La polveriera medio-orientale
Il Medio Oriente è in preda ad una delle crisi politiche ed
economiche più profonde della storia. La tragedia palestinese e la guerra
all'Iraq agiscono in questa crisi come due potenti catalizzatori. Il Presidente
dell'Egitto Mubarak ha lanciato un avvertimento alla Casa Bianca: "In caso di guerra all'Iraq nessuno
potrà tenere le masse arabe". In questa frase non c'è un briciolo di
esagerazione. Mubarak nel 1991 giocò un ruolo chiave nel far aderire il numero
maggiore di paesi arabi alla coalizione che attaccò l'Iraq. Oggi, invece, può
solo giocare il ruolo di una Cassandra impotente. La storia ha una propria
logica. Tutti i regimi arabi, per anni fedeli servitori dell'imperialismo
straniero, oggi implorano gli Usa: "Non
attaccate l'Iraq! Vi abbiamo servito per anni, ma ormai la rabbia delle nostre
popolazioni è troppo forte, non siamo più in grado di tenerle". Se
potesse esprimersi con franchezza l'estabilishment della Casa Bianca
risponderebbe: "Lo sappiamo! E'
proprio per questo che stiamo per
occupare l'Iraq".
Le giornate dell'aprile 2002
Un assaggio della rabbia covata dalle popolazioni arabe lo
si è avuto nell'aprile del 2002. In seguito all'offensiva israeliana nei
territori occupati del 29 marzo, un'ondata di manifestazioni spontanee ha
attraversato tutti i paesi arabi senza eccezione. I cortei più grandi sono
stati il 9 aprile al Cairo con 500.000 manifestanti ed in Marocco con 3 milioni
di persone. Al Cairo gli attacchi della polizia hanno causato un morto tra i
manifestanti. Lo stesso è avvenuto nello Yemen. Dovunque la reazione dei regimi
arabi è stata quella del bastone e della carota. In Giordania il governo ha
cercato di incanalare la protesta facendo marciare i propri ministri alla testa
di un corteo di 80.000 persone ad Amman, mentre ad Al Bakaa, cittadina del nord
della Giordania con forte presenza palestinese, le truppe antisommossa
causavano un morto tra i manifestanti. Al Bakaa è stata poi assediata dai carri
armati per una settimana. Manifestazioni di dimensioni minori ma comunque
significative ci sono state nel Bahrein (20.00 persone), nell'Oman, negli
Emirati Arabi, nel Qatar ed addirittura nel Kuwait.
Il segretario di Stato americano Powell ha così commentato
quelle giornate: "Due o tre giorni
dopo l'inizio delle incurasioni israeliane le ambasciate americane hanno
cominciato a informarci delle conseguenze nelle piazze per i leader della
regione. Abbiamo visto cose che non ci saremmo mai immaginati di vedere: auto
in fiamme nel Bahrein, mezzo milione di persone che manifestavano in Marocco,
altre manifestazioni in Egitto. La situazione ci preoccupa e questa
preoccupazione è dovuta al fatto che non ci troviamo più di fronte ad un
conflitto fra le due parti nei territori occupati, bensì di fronte a qualcossa che
ribolle come un calderone e trabocca, toccando non soltanto gli interessi di
Israele, ma anche quelli americani e in maniera duratura, sul lungo
termine".
L'importanza della
zona
Nel cosiddetto Medio Oriente risiedono il 65% delle riserve
petrolifere conosciute. Nessun'altra regione a livello mondiale sarebbe in
grado di sostituire i rifornimenti petroliferi derivanti da questa zona. Le
riserve dei paesi del Golfo di Guinea, inclusa la Nigeria, ammontano al 5,6%
del totale mondiale, quelle dei paesi dell'Asia Centrale all'1,6% e quelle
russe al 4,6%. Secondo l'Aie (Agenzia Internazionale dell'energia) la domanda
di petrolio a livello mondiale crescerà nei prossimi dieci anni dell'1,9%
all'anno. Per sostenere un simile ritmo sarà necessario sviluppare capacità
produttive equivalenti al 130% delle attuali capacità di tutti i paesi Opec
messi insieme.
Queste cifre spiegano l'orrore con cui Powell ha descritto
le giornate di aprile. Uno scenario instabile nei paesi arabi è semplicemente
inaccettabile per l'imperialismo. Stabilire un protettorato militare sull'Iraq
diventa chiave non soltanto per assicurarsi il controllo diretto su un paese
dove risiedono il 10% delle riserve petrolifere conosciute ma anche per
aumentare la propria presenza militare nella zona.
Tuttavia l'intervento contro l'Iraq potrebbe provocare
proprio quello che l'imperialismo vorrebbe prevenire. E' un cane che si morde
la coda. L'instabilità politica del mondo arabo sta portando gli Usa ad
occupare l'Iraq, ma proprio la guerra all'Iraq esaspererà l'instabilità del
Medio Oriente.
Il carattere dei regimi arabi
La borghesia dei paesi arabi è arrivata tardi sulla scena
della storia. Costretta dallo sviluppo del capitalismo a fare i conti con il
mercato internazionale, si è potuta sviluppare soltanto come una borghesia
parassitaria che trae guadagno da un ruolo di intermediazione tra
l'imperialismo e le materie prime presenti nel Medio Oriente. Per anni i regimi
arabi hanno garantito gli interessi dell'imperialismo nella zona. Oggi al
contrario stanno accumulando sempre maggiori tensioni nei confronti degli
stessi Stati Uniti. Il caso dell'Arabia Saudita è il più eclatante: la
monarchia saudita è passata da essere il fedelissimo servitore ad uno dei paesi
più freddi nei confronti degli Usa.
Il fatto che i regimi arabi, condannati nel capitalismo a
dipendere dalle esportazioni di materie prime, non possano aspirare a giocare
nessun ruolo indipendente, non vuol dire che abbiano sempre e comunque gli
stessi interessi dell'imperialismo. In una situazione di ripresa economica
l'imperialismo poteva garantire a questi intermediari parassitari una quota
crescente di introiti. Le cricche dei paesi arabi e l'imperialismo si
arricchivano entrambe a danno dei lavoratori. Nello stesso Iraq nel 1980 si contavano
80 famiglie milionarie in dinari iracheni (1 dinaro=3,1 dollari) mentre nel
1989, con il paese sconvolto dalla devastante guerra all'Iran, erano salite a
3.000. In una situazione di crisi economica, invece, l'imperialismo deve
arricchirsi non solo ai danni dei lavoratori arabi ma anche a danno delle
stesse cricche parassitarie che pure tanto vilmente l'avevano servito.
Tensioni con l'Opec
Il punto di tensione principale tra imperialismo e paesi
arabi riguarda il prezzo del petrolio. Per massimizzare i profitti sui prodotti
finiti derivati dal petrolio, gli imperialisti necessitano di ribassare il più
possibile il costo del petrolio grezzo. Questo equivale a minare alle
fondamenta l'entrata principale degli Stati arabi. Finora il punto di incontro
tra paesi capitalisticamente avanzati e paesi esportatori di petrolio riuniti
nel cartello dell'Opec era stato trovato in un prezzo tra i 22 ed i 28 dollari
al barile. Con la crisi economica questo accordo non poteva che saltare. L'Opec
riesce a tenere il prezzo del petrolio ad un certo livello grazie ad una
capacità produttiva inutilizzata di 6,5 milioni di barili al giorno. La metà di
tale capacità inutilizzata risiede in Arabia Saudita. L'occupazione diretta
degli Usa dell'Iraq vorrà dire che gli stessi Stati Uniti potranno controllare
direttamente uno dei principali "rubinetti"
di petrolio del mondo, ribassandone i prezzi a proprio piacimento e di fatto
mandando all'aria le intenzioni dell'Opec.
Anche qua vediamo, però, come una delle principali necessità
dell'imperialismo si tramuti in un fattore di ulterirore instabilità. Tutti i
paesi arabi sono sull'orlo della bancarotta. Un ulteriore iugulamento da parte
dell'imperialismo con il ribasso dei prezzi del grezzo a seguito
dell'occupazione dell'Iraq, accelererebbe tale crisi in maniera catastrofica.
La Giordania
Ovviamente le tensioni sulla questione del petrolio non sono
le uniche cause dei crescenti screzi tra Stati Uniti e paesi arabi. Le cricche
dominanti arabe sono costrette a prendere pubblicamente posizioni
anti-americane
anche per cercare di cavalcare la rabbia che si sta
accumulando nei propri paesi. Stanno giocando con il fuoco. Da una parte usano
e fomentano l'antiamericanismo e l'odio verso Israele per dirigere la rabbia
popolare contro un nemico esterno, ma dall'altra parte sono costretti in
continuazione a venire a patti sotto diverse forme sia con gli Usa che con
Israele. Nemmeno cento guerre sacre, infatti, potrebbero togliere questi paesi
dalla dipendenza verso il mercato internazionale.
L'esempio più evidente di questa contraddizione è la
Giordania. La monarchia giordana Hashemita è fortemente dipendente dagli Usa.
L'economia, in questo momento, si sta reggendo in piedi solo grazie al lavoro
sporco che svolge per gli Stati Uniti. La Giordania, infatti, è stata inserita
nel programma di scambi con l'Iraq "Oil
for food". L'Iraq è costretto a vendere alla Giordania 5,5 milioni di
tonnellate di petrolio all'anno al prezzo stracciato di 19 dollari al barile.
Naturalmente questo petrolio viene immediatamente girato alle potenze
occidentali. Gli Usa hanno ripagato questi servigi con un sussidio di 500
milioni di dollari nel 2002.
Questa dipendenza non permetterà alla Giordania di rimanere
fuori dalla guerra. Nonostante il re Abdallah abbia giurato e spergiurato di
non star concedendo aiuti per preparare la guerra all'Iraq, i soldati
anglo-americani da tempo si stanno addestrando nel deserto giordano.
L'ex-principe ereditario Hassan è stato visto partecipare alla riunione
dell'opposizione irachena. E' evidente che la casata hashemita, cacciata dal
trono iracheno nel 1958, non vedrebbe male di poter riprendere il controllo
anche dell'Iraq sotto l'ala protettiva degli Usa.
In nessun modo, però, la cricca giordana sfuggirà alla crisi
economica e sociale che si prepara. L'Iraq infatti assorbe il 20% delle
esportazioni giordane. La guerra priverà l'economia di alcune delle principali
entrate, con un aumento della disoccupazione e dello scontento sociale. A
questo si aggiunge la ferita continuamente aperta dalla situazione palestinese;
il 60% della popolazione giordana è di origine palestinese. Nonostante re
Abdallah sia avezzo a farsi riprendere dalle televisioni mentre dona sangue per
i bambini palestinesi, esclude di interrompere i rapporti economici con Israele
regolati dal Trattato Commerciale del 1994.
L'Egitto
Le giornate di aprile hanno visto il proprio apice in
Egitto. Questo è un riflesso della situazione disastrosa in cui si trova
l'economia. Il livello ufficiale di disoccupazione è del 9%, ma la stima più
verosimile è che si aggiri attorno al 17%. Tale cifra sale al 40% tra i giovani
sotto i 25 anni. La borsa è crollata del 15% medio annuo per 3 anni
consecutivi. La vita artistica rappresenta in questo caso un termometro
abbastanza fedele dello stato d'animo delle masse. Il regista Raafat El Meehy
ha dichiarato quest'estate: "Se
nelle mie pellicole inserisco (...) le immagini di una bandiera Usa che brucia,
il pubblico è soddisfatto e affolla numeroso il cinema". L'hit
musicale "Odio Israele" è
stato per diversi mesi nei primi posti della classifica.
Nel caso dell'Egitto la situazione è ancora più temibile
agli occhi dell'imperialismo visto che uno dei principali miti diffusi tra la
popolazione non è la figura di qualche leader islamico ma il ricordo del
defunto presidente Nasser. Durante le manifestazioni di aprile i cortei del
Cairo si erano conclusi non di fronte all'ambasciata americana ma di fronte
agli uffici della Lega Araba con slogan contro gli attuali regimi arabi ed
inneggianti a Nasser. Nasser era arrivato al potere nel 1952 iniziando una
campagna di nazionalizzazione dei settori chiave dell'economia sfociata nel
1956 con la nazionalizzazione del canale di Suez tra il tripudio popolare. Gli
anni del nasserismo avevano registrato un certo miglioramento delle condizioni
economiche egiziane. Al contrario dal 1979, anno in cui viene firmato il
trattato di pace tra Washington, Israele ed Egitto, l'economia è stata
ampiamente privatizzata e le condizioni delle masse sono peggiorate in maniera
drastica e costante.
L'attuale presidente Mubarak sta giocando a nascondino con
le aspirazioni delle masse egiziane. In piazza e nei suoi discorsi non può fare
a meno di unirsi al ricordo del "glorioso
Nasser", ma nella realtà non può fare a meno degli aiuti americani (2
miliardi di dollari all'anno). Tenere il piede in due scarpe in un paese
sull'orlo del disastro economico-sociale non è mai consigliabile.
L'Arabia Saudita
Per anni in Arabia Saudita non si è mosso apparentemente
nulla. La monarchia saudita è una delle più reazionarie e corrotte sulla faccia
della terra. L'Arabia è stato il bastione e il più fedele servitore
dell'imperialismo. Durante tutti gli anni '80, in accordo con l'imperialismo,
ha promosso l'espansione del fondamentalismo islamico a livello internazionale
(Afghanistan, Cecenia, Algeria) attraverso la corrente islamica fondamentalista
wahhabita (Bin Laden ne è un espressione) da utilizzare contro l'Urss e contro
lotte operaie nei diversi paesi arabi.
La guerra del Golfo del 1991 ha segnato però uno strappo
profondo tra la monarchia e il wahhbismo più ortodosso, aumentando l'instabiità
interna alla cricca araba dominante.
La necessità dell'Arabia di tenere inutilizzata la metà
delle propria capacità produttiva petrolifera per tenere alto il costo del
grezzo non si scontra solo con le esigenze imperialiste ma ha un effetto
estremamente più importante sulla disoccupazione. Il 15% della popolazione è
disoccupata. Si tratta di una cifra sbalorditiva considerato che le donne non
sono contate in simile statistica. La monarchia ha cercato di reggersi per anni
sia sul fondamentalismo wahhbita sia sul razzismo verso i lavoratori immigrati.
L'Arabia, infatti, è terra di immigrazione dallo Yemen, dal Pakistan,
dall'Egitto, dall'Indonesia e dalle Filippine. Con il rallentamento
dell'economia le condizioni di questi lavoratori sono terribilmente peggiorate
con l'inroduzione di una tassa del 10% sui loro salari.
Ammutinamenti nell'esercito, insurrezioni locali e scontri
di diversi tipi iniziano ad essere sempre più frequenti nel paese, tanto che
anche i membri della famiglia reale hanno dovuto accennare nei propri discorsi
pubblici al numero crescente di "disturbi".
Nella cricca dominante saudita si è aperta una discussione sulla concessione di
una serie di riforme per ammorbidire l'attuale regime monarchico. Si tratta di
un tentativo di prevenire con concessioni dall'alto un'esplosione sociale dal
basso. Ovviamente la frazione dominante più legata alla monarchia si rifiuta
categoricamente di fare queste concessioni, visto che potrebbero essere
interpretate come una debolezza del regime e stimolare ulteriormente i
disordini sociali. In realtà entrambe le posizioni sono vere. Se la cricca
dominante non farà delle concessioni, un'esplosione sociale in Arabia sarà all'ordine
del giorno. Ma se fanno concessioni potrebbero comunque aprire un processo di
disgregazione del regime e favorire l'espressione del mancontento sociale. In
entrambi casi sembra che sia iniziato il conto alla rovescia verso il
rovesciamento della monarchia. Se questo rovesciamento avvenisse con un
processo rivoluzionario, difficilmente sarà controllabile da qualsiasi
fantoccio del regime.
Per la federazione socialista del
Medio Oriente
In Giordania l'82% dei lavoratori ritiene che i "valori americani" siano
negativi per il mondo. In Egitto le masse usano il nome degli Usa e di Israele
per indicare in realtà la propria povertà e danno il nome Nasser alle proprie
aspirazioni ad un mondo migliore. Non si tratta ovviamente di un programma
socialista fatto e finito, ma di una sfida che si pone in questi termini:
l'antiamericanismo delle masse arabe sarà strumentalizzato dal fondamentalismo
islamico, dalle peggiori idee reazionarie, da qualche altro imperialismo
straniero che si presenterà come l'imperialismo buono oppure tale sentimento
sarà trasformato in una lotta cosciente contro il capitalismo? Questa è la
questione che si pone di fronte ai marxisti. La propaganda borghese in
occidente ha imparato a gonfiare ad arte il peso del fondamentalismo islamico
nei paesi arabi. E' evidente che in alcune zone il fondamentalismo ha un peso,
ma è anche evidente che questo peso è direttamente proporzionale all'assenza di
una seria alternativa anti-capitalista. Nei collegi in Pakistan, ad esempio,
dove si sono presentati candidati della corrente marxista The Struggle i
fondamentalisti hanno preso meno dell'1% dei voti.
Il nostro compito è porre, qua come in qualsiasi altro
paese, all'ordine del giorno la totale cacciata dell'imperialismo di qualsiasi
potenza dai paesi arabi. Una simile parola d'ordine non può essere lasciata
monopolio del fondamentalismo. Il Medio Oriente è una zona ricchissima in
termini di risorse naturali. Ma proprio questa ricchezza condanna sotto il
capitalismo le masse di quei paesi alla povertà, alla disperazione,
all'oppressione nazionale, religiosa e di genere. Nessun regime politico,
monarchico o democratico che sia, eliminerà questo dato all'interno del
capitalismo. I lavoratori uniti, "occidentali", arabi ed israeliani,
sono gli unici che possono mettere fine a quest'incubo. Soltanto la
nazionalizzazione delle principali risorse economiche della zona, per porle
sotto il controllo dei lavoratori in un regime di democrazia operaia basato
sulla pianificazione economica, potrà garantire che la ricchezza generata dai
lavoratori sia indirizzata verso il miglioramento della vita delle masse.
Soltanto questo porrà fine all'esasperazione sociale che produce il terrorismo,
il fondamentalismo e l'odio religioso. Non c'è nessuna terza via tra l'attuale
situazione ed il socialismo: per una Federazione Socialista del Medio Oriente
inserita nella Federazione Socialista mondiale!