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Il Venezuela dopo le elezioni PDF Stampa E-mail
America Latina
Scritto da Roberto Sarti   
Giovedì 21 Dicembre 2006 06:16
“Ora bisogna costruire il socialismo”

Dopo la vittoria di Correa in Ecuador, di Lula in Brasile e di Ortega in Nicaragua, il 3 dicembre è arrivato il risultato più atteso, e più temuto, dall’imperialismo nordamericano.

Hugo Chavez è stato rieletto presidente del Venezuela. La vittoria è stata schiacciante: oltre il 62,8% dei voti, mentre Rosales, il candidato dell’opposizione, si ferma al di sotto del 38%. Con 7 milioni è 100mila voti è il presidente più votato in Venezuela dal 1958: lo scarto di tre milioni di voti che lo separa dal candidato dell’opposizione non ammette contestazioni. Ogni ipotetico piano golpista è svanito come neve al sole. Anche il dato dell’astensionismo che si attesta al 25% è molto interessante, soprattutto perché nelle ultime tornate elettorali il numero di persone che non si era recata alle urne era cresciuto sistematicamente. Una percentuale così bassa non si otteneva in Venezuela dal 1979!


La vittoria del 3 dicembre rappresenta allo stesso tempo un vero e proprio punto di svolta per la rivoluzione. A nostra memoria, mai un candidato che parla chiaramente di socialismo aveva ottenuto un consenso così ampio. Alla faccia di chi, in America Latina ma soprattutto da noi in Europa, afferma che un programma troppo radicale fa spaventare la maggioranza degli elettori.

L’opposizione aveva cercato in queste ultime settimane di rialzare la testa ed il 25 novembre, una settimana prima del voto, aveva portato in piazza diverse centinaia di migliaia di persone. Ma lo schieramento rivoluzionario aveva subito risposto il giorno dopo, quando almeno 2 milioni di persone, chiamato dai chavisti “tsunami rosso”, aveva invaso Caracas in sostegno del presidente Chavez.

Ancora una volta l’esito di un passaggio decisivo della rivoluzione bolivariana è stato deciso dalla partecipazione attiva delle masse. I lavoratori ed i giovani del Venezuela hanno soccorso Chavez dagli attacchi dell’oligarchia e dell’imperialismo in più occasioni: durante il colpo di stato del 2002, durante la serrata padronale avvenuta pochi mesi dopo, votando no al referendum revocatorio del 2004.


L’opposizione si lecca le ferite


Se oggi la controrivoluzione ha accettato i risultati del voto, contrariamente a quanto fatto nelle occasioni precedenti, o non si è ritirata alla vigilia della tornata elettorale, come nel dicembre 2005, non è perché si è scoperta improvvisamente democratica. È solo perché, consigliata dai suoi amici di Washington, ha ritenuto che una contrapposizione frontale da parte sua non avrebbe fatto altro che radicalizzare ancora di più la rivoluzione, tenendo conto dell’enorme mobilitazione sviluppata dai sostenitori di Chavez nelle ultime settimane. Se la differenza percentuale dei voti fosse stata molto più ravvicinata, con ogni probabilità oggi assisteremo ad un escalation di proteste da parte della reazione. I settori al suo interno che sostenevano una strategia di questo tipo, come alcuni commentatori delle tv private, si sono trovati in netta minoranza.

La vittoria di Chavez è stata così ampia che, anche nello stato di Zulia, da dove Manuel Rosales proviene e di cui ricopre la carica di governatore, il presidente uscente ha vinto con il 51,3% dei voti. Il candidato “forte” dell’opposizione è stato così messo all’angolo dalla forza della mobilitazione popolare.

La parola finale sulla strategia futura dell’opposizione è venuta dall’amministrazione Bush, quando si è complimentata ufficialmente con Chavez per la sua rielezione, dichiarando che “gli Stati Uniti non vogliono una relazione basata sullo scontro” ed augurandosi che “si possa approfondire il dialogo con il governo del presidente Chavez.” In altre parole oggi devono ingoiare il rospo, aspettando tempi migliori.

Il loro obiettivo però rimane sempre lo stesso: farla finita con la rivoluzione bolivariana. Proprio per questo all’interno del movimento devono essere respinte tutte quelle voci, presenti anche all’interno dello schieramento chavista, che apprezzano la nuova linea “responsabile” dell’opposizione, come un segnale del fatto che essa possa ora rientrare nel “gioco democratico”.

Il presidente Chavez ha detto correttamente che ritiene scorretta un’integrazione del parlamento nazionale con un certo numero di esponenti dell’opposizione. “Hanno sbagliato, ed in politica gli errori si pagano”. Ha affermato, riferendosi al ritiro dell’opposizione dalle elezioni parlamentari del 2005. Questo è sicuramente l’atteggiamento giusto. La destra in Venezuela è scesa a miti consigli solo quando la rivoluzione ha scelto una linea intransigente nei suoi confronti. Tutti gli spazi “democratici” che ha avuto a disposizione li ha sempre usati per organizzare il rovesciamento del governo di Chavez. I rivoluzionari non possono cadere nell’ennesima trappola tesa dall’oligarchia e dall’imperialismo. Ogni tentativo di conciliazione deve essere respinto al mittente.


Le scelte di fronte alla rivoluzione


Il dibattito nel prossimo periodo si incentrerà tuttavia su come sviluppare la rivoluzione, più che su come difenderla dagli attacchi dell’imperialismo e dell’oligarchia.

Anche i mass media italiani ammettono oggi che le condizioni di vita della popolazione venezuelana sono migliorate nettamente negli ultimi anni. Enormi passi in avanti sono stati fatti nella sanità e nell’istruzione ed oggi il Venezuela è un paese libero dall’analfabetismo, secondo l’Unesco. Ciò è stato possibile perché le enormi risorse naturali del paese sono state messe a disposizione di tutti. I profitti del petrolio venezuelano sono oggi spesi nei servizi sociali e non finiscono nelle tasche di qualche oligarca. Anche questo è uno dei motivi della crescita dell’appoggio a Chavez nelle ultime elezioni.

Durante il suo primo discorso dopo il trionfo elettorale, davanti ad una folla enorme, Chavez ha ribadito che “il 3 dicembre non era un punto di arrivo, ma un punto di partenza. Oggi comincia una nuova epoca, dove idea-forza centrale è la profondizzazione e l’espansione della rivoluzione socialista. Più del 60% della popolazione non ha votato per Chavez ma bensì per un progetto che ha un nome preciso: “il socialismo venezuelano”, anche se non ha specificato in cosa consista questa “via venezuelana al socialismo”.

Ha ribadito che il Venezuela non sarà mai una colonia, spiegando che “quello di cui abbiamo bisogno è di un mondo nuovo, dove si rispetti la sovranità dei popoli e delle nazioni”.

Chavez ha infine insistito su quello che deve essere “uno degli aspetti centrali di questa nuova fase. La lotta contro la controrivoluzione burocratica e la corruzione”.

Il problema centrale della rivoluzione in Venezuela nei prossimi mesi è proprio questo, come rendere concrete le giuste parole d’ordine della lotta alla burocrazia e del socialismo.

Oggi in Venezuela tanti sono a favore del socialismo, ma ciascuno da le sue versioni diverse su cosa questo debba essere. C’è chi da a questa parola d’ordine un contenuto riformista. Il socialismo per questi signori è solo un po’ più di stato sociale, qualche cooperativa e un po’ di “democrazia partecipativa”. Senza esagerare però, come dimostra l’ultimo esempio, quello dei lavoratori della Sanitarios Maracay.

La Sanitarios Maracay è un’azienda che impiega 800 lavoratori e che produce sanitari. Da due anni in lotta contro la chiusura. Il 14 novembre scorso i lavoratori hanno deciso di occupare lo stabilimento e di porlo sotto controllo operaio. Dalla direzione dell’Unt, il principale sindacato, hanno ricevuto solo indicazioni contraddittorie o profondamente errate. La dirigente del settore riformista dell’Unt, Marcela Maspero, ha appoggiato le posizioni di un sindacato aziendale e filopadronale costituito fondamentalmente da una minoranza di impiegati, schierato contro l’occupazione. Orlando Chirinos, il dirigente della corrente “classista e rivoluzionaria” C-Cura, ha solidarizzato in un primo momento con gli operai, per poi cercare di persuaderli ad accettare un “compromesso”: la vendita della fabbrica ad una cordata di imprenditori. Tutto con la scusa che tanto “lo stato non nazionalizzerà la sanitarios Maracay”.

Quante volte in Italia abbiamo sentito discorsi simili, pieni di “realismo”, da parte dei dirigenti sindacali e quante volte lotte eroiche sono state condotte alla sconfitta dalle proposte “realiste” degli stessi dirigenti?

Oltre un anno fa il presidente Chavez aveva lanciato la parola d’ordine di “fabbrica chiusa, fabbrica occupata” stilando una lista di 1143 aziende in crisi o già fallite, invitando i lavoratori a prenderne possesso. La direzione dell’Unt avrebbe dovuto fare di questa parola d’ordine una bandiera. Invece l’Unt ha demoralizzato i lavoratori in lotta, spiegando che l’occupazione sotto controllo operaio sarebbe stata “una pazzia”. D’altro canto, e componenti più radicali ed estremiste della direzione dell’Unt si sono opposte con l’argomentazione che non si possono sostenere occupazioni e nazionalizzazioni promosse da un governo borghese.

Ecco cosa vuol dire parlare di socialismo ma poi far di tutto perché, nella pratica, questo obiettivo sia vanificato.

Il movimento delle occupazioni e di controllo operaio, in Venezuela denominato “cogestion” è invece un fatto molto concreto. Il Fronte rivoluzionario delle fabbriche occupate (Freteco) raggruppa decine di queste imprese, già nazionalizzate, come Inveval o Invepal, di cui i lettori di FalceMartello hanno già sentito parlare, ed altre occupate. Immediatamente il Freteco è intervenuto nell’occupazione della “Sanitarios Maracay” proponendo la nazionalizzazione sotto controllo operaio. Rivendica inoltre di generalizzare le esperienze di controllo operaio, e spiega come sia necessario espropriare le principali industrie, le aziende multinazionali, le banche ed il sistema finanziario. Infatti il problema non è solamente quello di salvare una fabbrica in crisi, ma anche permettere ad essa ed a tutto il sistema industriale di svilupparsi e di produrre in maniera pianificata, sottraendosi alle leggi anarchiche del mercato. E ciò è possibile solo se le leve di comando dell’economia sono sottratte al controllo dei padroni.

Allo stesso modo bisogna procedere nelle campagne. Il Fronte contadino nazionale “Ezequiel Zamora” ha portato in piazza 20mila contadini e braccianti, a Caracas in sostegno di Hugo Chavez alla fine di novembre. Le rivendicazioni del Fronte comprendono l’esproprio dei latifondi e la divisione delle terre ai contadini.

Anche la lotta contro la burocrazia è una parola d’ordine che, senza essere seguita da proposte pratiche, può risultare vuota ed anzi generare scetticismo e confusione fra le masse.

Nell’ultimo anno in Venezuela si sono sviluppati i “consigli comunali”, organismi creati a livello di quartiere nelle aree urbane, che raggruppano 200-440 famiglie ciascuno. I rappresentanti sono eleggibili e revocabili da chi li ha eletti e ricevono finanziamenti dallo stato. Potrebbero essere l’embrione di un nuovo stato, ma spesso sono impotenti, perché entrano in contraddizione con gli organismi dello stato borghese esistenti. Quale dei due ha un potere maggiore dell’altro? E questi consigli, si devono strutturare a livello nazionale o meno?

Negli ultimi mesi la critica verso i partiti che sostengono Chavez è aumentata considerevolmente. Nello scorso numero di FalceMartello parlavamo del “Fronte delle forze socialiste” dello stato di Merida che ha organizzato ad ottobre una manifestazione di 12mila persone al grido di “Con Chavez, senza burocrati”.

Per affrontare questo problema Chavez ha cominciato a parlare della necessità di unificare in un partito tutte le organizzazioni rivoluzionarie. La rivoluzione non può essere portata avanti da un uomo solo, per quanto coraggioso, come Hugo Chavez. Un’organizzazione rivoluzionaria è necessaria. Quest’idea ha incontrato ampio appoggio nella base, che la vede come una possibilità di disfarsi delle strutture burocratiche degli attuali partiti. Ma quale sarà la futura struttura di questo partito? Se è una ripetizione delle differenti forme organizzative che sono state usate finora (la maggior parte delle quali verticistiche, senza alcun controllo), sarà un fallimento. Soltanto un’organizzazione basata su principi democratici (eleggibilità e revocabilità di tutti i rappresentanti da parte della base) può rispondere alle necessità del movimento rivoluzionario venezuelano.


Le illusioni dei riformisti


Tutti questi esempi ci illustrano una situazione di conflitto permanente dove la vecchia società capitalista, in declino, lotta contro la nuova società socialista in ascesa. Perché quest’ultima prevalga però è necessario che avvenga un momento di rottura, non è possibile che il socialismo si imponga “gradualmente”.

Per capire meglio il pensiero dell’ala riformista dello schieramento chavista, è interessante leggere una delle ultime interviste rilasciate da Marta Harnecker, una dei consiglieri del Presidente:

“È un processo (quello venezuelano, ndr) in cui la correlazione di forze porta a far sì che il presidente non possa imporre un progetto sulla nazione. Il processo venezuelano obbliga il presidente a raggiungere l’armonia. (…) Attraverso la strada pacifica, (il processo) è molto più lento di quello di una trasformazione brusca dello stato.” (Green Left Weekly, settimanale australiano, numero 693, 6 dicembre 2006, riportato da Venezuela analysis).

Qual è la correlazione di forze sfavorevole che impedisce la trasformazione in senso socialista del Venezuela? Noi pensiamo che i rapporti di forza oggi siamo immensamente favorevoli al proletariato. Mai era successo in America Latina, come nell’aprile del 2002, che un colpo di stato già vittorioso sia stato sconfitto nel giro di 48 ore. Tutti i progetti controrivoluzionari dell’imperialismo e dell’oligarchia sono stati sconfitti da allora in poi. L’opposizione è divisa e demoralizzata dopo l’ennesima sconfitta elettorale. Oggi è arrivato proprio il momento di imporre una svolta decisiva, di imporre un progetto rivoluzionario, quello della maggioranza della società, dei lavoratori e delle masse venezuelane su una minoranza di padroni. Oppure crediamo che attraverso i discorsi “sull’armonia” i grandi capitalisti rinuncino ai loro profitti per il bene della patria? Sono le solite illusioni dei riformisti: l’economia di mercato non ammette nessuna armonia, ma anzi è insito al suo interno lo scontro fra gli interessi inconciliabili dei lavoratori da una parte e dei capitalisti dall’altra. Nessuna rivoluzione si è mai prodotta rispettando “l’armonia” fra le classi. Si parla di rivoluzione proprio perché si verifica un cambiamento radicale dei rapporti di forza fra le classi sociali, in cui la classe dominante perde i suoi privilegi. Nel caso contrario è meglio parlare di mantenimento dello status quo, non di rivoluzione.

Anche tutta la retorica sulla “strada pacifica” non è altro che fumo negli occhi. Noi marxisti siamo gente pacifica, e pensiamo che una svolta rivoluzionaria in Venezuela potrebbe essere condotta senza alcun spargimento di sangue. La stragrande maggioranza delle Forze armate sono a favore della rivoluzione. Il governo Chavez sta addestrando militarmente centinaia di migliaia di lavoratori per integrarli come riservisti nella difesa del Venezuela.

Sull’altro fronte, la borghesia dispone oggi di forze molto risicate,  per portare avanti qualsiasi progetto di controrivoluzione violenta.

Quello di cui ha bisogno oggi il Venezuela non è di lentezza, ma di rapidità ed audacia per intraprendere la strada della rivoluzione socialista.

Se un cambiamento del genere non avverrà nei prossimi 6 o 12 mesi, vedremo i risultati del gradualismo alla Harnecker: prevarrà la disillusione e l’apatia fra le masse, la classe media riprenderà a vacillare fra gli schieramenti e ad essere attratta dalle sirene della controrivoluzione. In quel momento l’imperialismo potrebbe prevalere, e ai riformisti alla Harnecker sarebbe assegnato il tragico ruolo di quinta colonna della borghesia internazionale.

La tendenza marxista del Prc sostiene le posizioni di quelle forze all’interno del movimento bolivariano, come la Corrente marxista rivoluzionaria (Cmr) che ritengono che per difendere la rivoluzione bisogna portarla a termine. Per sostenere la rivoluzione abbiamo promosso qui in Italia il comitato “Giù le mani dal Venezuela”, presente ormai in oltre trenta paesi e che nel corso di questi anni è stata l’organizzazione protagonista di ogni evento di solidarietà col governo di Hugo Chavez.

Il Venezuela ha dimostrato in questi anni cosa significa lottare contro l’imperialismo e costruire una società più giusta. Può e deve continuare ad essere l’avanguardia del processo rivoluzionario nel continente latinoamericano. Oggi una vento nuovo soffia in tutta l’America Latina: l’imperialismo è in ritirata. Dal Venezuela all’Ecuador, dalla Bolivia al Messico una nuova società, una società socialista è possibile.

Questa vittoria ha un grande significato anche per il dibattito in Italia. Vogliamo essere in prima linea nell’appoggio alla rivoluzione bolivariana, ma vogliamo anche aprire le finestre delle sedi dei partiti dei lavoratori e dei sindacati e fare entrare il vento delle lotte delle masse latinoamericane. Il futuro della sinistra in Italia ne trarrebbe sicuramente grande giovamento.

18/12/2006

 
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