Mobilitiamoci contro la guerra e il capitalismo!
La lotta contro l’imperialismo è una lotta contro il
capitalismo
Si
può giustificare questa guerra?
La
guerra in preparazione da parte degli Usa è un atto sfacciato di aggressione
contro il popolo iracheno. Non c’è in essa neppure un atomo di contenuto
progressivo. Tutti gli argomenti utilizzati per giustificare questa guerra
mostruosa sono falsi da cima a fondo. L’invio degli ispettori non è stato altro che un pretesto per ingannare l’opinione
pubblica mondiale mentre gli americani proseguivano il loro schieramento
militare nel Golfo. Non c’entra nulla la questione delle armi di distruzione di
massa. Qualsiasi cosa facciano gli iracheni, saranno bombardati e invasi.
La
farsa delle “ispezioni” è stata messa a nudo per quello che è. Non è stata
trovata una briciola di prove credibili. L’ultima squadra di ispettori dell’Onu
aveva dichiarato di aver distrutto il 95 % delle armi di distruzione di massa in
possesso dell’Iraq. Ben poco può essere rimasto. In ogni modo dopo oltre un
decennio di sanzioni, il potenziale militare dell’esercito iracheno è stato
fortemente ridotto e non può porre alcuna seria minaccia agli Usa, i quali
possiedono un enorme arsenale di armi di distruzione di massa.
I
piani dettagliati per l’invasione e l’occupazione dell’Iraq erano già pronti
ben prima di natale, vale a dire prima che Blix e la sua banda avessero persino
cominciato il loro lavoro. È perciò assolutamente chiaro che la questione delle
armi di distruzione di massa non ha nulla a che vedere con l’aggressione Usa
all’Iraq. La questione centrale è sempre stata quella di un cambiamento di
regime, vale a dire la rimozione di Saddam Hussein e la sua sostituzione con
una marionetta americana.
Pur
fingendo di essere imparziali, Blix e la sua squadra stanno giocando il ruolo
di provocatori. Gli iracheni vengono costantemente provocati nella speranza che
essi rispondano con un atto di forza che sarebbe immediatamente utilizzato come
pretesto per l’inizio delle ostilità. Baghdad li ha accusati di atti di
spionaggio, il che è probabilmente vero. Il loro vero obiettivo non è di
prevenire la guerra, ma di fornire una scusa per la guerra stessa.
Altrettanto
privo di contenuto è il tentativo di dipingere l’attacco all’Iraq come parte
della “guerra la terrorismo”. Non c’è la minima prova dei legami fra l’Iraq e
Al-Qaeda. I tentativi della Cia di dimostrare l’esistenza di tale legame
confinano col ridicolo. La “cellula di Al-Quaeda” che dicono di aver scoperto
nell’Iraq settentrionale non è neppure situata in un territorio controllato dal
governo iracheno. Questo non è sorprendente, poiché il regime iracheno è ben
noto per essere laico e non è mai stato amichevole verso i fondamentalisti.
Un
anno e mezzo avrebbe dovuto essere sufficiente per trovare le eventuali prove
di un coinvolgimento iracheno negli avvenimenti dell’11 settembre. Eppure non è
stata esibita alcuna prova. Non c’era un solo cittadino iracheno fra i
terroristi che dirottarono aerei che attaccarono il World Trade Centre, c’erano
in vece non pochi sauditi. E tuttavia si preparano a bombardare Baghdad, e non
certo Ryadh!
L’argomento
“democratico”
Anche
l’altro argomento, secondo il quale questa sarebbe una guerra per restaurare la
democrazia in Iraq, è privo di fondamento. L’idea dell’imperialismo Usa che
porta la democrazia al popolo iracheno sarebbe comica, se non avesse
implicazioni tanto serie. L’obiettivo di Bush e co. non è quello di introdurre
un regime veramente democratico a Baghdad ma di installarvi un regime
fantoccio, come hanno fatto in Afghanistan, che sarebbe dipendente da
Washington e pertanto obbediente alla sua volontà. Considerato che la fonte è
George W. Bush, gli attacchi alla dittatura irachena costituiscono una evidente
ipocrisia.
Bush
e Blair piangono lacrime di coccodrillo per la mancanza di democrazia in Iraq,
ma apparentemente non si accorgono della mancanza di democrazia in Arabia
Saudita, uno dei loro alleati chiave nella regione, dove le elezioni e la
libertà di parola sono sconosciute, le donne non hanno neppure diritto a
guidare un’auto e vengono lapidate per adulterio, ai ladri si amputano gli
arti. Che dire della Turchia, altro principale alleato dell’America?
Il
regime borghese turco ha un passato terrificante per quanto riguarda i diritti
umani. Ha ucciso, torturato e incarcerato migliaia di sindacalisti, massacrato
i prigionieri nelle loro celle e condotto per decenni una guerra sanguinosa
contro i curdi. Ttuttavia questo stesso regime si appresta a prendere posto a
fianco di America e Gran Bretagna nella crociata per la democrazia e… per i
diritti dei curdi! Questo piccolo dettaglio è di per se sufficiente a
testimoniare la bancarotta morale e l’ipocrisia nauseante dell’intera
avventura.
L’argomento
secondo il quale Saddam è un feroce dittatore sarebbe più credibile se gli Usa
e la Gran Bretagna non lo avessero sostenuto continuamente pur essendone
pienamente coscienti, se non avessero finanziato e armato Saddam Hussein anche
quando sapevano che bombardava i curdi con le armi chimiche. In realtà una gran
parte dei suoi arsenali proviene dagli Usa e dalla Gran Bretagna, comprese le
forniture di antrace.
Tutta
la storia mostra come l’imperialismo Usa non abbia alcun problema nel sostenere
le dittature, a condizione che queste appoggino e promuovano gli interessi
degli Usa stessi. L’argomento democratico non può avere quindi alcuna validità
se viene avanzato da questi gentiluomini. Il rovesciamento di Saddam Hussein
è compito del popolo iracheno e di nessun altro.
La
questione nazionale
Gli
interessi del popolo iracheno di certo non entrano nei calcoli
dell’imperialismo, che in nessun luogo è amico dei popoli. Tuttavia a volte
esso usa le aspirazioni nazionali di popoli come i curdi o gli sciiti iracheni
per i propri fini. Questi popoli non dovrebbero mai riporre la propria fiducia
nella buona volontà degli imperialisti, che sono del tutto indifferenti alle
loro sofferenze o ai loro interessi.
Non
dimentichiamo che gli americani e i britannici non aprirono bocca riguardo ai
bombardamenti di civili curdi in Iraq con armi chimiche durante gli anni ‘80,
anche se vennero ampiamente documentati dalla stampa. Il loro lucroso commercio
di armi con l’Iraq veniva al primo posto ed essi non mostrarono il minimo interesse
per la sorte del curdi.
Nel
1983 l’attuale ministro della difesa Usa Donald Rumsfeld visitò Saddam a
Baghdad proprio mentre questi stava lanciando degli attacchi usando gas contro
i soldati iraniani. Fintanto che Saddam Hussein ammazzava gli iraniani veniva
considerato un alleato fedele. Gli americani e i britannici aprirono le linee
di credito a Saddam per l’acquisto di armamenti ed egli ricevette ogni sorta di
aiuti militari di altro genere. Allo
stesso modo, gli Usa avevano armato e finanziato Bin Laden e i Talebani
fintanto che questi ammazzavano i russi. Gli imperialisti Usa sono
direttamente responsabili di aver creato questi folli che ora demonizzano come
terroristi e “Asse del male”.
Un
anno prima della guerra del Golfo, gli Usa inviarono a Saddam motori per
elicotteri, 21 lotti di diversi ceppi di antrace, centinaia di tonnellate di
gas nervino mortale sarin e gli fornirono le informazioni raccolte dalle basi
degli Awax in Arabia Saudita. Quindi gli angloamericani non possono dire di
essere stati all’oscuro dei fatti. Sapevano tutto dei crimini della dittatura.
Proprio prima che Saddam schiacciasse i curdi a Halabja, nel 1988, Londra aveva
inviato un ministro a Baghdad per discutere con Saddam di questioni
commerciali. Dopo che questi aveva ammazzato 5mila curdi con gli attacchi a
base di gas, ricevette ulteriori 340 milioni di sterline di crediti per gli
accordi commerciali e gli americani gli diedero un altro miliardo di dollari.
Lo
scorso dicembre gli Usa hanno confiscato le 12mila pagine di documentazione sui
programmi armamentistici presentate dall’Iraq. La scusa degli Usa fu che esse
contenevano “informazioni riservate” che richiedevano “alcuni ritocchi”. I
“ritocchi” sono stati tali che solo un quarto del documento originale è stato
reso disponibile ai membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Il vero motivo era che dovevano nascondere il fatto che non meno di 150
compagnie (Usa, britanniche e altre) avevano fornito all’Iraq la tecnologia
nucleare, chimica e missilistica, spesso con transazioni illegali, come è
emerso in Gran Bretagna nello scandalo del “supercannone”. Volevano nascondere
le tracce che avrebbero messo a nudo la loro complicità con il regime di Saddam
Hussein e i suoi programmi armamentistici per un lungo periodo di tempo.
Tutte
le proteste contro i crimini della dittatura irachena non sono quindi altro che
ipocrisia della più cinica. La prevista invasione dell’Iraq non ha nulla a che
vedere con la democrazia, né con ragioni umanitarie. Non è che un cinico
esercizio di politiche di potenza. È un fatto che siano stati gli imperialisti
britannici i primi ad avviare la politica di brutali bombardamenti dei villaggi
curdi negli anni ‘20, così come è di pubblico dominio il fatto che nel 1919
Winston Churchill (allora ministro della guerra) sostenne l’uso di armi
chimiche contro quelle che chiamava le “tribù incivili” (cioè i civili curdi).
Fu quello il primo bombardamento sistematico di civili nella storia.
Nel
1991, dopo la sconfitta irachena, la popolazione sciita nell’Iraq meridionale
venne incoraggiata a sollevarsi contro il governo centrale. Sotto la pressione
dell’Arabia Saudita, che temeva la l’aumento dell’influenza sciita (e iraniana)
in Iraq, gli Americani si tennero da parte e permisero alle forze di Saddam
Hussein di massacrare gli sciiti. Come si può sostenere che agli imperialisti
interessi qualcosa del destino delle minoranze nazionali in Iraq?
Una
guerra di conquista dell’Iraq a guida americana non aiuterà le nazionalità
oppresse di quel paese. Queste verranno manipolate e utilizzate per sconfiggere
le forze irachene sul campo e limitare così il numero di vittime americane
(almeno così sperano…). Il giorno dopo si troveranno una volta di più
abbandonate e tradite.
Su
questo dobbiamo essere chiari: presentare questa guerra di aggressione come un
mezzo per ottenere l’autodeterminazione curda è un atto di tradimento. La
Turchia, il principale alleato degli Usa nella regione, non lo permetterebbe
mai. Se la borghesia turca sta considerando la possibilità di unirsi a questa
guerra, non è per amore della democrazia e certo non per amore dei curdi! Essa
ha posto gli occhi sui campi petroliferi di Mosul e Kirkuk, che i curdi a loro
volta rivendicano. Il piano di Ankara prevede che se i curdi tenteranno di
prendere i pozzi, l’esercito turco invaderà e li schiaccerà mentre gli
americani staranno a guardare.
Noi
difendiamo il diritto del popolo curdo ad una patria, ma dobbiamo sottolineare
che questo è possibile solamente attraverso il rovesciamento rivoluzionario dei
regimi reazionari di Baghdad, Teheran e Ankara. Su basi capitaliste non esiste
una reale soluzione per il problema curdo. I curdi devono unirsi ai lavoratori
turchi, iraniani e iracheni nella lotta per il potere operaio e contadino.
Sulla base di una federazione socialista sarebbe possibile ottenere una
repubblica curda socialista autonoma, con i pieni diritti democratici e
nazionali incluso quello alla secessione se tale fosse il desiderio della
popolazione.
Coloro
che sostengono che l’unica via per ottenere l’autodeterminazione nazionale è
sostenere l’imperialismo contro Baghdad ingannano i popoli. È una politica
criminale e reazionaria che condurrà una volta di più i curdi e gli sciiti in
un vicolo cieco. Su queste basi non c’è via d’uscita per i curdi, gli sciiti e
altri popoli della regione.
Una
guerra senza vittime?
Poiché
gli imperialisti britannici e Usa stanno incontrando una resistenza più seria
del previsto al loro interno, ora tentano di convincere l’opinione pubblica che
la guerra consisterà solo in qualche piccolo “intervento chirurgico” diretto
esclusivamente contro obiettivi militari. La popolazione civile non soffrirà e
si precipiterà per le strade con le lacrime agli occhi e mazzi di fiori per
salutare i “liberatori” stranieri. Come sempre, la distanza fra la propaganda
ufficiale e la realtà è abissale.
Nonostante
la stampa non dia grande spazio all’argomento, l’aviazione anglobritannica
bombarda continuativamente l’Iraq da oltre dieci anni. Solo lo scorso anno la
Gran Bretagna ha speso quattro milioni di sterline (circa sei milioni di euro)
in queste attività criminali. Nello stesso periodo oltre un milione di iracheni
sono morti come conseguenza di un embargo crudele che ha paralizzato l’economia
e spinto quella che era una nazione prospera in una condizione di povertà e
disperazione. Ora, non contenti di questo, Bush e Blair si preparano per nuovo
assalto sanguinoso.
Naturalmente
gli americani si preoccupano di minimizzare le perdite: cioè le perdite americane.
Cominceranno, come al solito, con una devastante campagna di bombardamenti che
“ammorbidisca” (cioè polverizzi) le difese aeree irachene, le comunicazioni e i
centri di comando, prima di inviare le forze Usa e alleate a stabilire dei punti
di appoggio in Iraq, come parte di una campagna che i pianificatori Usa sperano
“isolerà” la leadership irachena in sacche di resistenza sempre più ristrette.
Il piano prevedeva quattro divisioni Usa più una divisione corazzata britannica
e si lavorava attorno a due date di attacco, la prima al principio di gennaio e
la seconda a fine febbraio. La forza britannica includerà la 7ˆ Brigata
corazzata e fino a 200 carri armati Challenger, nonché elementi dei Sas (i
corpi speciali - NdT).
Il
vero livello delle perdite civili sarà molto superiore a quanto di vuole
suggerire. Secondo un rapporto filtrato dal Pentagono, solo nelle prime 48 ore
pioveranno sull’Iraq 800 missili Cruise, cioè oltre il doppio del totale
lanciato in tutti i 40 giorni della campagna del 1991. Tutte le chiacchiere
sulle bombe intelligenti non sono che un trucco per ingannare l’opinione
pubblica e spingerla a pensare che non vi saranno vittime civili: un’assoluta
stupidaggine, poiché è ormai di pubblico dominio che la propaganda sulle “bombe
intelligenti” nella guerra jugoslava non era che un modo per fuorviare
l’opinione pubblica.
Lo
scopo reale degli invasori è stato rivelato dal portavoce del Pentagono, il
quale ha dichiarato che intendono scuotere l’Iraq “fisicamente, emotivamente e
psicologicamente”. Uno stratega di nome Harlan Ullman ha dichiarato: “Non ci
sarà un solo posto sicuro in tutta Baghdad. La vera portata di ciò non è mai
stata contemplata in passato (…) Ci sarà questo effetto simultaneo, simile
piuttosto alla bomba nucleare di Hiroshima, non nell’arco di giorni o
settimane, ma di pochi minuti.” George Bush dichiara di essere pronto a usare
armi nucleari “se necessario”. Questo è il volto brutale nascosto dietro la
maschera della “democrazia umanitaria”.
Con
ogni probabilità il costo in vite umane sarà terrificante. Un rapporto
confidenziale dell’organizzazione mondiale della sanità, citato da John Pilger
nel Daily Mirror (29 gennaio 2003) stima che “500mila persone potrebbero
richiedere cure come conseguenza di ferite dirette o indirette”. Inoltre,
l’ammontare dei morti e delle sofferenze sarà superiore a quello delle vittime
dei bombardamenti.
Dopo
l’ultima guerra del Golfo gli americani e i loro alleati hanno lasciato tra le
300 e le 800 tonnellate di uranio 238 impoverito, contenuto nei proiettili
anticarro e in altri esplosivi, sui campi di battaglia iracheni. Le conseguenze
per la popolazione irachena sono state orribili. L’uranio impoverito è causa di
tumori al sangue, alle ossa e ai reni e si disperde in nubi di minuscole
particelle radioattive che possono essere respirate. È praticamente impossibile
distruggerlo, e pertanto larghe parti dell’Iraq sono contaminate
permanentemente dalla radioattività.
I
pediatri di Bassora hanno registrato un aumento del 1200% nell’incidenza di
tumori e leucemia fra i bambini dopo l’ultima guerra. Il numero di nati
malformati è raddoppiato nelle aree dove venne usato l’uranio impoverito.
Nascono bambini privi di occhi, o di cervello. Prima del 1991 questo tipo di
cose erano praticamente sconosciute. A causa delle mostruose sanzioni imposte
all’Iraq dopo quella guerra, i medici iracheni sono stati impossibilitati ad
ottenere macchinari, antibiotici, farmaci per la chemioterapia e altri
equipaggiamenti necessari per la cura di questi bambini.
Questi
effetti erano ben noti agli esperti americani, poiché li stavano studiando già
prima della scorsa guerra. Questo dice tutto il necessario per conoscere i
sentimenti umanitari dei dirigenti della nostra civiltà occidentale. Ora si
preparano a infliggere nuovi orrori al popolo di questo paese.
Nei
mesi scorsi c’è stato un rapido aumento dei bombardamenti di obiettivi iracheni
con un aumento del 40% delle missioni nelle no fly zones a nord e a sud
del paese. Questo ha già indebolito le difese antiaeree, antimissile e i posti
i comando a un livello tale che le truppe potrebbero aprirsi rapidamente la
strada penetrando profondamente in Iraq. Tempo fa avevamo già sottolineato come
i recenti bombardamenti su obiettivi iracheni rappresentavano i primi colpi della
guerra contro l’Iraq. Ora ne abbiamo la conferma. Tutto il trambusto creato
all’Onu non era che una cortina fumogena dietro la quale Washington accelerava
i suoi preparativi militari per l’invasione. In realtà, la guerra è già
cominciata.
Metodi
da banditi
Nel
periodo della degenerazione dell’impero romano, il governo era in mano a
imperatori corrotti e fuorilegge che si comportavano come normali banditi. Gli
odierni rappresentanti politici della classe dominante Usa non sono che una
banda di assassini e truffatori d’alto bordo che traggono la propria morale dal
mondo degli affari: la legge della giungla che abbiamo visto nello scandalo
Enron e che ora vediamo applicata nella vasta arena della politica mondiale.
Si
tratta di parvenu ignoranti e di vedute ristrette, come la classe dalla
quale provengono, completamente privi dell’astuta finezza dei vecchi patrizi,
dei Roosevelt e dei Kennedy. In passato, questi ultimi trattavano questo genere
di affari con molta maggiore abilità. Il loro pugno di ferro era generalmente
avvolto nel guanto di velluto della diplomazia. Ora viene invece battuto
brutalmente sul tavolo, davanti agli occhi dei popoli. Ciò ha il vantaggio di
mostrare la reale natura dell’imperialismo a tutti coloro che hanno occhi e
testa per vedere e per capire. I dirigenti attuali sono affaristi la cui
visione politica non va oltre il proprio conto in banca e la cui comprensione
della politica mondiale non oltrepassa il nudo esercizio della violenza. Molti
di questi signori e signore dovrebbero stare in galera per malversazione. Sono
invece alla testa della nazione più potente del mondo. Questo è lo spettacolo
fornito dalla politica mondiale nel primo decennio del 21esimo secolo.
La
condotta della cricca mafiosa della Casa Bianca assomiglia a quella di quei
nobili briganti medievali (che furono i veri precursori storici della mafia),
ma mentre quegli antichi predoni erano in qualche modo limitati dalla natura
primitiva delle loro armi e dalla piccola dimensione dei loro regni, i nostri
moderni condottieri sono armati del più potente arsenale di armi di
distruzione di massa mai visto nella storia. I loro ferri del mestiere sono la
politica di potenza spalleggiata dalla diplomazia delle cannoniere. Stracciano
i trattati senza battere ciglio. Dichiarano guerra a un paese senza neppure
l’ombra di un pretesto, e dormono il sonno dei giusti. In queste mani è oggi il
destino del mondo!
Non
è un caso che la cricca dirigente di Washington sia piena di petrolieri. George
W Bush, oltre ad essere il figlio del magnate petrolifero George Bush senior, è
il fondatore della compagnia petrolifera Arbusto, nonché ex azionista della
Spectrum 7 Energy, un’altra compagnia petrolifera, ed ex direttore della Harken
Oil and Gas. Il suo vicepresidente Dick Cheney è l’ex amministratore delegato
della Halliburton Industries ad è coinvolto nella Unocla, la Exxon, la Shell e
la Chevron: un vero e proprio elenco telefonico delle grandi compagnie
petrolifere. Non dimentichiamo Condoleeza Rice, ex direttrice della Chevron Oil
e della Caspian Oil. La Rice è così intimamente coinvolta nell’industria
petrolifera che hanno battezzato col suo nome una petroliera. Questi stretti
legami con le grandi compagnie petrolifere indubbiamente rivestono un ruolo
importante nei loro calcoli.
Questi
predoni imperialisti cercano solo un pretesto per attaccare. Le compagnie
petrolifere si preparano per un saccheggio dell’Iraq su vasta scala. Se sono
disposti a dare ancora tempo e a giocare con le Nazioni Unite è solo perché
necessitano ancora di un breve periodo per schierare le truppe. Naturalmente
ogni classe dominante nella storia necessita un’ideologia che giustifichi le
proprie azioni. Al termine del medioevo le azioni dei governanti privi di
scrupoli che usavano ogni metodo possibile per conquistare e mantenere il
potere - l’assassinio, l’intrigo, i complotti e le menzogne - trovarono una
valida giustificazione negli scritti di Machiavelli. Pur privi della profondità
di pensiero del grande Fiorentino, l’esercito di scribacchini, di propagandisti
e prostitute al soldo delle cricche dominanti di Washington e Londra hanno
lavorato duramente per inventare mille e un pretesti plausibili per
giustificare la crocifissione dell’Iraq.
Contraddizioni
nel campo imperialista
L’imperialismo
americano, che sta mostrando un completo disprezzo per l’opinione pubblica
mondiale, si trova isolato, con l’eccezione della Gran Bretagna, ma è
sostanzialmente indifferente. Sanno che il loro isolamento sarà temporaneo e
che i loro dubbi “alleati” possono essere piegati con una mistura di corruzione
e minacce. Alti funzionari Usa hanno detto chiaramente che la risoluzione 1441
dà a Washington le basi legali per entrare in guerra unilateralmente se il
Consiglio di sicurezza non dovesse trovare un accordo su come rispondere a
ulteriori violazioni da parte di Baghdad. L’attacco comincerà quindi prima
della fine di marzo, poiché dopo quella data il caldo intenso del deserto
causerebbe seri problemi.
In
questa avventura dell’imperialismo Usa il governo britannico si è assunto un
ruolo spregevole. Londra ha ora inviato 40mila soldati, un terzo delle sue
forze armate. Tony Blair agisce come il cagnolino ammaestrato di Washington,
pronto a saltare laddove il padrone comanda. Nessuno, a partire dallo stesso
Blair, crede alla finzione ridicola secondo la quale la Gran Bretagna sarebbe
un socio paritario dell’America. Al contrario, la subordinazione servile a
Washington è un chiaro riflesso della posizione subordinata della Gran Bretagna
negli avvenimenti mondiali. Essa è stata ridotta a un satellite virtuale
dell’imperialismo Usa, senza alcuna volontà propria.
È
chiaro che esistono profonde fratture e contraddizioni fra le diverse potenze
imperialiste. Gli Usa, la Francia e la Russia sono tutte in gara per sostenere
l proprie posizioni sulla scena mondiale e particolarmente in medio Oriente. si
stanno ancora accapigliando sulla reale portata del mandato dell’Onu per
disarmare Saddam, ma questi litigi sono in realtà irrilevanti. Il tempo dei
convenievoli diplomatici è scaduto. Le proteste di Parigi e Berlino non hanno
alcun effetto. Nelle prossime settimane lo acquieteranno sempre di più. I Russi
hanno già cambiato musica e i francesi stanno facendo lo stesso. Dopotutto, perché
correre rischi inutili?
Di
fatto non possono fare molto, a meno che non vogliano affrontare una guerra con
gli Usa. Un’azione unilaterale da parte degli Usa avrebbe messo a nudo la
completa impotenza del Consiglio di Sicurezza e smascherato il bluff di Parigi
e Mosca. Di fronte al fatto compiuto, i russi hanno già raggiungo un accordo
con Washington per sostenere l’invasione dell’Iraq in cambio dei contratti, di
denaro e di un po’ di “comprensione” per il loro piccolo problema ceceno.
I
russi, pertanto, dopo aver fatto molto rumore si preparano a un voltafaccia
quando giunga il momento della verità. Per compensarli delle loro difficoltà si
sono visti offrire sottobanco qualche piccola graziosa concessione. Il problema
con i francesi è un po’ più complicato. Vogliono incrementare il proprio ruolo
mondiale e hanno interessi in Iraq che non quadrano con i piani americani. Ma
anche ai francesi si farà comprendere che se pongono il veto sui piani di
Washington nel Consiglio di Sicurezza, gli americani e i britannici
attaccheranno ugualmente l’Iraq e i francesi verranno umiliati (il che è un
male) e lasciati senza alcun contratto petrolifero (il che è anche peggio).
Anche la Francia si prepara a cambiare musica.
Gli
europei non sono più pacifisti o moralisti degli americani, sono solo più
deboli. Il loro attaccamento alla pace e alla diplomazia dipende dalla loro
mancanza di mezzi militari per imporre la propria volontà allo stesso modo
degli americani. Gli Usa si aprono la strada nel mondo a gomitate, spazzando via
ogni opposizione e imponendo le proprie posizioni con un misto di arroganza,
minacce e corruzione. È il mondo del padrino trasferito nell’arena della
politica mondiale.
L’Onu
messa a nudo
Non
c’è peggior cieco di chi non vuol vedere. A dispetto di tutto, ci sono ancora
delle anime semplici che ancora credono a qualcosa chiamato diritto
internazionale. Queste persone benintenzionate incredibilmente vogliono ancora
appellarsi alle Nazioni Unite per prevenire la guerra.
Laddove
i riformisti di destra come Blair appoggiano apertamente l’imperialismo, i
riformisti di sinistra chiedono che qualsiasi azione di forza contro Saddam
Hussein venga sancita dalle Nazioni Unite. Non dicono “no alla guerra”, ma “no
alla guerra senza sostegno dell’Onu”. La stessa gente poco tempo fa aveva
salutato l’approvazione della risoluzione 1441 come una vittoria per la pace!
Il loro tentativo è di dichiarare che la risoluzione 1441 non parla di azioni
militari, ma solo di “ispezioni” e “disarmo”! Hanno fatto appello a Saddam affinché
cooperasse con il capo degli ispettori Onu, Hans Blix, e così via.
Tutti
coloro che nei mesi scorsi hanno fatto appello al coinvolgimento dell’Onu hanno
avuto quello che chiedevano. L’Onu ha votato la risoluzione 1441, che nella
pratica ha spianato la strada per azioni militari aggressive contro l’Iraq e
fornito agli Usa una scusa adeguata per la futura aggressione. L’inchiostro non
era ancora asciutto sul testo della risoluzione e già i gemelli terribili
cominciavano una campagna sulla falsa riga del non possiamo fidarci di
Saddam. Poche ore dopo il voto unanime, Bush già avvertiva il Consiglio di
Sicurezza di non “scivolare in dibattiti improduttivi su quali esempi specifici
di inadempienza irachena siano da considerarsi seri.”
Ci
piacerebbe sapere in quale modo tutto questo abbia reso un servizio alla causa
della pace. Immediatamente dopo aver ottenuto il riconoscimento dell’Onu a
favore di azioni più dure contro l’Iraq, George Bush ha accelerato la
pianificazione di un attacco militare massiccio contro Baghdad. Bush e Blair
hanno più volte chiarito che qualsiasi
violazione da parte irachena può condurre immediatamente a un’azione militare
senza una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza. Ben prima del voto del
Consiglio di sicurezza sul disarmo iracheno, Bush aveva approvato un piano per
rimuovere dal potere Saddam Hussein.
La
posizione in favore dell’Onu non solo era ingenua e poco lungimirante, ma è
stata attivamente dannosa. Il voto nel Consiglio di Sicurezza non è stato altro
che una cortina fumogena, dietro la quale i preparativi di guerra sono
continuati a ritmo febbrile. Mentre l’opinione pubblica mondiale veniva
distratta dalle smorfie del Consiglio di Sicurezza, Bush e i suoi alti
ufficiali avevano già approvato le linee fondamentali del piano che implicava
un attacco terrestre all’Iraq con il coinvolgimento di oltre 200mila soldati.
Molto
tempo fa, Lenin riversava il suo disprezzo su coloro i quali per “fermare le
guerre” si appellavano alla Lega delle Nazioni, che descrisse come “quel covo
di ladroni”. L’Onu non è in nulla migliore della Lega delle Nazioni. Laddove
l’Onu è intervenuta, come accadde in Corea o in Congo, ha avuto un ruolo
apertamente controrivoluzionario. Il caso iracheno non è diverso.
L’Onu non è un arbitro neutrale, ma un forum di
potenze capitaliste che a volte raggiungono un accordo su questioni secondarie,
ma che sui problemi decisivi non ha alcuna influenza. È fin troppo lampante il
contrasto tra l’inattività supina dell’Onu riguardo la Palestina e la sua
aperta difesa dell’aggressione Usa all’Iraq. L’Onu sta a braccia conserte
mentre Sharon massacra civili palestinesi disarmati e sfida sfacciatamente le
sue risoluzioni. Allo stesso tempo George W Bush, che con tanto zelo difende
l’autorità dell’Onu contro l’Iraq, non cita neppure il fatto che Israele sputa
in faccia all’Onu da decenni. Al contrario, si schiera con Sharon.
Tutto
questo mostra una volta di più la natura completamente reazionaria delle
Nazioni disunite e l’atteggiamento disperatamente utopistico di quella sinistra
e di quei pacifisti che sempre si appellano all’Onu per “difendere la pace”.
Tuttavia non è impossibile che gli Usa, con una combinazione di minacce e
corruzione, possano ottenere nel Consiglio di sicurezza una nuova risoluzione
adatta alle loro necessità.
La
lezione di tutto questo dovrebbe essere chiara anche a un cieco: come non
può esistere un arbitrato imparziale fra le classi, così non può esistere tra
le nazioni. È pertanto completamente inaccettabile per dei militanti della
sinistra avere qualsiasi illusione nell’Onu o appellarsi ad essa in qualsiasi
circostanza. Condanniamo qualsiasi tentativo di far dipendere il destino del
popolo iracheno dagli intrighi dell’Onu. È una sciocchezza che può solo servire a confondere la questione e
potenzialmente a fornire una scusa per la guerra. Siamo completamente contrari
a qualsiasi attacco all’Iraq, sia esso con o senza la benedizione del Consiglio
di sicurezza.
Democrazia
e imperialismo
La
concentrazione di ricchezza e di potere in poche mani è una conseguenza
inevitabile della fase attuale di imperialismo e capitalismo monopolistico,
nella quale un pugno di monopoli giganteschi possiede e controlla la gran
maggioranza dei mezzi di produzione.
L’insieme
del commercio mondiale è controllato da non più di 200 gigantesche
multinazionali, la maggioranza delle quali sono americane. Tutte le decisioni
importanti vengono prese nei consigli di amministrazione di questi grandi
monopoli. Piccoli gruppi di uomini e donne, non eletti da nessuno e che non devono
rendere conto a nessuno, decidono dei destini di intere nazioni. Decidono se
milioni di persone potranno lavorare o no, se mangeranno o se digiuneranno, se
vivranno o moriranno.
In
confronto a questo potere, quello dei governi eletti è davvero insignificante.
George W. Bush è presidente della nazione più potente del mondo, ma in realtà è
solo la creatura dei grandi monopoli, i cui interessi deve servire. E lo fa
volentieri - anche se non sempre con intelligenza - perché egli stesso è un
membro della classe straricca dei baroni petroliferi che costituiscono una
parte essenziale dell’oligarchia americana. Il suo ultimo pacchetto di tagli
alle tasse è stato fortemente sbilanciato a favore dei ricchi, fino al punto
che il 45% del totale delle riduzioni fiscali andrà all’1% più ricco della
popolazione.
Tutte
le chiacchiere sulla democrazia non sono che frasi vuote dietro le quali
vorrebbero nascondere il volto brutale del capitalismo monopolistico e
dell’imperialismo Usa che tenta di dominare il mondo intero e costringe tutti
gli altri paesi a sottomettersi alla sua volontà.
In
bocca a Bush e a Blair, la parola “democrazia” non è che uno pseudonimo per la
dittatura delle grandi banche e dei monopoli, “pace” sta per dominio militare
degli Usa e disarmo dei loro nemici, e l’“umanitarismo” non è che una
foglia di fico per giustificare i più brutali interventi militari.
Nell’epoca
del declino imperialista, la democrazia viene privata di qualsiasi contenuto
reale. Le decisioni veramente importanti vengono prese fuori dai parlamenti,
nei consigli d’amministrazione delle grandi compagnie. Nel parlamento
britannico il potere è passato dall’assemblea al governo e dal governo a una
cricca ristretta di funzionari non eletti e di consiglieri che circondano Tony
Blair. Allo stesso modo negli Usa il potere è in mano alla cricca di Bush. Lo
stesso vale per tutti gli altri paesi che si dichiarano democratici. L’opinione
pubblica viene trattata con disprezzo, le uniche cose che contano sono il
complesso militare-industriale e le grandi compagnie petrolifere. Ma anche
negli Usa la marea comincia a cambiare. Le manifestazioni di massa a Washington
e San Francisco, prima ancora dell’inizio delle ostilità, sono un segno di
quello che si prepara.
I
diritti democratici sono sotto attacco in ogni luogo e all’apparato statale
vengono dati nuovi e draconiani poteri repressivi. Si approvano a tambur
battente leggi antiterrorismo senza alcuna opposizione, leggi che domani
potrebbero essere usate contro il movimento operaio. Si limitano i diritti
democratici in nome della “guerra al terrorismo”, e si stanziano enormi somme
di denaro per i servizi segreti i quali l’11 settembre hanno dimostrato la loro
completa inettitudine, eppure nessuno ora mettere in discussione le loro
azioni. L’orrendo trattamento di prigionieri disarmati nella base americana di
Guantanamo mostra la crudeltà, calcolata e a sangue freddo, degli imperialisti
americani. Si torturano sistematicamente, si umiliano e si maltrattano
prigionieri disarmati che non sono mai stati sottoposti a processo. Tutto
questo viene accettato senza problemi dalla nostra “libera stampa”, poiché i
prigionieri sono considerati terroristi.
Dobbiamo
lottare contro ogni tentativo di limitare i diritti democratici, in particolare
il diritto di sciopero, di protestare e manifestare: diritti per i quali il
movimento operaio ha lottato contro la resistenza feroce dei capitalisti che
oggi si atteggiano disinvoltamente a “veri democratici”. In realtà, l’élite
privilegiata è sempre stata nemica della democrazia e l’ha tollerata solo in
forma ristretta e mutilata nella misura in cui vi era costretta dalla pressione
delle masse. Il movimento operaio non deve accettare alcuna restrizione dei
diritti democratici in nome della cosiddetta guerra al terrorismo, quale che ne
sia il pretesto. È nel nostro interesse che vi sia la massima estensione dei
diritti democratici, poiché questo dà alla classe operaia le condizioni più
favorevoli per lottare per la trasformazione della società. Tuttavia,
comprendiamo che nessuno di questi diritti è al sicuro fintanto che le banche,
la terra, le grandi compagnie rimangono monopolio privato di una potente
oligarchia di ricchi.
Propaganda
e diplomazia
Prima
dello scoppio di qualsiasi guerra c’è sempre una valanga di propaganda volta a
confondere l’opinione pubblica, a giustificare l’aggressione e a demonizzare
l’avversario rigettando le colpe sull’altra parte. È necessario seguire i
meandri della diplomazia internazionale e scoprire le manovre e gli interessi
che si nascondono dietro le frasi altisonanti.
Forse
mai nella storia c’è stato un tale livello di manipolazione delle notizie come
nel momento attuale. Mai l’idea della libertà di stampa è apparsa priva di
contenuto come oggi. I mass media vengono mobilitati in appoggio alla guerra.
Negli Usa la stampa eè stata in generale supina e manipolata dal formidabile
apparato comunicativo della Casa Bianca. Appena i cannoni cominceranno a
tuonare, anche le voci dubbiose verranno messe a tacere.
Nell’età
dell’imperialismo è futile aspettarsi che la stampa e il resto dei mass media
possano conservare la propria indipendenza. In una situazione nella quale tutti
i principali giornali sono in mano a un pugno di magnati dei media, l’idea
della libertà degli editori suscita solo un sorriso cinico. Quei giornali che
propongono una semiopposizione su questioni secondarie lo fanno solo per
garantire che al momento della verità si schiereranno fermamente dalla parte
del capitalismo e dell’imperialismo sulle questioni realmente decisive.
I
lavoratori più coscienti hanno il dovere di interessarsi e conoscere le svolte
e le giravolte della diplomazia, di cercare di vedere i veri interessi di
classe difesi dai loro governi. In ogni momento dobbiamo ricordarci che il
principale avversario è la nostra stessa classe dominante, e che in nessuna
circostanza possiamo confidare che la borghesia sostenga la causa della pace,
della libertà e della democrazia in qualsiasi parte del mondo.
Se
accettiamo la direzione della borghesia nelle questioni internazionali, inevitabilmente
finiremo con l’accettare la dittatura del capitale nelle questioni interne. La
politica estera non è che la continuazione della politica interna. La guerra è
la continuazione della politica con altri mezzi. Non possiamo pertanto avere
una politica per i periodi di pace e un’altra, completamente differente, per i
tempi di guerra. Tanto in guerra come in pace ci opporremo implacabilmente ai
padroni e al loro stato e lotteremo per difendere gli interessi e
l’indipendenza della classe lavoratrice e delle sue organizzazioni.
I
riformisti tenteranno di convincerci del fatto che è necessario interrompere la
lotta di classe durante la guerra, “per il bene della nazione” e per “sostenere
i nostri soldati”. Questo non è che un cinico trucco. Ovunque i governo stanno
tagliano la spesa sociale con l’argomento che “non ci sono i soldi” per pagare
infermiere, insegnanti o pompieri, né per costruire scuole, case e ospedali o
per pagare le pensioni. Eppure ci sono montagne di denaro per costruire
bombardieri e missili e per invadere l’Afganistan o l’Iraq, Così come non
mancano mai i soldi per pagare cifre scandalose ai parassiti delle grandi
aziende o agli azionisti delle società che vanno in bancarotta.
La
collaborazione di classe è inaccettabile tanto in tempo di pace che di guerra. Ai lavoratori diremo la verità:
questa è una guerra che va solo nell’interesse dei padroni del petrolio, del
complesso militare-industriale e dell’imperialismo Usa. È una guerra contro gli
interessi della classe lavoratrice e dei popoli del mondo.
Per
quanto riguarda i soldati, ad essi si chiede vergognosamente di versare il loro
sangue per i profitti delle multinazionali del petrolio e dei fabbricanti di
armi. Gli interessi dei soldati possono essere difesi solo attraverso una lotta
implacabile contro l’imperialismo e il militarismo. Questa è oggi la priorità
del movimento operaio.
Solo
i lavoratori di tutti i paesi non hanno alcun interesse nelle guerre e
nell’oppressione di un popolo da parte di un altro. Il capitalismo
inevitabilmente produce l’imperialismo e la lotta per i mercati esteri, le
materie prime, i territori e le sfere d’influenza. Il capitalismo significa
guerra. La lotta contro la guerra è pertanto inseparabile dalla lotta contro il
capitalismo, per la trasformazione socialista della società.
Il
capitalismo significa guerra
Affrontare
la guerra da un punto di vista puramente sentimentale o pacifista è un
esercizio sterile. Sarebbe come un dottore il quale invece di fornire una
diagnosi accurata e una cura adeguata si limitasse a spargere lacrime sui
sintomi del paziente. Il paziente potrà anche esser grato per questa
manifestazione di simpatia, ma difficilmente ne trarrà qualche beneficio.
Per
condurre una lotta efficace contro la guerra è innanzitutto necessario comprenderne
le cause, e questo è possibile solo se si afferrano gli interessi di classe che
stanno dietro le guerre. Lenin spiegò molti tempo fa che il capitalismo
significa guerra. Nell'attuale epoca di declino capitalista queste parole sono
ancora più vere di quando vennero scritte. La crisi globale del capitalismo si
esprime in una instabilità generale: economica, politica e militare.
Le
guerre non possono essere impedite né dall'Onu, né dagli appelli pacifisti alla
pace. La guerra può essere impedita solo dall'azione di massa e dalla lotta
rivoluzionaria contro l'imperialismo e il capitalismo. Nonostante tutti i piani
lungamente studiati dal Pentagono, questo conflitto può ancora produrre molte
sorprese. Gli strateghi Usa vogliono che questa guerra finisca rapidamente.
Contano sulla rapida conquista di territorio, che possa essere usato come base
per permettere una penetrazione più profonda nel paese.
Il
motivo di questo approccio è evidente. Gli Usa sono sottoposti alla pressione
dei paesi vicini, compresa l'Arabia Saudita, affinché la finiscano alla svelta
e col minimo di vittime civile. L'accumularsi delle truppe Usa nella regione
causa un profondo allarme nei regimi arabi filoccidentali, i quali temono la
reazione delle masse.
La
Casa bianca e i funzionari del Dipartimento di Stato stanno discutendo quello
che un alto funzionario ha definito una "transizione impercettibile"
dall'attacco a una semplice occupazione militare di parti del paese. Sembrano
molto fiduciosi, probabilmente troppo. Ma l'equazione sanguinosa della guerra è
piena di elementi imponderabili e nessuno può prevederne il risultato con
certezza. Molto tempo fa Napoleone spiegò che la guerra è la più complicata
delle equazioni.
È
impossibile giudicare a priori il morale dell'esercito e delle masse irachene e
non è chiaro fino a che punto il popolo iracheno sia disposto a combattere per
il regime attuale. Tuttavia, gli iracheni combatteranno una guerra difensiva,
non in Kuwait ma nel loro paese. Esiste un odio per l'imperialismo Usa che può
esprimersi in uno spirito combattivo che potrebbe dare delle sorprese sgradite
agli invasori.
Occupare
un paese come l'Iraq non sarà cosa semplice e i membri più lucidi dello Stato
maggiore americano lo capiscono. Pare che la Cia abbia grosse riserve
sull'intera faccenda. Se nel 1991 gli americani non sfruttarono a fondo il loro
vantaggio entrando a Baghdad non fu certo per motivi sentimentali, ma per
timore delle conseguenze. 12 anni fa Dick Cheney sostenne che sarebbe stato pericoloso
invadere l'Iraq, e può avere ragioni fondate. Infatti se è vero che nella
guerra del 1991 l'esercito iracheno crollò molto rapidamente, questa volta lo
scenario è diverso.
Alcuni
generali Usa hanno già avvertito che se si arriverà a combattere nelle strade
di Baghdad, le perdite americane potrebbero essere alte. Gli iracheni
combatteranno una battaglia difensiva sul proprio territorio. Nel caso di
Saddam Hussein e la sua cricca, si tratterà di una lotta per la sopravvivenza.
E anche se gli iracheni non possiedono le quantità di armi di distruzione di
massa che Bush attribuisce loro, è ben possibile che siano ancora abbastanza
armati da causare danni seri.
Questo
non significa che gli Usa saranno sconfitti in Iraq. La superiorità colossale
del loro volume di fuoco dovrebbe essere sufficiente a garantire la vittoria,
anche se non è chiaro a quale prezzo. Li attende ogni genere di sgradevoli
sorprese. Questo è stato dimostrato in modo davvero peculiare lo scorso luglio
durante la grande simulazione bellica nota come Millennium Challenge, il più
grande wargame della storia, costato la sciocchezza di 250 milioni di
dollari. In queste simulazioni, basate sullo scenario di guerra in Iraq, la
forza combinata delle forze armate Usa veniva
contrapposta a un uomo: Paul Van Riper, generale dei marines in
pensione. Risultato: l'esercito Usa veniva pesantemente sconfitto con 15 navi
“affondate” e mille soldati “uccisi” prima che la simulazione venisse sospesa
in fretta e furia.
Il
problema del morale non riguarda solo uno schieramento. Bisogna anche
considerare la questione del morale delle truppe americane e britanniche. La
guerra è impopolare, e persino alcuni ufficiali esprimono apertamente i propri
dubbi al riguardo. Recentemente è stato segnalato come il 65 per cento dei
piloti da combattimento britannici sia contrario alla guerra. Se la perdita di
vite umane fosse maggiore del previsto (e questo non si può escludere) avrà un
serio effetto sul morale delle truppe Usa e, ancora più importante, negli
stessi Stati Uniti. La scommessa di Bush è rischiosa e può ancora tramutarsi in
un serio errore di calcolo.
Anche
nel caso di una vittoria Usa i problemi non sarebbero che all'inizio. Le guerre
spesso sono state in passato le levatrici della rivoluzione, e lo saranno anche
in futuro. Il mostruoso atto di aggressione perpetrato dall'imperialismo Usa
avrà indubbiamente serie conseguenze non previste da chi lo ha perpetrato.
Quale che sia il risultato immediato del conflitto (che è anche imprevedibile),
ne seguirà il caos.
L'invasione
dell'Iraq avrà conseguenze di ampia portata nell'intero Medio oriente. I regimi
arabi filoccidentali come l'Egitto, la Giordania e l'Arabia Saudita sono
terrorizzati all’idea che la guerra con l'Iraq dia fuoco alle micce e porti le
masse nelle strade di Amman e del Cairo causando il rovesciamento di questi
regimi marci e corrotti. La loro speranza, pertanto, è di evitare la guerra. Ma
è una speranza vana.
I
lavoratori e i giovani dei paesi arabi si stanno già mobilitando contro
l'imperialismo. Tuttavia, questo non è sufficiente. Negli ultimi 50 anni
l'enorme potenzialità del Medio oriente e del Nordafrica è stato sprecato da
regimi borghesi corrotti che in realtà sono solo i galoppini locali
dell'imperialismo. Tutti i sacrifici colossali fatti in passato dalle masse
nella lotta per la liberazione nazionale non hanno portato a nulla. Il mondo
arabo è oggi più dipendente dall'imperialismo di quanto non lo sia mai stato in
passato. È ora di cambiare strada! La rivoluzione antimperialista può vincere solo
trasformandosi in una lotta anticapitalista degli operai e dei contadini per
rovesciare i monarchi, i latifondisti e i capitalisti arabi.
L'enorme
potenziale economico e petrolifero di questa vasta area può esprimersi al suo
massimo solo in una federazione socialista dei paesi del Medio oriente e del
Nordafrica. La balcanizzazione del mondo arabo lo rende indifeso di fronte
all'imperialismo. La rivoluzione socialista spazzerà via le barriere
artificiali che separano milioni di persone con un linguaggio, una storia e una
cultura comuni e creerà le condizioni per un'economia e una cultura fiorenti.
Solo una federazione socialista può risolvere i problemi che stanno di fronte
ai palestinesi, agli ebrei, ai kurdi, ai copti, ai drusi, agli armeni, ai
berberi e a tutti gli altri popoli di questa terra. Il capitalismo ha fallito
di fronte a tutti i popoli del Medio oriente. Solo il socialismo può offrire
una via d'uscita.
"Cannoni
invece di burro!"
Man
mano che lo scivolamento verso la guerra assume un carattere irresistibile, le
borse mondiali registrano forti cali. I prezzi del petrolio stanno salendo e
saliranno ancora di più. Gli investitori sono nervosi. La disoccupazione
crescerà ulteriormente. I sogni di una rapida ripresa dell'economia mondiale
sono rimandati a data da destinarsi. La crisi economica significa minori
entrate fiscali e crescita dei deficit di bilancio. Le grandi spese belliche
dovranno pertanto essere finanziate con una nuova serie di tagli alla spesa
pubblica, che graveranno sui lavoratori e sulle classi medie.
Alle
proteste della popolazione, i governi imperialisti hanno già la risposta
pronta: “Sono tempi duri e difficili. Dobbiamo pertanto essere tutti pronti a
fare sacrifici per l'interesse nazionale”, cioè l’interesse delle banche e delle
grandi imprese che possiedono e controllano ogni paese. Ci verranno a spiegare
che la ricchezza del paese non è illimitata e che si devono fare scelte
dolorose alle quali non possiamo sottrarci. Tuttavia i profitti dei ricchi sono
sacri, e non saranno toccati! Le “scelte dolorose” colpiranno solo i settori
più poveri della società.
In
altre parole questo significa “cannoni invece di burro”. Con la comoda scusa
della minaccia terrorista, tutti sono impegnati in un programma mostruoso e
colossale di riarmo. Le somme impegnate in questo gioco mortale sono davvero
sconvolgenti e dimostrano che è completamente falso l’argomento secondo il
quale “non ci sono soldi” per le necessità della gente.
La
destra ci accusa di volere una nazione indifesa. Questo è assolutamente falso.
Noi non siamo pacifisti e accettiamo il fatto che un esercito sia necessario.
Ma il genere di esercito necessario per difendere i nostri interessi non deve
essere il gigantesco mostro che nella gran parte delle nazioni moderne è
l’esercito permanente.
L’attuale
livello di armamenti non è legato alla “difesa della nazione”, il suo scopo è
il saccheggio e il prestigio imperialista, oltre ad essere un mezzo per
gonfiare i profitti dei grandi produttori di armi. Esso genera una burocrazia
parassitaria e arrogante che in tutti i paesi ormai assorbe una parte enorme e
crescente della ricchezza creata dalla classe lavoratrice. L’ammontare di
denaro sperperato in armi è davvero stupefacente.
Nel
1991 la guerra del Golfo costò alla sola Gran Bretagna tra 2,5 e 3 miliardi di
sterline ai prezzi attuali. Allora la Gran Bretagna riuscì a passare gran parte
del conto ai propri alleati. Oggi Gordon Brown, Cancelliere dello scacchiere
(ministro del tesoro - NdT) ha messo da parte un miliardo di sterline per coprire
le spese della guerra che si prepara. Ma gli esperti calcolano che in caso di
un conflitto prolungato la cifra potrebbe salire fino a 5 miliardi di sterline.
Per avere un’idea delle loro priorità si pensi che con questa cifra si potrebbe
ottenere un aumento, disperatamente necessario, del 7% della spesa sanitaria.
Dalla
fine della seconda guerra mondiale, gli Usa hanno speso in armi la sbalorditiva
cifra di 19mila miliardi di dollari. Se si spendessero 26 milioni di dollari al
giorno per i prossimi duemila anni, questo ancora non raggiungerebbe la cifra
spesa dagli Usa dal 1945 ad oggi. Le cifre spese in questo modo dall’America
sarebbero sufficienti per trasformare il livello di vita dei popoli del mondo
intero. Questo dettaglio è già sufficiente a mostrare la natura reazionaria e
marcia le capitalismo nel suo periodo di decadenza senile.
Lo
scopo principale dei militaristi non è la difesa della nazione, ma la creazione
di una macchina statale oppressiva e mostruosa per condurre guerre contro i
propri rivali capitalisti. Questo è parte integrante del sistema capitalista,
ed è precisamente una delle sue principali “spese generali”. Ai lavoratori e
alle classi medie si chiederà di pagare senza fiatare per questa macchina vasta
e rigonfia, e per i giochini dei generali. Ma proprio questa macchina militare
così ampia e costosa si è dimostrata singolarmente inefficace l’11 settembre e
da quel momento in poi è stata impegnata in attività che, lungi dal ridurre il
rischio di nuovi attentati terroristici, li ha enormemente aumentati.
L’argomento
della “guerra al terrorismo” si risponde da solo. A cosa è servito un enorme
esercito dotato di missili nucleari o di portaerei contro una piccola banda di
fanatici armati di coltelli e taglierini? A nulla.
Allo
stesso modo l’aggressione non provocata contro l’Iraq non ha nulla a che vedere
con la “guerra al terrorismo”, ma ha molto a che vedere con le ambizioni degli
Usa di completare la propria dominazione globale e il monopolio delle ricchezze
petrolifere del Medio oriente. Il nostro atteggiamento verso questa guerra è
evidente: opposizione aperta e attiva.
Non
un centesimo, non un soldato, non un proiettile per la guerra imperialista nel
Golfo! No allo spreco delle spese militari. Rivendichiamo invece: un programma
su vasta scala di lavori di pubblica utilità. Più spese per case, scuole,
ospedali e pensioni!
Per
l’immediata nazionalizzazione dell’industria militare e l’esproprio dei
profitti dei fabbricanti di armi!
Per
un’economia nazionalizzata e pianificata sotto il controllo e la gestione della
classe lavoratrice.
Contro
l’imperialismo, il militarismo e il capitalismo!
Una
cosa è certa: nessuno ha interesse in questa guerra, eccetto gli imperialisti e
le grandi compagnie petrolifere che stanno dietro la cricca della Casa Bianca.
Persino negli Usa le cose non saranno così semplici come Bush immagina. Se
l’esercito Usa comincia a subire perdite serie, quanto vi può essere di
ambiente favorevole alla guerra evaporerà rapidamente. Gli attuali successi
elettorali si tramuteranno nel loro contrario. Non c’è oggi un grande
entusiasmo negli Usa verso questa guerra, ma piuttosto uno stato di
acquiescenza riluttante. Questa è la situazione prima ancora che venga sparato
un solo colpo. Con lo sviluppo degli avvenimenti, l’opposizione crescerà.
In
altri paesi l’ambiente è di aperta opposizione. In Gran Bretagna c’ è
pochissimo appoggio per la guerra, ad eccezione della piccola cricca attorno a
Blair, che ha perso completamente il contatto con l’ambiente del paese. Nella
maggior parte dei paesi europei c’è un’ostilità aperta che nei prossimi mesi
può svilupparsi in un serio movimento antiguerra.
Ogni
militante della sinistra ogni lavoratore o militante sindacale che abbia una
coscienza di classe, ogni giovane che voglia lottare per un mondo migliore deve
unirsi nella lotta più attiva e combattiva contro questa ingiusta guerra
imperialista. È necessario creare il movimento di massa più ampio possibile
contro l’imperialismo e il militarismo. È necessario opporsi con tutti i mezzi
all’aggressione mostruosa contro il popolo iracheno.
Una
priorità chiave è la formazione di comitati di azione contro la guerra
in ogni città e paese, che coinvolgano militanti sindacali, socialisti, comunisti,
attivisti dei movimenti giovanili, studenti, immigrati e ogni persona che
voglia lottare coerentemente e attivamente.
Uniamoci
in una campagna massiccia di agitazione contro la guerra, con manifestazioni,
presidi, volantinaggi e assemblee di massa in ogni luogo di lavoro, scuola e
università. Facciamo sentire la voce popolare!
Dobbiamo
denunciare ogni tentativo dell’imperialismo di utilizzare le infrastrutture dei
diversi paesi per i loro piani aggressivi. La campagna in corso in Belgio per
smascherare l’uso dei porti per le navi da guerra è un buon esempio di quanto
si può fare. Dobbiamo seguirlo anche negli altri paesi. L’iniziativa del
Sindicato de Estudiantes spagnolo di fare appello a una lotta unita degli
studenti di tutti i paesi contro la guerra deve essere sostenuta e
pubblicizzata ovunque.
Soprattutto
dobbiamo sforzarci di coinvolgere il movimento operaio. Dobbiamo proporre
risoluzioni in ogni assemblea sindacale e di delegati che chieda ai sindacati
di opporsi alla guerra. Se esistono le condizioni, dobbiamo porre la questione
di organizzare scioperi contro la guerra. Queste questioni dovrebbero essere
poste all’ordine del giorno e discusse nei luoghi di lavoro.
Se
viene data una direzione decisa e le questioni vengono spiegate con chiarezza,
i lavoratori risponderanno positivamente. Abbiamo già visto la coraggiosa presa
di posizione di due macchinisti britannici che hanno rifiutato di guidare un
treno carico di materiale bellico. Questo è un sintomo importante dell’ambiente
che si sta sviluppando nella classe operaia.
In
Gran Bretagna, dove l’opinione pubblica è a schiacciante maggioranza contro la
guerra e la politica guerrafondaia del cagnolino di Bush, Blair, è
particolarmente importante aprire una campagna nel movimento operaio. La
pessima condotta di Blair e della sua cricca di destra ha fatto infuriare il
movimento operaio e laburista. Già prima ancora che sia stato sparato un colpo
49 deputati laburisti hanno votato contro il governo.
Dobbiamo
quindi lottare contro la guerra, ma dobbiamo farlo con i metodi, la tattica e
la politica corretta: le tattiche del movimento operaio, la politica del
socialismo e dell’internazionalismo che lega la lotta contro l’imperialismo
mondiale alla prospettiva della trasformazione socialista della società, nel
proprio paese e nel mondo.
Opponiamoci
a questa guerra criminale!
Abbasso
l’imperialismo e il capitalismo!
No
alla guerra, ma guerra di classe!
Alan Woods e Ted Grant
Londra,
6 febbraio 2003
Questo
manifesto è stato firmato anche da:
Riviste
e siti
Socialist
Appeal (Gran Bretagna)
El
Militante (Spagna)
The Struggle (Pakistan)
Asian
Marxis Review
Sosialistiki
Ekfrasi (Grecia)
Der
Funke (Austria)
Ezker
Marxista (Paese Basco, Spagna)
Marxist
Tutun (Turchia)
FalceMartello
(Italia)
Socialist Appeal (Usa)
Socjalizm.org
(Polonia)
Socialistisk
Standpunkt (Danimarca)
La
Riposte (Francia)
Socialisten
(Svezia)
Militante
(Messico)
Vonk
(Belgio)
www.1917.com
(Russia)
Pubunjeni
UM (Jugoslavia)
Fondazione
di studi socialisti Federico Engels (Spagna)
Pakistan
Manzoor
Ahmed, deputato collegio Kasur II
Gran
Bretagna
Nigel
Pearce, vice presidente del sindacato minatori (NUM)
Des
Heemskerk, responsabile comunicazione AMICUS/AEEU (sindacato metalmeccanici), a
titolo personale
Spagna
Miriam
Municio, segretaria del Sindicato de Estudiantes
Austria
Eva
Nesensohn, segretaria giovani socialisti di Vorarlberg, direzione nazionale dei
giovani socialisti
Ina
Ratzenböck, direzione nazionale gioventù socialsita
Grecia
Stelios
Dafnis, direttivo della federazione dei sindacati di Atene
Tsitonis
Takis, esecutivo del sindacato lavoratori settore archeologico
Italia
Claudio
Bellotti (Direzione nazionale del Prc)
Alessandro
Giardiello (Comitato politico nazionale del Prc)
Dario
Salvetti, Elisabetta Rossi, Jacopo Renda (Coordinamento nazionale Giovani
comunisti)
Paolo
Brini (Direttivo regionale Fiom-Cgil Emilia Romagna)