A proposito del Che fare? di Lenin
(due parole al compagno Ricci)
Il compagno Francesco Ricci, instancabile difensore dell’ortodossia leninista, è sceso nuovamente in campo. E, ahinoi, ha deciso di prendere a bersaglio noi poveri derelitti, ossia i "centristi di Falcemartello", colpevoli a suo dire di falsificare il pensiero di Lenin come espresso nel suo celebre Che fare?
Occasione dell’attacco è un articolo di critica da noi pubblicato su questo sito (e in forma abbreviata su FalceMartello n° 155), nel quale criticavamo il 2° documento (cioè quello dei compagni di Proposta-Progetto comunista) per la Conferenza dei Giovani comunisti.
Nell’interesse di quei lettori che hanno una particolare attenzione per la conoscenza e lo studio dei classici, pubblichiamo questa risposta. Ci scusiamo in anticipo per l’abbondanza di citazioni.
Cominciamo dal principio. Nel 2° documento della Conferenza Giovani leggiamo:
"In realtà non dobbiamo stupirci dei limiti programmatici del movimento no global. Già Lenin agli inizi del secolo scorso nel "Che Fare?" individuava, nell'impossibilità che i lavoratori autonomamente si dotassero di un programma rivoluzionario, la ragione per costruire un partito di classe e comunista."
Nel nostro articolo di critica già citato, si toccava brevemente questo punto:
"Questa posizione, che non a caso costituisce la citazione prediletta di tutte le sette pseudorivoluzionarie in ogni tempo e in ogni luogo, in realtà costituisce il punto debole del Che fare?, e venne successivamente corretta dallo stesso Lenin che ammise che si trattava di un eccesso polemico e non di una analisi scientifica. Tra l’altro, non era farina del sacco di Lenin, ma di Karl Kautsky, teorico della socialdemocrazia tedesca.
L’intento di Lenin nel Che fare? non era affatto quello di negare la coscienza socialista dei lavoratori, ma bensì di polemizzare con coloro i quali, i nome della "spontaneità" del movimento operaio intendevano in realtà subordinare i lavoratori alla borghesia liberale. I compagni estensori del documento, che oltre che leninisti si considerano anche trotskisti, possono trovare delle importanti osservazioni al riguardo nel libro di Trotskij Stalin."
Questa breve critica è stata occasione della seguente tirata del compagno Ricci:
"Lenin riconobbe negli anni successivi che nel Che fare? aveva dovuto, per necessità legate alla battaglia politica, eccedere polemicamente, "storcendo il bastone" in senso opposto a quello dei suoi avversari; ma si guardò bene dal rimettere in discussione gli assi fondamentali e le conclusioni di quel testo. (…) È interessante notare come alcuni nostri critici… più leninisti di Lenin… abbiano viceversa scoperto un "ripensamento" del dirigente bolscevico. Ci riferiamo al gruppo centrista di ‘Falcemartello’. (…) A loro modesto (davvero modesto!) avviso questo passaggio ‘costituisce il punto debole del Che fare? e venne successivamente corretto dallo stesso Lenin che ammise che si trattava di un eccesso polemico’ (sic!). Ma davvero? Saremmo curiosi di conoscere su quale edizione delle opere di Lenin i compagni si sono formati questa bizzarra idea! Secondo i compagni di "Falcemartello" - impegnati a irrobustire Lenin - ‘l’intento del Che fare? non era affatto di negare la coscienza socialista dei lavoratori, bensì di polemizzare con coloro i quali, in nome della ‘spontaneità’ del movimento operaio intendevano in realtà subordinare i lavoratori alla borghesia liberale’. (corsivo di F. Ricci) Questa poi! La seconda parte dell’affermazione è chiaramente vera (…) ma è la prima parte che dimostra una sconcertante incomprensione del leninismo. Se esistesse una ‘coscienza socialista dei lavoratori’, acquisita spontaneamente, per quale motivo - di grazia - dovremmo cercare di costruire, attraverso mille sforzi quotidiani, un partito? La rivoluzione ci sarebbe già stata e ciascuno potrebbe dedicare gran parte del suo tempo a fare ciò che gli aggrada: andare a caccia e pesca… o magari leggere qualcosa di più piacevole delle lezioni di leninismo autentico impartite da ‘Falcemartello’."
(Proposta n° 33, settembre 2002)
Perché fu scritto il Che fare?
In primo luogo, diciamo subito che il Che fare? fu un’opera polemica che si prefiggeva un fine ben preciso, ossia quello di lottare contro quella concezione che allora venne definita "economismo", secondo la quale i marxisti dovevano limitarsi ad assecondare il movimento spontaneo del proletariato (che a quell’epoca in Russia si esprimeva soprattutto in ondate di scioperi). Lenin polemizzò duramente contro questa concezione sottolineando come essa avrebbe portato alla subordinazione politica del movimento operaio alla borghesia liberale e al dissolvimento dell’avanguardia proletaria nell’informità del movimento, e insisteva invece sul fatto che il partito socialdemocratico dovesse lavorare instancabilmente a elevare il livello di coscienza e di organizzazione del movimento, non accettando di limitare la propria attività a assecondare le lotte sindacali economiche ma mettendo al centro la lotta politica a 360 gradi contro l’autocrazia zarista e ponendosi alla testa di tutti i movimenti che si creavano contro tutte le diverse manifestazioni dell’oppressione di classe. Conseguenza di questa tesi era la proposta di una rigida strutturazione del partito che in quelle condizioni doveva lottare non per allargare indistintamente i propri effettivi, ma doveva porsi il fine di raggruppare in un nucleo compatto i lavoratori d’avanguardia e mettere in mano ai "rivoluzionari di professione" tutta la costruzione organizzativa del partito stesso.
Tuttavia nella polemica Lenin introdusse delle argomentazioni che avrebbero dato luogo successivamente a una serie infinita di interpretazioni unilaterali e distorte.
"Abbiamo detto che gli operai non potevano ancora possedere una coscienza socialdemocratica. Essa poteva essere loro apportata soltanto dall’esterno. La storia di tutti i paesi attesta che la classe operaia colle sue sole forze è in grado di elaborare soltanto una coscienza tradeunionista, cioè la convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni, di reclamare dal governo questa o quella legge necessaria agli operai, ecc."
E ancora:
"Per completare quanto detto sopra, riportiamo anche le seguenti parole di K. Kautsky, profondamente giuste e importanti (…) ‘Il detentore della scienza non è il proletariato, ma sono gli intellettuali borghesi (…) La coscienza socialista è quindi un elemento importato nella lotta di classe del proletariato dall’esterno’."
Come conseguenza di queste argomentazioni, il contenuto del Che fare? è stato più e più volte stravolto da interpreti troppo zelanti. La battaglia tenace di Lenin, che fu in realtà la battaglia di tutta la sua vita, per l’indipendenza di classe, per difendere e sviluppare la capacità dei lavoratori di avanguardia di porsi alla testa della propria classe, questa battaglia instancabile venne capovolta in una concezione paternalistica, buona per soddisfare ogni burocrate e ogni settario. Perché vedete, gli operai, (poverini!) sanno fare solo "lotta economica" e dobbiamo arrivare "noi" intellettuali di grosso calibro a insegnare loro come si fa la rivoluzione. Già al II Congresso (1903) Lenin ritornò sulla questione nei termini seguenti, rispondendo alle critiche rivoltegli:
"Lenin non tiene affatto conto che anche gli operai partecipano all’elaborazione dell’ideologia. Davvero? Ma non ho forse detto più e più volte che la maggiore deficienza del nostro movimento è proprio la mancanza di operai del tutto coscienti, di operai dirigenti, di operai rivoluzionari? Non si dice forse in quell’opuscolo che la formazione di questi operai rivoluzionari deve divenire il nostro compito immediato? Non vi si indica forse l’importanza che ha lo sviluppo del movimento sindacale e la creazione di una particolare letteratura sindacale? Non vi si conduce forse una lotta accanita contro ogni tentativo di abbassare il livello degli operai d’avanguardia al livello della massa o al livello degli elementi medi?
Concludo. Tutti noi sappiamo ora che gli economisti avevano curvato il bastone da una parte. Per raddrizzarlo era necessario curvarlo dalla parte opposta e io l’ho fatto. Sono certo che la socialdemocrazia russa raddrizzerà sempre con energia il bastone curvato da qualsiasi opportunismo e che perciò esso sarà sempre quello più diritto e quello che meglio servirà all’azione".
Lenin al III Congresso bolscevico (1904)
I primi a impugnare strumentalmente il Che fare? contro Lenin furono proprio i quadri bolscevichi dell’apparato clandestino, i cosiddetti komitetciky (uomini dei comitati). Al III congresso del 1905, che fu un congresso puramente bolscevico in quanto i menscevichi rifiutarono di parteciparvi, Lenin insisteva affinché i comitati di partito in Russia allargassero le proprie maglie e includessero un largo numero di operai al loro interno. Lenin manifestò apertamente in diversi interventi la sua furente polemica e la sua sfiducia nei confronti di quei "rivoluzionari di professione" (spesso nel dibattito definiti anche intellettuali) che si facevano scudo delle sue posizioni precedenti per giustificare il loro conservatorismo, la loro inerzia, la loro riluttanza a proiettare il partito su un’arena più ampia che si apriva con lo sviluppo della rivoluzione e dei movimenti di massa. Ecco alcuni stralci dei suoi interventi sulla questione.
"Qualcuno ha detto qui che le idee socialdemocratiche sono state introdotte soprattutto dagli intellettuali. È falso. Nel periodo dell’economismo, le idee rivoluzionarie erano sostenute dagli operai, e non dagli intellettuali".
"Gli operai hanno l’istinto di classe, e basta loro una piccola esperienza politica perché diventino in poco tempo dei socialdemocratici coerenti. Vedrei di buon occhio che dei nostri comitati facessero parte otto operai per ogni due intellettuali."
"Non sono riuscito a restarmene al mio posto quando ho sentito dire che non ci sono operai che possano far parte dei comitati. La questione viene tirata per le lunghe: evidentemente, nel partito c’è qualcosa che non funziona"
Perché questa differenza di argomentazione rispetto alla fase precedente? Non perché Lenin fosse ondivago nelle sue posizioni, ma perché aveva la capacità di porre sempre di fronte ai suoi compagni la reale necessità del momento, di concentrare i propri sforzi e quelli del partito sul compito cruciale e decisivo di ogni diversa fase. E ogni volta, per farlo, ricorse al sostegno e all’appoggio attivo di quell’avanguardia proletaria che costituiva il vero nucleo del bolscevismo
Così, in quello stesso congresso Lenin propone di mettere in mano agli operai rivoluzionari organizzati nel partito il diritto di decidere se sciogliere o meno quelle organizzazioni locali che si fossero dimostrate incapaci di svilupparsi:
"Se il paragrafo 9 si riferisce ai comitati composti da intellettuali, l’accetto in pieno. Gli intellettuali bisogna sempre farli rigar diritto. Non fanno che suscitare beghe di ogni genere, e quindi propongo di sostituire al termine di ‘periferia’ l’espressione ‘gli operai organizzati’. (…) Il comitato locale deve essere sciolto dal CC, se in tal senso si pronunceranno i due terzi degli operai iscritti all’organizzazione locale del partito.
Non si può fare affidamento su una piccola periferia di intellettuali, ma su centinaia di operai organizzati si può e si deve."
Credo che queste citazioni mostrino a sufficienza come Lenin non concepisse affatto una "incapacità" organica dei lavoratori di elevarsi alla comprensione dei propri compiti rivoluzionari. Al contrario, proprio questa fiducia fu la stella polare della sua attività di dirigente rivoluzionario.
Certo, Lenin comprendeva perfettamente come la classe operaia non sia un tutto omogeneo, come al suo interno si esprimano diversi livelli di coscienza, come essa subisca i flussi e i riflussi della lotta di classe e sia sottoposta alla pressione ideologica e materiale delle altre classi. Tutto questo ogni marxista lo comprende perfettamente, e Lenin lo comprendeva probabilmente meglio di ogni altro. Da questo punto di vista le posizioni espresse nel Che fare? mantengono tutta la loro validità ancora oggi. Tuttavia, è evidente che nel condurre quella battaglia Lenin usò alcuni argomenti suscettibili di creare più di un malinteso.
Anni dopo, Lenin ritorna sul Che fare? in occasione della ripubblicazione del testo nel 1908. Ecco cosa scrive:
"L’errore fondamentale in cui incorrono coloro che attualmente polemizzano col Che fare? sta nel fatto che questo scritto viene completamente staccato dal suo nesso con una situazione storica determinata, con un periodo determinato, e oggi già da tempo trascorso."
Questo è già molto chiaro: Lenin rivendica (e con pieno diritto) la battaglia condotta contro l’"economismo", ossia contro l’opportunismo, ma mette in guardia contro la tentazione di estrapolare acriticamente le formule impiegate nel Che fare? prescindendo dal contesto nel quale venne scritto.
Prosegue poi Lenin:
"Purtroppo molti giudicano il nostro partito dall’esterno, senza conoscere i fatti, senza vedere che oggi l’idea di un’organizzazione di rivoluzionari di professione ha già riportato la piena vittoria. E questa vittoria sarebbe stata impossibile se non si fosse a suo tempo posta in primo piano quell’idea, se non la si fosse ‘esageratamente’ fatta capire a coloro che ne ostacolavano l’attuazione"
E ancora:
"Condizione fondamentale di questo successo è stato, naturalmente, il fatto che la classe operaia, il cui fior fiore ha creato la socialdemocrazia, si distingue, grazie a cause economiche oggettive, da tutte le classi della società capitalistica per la sua maggiore attitudine all’organizzazione. Senza questa condizione l’organizzazione dei rivoluzionari di professione sarebbe stata un giocattolo, un’avventura, una vacua insegna, e l’opuscolo Che fare? sottolinea ripetutamente che solo quando esiste ‘una classe veramente rivoluzionaria che spontaneamente si leva alla lotta’ ha un senso l’organizzazione che esso propugna."
(…)
"…Plekhanov proclamava l’esistenza di un dissenso di principio con me sulla questione della spontaneità e della coscienza. Non risposi né a questa proclamazione (…), né alle numerose ripetizioni apparse su questo tema nella pubblicistica menscevica; non risposi perché la critica di Plekhanov presentava il carattere evidente di un vuoto cavillo, essendo fondata su frasi staccate dal contesto, su singole espressioni da me formulate in maniera non del tutto felice o non del tutto precisa, mentre viene ignorato il contenuto generale e lo spirito dell’opuscolo nel suo insieme."
(…)
"E anche al II Congresso non pensavo neppure ad elevare in particolare modo le mie formulazioni, date nel Che fare?, a qualcosa di ‘programmatico, che costituisse particolari princìpi. Al contrario, impiegai l’espressione, in seguito spesso citata, della piegatura del bastone. Nel Che fare? si raddrizza il bastone curvato dagli economisti, dissi io, e proprio perché noi raddrizziamo con energia la curvatura, il nostro ‘bastone’ sarà sempre quello più diritto.
Il senso di queste parole è chiaro: il Che fare? corregge polemicamente l’economismo, e considerarne il contenuto al di fuori del compito che essi si prefiggeva è sbagliato."
(le sottolineature sono mie - CB)
In un altro passaggio Lenin fa un paragone con la guerra russo-giapponese: così come i giapponesi facevano bene ad "esagerare" le forze dello zarismo e a "esagerare" i pericoli ai quali andavano incontro, così ho fatto bene io a "esagerare" nella polemica con l’economismo.
Lenin non specifica quali fossero le "esagerazioni", le "frasi staccate dal contesto", le "singole espressioni formulate in maniera non del tutto felice o non del tutto precisa". Una chiara indicazione però si ricava anche dai suoi silenzi: negli anni successivi alla pubblicazione del Che fare?, Lenin continuò incessantemente la sua battaglia contro tutte le diverse reincarnazioni dell’opportunismo nel movimento operaio russo, sottolineando la continuità politica fra le posizioni degli "economisti" all’inizio del secolo e quelle del menscevismo negli anni successivi. Eppure non riprese mai quelle argomentazioni che aveva impropriamente agitato nel 1902. Non si trova traccia negli scritti successivi di teorizzazioni sulla "coscienza portata dall’esterno" o sul fatto che il movimento operaio è capace di svilupparsi solo fino al livello della lotta sindacale.
Molti anni dopo, nel 1939-40, Trotskij ritorna sulla questione citando "un capitolo del libro di Lenin Che fare?, dove è tentata una spiegazione del rapporto fra il movimento operaio e la coscienza di classe socialista. Secondo Lenin il movimento operaio lasciato alla sua inclinazione traligna fatalmente in opportunismo: la coscienza di classe rivoluzionaria fu fornita ai proletari dagli intellettuali marxisti. (…) lo stesso autore di Che fare? si accorse in seguito del carattere unilaterale e quindi difettoso di una teoria che egli aveva messa avanti come arma di fortuna nella polemica con gli ‘economisti’."
Partito e rivoluzione
La formulazione del 2° documento dei Gc è stata poi ripresa in modo ancora più crudo in un articolo, pubblicato su Progetto comunista dei compagni Di Iasio e Stefanoni di bilancio della stessa Conferenza nazionale dei Gc: "In sostanza, proprio perché la storia insegna che dalle lotte non sorge mai spontaneamente una prospettiva rivoluzionaria e comunista, i Giovani comunisti devono ecc. ecc."
Ora, non so dove i compagni abbiano imparato tale "storia". Presumo però che il loro insegnante sia stato il compagno Ricci in persona.
La storia è piena di rivoluzioni "spontanee", ossia che si sono prodotte in condizioni di assenza del partito rivoluzionario, o di una sua estrema debolezza e confusione politica.
Quale partito marxista rivoluzionario esisteva a Parigi al tempo della Comune?
La rivoluzione russa del 1905 cominciò senza un ruolo diretto dei rivoluzionari. Il Soviet di Pietroburgo nacque senza e addirittura contro il partito bolscevico. I quadri bolscevichi di Pietroburgo, che evidentemente assomigliavano al compagno Ricci, presero inizialmente la decisione di boicottare il soviet in quanto non si sottoponeva alla loro direzione. Ci volle il diretto intervento di Lenin per correggere questa impostazione settaria e radicalmente sbagliata.
La rivoluzione tedesca del 1918 ebbe luogo senza alcun ruolo diretto dei rivoluzionari, che erano una sparuta minoranza.
La rivoluzione spagnola del 1936 esplose senza che fosse presente alcun partito marxista rivoluzionario.
La rivoluzione ungherese del 1956 arrivò a formare dei veri e propri Soviet, ancora una volta senza un partito.
L’insurrezione albanese del 1997 scoppiò spontaneamente e giunse a rovesciare il regime armi alla mano.
In Ecuador all’inizio del 2000 un movimento insurrezionale rovesciò il governo, guidato non da un partito marxista ma dalle organizzazioni contadine indigene.
Devo continuare? Questi esempi non sono più che sufficienti a chiarire come a determinate condizioni le masse vadano ben al di là della semplice lotta sindacale, economica, riformista, ma irrompano direttamente sul terreno della lotta per il potere?
Altra questione è quella del ruolo del partito nel processo rivoluzionario. Una rivoluzione nella quale la classe operaia non sia sufficientemente coesa, organizzata, cosciente, può giungere persino al rovesciamento del vecchio regime, ma si scontra inevitabilmente con i propri limiti e altrettanto inevitabilmente è costretta ad arretrare di fronte alla reazione della classe dominante. In questo senso è evidente che il ruolo decisivo è quello dell’avanguardia, ossia del partito. Qui sta la differenza tra la rivoluzione russa del 1917, nella quale il partito bolscevico garantisce il successo dell’insurrezione e della presa del potere, e le altre rivoluzioni che ho citato in precedenza.
Sì, il partito è necessario, imprescindibile e indispensabile per garantire la vittoria del proletariato. Ma stia pur sicuro il compagno Ricci, i militanti che formeranno tale partito dovranno avere alla base della loro concezione e della loro organizzazione una profonda fiducia nelle capacità dei lavoratori di prendere in mano il proprio destino e di elevarsi all’altezza dei compiti imposti dalla crisi marcia del capitalismo. Per formare questi militanti saranno certamente indispensabili i "tesori" contenuti negli scritti di grandi rivoluzionari del passato. Dubito viceversa che saranno di una qualche utilità le lezioni del compagno Ricci e di tutti coloro che del marxismo, e in particolare degli scritti di Lenin, fanno un catechismo o un libro di ricette.
Claudio Bellotti