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| Venezuela, espropriata la multinazionale statunitense Cargill |
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| America Latina | |||
| Scritto da Comitato "Giù le mani dal Venezuela" | |||
| Mercoledì 11 Marzo 2009 07:26 | |||
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La rivoluzione faccia a faccia con il boicottaggio capitalista e con il carovita
È passato quasi un anno da un famoso incontro tra Chavez e le
principali aziende capitaliste venezuelane. In quell'occasione il
presidente chiese alla classe dominante venezuelana di investire
nell'economia, di mantenere un profilo patriottico, garantendo in
cambio la sicurezza degli investimenti.
In quel periodo i discorsi di Chavez si riempirono di riferimenti alla Cina e in misura minore anche al presidente della Bielorussia Lukašenko. Il bilancio da trarre degli effetti sortiti è brutalmente sintetico: i principali gruppi capitalisti nazionali e internazionali hanno ignorato qualsiasi garanzia o stimolo all'investimento, continuando apertamente a boicottare e indebolire l'economia venezuelana.
Ci sono da considerare due processi che si sommano in questo momento. Da un lato il Venezuela non sfugge alla situazione del capitalismo internazionale. Non vi sfuggirebbe totalmente nemmeno se l'economia fosse stata a base principalmente socialista, ma almeno si sarebbero attutiti gli effetti più nefasti della crisi. Ma a maggior ragione non può sfuggirvi in queste condizioni: nonostante siano state nazionalizzate diverse imprese, l'economia venezuelana continua ad essere principalmente capitalista. Le grandi multinazionali o i grandi gruppi capitalisti venezuelani hanno ancora in grossa parte le chiavi dell'economia. E le usano come e più che nel resto del mondo. Reagiscono alla crisi di sovrapproduzione internazionale licenziando lavoratori e distruggendo le forze produttive. Ma in Venezuela la loro azione si carica di un doppio obiettivo. Alla crisi economica, si somma la volontà di boicottare ed affamare la rivoluzione. Questo è particolarmente chiaro nel settore alimentare dove la penuria di prodotti è creata a tavolino e i prezzi alti sono mantenuti artificialmente oltre l'inflazione internazionale. Non solo quindi il Venezuela subisce come il resto del mondo questa folle forbice tra la contemporanea deflazione delle materie prime ed inflazione di alcuni prodotti (riso, pasta ecc.), ma la subisce doppiamente: i capitalisti utilizzano una parte minima della capacità produttiva degli impianti, costringendo il paese ad importare quasi tutto il proprio fabbisogno alimentare. Nel maggio del 2005, risultava che la produzione alimentare domestica venezuelana equivalesse solo al 7% del Pil.
Nel caso di Cargill Chavez è sembrato avere un piglio ben diverso, ancora più radicale. Ha detto che l'eventuale indennizzo verrà pagato con titoli di Stato e ha minacciato la Polar, uno dei motori del capitalismo venezuelano, di fare la stessa fine della Cargill: “Lo ripeto, i proprietari della Polar forse pensano di avere sangue blu nelle vene, ma se non accettano le regole, caro Mister Mendoza, vi esproprieremo. Vi sto avvertendo!”.
L'Inveval ha promosso il Freteco (Fronte delle Aziende Cogestite e Occupate) riscuotendo un seguito: dopo l'acciaieria Sidor, i casi più recenti riguardano le occupazioni dello stabilimento della Mitsubishi e dell'azienda tessile Vivex. Pochi giorni fa la televisione pubblica venezuelana ha trasmesso il filmato documentario “No Volveran”, prodotto dalla Campagna Giù le mani dal Venezuela, e che testimonia tra l'altro la lotta dei lavoratori della Sanitarios Maracay. Lo stesso giorno i lavoratori della Mitsubishi e della Vivex sono intervenuti ad una delle trasmissioni più viste dai chavisti. Lo stesso Chavez ha visto la trasmissione. Visita il sito di Giù le mani dal Venezuela
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