LA BOLIVIA LO DIMOSTRA: SI PUO’ VINCERE!
Venerdì 17 ottobre ha portato bene al popolo boliviano, e non solo: alle 19 ora locale mentre veniva letta al Congresso Nazionale la sua lettera di dimissioni, l’ormai ex Presidente della Bolivia Gonzalo Sanchez de Lozada era già in volo, scappato verso gli USA insieme a Sanchez Berzain, ex Ministro della Difesa, e Yerko Kukoc, ex Ministro degli Interni. Il popolo bolivano al prezzo di 78 morti, 400 feriti, decine di arrestati e desaparecidos, ha vinto la prima battaglia della Guerra del Gas. È una vittoria importante, storica, che tiene la situazione in Bolivia aperta ancora a qualsiasi esito, e che non mancherà di farsi sentire in tutto il continente latino americano.
Alla fine del 1997, alla fine del mandato, la coppia de Lozada e Sanchez Berzain fa approvare una legge, la Ley de Hidrocarburos, con la quale si privatizza il settore del gas, affidandolo di fatto alle multinazionali. È la stagione delle grandi privatizzazioni, seguite alla caduta mondiale del prezzo dell’argento e dello stagno, dei quali la Bolivia è ricchissima, e guidata da vicino dal FMI. Con i soldi provenienti dalle dismissioni del settore minerario, delle due linee ferroviarie che tagliano perpendicolarmente il paese collegandolo al Cile da una parte e all’Argentina dall’altro, il governo approva qualche legge di carattere sociale come quella del Desayuno Escolar, una forma di sussidio economico ed alimentare per favorire l’alfabetizzazione: per questo, nel pieno della crisi economica che sconvolge il sud america, Gonzalo Sanchez de Lozada, Goni come lo chiamano, viene rieletto nel 2002 alla presidenza della repubblica. La gente si aspetta cose del genere, leggi sociali, ma già non è più disposta a cedere sulle privatizzazioni, capendo che i benefici che ne provengono sono del tutto insufficienti e assolutamente temporanei. Già il tentativo nel 2001 di privatizzare l’acqua a Cochabamba, la terza città del paese, era sfociato in una prima vittoriosa grande mobilitazione di popolo. Il quadro che offre la Bolivia uscita dalle elezioni è questo: un paese che vuole credere ad una soluzione pacifica dei propri problemi, ma estremamente polarizzato. Sfiora la vittoria infatti Evo Morales Ayma, leader del Movimiento al Socialismo (MAS), partito dei cocaleros i contadini coltivatori delle foglie di coca, e una buona affermazione riceve anche il Movimiento Indigeno Pachakuti di Felipe Quispe, a capo anche della CSUTCB, la Confederacion sindical unitaria del los trabajadores campesinos de Bolivia. Le elezioni insomma (in fondo servono ai marxisti per capire questo) preannunciano già gli eventi di questi giorni e la velocità e radicalità del processo. E infatti già a febbraio una massiccia mobilitazione di popolo, alla quale partecipano anche settori della polizia, sedata nel sangue dall’esercito, impedisce che sia introdotta una tassa sui redditi medio bassi, chiamata poi impuestazo, che colpisce tutti i lavoratori boliviani.
Il Gas
Sull’affare del gas intanto lavorano già la REPSOL, multinazionale spagnola, e la BRITISH GAS, ovviamente inglese. I termini dell’accordo sono questi: la Bolivia, che non ha sbocchi a mare, costruirà gasdotti verso Cile o Perù, e per non far gravare la sua posizione geografica sulle tasche delle multinazionali, venderà il gas ad un prezzo dimezzato, trattenendo poi solo il 18% del valore esportato! Ci guadagnano tutti: le multinazionali ovviamente, il governo corrotto che può lanciare un’asta tra Cile e Perù, e non certo per ottenere migliori condizioni per la Bolivia. Ci guadagnano soprattutto e due volte gli USA, mercato di destinazione di questa fonte di approvvigionamento a bassissimo costo, tale da esercitare pressione sul prezzo anche per altri paesi produttori ed esportatori di gas, come alcuni dell’area mediorientale ad esempio. Ci perdono solo i boliviani, il commensale che si presenta a tavola non invitato dall’imperialismo!
La guerra del gas
Il MAS e la CSUTCB, separatamente, convocano per il 19 settembre la prima mobilitazione contro la politica economica del governo. All’inizio le rivendicazioni sono di tono molto basso: vendita del gas a prezzo di mercato e aumento al 50% della percentuale trattenuta del governo. Il MAS è uno dei partiti di sinistra di massa più avanzati del sud america: tra i suoi punti programmatici c’è la rivendicazione della “nazionalizzazione sotto il controllo sociale” delle risorse del paese. Ma è un partito a base prevalentemente contadina: il primo punto del programma è dedicato alla questione agraria, la rivendicazione è “la distribuzione della terra a chi la lavora”, impostazione tradizionale che già ha fatto fallire moltissime riforme agrarie in sud america perché i piccoli proprietari, privi degli strumenti di produzione a basso costo che potrebbero fornirgli solo i lavoratori in un sistema socialista, venivano costretti a rivendere la terra al latifondo. Pertanto all’inizio i blocchi stradali sono portati avanti da contadini dell’entroterra. Il governo dimostra subito quale sarà la sua linea: a Warisata pochi giorni dopo l’inizio della guerra del gas l’esercito, per evacuare 800 tra turisti e boliviani bloccati lì, spara sulla popolazione che risponde al fuoco: il bilancio è di 7 morti, 5 tra i manifestanti, tra cui una bambina di 2 anni, e 2 soldati. Nei giorni successivi la guerra si allarga ed arriva alla capitale La Paz, grazie soprattutto alla convocazione da parte del radicale sindacato COB, Confederacion obrera boliviana, dello sciopero generale indefinito a partire dal 29 settembre. Mentre i campesinos continuano a tenere bloccate tutte le strade altiplaniche cominciano ad arrivare a La Paz, con marce a piedi di giorni, i minatori armati di dinamite, gli insegnanti, uno dei primi settori a scioperare, i cocaleros, i lavoratori delle fabbriche, i tassisti e gli autisti, mentre gli studenti universitari occupano le università pubbliche della capitale: La Paz è isolata dal resto del paese ed in stato d’assedio. Le rivendicazioni ora assumono carattere più profondo: la COB, alla quale, con un ritardo ingiustificabile si aggiunge il MAS, chiede la nazionalizzazione del gas, il ritiro della Ley de Hidrocarburos, la rottura dell’ALCA (il piano del libero commercio studiato dagli USA per sottomettere ulteriormente i popoli latino americani), le dimissioni di Goni.
Impossibile fare la cronologia di mobilitazioni sempre più ampie e determinate. Sono arrestati dirigenti sindacali, ma ad ogni provocazione risponde una manifestazione più grande e determinata della precedente, fino alla carneficina che tra sabato 11 e lunedì 13 ha portato alla morte di oltre 60 persone tra El Alto e La Paz. Lo sdegno si generalizza. Il ceto medio, fino ad allora simpatizzante con i manifestanti ma non partecipe della lotta, entra in campo a suo modo, come spesso ha fatto nella storia della Bolivia: nel giro di un giorno in 1600, tra cui anche alcuni esponenti della chiesa, si dichiarano in sciopero della fame. I minatori dei distretti di Oruro e Potosi bloccano tutte le strade, durissimi scontri con l’esercito a Cochabamba: il paese è paralizzato, vuole le dimissioni di Goni ed è insensibile alle minacce dell’imperialismo.
L’imperialismo è sconfitto
Ovviamente gli USA non stanno a guardare. È importante sapere che in sud america l’imperialismo nord americano non si fa scrupolo di dire direttamente quello che vuole, senza tante giustificazioni. Così l’ambasciatore americano dichiara fin da subito che “nessun governo nato dalla pressione di piazza sarà riconosciuto legittimo dagli USA, l’unico presidente è quello eletto e cioè Sanchez de Lozada”. Più o meno lo stesso atteggiamento che hanno avuto con Chavez, no? Gli USA inviano in Bolivia consulenti militari, carichi di armi, e perfino alcuni marines, il tutto in modo aperto, alla luce del sole per esercitare pressione sulla direzione delle lotte. La potente ambasciata americana in Bolivia, il cui palazzo è più grande e tecnologico di quello del Congresso, detta la linea al governo: dopo i 20 morti di sabato 11 chiede “mano ferma ai militari”, minaccia i dirigenti dei partiti della coalizione del governo, l’NFR ed il MIR, fino ad arrivare alle intimidazioni pubbliche all’allora Vice Presidente Carlos Mesa, successore costituzionale alla carica di presidente, al quale si dichiara in una conferenza stampa che la “Bolivia in caso di cambio del governo rischia l’isolamento internazionale”, un modo per adombrare l’ipotesi di embargo. Certamente comunque loro stessi avranno cercato tra i militari il possibile “successore” a Goni: questo è dimostrato dalla improvvisa ed inaspettata dichiarazione di fedeltà alla Costituzione del Comando Generale dell’Esercito Boliviano, un messaggio pubblico lanciato alla folla e a chi, come gli USA appunto, sperava invece in una uscita autoritaria alla crisi in grado di difendere gli interessi dell’imperialismo. È questo non certo per spirito democratico delle forze armate, autrici di molti dei 200 colpi di stato che ha subito la Bolivia, ma perché cominciavano già le prime diserzioni tra l’esercito, il rifiuto di sparare alla folla pronunciato da singoli e da gruppi di soldati ed ufficiali.
L’estremo tentativo di trovare soluzioni politiche alla crisi viene accolto dalla folla come una ulteriore provocazione. Martedì 14 sera Goni insieme a Manfred Reyes Villa (capo della NFR, Nueva Fuerza Repubblicana) e Jaime Paz Zamora (capo del Movimiento Izquierda Revolucionaria, MIR) annuncia un referendum consultivo sulla privatizzazione del gas e la discussione sulla legge degli idrocarburi, dichiarando inoltre che il presidente ed il governo non si dimetteranno. Intanto i militari girano di notte a tenere sveglia la popolazione per evitare nuove manifestazioni, ed un gruppo di persone tenta di dare fuoco alla casa di Paz Zamora. La risposta del giovedì dopo è impressionante: in una città quasi irraggiungibile mezzo milione di persone raggruppate in sei diversi concentramenti sfila fino a riunirsi davanti al palazzo del governo difeso con i carrarmati per chiedere la testa di Goni. A poco a poco si dimettono i ministri della NFR, il portavoce del presidente, ne ha bisogno essendo un padrone di miniere nato e cresciuto negli USA, ed i ministri del MIR di Paz Zamora. All’imperialismo americano non resta che riprendersi il proprio burattino e riportarselo a casa. Su un aereo militare, mentre il congresso vota le sue dimissioni Goni e la sua cricca si allontanano verso Miami: il popolo boliviano ha vinto!
Primo bilancio di una vittoria parziale
I festeggiamenti che si sentivano su internet alla radio erbol erano molto emozionanti: i minatori, forza armata del popolo, provenienti da tutti i distretti della Bolivia passavano applauditi tra ali di folla facendo esplodere candelotti di dinamite. Ma quello che più colpisce è la lucidità della gente intervistata dai giornalisti radiofonici. In tanti giudicano questa vittoria storica, importante, ma parziale. Bisogna cambiare modello economico, no all’ALCA, non ci fermeremo fino alla nazionalizzazione del gas, questa è una vittoria del popolo, potere al popolo, combattiamo la ricchezza: sono queste le prime affermazioni rese a caldo della gente in festa. I dirigenti della COB già fanno sapere che se il nuovo Presidente Carlos Mesa non terrà conto del programma minimo che la stessa confederazione propone, lo sciopero generale non si ferma: chiedono ad esempio certezza sulla convocazione del referendum vincolante sul gas, l’abolizione della Ley de Hidrocarburos, la libertà degli arrestati, no all’ALCA, la nazionalizzazione delle risorse naturali boliviane, l’Assemblea Costituente per riscrivere le regole dello Stato, che Goni sia giudicato dalla legge boliviana. Su referendum ed assemblea costituente il nuovo Presidente ha già assunto impegni: la consultazione è stata indetta oggi stesso, sabato 18. Ciononostante ancora adesso settori interi di lavoratori non smobilitano i blocchi in attesa di istruzioni dai propri dirigenti. Intanto Morales invece, l’esponente politico più importante nella guerra del gas, ha già dichiarato che lascerà governare Mesa se questo terrà fede agli impegni assunti.
Il futuro
I lavoratori boliviani sono stati a un certo punto, quasi senza saperlo, sul punto di prendere il potere. Mentre infatti pezzi della polizia si sommavano agli scioperanti, nell’entroterra gruppi di campesinos, guidati dalle donne e madri che invitavano i soldati a non sparare ai loro fratelli, davano l’assalto alle caserme per prendere le armi. Nelle campagne inoltre il Movimiento Sin Tierra boliviano (200.000 affiliati) già aveva lanciato la espropriazione delle terre, a cominciare non da quelle demaniali ma da quelle dei latifondi, molto spesso di proprietà dei politici. E mentre tutto questo succedeva il leader del MAS trovava il tempo per dichiarare che “il MAS tiene alla democrazia (si parla di quella borghese NDR) più che ad ogni altra cosa”, e che adesso “si apre la possibilità della trasformazione pacifica della Bolivia”. Purtroppo non sarà così. Carlos Mesa non potrà risolvere nessuno dei problemi sul tappeto: la povertà, la disoccupazione crescente, la questione agraria sono problemi non risolvibili con un referendum! E neppure la riconciliazione nazionale, elemento prioritario nel discorso d’insediamento Mesa, sarà impresa facile: dalla zona orientale del paese, Santa Cruz, dove si concentra il grosso dell’imprenditoria boliviana, arrivano già segnali di velleità separatiste, e l’imperialismo potrebbe giocare la carta della disintegrazione dello stato per far valere i propri interessi. E inoltre Mesa è un uomo di destra, eletto insieme a Goni, che certamente non potrà mettersi contro i grandi interessi capitalisti, imperialisti e del FMI.
La questione della presa del potere, e quindi della direzione politica, diventa allora centrale per la Bolivia oggi, l’elemento determinante tra la vittoria e la sconfitta, che i marxisti devono mettere al centro di qualsiasi dibattito politico. Allo stesso modo però bisogna evitare l’errore settario di credere che in Bolivia nulla sia effettivamente cambiato e di ritenere che il popolo boliviano abbia sciupato una occasione. La rivoluzione è sempre un processo, nel quale si accumulano forze e coscienze. Oggi i lavoratori, i campesinos boliviani sanno di essere forti, sanno che le cose non possono tornare indietro, sanno quello che vogliono sanno di poterlo ottenere. La prima cosa che va sottolineata, con forza, è questa. La Bolivia non è nè l’Ecuador nè l’Argentina. E questo non solo perché il processo rivoluzionario in Bolivia abbia già lasciato vittime, ma anche perché la guerra del gas è stata diretta da organizzazioni, quali la COB e il MAS, capaci di mobilitare tutto il popolo su programmi estremamente radicali, destinati presto a scontrarsi con la assoluta incompatibilità tra il capitalismo e i bisogni dei lavoratori. La rivoluzione boliviana è ad un passo storico!
Le ripercussioni in sud america
Alcuni analisti italiani hanno sottolineato che mentre gli USA escono sconfitti dalla guerra del gas, l’asse Argentina – Brasile si candida ad essere leader del sud america. È questo per il ruolo avuto da Lula e Kirchner nella crisi, per aver esercitato pressione su Goni, minacciandolo di espellere la Bolivia dal MERCOSUR, e in questo modo aver bilanciato le pressioni statunitensi. Questo è certamente vero, ma le ragioni non stanno nel progressismo dei governi argentino e brasiliano, quanto nei loro timori. Quando agli inizi la stampa cercava di far passare una interpretazione nazionalista della guerra del gas, secondo la quale origine delle proteste sarebbe stato il passaggio del gas attraverso il nemico storico Cile, Lula candidò il Brasile quale porto d’imbarco verso gli USA. La condanna di Goni da parte è arrivata dall’incontro bilaterale Argentina – Brasile del 16, quando oramai era chiaro che il presidente boliviana si sarebbe dimesso, e dopo infami dichiarazioni di appoggio al governo boliviano. Dei due Lula è alle prese con la fine della tregua dichiarata dal Movimiento Sin Tierra brasiliano e le critiche che vengono dalla base del suo partito; Kichener dopo una prima fase di fiducia degli argentini mostra già di non essere in grado di risolvere la crisi del paese, dichiarato nuovamente incapace di pagare i propri debiti dal FMI. Stanno candidando i loro rispettivi paesi, come fatto a Cancun, ad essere leader in sud america e riferimento nel terzo mondo. Il loro obiettivo strategico è includere l’area andina nel MERCOSUR ed utilizzare questo per ricontrattare a loro favore l’ingresso nell’ALCA: insomma riportare i boliviani agli USA. Immaginiamo già quale sia la posizione di Lula sulla nazionalizzazione delle risorse naturali, chiesta dalla COB, considerando le sue aperture alle multinazionali.
Entrambi guardano con timore a quello che succede in Bolivia ed all’insegnamento che dalla crisi boliviana potrebbe venire nei loro paesi, ed in altri come, soprattutto, il Perù. I capi di governo in genere lo sanno, la rivoluzione è sempre contagiosa.
La Bolivia nella politica italiana ed europea
Infine, anche se possono sembrare, e forse sono, questioni marginali, si possono fare un paio di riflessioni su quanto messo in luce in Europa ed Italia dai fatti di Bolivia. Anzitutto è dimostrata ulteriormente la fase di difficoltà attraversata dai movimenti: in un mese di lotte e dopo la strage di stato dello scorso sabato 11 sarebbe stato più che lecito aspettarsi la convocazione di iniziative politiche, di presidi, campagne di solidarietà. Invece dai Social Forum il silenzio, dall’area dei disobbedienti solo controinformazione sui siti e alla radio e nulla più. I partiti della sinistra europea hanno firmato a Firenze il 13 una lettera aperta di denuncia indirizzata a Goni, ma nessuno di questi ha mobilitato i propri militanti, in nessun modo: un solo presidio in Italia, convocato a Milano venerdì 17, uno in Germania, partecipato quasi esclusivamente da emigrati boliviani, così come quello in Spagna. E questo mentre Goni uccideva persone vantando l’appoggio della comunità internazionale! A proposito, per concludere, della comunità internazionale che riconosceva la legittimità di Goni invitandolo a proseguire sulla strada del dialogo e della difesa degli interessi delle multinazionali europee in Bolivia fa parte anche la Commissione Europea di Romano Prodi, ulteriore prova dello sbandierato, in Rifondazione, cambiamento del centro sinistra e della possibilità che questo possa e voglia governare con i movimenti.
Giuseppe Letizia