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Il Venezuela sulla via del socialismo PDF Stampa E-mail
America Latina
Scritto da Dario Salvetti   
Mercoledì 05 Aprile 2006 08:24

Ogni processo rivoluzionario è destinato ad essere circondato da nemici nel momento del bisogno e da falsi amici nel momento della vittoria. Quali delle due condizioni sia più pericolosa è difficile a dirsi. La rivoluzione bolivariana in Venezuela non sembra finora sfuggire a questa legge. Calunniata e attaccata mentre rischiava di essere schiacciata da un colpo di Stato ed una serrata padronale, oggi inizia ad essere circondata da “amici” che ne celebrano le gesta e ne certificano la vittoria. Il processo bolivariano ha bisogno di tutto meno che di questo. Il primo compito di chiunque voglia appoggiare la rivoluzione venezuelana è studiarla approfonditamente per comprendere le sue dinamiche interne. Tanto più che la rivoluzione bolivariana entra ora in una delle fasi più importanti e delicate del suo sviluppo.

Come spiegava Trotskij nell’introduzione alla sua Storia della rivoluzione russa “La caratteristica più incontestabile della rivoluzione è l’intervento diretto delle masse negli avvenimenti storici. Di solito è lo Stato monarchico o democratico a dominare la nazione: la storia è fatta dagli specialisti del mestiere (…) ma nei momenti cruciali le masse infrangono gli ostacoli che le separano dall’arena della politica”.

Questa è anche la caratteristica altrettanto incontestabile del processo rivoluzionario che si sta sviluppando in Venezuela a partire quanto meno dal 1998: una politicizzazione di massa che coinvolge larghi strati della popolazione, una sete di idee che abbraccia ogni aspetto della vita quotidiana. Le bancarelle di libri nei mercati di Caracas hanno esposte tutte le leggi recentemente approvate dal governo, la gente cerca avidamente libri e riviste di politica. Tutto è determinato da un’attività febbrile delle masse, a partire prima di tutto dalle Misiones: Barrio Adentro, Sucre, Robinson, ecc. Ogni missione ha uno scopo specifico: diffondere l’alfabetizzazione a livello elementare, superiore o addirittura universitario, ristrutturare e migliorare le condizioni nei quartieri fino all’ultima baraccopoli, ecc. Ogni missione in ultima analisi si basa su un incredibile attivismo volontario delle masse.

Un attivismo che fra parentesi non potrà durare all’infinito: o si integrerà in un generale cambiamento dell’economia o rischia di trasformarsi in fonte di logoramento per le masse stesse.

La fase attuale della rivoluzione venezuelana

Questo riguarda proprio il nodo centrale della fase attuale della rivoluzione. Come potremmo definire simile fase? O meglio: a quale punto del percorso si trova il processo rivoluzionario? Dove risiedono i maggiori pericoli e quali sono i passi avanti necessari e vitali per la sopravvivenza e l’approfondimento della rivoluzione stessa?

Se fosse possibile dividere schematicamente il processo bolivariano dovremmo indicare il periodo che va dal 1998 al colpo di Stato dell’aprile 2002 come il periodo delle piene illusioni democratiche, dell’illusione rappresentata prima di tutto dalle posizioni di Chávez di poter convivere con il capitalismo, di limitarlo per legge. Chávez stesso ha commentato in un colloquio col marxista Alan Woods di aver nutrito profonde illusioni nell’esistenza di una “terza via” tra capitalismo e socialismo e di essersi reso conto che “si trattava solo di una farsa”.

Il colpo di Stato del 2002 rappresenta una svolta qualitativa ed ancora oggi è un punto fermo nella coscienza delle masse. L’avversario di classe esce allo scoperto in maniera chiara. Nelle ore in cui il golpe sembra vittorioso tutti gettano la propria maschera: chiesa, politici borghesi, televisioni, generali, imperialisti. Le masse possono guardare chiaramente in faccia il loro nemico e rendersi conto della sua natura. Non a caso una delle frasi che Chávez ha citato più volte è la celebre frase di Marx “la rivoluzione a volte ha bisogno della frusta della controrivoluzione per fare passi avanti”.

Il periodo che va dal colpo di Stato al referendum revocatorio del 15 agosto 2004 è segnato dalla lotta in campo aperto tra rivoluzione e controrivoluzione, tra il movimento bolivariano e la cosiddetta “opposizione democratica”. La serrata padronale del dicembre-gennaio 2003 paradossalmente colloca per la prima volta il movimento operaio al centro della rivoluzione venezuelana. Sono i lavoratori a dover riaprire le fabbriche e ad imprimere in maniera autonoma per la prima volta dall’elezione di Chávez il proprio timbro sul “proceso”. Il referendum revocatorio ha fotografato i rapporti di forza tra le classi determinatisi dopo due anni di scontro aperto tra rivoluzione e controrivoluzione. La controrivoluzione è sconfitta, debole, dispersa, incapace di dire la propria persino sul terreno delle istituzioni della democrazia borghese. Rispetto al 2002 ha perso qualsiasi capacità di mobilitazione.

Anche i piani d’invasione a partire dal confine colombiano sono per ora abbandonati dall’imperialismo. Il periodo in cui gravavano minacce, per così dire, “esterne” sulla rivoluzione è momentaneamente alle spalle. Ora il pericolo si sposta all’interno dello stesso fronte rivoluzionario.

 

Burocratismo e corruzione?

“Però la rivoluzione bolivariana non sfugge allo scontro con seri rischi e pericoli. (…) Questo Festival mondiale della gioventù e degli studenti deve incentrare tutta la sua esperienza sulle lotte dei popoli per la propria emancipazione, per orientare meglio il popolo venezuelano, con il fine di mitigare questi pericoli ed evitare per tempo le costanti minacce. La destabilizzazione è un rischio costante per la rivoluzione. Questo nemico si insinua nei comportamenti burocratici, nelle tentazioni di corruzione e impunità politica e giudiziaria, infiltrazioni su cui si appoggia l’imperialismo, i suoi migliori alleati” (editoriale del giornale del Festival mondiale della gioventù).

L’attuale fase è senza dubbio segnata dallo scontro interno al fronte rivoluzionario tra le correnti burocratiche, riformiste ed una crescente consapevolezza socialista delle masse. Nella misura in cui la lotta di classe continua ad esistere, con la sconfitta schiacciante dell’opposizione, il meccanismo di scontro tra le classi si è riversato all’interno del campo chavista. Come per gli antichi romani, a volte “i vinti conquistano i vincitori”. In questo caso il burocratismo è lontano da aver conquistato la rivoluzione, il processo di massa è ancora in piena ascesa. Tuttavia è evidente che la pressione delle classi dominanti è andata rafforzandosi all’interno del fronte rivoluzionario. Una cappa burocratica si viene costituendo come un muro tra Chávez e le masse, logorando e frenando il processo rivoluzionario, corrompendolo dall’interno e creando uno stato di inquietudine tra i settori d’avanguardia. Se simile inquietudine si prolunga nel tempo senza trovare i corretti sbocchi può anche trasformarsi in disillusione o impazienza. Uno stato d’animo che bene si esprime in una delle battute più ricorrenti nella base chavista: “Chávez è solo con il popolo”.

 

Lo stato dell’economia e la natura della burocrazia

“Il socialismo del secolo ventunesimo non nascerà dal nulla, ma dalle migliori esperienze del secolo passato. Non potrà prescindere ad esempio dalle idee che il compagno Trotsky ha sviluppato nella lotta contro il burocratismo” (Rodolfo Sanz, dirigente di Patria para Todos nel dibattito “Come costruire il socialismo del XXI secolo”).

Tra molti venezuelani la presenza della burocrazia e della corruzione viene normalmente imputata ad un cattivo costume, un’abitudine tipicamente venezuelana ereditata dalla “Quarta repubblica”. Esiste un fondo di verità. Si tratta in parte di elementi che la rivoluzione ha ricevuto in eredità dal precedente regime. Tuttavia la natura di simili fenomeni non risiede nei costumi e nelle abitudini, ma nella base economica materiale su cui si sta sviluppando il “proceso”. Si tratta di un veleno che sorge direttamente dall’economia capitalista ed in particolare dall’economia di un paese in cui la maggioranza della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Tanto più tarderanno gli attacchi alle fondamenta del capitalismo e alla vecchia struttura statale tanto più aumentarà il tasso di burocratismo interno al processo rivoluzionario, in un circolo vizioso in cui la lentezza delle misure rivoluzionarie alimenta il burocratismo ed il burocratismo a sua volta frena il processo rivoluzionario.

Uno dei problemi più urgenti che ha ereditato la rivoluzione dalla “Quarta repubblica”, ad esempio, è la questione delle abitazioni. Si tratta di un’emergenza colossale in Venezuela. Per rendersene conto è sufficiente dare uno sguardo dal centro di Caracas verso le montagne che circondano la città per vedere le distese di baracche accalcate l’una sull’altra. Si calcola che sia necessario costruire 1 milione e 600mila nuove abitazioni solo per uscire da una situazione d’emergenza. Per iniziare a risolvere il problema è stato creato un ministero apposito, il “ministero delle abitazioni”. Il piano elaborato era quello di venire a capo del problema nel corso di 10 anni. Un piano già estremamente conservatore che prevedeva la costruzione di 120.000 nuove abitazioni nel primo anno. In 10 mesi circa ne sono state costruite solo 30.000. Questo dato riflette nel terreno specifico dell’edilizia il boicottaggio più generale del capitale privato nei confronti delle opere concepite dalla rivoluzione. Un boicottaggio economico che si basa sul burocratismo e che lo alimenta allo stesso tempo. Nell’emergenza 30.000 nuove abitazioni alleviano a malapena il problema, ma in compenso costituiscono un ulteriore fattore di corruzione. Quale potere detiene chi controlla l’assegnazione di questi nuovi appartamenti in un contesto di povertà e baracche?

La questione delle abitazioni va messa a confronto con l’esperienza dell’alfabetizzazione di massa. In un terreno dove le masse hanno avuto la piena iniziativa attraverso le Misiones i risultati sono stati stupefacenti. Nel giro di quattro anni il Venezuela è stato dichiarato territorio libero dall’analfabetismo. Cinque milioni di persone hanno avuto per la prima volta accesso all’istruzione primaria e due milioni all’istruzione superiore. Ciò si lega indissolubilmente alle necessità delle masse e alla loro sete di politica.

 

Le teorie riformiste nella rivoluzione ed il boicottaggio economico

L’economia venezuelana è passata dal 53° al 38° posto a livello mondiale, la produzione industriale ha avuto una crescita del 5% con punte del 30% in alcune zone. Dopo la serrata del 2002-2003 l’economia torna a respirare. Simili risultati garantiscono una fonte d’autorità e di stabilità al processo rivoluzionario, ma sono anche la chiave di volta attorno a cui si costruiscono le teorie “gradualiste” presenti all’interno del movimento chavista. Qual’è la dinamica reale che si nasconde dietro simile crescita economica?

Secondo i settori riformisti il Venezuela si troverebbe in “una fase intermedia di preparazione alla fase intermedia tra capitalismo e socialismo”: una fase di accumulazione e di preparazione intellettuale delle masse, di redistribuzione della ricchezza attraverso le entrate petrolifere. Secondo simili teorie due elementi impedirebbero l’avvio di una fase socialista: da una parte la presunta assenza di quadri tecnici, politici, intellettuali della rivoluzione e dall’altra uno scarso sviluppo industriale.

Oltre a constatare la meschinità della teorizzazione di una “via al socialismo attraverso il petrolio”, è necessario dire che proprio l’esempio dell’estrema lentezza del piano delle abitazioni dimostra la falsità di tali idee. Il governo dispone effettivamente di enormi entrate dal settore petrolifero e questo garantisce la possibilità di effettuare politiche redistributive. Ma alla luce del boicottaggio economico effettuato dal capitale privato simili politiche non sono che toppe inadeguate a turare le falle aperte incessantemente dal capitalismo stesso.

Nel primo trimestre del 1998 gli investimenti stranieri nel paese ammontavano a 2602 milioni di dollari, mentre nel primo trimestre del 2005 arrivano appena a 281 milioni di dollari (poco più di un decimo). Attualmente gli investimenti del capitale privato e straniero rappresentano meno del 10% degli investimenti totali. La ricchezza ripartita dallo Stato si scontra con la crescente diminuzione della produzione privata, ragione per cui l’aumento della domanda interna deve essere coperta dalle importazioni, cresciute del 72% rispetto al 1999. In pratica i soldi che escono dalle casse dello Stato finiscono nelle casse del capitale straniero attraverso le vie del consumo. Le stesse politiche redistributive della ricchezza rischiano di essere vanificate dall’aumento dei prezzi, a sua volta risultato del boicottaggio capitalista. Non a caso l’inflazione si registra maggiormente nel settore alimentare e del cemento.

Il boicottaggio si alterna ad una speculazione dei privati sulle stesse commesse garantite dallo Stato. Da una parte il capitale privato cerca di affamare la rivoluzione, dall’altra stringe contatti con i governatori regionali e arraffa tutto ciò che può arraffare. Le entrate petrolifere, lungi dal risolvere il problema, pongono con ancora più forza la necessità del controllo dei lavoratori sull’economia e la questione del potere.

Per quanto riguarda la “formazione” dei quadri politici e amministrativi della rivoluzione, non neghiamo l’importanza di una rapida e accurata formazione dei lavoratori. Si tratta però di una misura necessaria ma non sufficiente. Lungi dall’essere povera di quadri la rivoluzione bolivariana trova un quadro naturale in ogni contadino, in ogni lavoratore, in ogni muratore, in ogni soldato e persino in settori della cosiddetta classe media. Per diventare dirigenti del processo questi potenziali quadri non hanno bisogno solo di nozioni ma anche di canali per esprimersi. Ogni qual volta le masse hanno trovato i canali adeguati, fosse nelle Misiones o nelle Ube (le unità di battaglia elettorale) create per il referendum revocatorio, i risultati non sono mancati. Ma l’attuale struttura statale, con il suo portato di burocratismo, si pone di traverso ad una piena espressione dei quadri naturali della rivoluzione.

Un esempio su tutti è costituito dalla Inveval, una delle fabbriche occupate dai lavoratori e nazionalizzate dal governo: non sono forse quadri affermati della rivoluzione dei lavoratori in grado di sconfiggere la serrata padronale e poi la chiusura della propria fabbrica, di autoamministrarsi nelle proprie assemblee aziendali e di strappare con una lotta di due anni, in stretto contatto con il resto della popolazione, la nazionalizzazione della propria azienda? Eppure dallo scorso aprile, data in cui è stato concretamente firmato il decreto di nazionalizzazione, fino all’inizio di agosto si sono “persi per strada” i fondi necessari alla riapertura della fabbrica.

 

Democrazia e controllo operaio

La fuga dei capitali pone direttamente i lavoratori di fronte alla necessità dell’occupazione e della nazionalizzazione delle aziende sottoposte al boicottaggio. Finora la questione ha riguardato solo due aziende (ora Invepal e Inveval) ma è in corso una discussione concreta per allargare l’esperimento della cosidetta cogestione operaia a 2000 aziende. La Bbc britannica riporta:

“(…) Alcasa. Si tratta di uno dei due più grandi stabilimenti di alluminio nel sud est della città di Puerto Ordaz, dove si concentra la maggioranza delle industrie venezuelane. È anche il laboratorio di sperimentazione della cogestione, che il presidente Chávez sostiene essere un passo chiave sulla via verso il socialismo del XXI secolo. Alcides Rivero che lavora lì come manutentore elettricista afferma che la cogestione significa, per la prima volta in 37 anni di esistenza dell’azienda, che la classe lavoratrice ha il controllo. ‘Siamo noi, i lavoratori - sostiene - che decidiamo sulle questioni della produzione e siamo noi che eleggiamo i nostri capi’. (…) Carlos Lanz, nominato recentemente presidente di Alcasa, egli stesso un ex guerrigliero, afferma che i risultati sono già visibili: ‘la pianificazione democratica è una leva così potente che con una tecnologia piuttosto arretrata siamo stati in grado di aumentare la produzione dell’11%’. Lanz puntualizza che questa non è la cogestione della socialdemocrazia europea, che nella sua visione si è limitata a dare ai lavoratori azioni ed una poltrona nei consigli di gestione”.

La formula ambigua della “cogestione”, nel pieno del processo rivoluzionario, viene così interpretata e plasmata come una misura rivoluzionaria dagli stessi lavoratori venezuelani. Questo non vuol dire che non mantenga tutti i propri limiti e le proprie ambiguità. Ogni formula confusa che emerge dalla rivoluzione diventa immediatamente oggetto di una lotta tra forze vive: da una parte la pressione del proletariato per conferirgli un contenuto rivoluzionario, dall’altra dei settori burocratici e riformisti per lasciare aperte le porte al capitalismo.

 

Il socialismo del XXI secolo

“Nei prossimi 20 anni, è mia convinzione che si deciderà il destino dell’umanità, si deciderà tra socialismo e barbarie (…) Per questo è necessario procedere alla costruzione del socialismo del XXI secolo, sulla base delle idee originarie di Marx ed Engels e anche dei grandi pensatori contemporanei come Dietrich o Alan Woods” (Chávez nel dibattito “Come costruire il socialismo del XXI secolo)

In questo contesto le posizioni di Chávez rappresentano un enorme traino per lo sviluppo del processo rivoluzionario. Da mesi ormai il Presidente si è detto assolutamente convinto della necessità di costruire il socialismo come unica alternativa al capitalismo, aprendo un dibattito febbrile a tutti i livelli della società venezuelana su quali debbano essere le vie per l’edificazione del socialismo. Alle teorie riformiste, prima accennate, si contrappongono le posizioni di un vasto schieramento rivoluzionario tra cui spicca senz’altro la posizione della Cmr, la Corrente marxista rivoluzionaria, organizzata attorno alla rivista del Topo Obrero.

Il programma avanzato dai compagni della Cmr ruota attorno a due misure fondamentali, una di carattere economico ed una di carattere politico: da un lato l’estensione della nazionalizzazione a tutte le principali aziende capitaliste, per porle sotto il controllo democratico delle assemblee dei lavoratori, come condizione fondamentale per una reale pianificazione democratica dell’economia in base ai bisogni dei lavoratori stessi. Dall’altra il definitivo cambiamento della vecchia struttura statale attraverso l’introduzione dell’eleggibilità e della revocabilità di tutti gli incarichi statali (a partire prima di tutto dai vertici dell’esercito) per porli effettivamente sotto il controllo democratico del popolo venezuelano. Non si tratta di niente di diverso dal programma dei bolscevichi nella rivoluzione russa.

12-10-2005 

 
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