ogni anno degli ultimi dieci dello 0,1% in media, cifra che include anche il settore estrattivo dove evidentemente c’era un aumento della produttività dovuto alla presenza delle multinazionali. In altre parole non hanno investito un centesimo quando gli conveniva farlo, quantomeno improbabile che lo facciano ora. Almeno non senza fare pressioni al governo, come quelle che già vengono dal settore agrario legato alla soia, perché stipuli accordi bilaterali di libero commercio con gli USA. Stesso discorso vale per la nazionalizzazione del gas, per la quale i prossimi 180 giorni saranno decisivi.

Le multinazionali hanno ancora dalla loro diverse armi di ricatto. Ad esempio il mercato boliviano del combustibile, dato che la Bolivia, pur essendo ricca di gas, consuma più diesel di quanto ne possa produrre. Val la pena ricordare che proprio l’aumento del diesel ed il movimento che vi si oppose permise nel gennaio del 2005 al Comitato Civico di Santa Cruz di avere una base sociale sulla quale fondare inizialmente il proprio progetto secessionista. I nuovi contratti di prestazione di servizio sono poi tutti da definire, e lo saranno caso per caso come dichiarato dall’esecutivo. Altro dato importante, anche l’aumento della imposizione fiscale potrebbe ridursi notevolmente. Già oggi con un meccanismo perverso di compensazione fiscale il governo ha un debito accumulato di 53 milioni di dollari, che sono tasse da restituire alle multinazionali esportatrici di gas.

Bolivia e Venezuela

Si poteva fare di più? Il governo afferma che una nazionalizzazione totale avrebbe significato lasciare il gas sottoterra, viste le difficoltà tecniche ed economiche della YPFB ad estrarlo. Ma obiettivamente la YPFB adesso non avrebbe neppure le capacità per svolgere i compiti che gli affida la nuova legge. Cosa allora ha permesso questa terza nazionalizzazione, a parte ovviamente le insurrezioni degli scorsi mesi che l’hanno preceduta? In un precedente articolo sottolineavamo come, al di là dei proclami e dei distinguo, il governo Morales stesse facendo progressivamente entrare la Bolivia nell’orbita dell’economia venezuelana, e la cosa si va sempre più rafforzando. La Colombia firma un trattato commerciale con gli USA e taglia le proprie importazioni di soia boliviana? Il Venezuela si offre di comprare anche la quota che acquistava la Colombia. Il governo boliviano si scontra con i cocaleros del Chapare, originaria base sociale del MAS, che non vogliono diminuire la produzione delle foglie di coca? Il Venezuela si offre di comprare persino quelle. Il modello preso a riferimento per la rifondazione della YPFB sarà la venezuelana PDVSA, che sta già formando i tecnici boliviani, ed è pronta ad investire per aprire raffinerie di gas in Bolivia. E se le multinazionali vogliono utilizzare il diesel come arma di ricatto verso Morales, Chavez è pronto ad aumentare le esportazioni, a buon mercato, di diesel venezuelano in Bolivia. Questa relazione avrebbe facilmente potuto sostenere anche un progetto nazionalizzatore più radicale. Come abbiamo visto comunque la nazionalizzazione voluta da Morales ha scatenato una serie di prese di posizione anche dure all’estero. La preoccupazione ha provocato un incontro tra Morales, Chavez, Lula e Kirchner a Puerto Iguazù, concluso con reciproche rassicurazioni che hanno fatto affermare al presidente boliviano che “Lula sta al di sopra della Petrobras”. In realtà i governi dei paesi che abbracciano incondizionatamente il capitalismo e le sue leggi stanno davanti alle loro multinazionali ad occultarne e difenderne gli interessi. Se oggi, presi di sorpresa, sono privi di una strategia, non sarà così per sempre. A Puerto Iguazù si sono scontrati, anche se per ora non in modo aperto, due idee totalmente differenti di integrazione latino americana, un fatto sicuramente positivo. Si può dire senza forzature che lungo l’asse La Havana - Caracas - La Paz e nella lotta sprigionata in quei paesi dalla classe lavoratrice, si gioca buona parte dei destini non solo dell’America Latina ma di tutta l’umanità spinta verso la barbarie da questo sistema economico marcio.

Il compito dei marxisti

Nelle insurrezioni dell’ottobre del 2003 e del maggio giugno 2005 le masse erano state ad un passo dal prendere il potere. La direzione del movimento ha sprecato tutte le occasioni che ha avuto, dimostrandosi incapace di praticare tutte le dichiarazioni pubbliche e con un pubblico sostegno di massa. Nelle analisi che sono state fatte successivamente si è sottolineato sempre l’assenza di un partito capace di affermare la dittatura del proletariato nella società, ed il ruolo di retroguardia del proletariato industriale, esclusi i minatori, nel processo rivoluzionario. Tutto questo è in una certa misura vero, ma non si può restare prigionieri di uno schema formale. La rivoluzione del 1905 in Russia non nacque con uno schema predefinito, ma alla fine lasciò in eredità i soviet. In Bolivia neppure le Assemblee Popolari più volte proclamate sono state messe in piedi realmente.

Oggi la situazione è profondamente cambiata, e non si può che ripartire da qui. Persino in questi primi cento giorni, nonostante dichiarazioni e atti non condivisibili, come nel caso dello sciopero della compagnia aerea di bandiera LAB, il sostegno al governo nella popolazione ha continuato ad aumentare. Già ad agosto dell’anno scorso, intervenendo all’Incontro continentale dei lavoratori a La Paz, chi scrive ebbe modo di richiamare l’attenzione dei dirigenti dei movimenti sociali boliviani sul fatto che le elezioni erano alle porte, e c’era una vasta base sociale del MAS, rurale e urbana, da convincere, dialogando e spiegando pazientemente. Si è scelta invece la via del boicottaggio delle elezioni e degli ultimatum al governo, che hanno prodotto come unico risultato una spaccatura nel movimento sindacale, e il fallimento, per la prima volta da anni, di uno sciopero generale lo scorso aprile, e della manifestazione del 1° maggio della COB, ben poca cosa rispetto a quelle organizzate dal MAS. Bisogna imparare dalla lezione di questi anni e di questi giorni. In un precedente articolo dello scorso dicembre spiegavamo come le prevedibili concessioni che il governo avrebbe fatto alle masse, nelle esplosive condizioni boliviane, avrebbe finito per rafforzarle. Mentre Morales annunciava la nazionalizzazione annunciando le future nazionalizzazione delle miniere, della terra e delle risorse forestali, la FEJUVE e la COR di El Alto gli chiedevano di non tradire e di nazionalizzare anche l’acqua e la società elettrica della capitale, la ElectroPaz.

Le contraddizioni fondamentali continuano ad essere irrisolte, e tra queste disoccupazione, deficit pubblico, questione agraria e bassa produttività della terra, debito estero, dollarizzazione dell’economia, e pessime condizioni di vita e lavoro ecc. E infine c’è il tema di questa nazionalizzazione a metà: cosa garantisce che avrà miglior fortuna delle due precedenti? Finché resterà il capitalismo questo processo rimarrà sempre e comunque reversibile. Le masse boliviane si pongono ora in una prospettiva di pressione sul governo, e da questo non si può prescindere, perché è un processo che può spingere la rivoluzione boliviana oltre i piccoli passi compiuti oggi. Chi continua a dipingere Morales come un semplice lacchè dell’imperialismo commette un errore che lo isolerà dal movimento di massa, chi pensa di poterne difendere le riforme all’estero, ad esempio in Argentina, attaccandole in Bolivia fa solo confusione.

I marxisti devono porsi invece chiaramente l’obiettivo di incidere mettendosi alla guida di questo processo, così com’è. Diceva Marx che i comunisti non sono un corpo separato dalla classe operaia, ma hanno dalla loro il vantaggio dell’organizzazione e della teoria. Ma se non sanno organizzarsi e se non sanno usare la teoria per aiutare le masse a comprendere la situazione, partendo dal loro attuale livello di coscienza e sapendo spingere il loro sguardo non altrove, come vorrebbero i settari, ma più in là di oggi, questo vantaggio non serve neppure al più intelligente dei rivoluzionari.

8 maggio 2006

Leggi anche:

 


Torna a "Bolivia" - Torna alla pagina principale