Difendiamo l'autodeterminazione della donna,
lottiamo per la difesa della 194 e dei consultori pubblici!

È dall'inizio della legislatura che diversi esponenti della maggioranza del governo parlano di "migliorare" la 194, ma sempre con una ambiguità di fondo che serve solo ad inasprire posizioni e acuire conflitti. Intanto consultori, medici, donne, adolescenti sono tutti scontenti per servizi insufficienti, strutture inadeguate, personale carente, scarsezza di fondi e assenza di politiche a sostegno della maternità.

Cosa ci viene proposto per "migliorare" la 194?

La riforma dei consultori, voluta da Storace e in particolare da Olimpia Tarzia (consigliera regionale Udc Lazio) invece di intervenire per risolvere le storiche carenze dell'unico presidio socio-sanitario pubblico e gratuito esistente, si propone di smantellare di colpo l'impianto generale dei consultori (che hanno come obiettivo primario l'informazione sulla sessualità e salute della donna e sono l'unico luogo che prevede partecipazione, consultazione e promuove una procreazione libera e consapevole nel "rispetto delle convinzioni etiche di ognuno"- legge 405/1975) dando a tali strutture come finalità "l'educazione al rispetto della vita umana fin dal concepimento".

Tradotto in altri termini vuol dire che se prima era possibile nel consultorio chiedere informazione, assistenza e prestazioni sanitarie senza giustificazioni o dichiarazioni di fede con questa legge tutto cambierà… ma in peggio! Il consultorio non sarà più il luogo dove la donna sceglierà i tempi della propria maternità (ammesso che la desideri), ma il luogo dove si cercherà di condizionare le sue scelte, inoltre sarà sempre più complicato ricevere informazioni su anticoncezionali, poter accedere ad interruzione volontaria di gravidanza, quest'ultima garantita dalla 194 e come già si accennava attaccata apertamente dal governo di centro-destra. Strumento di questa "riforma" sarebbe l'introduzione nei consultori di associazioni di volontariato aventi le stesse finalità della legge. Il cosiddetto "Movimento per la vita"… di cui la Tarzia è segretaria nazionale! Tali associazioni potranno partecipare alla gestione e organizzazione del consultorio, organizzando corsi di formazione per le operatrici e affiancando o addirittura sostituendo il personale specializzato, dequalificando in questo modo le prestazioni socio-sanitarie fornite (già scarse a causa della carenza di fondi). Da parte sua, la chiesa è scesa pesantemente in campo, sostenendo che "la presenza dei volontari cattolici nei consultori pubblici è preziosa e necessaria e che deve porsi come scopo quello di difendere la vita umana". Né, purtroppo, viene una risposta adeguata dalla sinistra riformista, troppo impegnata a blandire la gerarchia ecclesiastica e gli alleati cattolici nell'Unione. Le proposte avanzate ad esempio da Livia Turco (Ds) di sostenere le donne con un assegno (peraltro misero) per un anno se decidono di rinunciare ad abortire, si inseriscono pienamente nella logica della destra e della Chiesa.

In realtà la 194 pone a carico dei consultori compiti informativi sui diritti spettanti alla donna in gravidanza e compiti di supporto. E considera inoltre la possibilità per i consultori di avvalersi della collaborazione di associazioni di volontariato solo per l'aiuto alla maternità difficile "dopo la nascita", senza allusioni a forzature psicologiche sulla donna nel momento in cui sta decidendo di ricorrere all'interruzione volontaria di gravidanza… Le utenti dei consultori sono, per legge, soggetti liberi e responsabili! La legge tutela anche medici e personale non medico dando loro l'opportunità di considerarsi obiettori di coscienza e quindi liberi di scegliere, ad esempio, se prescrivere o no la pillola del giorno dopo o se procedere con l'interruzione di gravidanza o meno. Questo, a nostro parere è uno degli aspetti della legge che è necessario modificare; un medico, in quanto tale, è tenuto, non essendo suo il corpo della donna che ha come paziente in quel momento, a prescrivere o a portare avanti un'interruzione di gravidanza se è ciò che la donna o i coniugi vogliono. Ancora oggi la percentuale di obiettori è troppo alta: 57,8% di ginecologi, 45,7% di anestesisti e 38,1% di personale non medico. A tutto ciò si aggiunge che solo tra il 25 e 33% dei consultori rilasciano certificati per interruzioni di gravidanza.

Lottiamo per applicare a pieno la 194, per superarne i limiti (l'obiezione è uno d questi, quando di fatto spesso costituisce uno strumento per impedire l'applicazione del diritto all'aborto nelle strutture pubbliche) investire di più in strutture pubbliche, per una seria educazione sessuale nelle scuole, per rafforzare la rete di consultori già presenti sul nostro territorio e crearne di nuovi laddove mancano, al sud in particolare. Rivendichiamo che gli anticoncezionali in generale e la pillola del giorno dopo, in particolare, possano essere acquistati in farmacia senza prescrizione medica, prassi già approvata in molti paesi europei e non solo (Danimarca, Finlandia, Israele, Norvegia, G. Bretagna, Francia, Portogallo, Marocco, Sudafrica, Albania e Canada). Rivendichiamo anche che cominci al più presto e in tutti gli ospedali presenti sul territorio la sperimentazione della pillola abortiva RU 486, sino ad oggi avviata solo a Torino (ospedale S. Anna) e in quattro ospedali di Milano. Si tratta infatti di un metodo abortivo meno invasivo e cruento di quello chirurgico, già in uso nei paesi europei da una ventina d'anni.

Dal 1996 ad oggi abbiamo assistito ad uno sfacelo di tutte le strutture pubbliche territoriali a livello nazionale: dai poliambulatori, ai consultori pediatrici a quelli familiari. Molti di questi hanno visto la pesante riduzione dell'orario di apertura, altri hanno chiuso e altri ancora non hanno il personale sanitario che li gestisce. In Lombardia nel 2000 si contavano 187 consultori pubblici e 35 privati; negli ultimi cinque anni il personale amministrativo è stato ridotto del 46%, gli infermieri del 33% e gli assistenti sociali del 17%. A tutto questo si aggiunge una diminuzione dello stipendio del 33%. Nel Lazio oggi si contano 156 consultori di cui 51 a Roma e secondo la legge 405/ 75 ne mancherebbero 100. In cinque anni è stato aperto un solo consultorio e ne sono stati chiusi tre. Secondo la legge del '76 sul territorio nazionale dovrebbe esserci un consultorio ogni 20mila abitanti e invece mancano 900 strutture. Questa situazione va ad aggravarsi soprattutto al mezzogiorno dove la mancanza di lavoro, la grave carenza di servizi (nidi e consultori), la scarsa conoscenza ed applicazione della normativa di tutela delle lavoratrici madri rendono ancora più problematica la maternità e tutte le scelte di ogni donna in questo ambito. In Campania solo il 3,7% si è rivolto al consultorio in caso di gravidanza e il 25% delle donne intervistate riferisce di essere state obbligate ad andare da un ginecologo privato per mancanza di strutture pubbliche. Questi dati si vanno ad aggiungere a quelli relativi alle condizioni lavorative e sociali della donna nelle regioni meridionali. L'occupazione femminile al sud è del 27,1% mentre al nord è del 51,5%, ma al sud dopo la nascita del primo figlio il 20% delle donne abbandona il lavoro. Quest'ultimo dato è dovuto soprattutto alla mancanza di strutture che permettano alla donna di continuare la propria vita nella società dopo la maternità; basti pensare che solo il 6% dei bambini sotto i due anni trova un posto negli asili nido. Tutti questi attacchi coinvolgono maggiormente le donne lavoratrici le quali, con la precarizzazione dei contratti di lavoro e con l'introduzione di lavori atipici sono quelle a subire di più i soprusi dei padroni sui posti di lavoro; una donna su dieci viene licenziata o costretta a dimettersi quando nasce un figlio. Anche a livello retributivo c'è un grande divario tra i lavoratori e le lavoratrici. Nel 2002 la retribuzione media è stata di 12.000 euro all'anno per gli operai contro 8.676 euro delle operaie. Il divario tende però a ridursi tra le lavoratrici di alto livello che rispetto agli uomini guadagnano solo il 18% in meno. Non solo questo ma anche altri fattori dimostrano che l'oppressione femminile è tanto maggiore quanto più si scende nella scala sociale. La borghesia parla tanto di uguaglianza tra i sessi ma in realtà sono soprattutto le donne proletarie ad aver visto in questi anni un arretramento delle loro condizioni con lo smantellamento dello stato sociale a differenza delle donne dei ceti medi che in molti casi si sono fatte strada nei posti che contano. Tutte queste lavoratrici hanno pagato più delle altre gli aborti illegali fatti perché non avevano i soldi per andare all'estero o per pagare medici compiacenti.

Governo e padroni vogliono le donne sempre più sottomesse: senza diritti sul lavoro, finché servono, o chiuse a casa e relegate nei compiti di cura per supplire alla distruzione dello stato sociale. Per tutto questo oggi più che mai è importante difendere la 194 e partecipare uniti lavoratori e lavoratrici alla manifestazione del 14 gennaio a Milano. La lotta per la difesa della 194 deve diventare la lotta di tutto il movimento operaio, legarsi alla lotta contro la precarizzazione, per salari e pensioni decenti, contro le privatizzazioni dei servizi pubblici, per un vero stato sociale che permetta alle donne di vivere una vita degna, libera e autonoma.

13/01/2006

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