Un inferno creato dal capitalismo

 

Guerra civile ad Haiti: no all’intervento imperialista

 

di Roberto Sarti

 

 

Haiti é sconvolta da una guerra civile sanguinosa. Duecento anni fa fu il primo paese dell’America Latina a guadagnarsi l’indipendenza e ad abolire la schiavitù. Allora la vecchia Saint Domingue era uno dei paesi più prosperi del mondo, il primo produttore mondiale di zucchero del pianeta. Fu anche il primo, e l’unico, luogo dove gli schiavi neri hanno sconfitto i latifondisti bianchi, guidati dai Giacobini Neri di Toussant l’Overture.

La rivoluzione del 1804 fu poi repressa nel sangue. Haiti da colonia dell’imperialismo francese diventa una dependance di quello Usa. I risultati sono sotto gli occhi di tutti; Haiti è oggi uno dei paesi più poveri del mondo.Il Prodotto interno lordo procapite annuo è di 469 dollari al mese: la maggioranza degli haitiani vive con meno di un dollaro al giorno mentre il tasso di disoccupazione ufficiale è del 55%. La mortalità infantile prima dei sei anni di età arriva al 520 per mille!

 

L’eredità dell’imperialismo

 

Un vero e proprio inferno a poche decine di chilometri dalle coste degli Stati Uniti. Washington è intervenuta più volte per aiutare “lo sviluppo e la democrazia” nella metà occidentale dell’isola di Santo Domingo. Risale al 1915 la prima invasione che durò ben 19 anni.

Gli Usa insieme alle grandi potenze occidentali non hanno esitato, sempre nell’interesse “dell’ordine e del progresso”, a sostenere a suo tempo Papa Doc, vero nome Francois Duvalier, e poi suo figlio, Baby Doc, due fra i dittatori più sanguinari del secolo scorso. Per trent’anni dal 1957 al 1986 i Duvalier hanno spadroneggiato, scalzati dal potere solo da una rivolta popolare. È questo processo che ha portato infine al governo Jean Bertrand Aristide, l’attuale Presidente. Il programma con cui vince le elezioni nel 1990 prevedeva importanti riforme sociali e, con i suoi discorsi contro la corruzione e il saccheggio della nazione, Aristide era immensamente popolare fra le masse. Dopo pochi mesi un colpo di stato militare pone fine al primo governo dell’ex-sacerdote.

Quello degli anni ottanta e novanta era tuttavia il periodo in cui i governi degli Stati uniti preferivano fragili governi “democratici” nei paesi dell’America Latina per difendere i propri interessi. I regimi dittatoriali sono in genere l’ultima alternativa a cui la borghesia si rivolge. Sono regimi costosi, per l’apparato poliziesco e militare necessario a mantenerli in vita. Inoltre diversi di questi burattini di Washington, come Saddam in Iraq o Noriega a Panama, si stavano rendendo troppo indipendenti e sempre meno facili da controllare.

Così anche ad Haiti gli Usa lanciano l’operazione “ripristino democrazia” e riportano Aristide al potere nel 1994, con un intervento militare, dettando però precise condizioni. Deve accettare il programma e le condizioni del FMI e della Banca Mondiale. Dettami che Aristide applica diligentemente. Dal 1996 per i seguenti quattro anni Aristide rimane all’opposizione per poi ripresentarsi con un programma radicale che prometteva la riforma agraria investimenti pubblici e una massiccia campagna di alfabetizzazione. Su questa base il movimento Fanmi Lavalas (Famiglia Valanga) vince a man basse le elezioni, pur con alcune accuse di brogli. Questi  bruschi cambiamenti di linea politica si possono spiegare solo comprendendo che Aristide non è da considerarsi un altro docile cagnolino addestrato a Washington. Pur essendo un riformista corrotto è stato portato al potere da un movimento di massa, quello che rovesciò la dittatura dei Duvalier. Ciò da un lato fornisce all’ex sacerdote un margine di manovra che utilizza per smarcarsi, quando lo ritiene necessario, dall’imperialismo. Dall’altro ha attirato le antipatie degli Stati Uniti che dal 2000 hanno bloccato tutti gli aiuti ad Haiti.

 

Chi sono i ribelli?

 

In questi ultimi quattro anni Aristide ha fatto ben poco per eliminare la corruzione e la povertà, che anzi è aumentata: oggi si calcola che l’80% degli haitiani viva in uno stato di indigenza. Allo stesso tempo ha affrontato una crescente opposizione degli Stati uniti e delle strati sociali più abbienti.

Lo sciopero generale convocato nel dicembre scorso, che è stata una delle scintille dello scontro frontale oggi in atto, è stato convocato tra gli altri dalla Associazione degli industriali di Haiti (Adih) e dalla Camera di Commercio, oltre che dal gruppo “Convergenza democratica” finanziato dagli Usa. Tutti fattori che lo fanno assomigliare più a una serrata padronale che ad una azione spontanea delle masse. Nessuna corrispondenza sulla stampa internazionale riportava una partecipazione alle manifestazioni vicine all’opposizione maggiore alle 5-10.000 persone, mentre a favore del regime si sono tenuti raduni con un’affluenza superiore al doppio. La situazione si è complicata quando il 5 febbraio è esplosa la rivolta armata a Gonaive, quarta città del paese. I ribelli successivamente si sono impossessati di una cinquantina di altre città e villaggi, mentre è del 22 febbraio la notizia della probabile presa della seconda città del paese, Cap Haitien.

Ma chi è a capo di queste forze ribelli? Una parte è formata da spezzoni dell’ “esercito cannibale” il braccio armato del movimento Lavalas, che sono passati all’opposizione, ma ci sono pure le milizie di Guy Philippe e Jean–Louis Chambelain, già membri dei famigerati tonton macoutes, le squadracce al servizio di Duvalier, che giocarono pure un ruolo di primo piano nel golpe di Raul Cedras del 1991 contro Aristide. Fra chi chiede le dimissioni di Aristide c’è anche Jean Pierre Charles, dirigente storico della sinistra ad Haiti.

Uno schieramento confuso, in cui però il carattere reazionario è prevalente. Un’eventuale loro ascesa al potere sarebbe per le masse haitiane come cadere dalla padella alla brace.

Aristide ha provato a lanciare un appello alle masse, sfoderando un po’ della vecchia retorica antiimperialista, ma finora la risposta non sembra sufficiente a limitare l’avanzata dei suoi oppositori. Troppi anni e troppi tradimenti sono passati sotto i ponti. I ribelli sono a poche decine di chilometri dalla capitale, Port au Prince, e Aristide potrebbe essere costretto a rinunciare nei prossimi giorni. A proteggerlo sono rimasti solo quattromila poliziotti. L’unico modo per fermare il colpo di stato sarebbe quello di armare la popolazione di Port au Prince, dove l’appoggio al governo sembra ancora significativo. Ma Aristide sembra porre più fiducia in un intervento della comunità internazionale, a cui ha rivolto un accorato appello, piuttosto che nelle masse. E questa decisione con tutta probabilità segnerà la sua fine.

 

Intervengono gli USA?

 

Le varie potenze imperialiste nel frattempo non sono state a guardare. La posizione di Haiti è strategica, sia per la vicinanza a Cuba che per quella agli Stati Uniti. La Francia, vecchia potenza coloniale, ha subito raccolto l’appello di Aristide e ha delineato insieme al Canada e ad altri un piano di intervento “umanitario”  che prevede l’invio di truppe e un nuovo primo ministro che affianchi il presidente al fine di guidare la transizione alla democrazia. “Parigi ha la capacità di intervenire e ci sono molti altri paesi amici pronti a farlo” ha dichiarato il ministro degli Esteri francese De Villepin (il Manifesto, 18 Febbraio), citando tra i paesi amici il Brasile. Temendo di essere presi in contropiede, gli Stati Uniti hanno annunciato l’invio di truppe di élite la cui funzione sarà “proteggere gli interessi statunitensi” e “mantenere la sicurezza del paese”. Già 50 marines sono arrivati a Port au Prince e difendere la propria ambasciata. “Non possiamo permettere che un pugno di criminali scesi dalle colline, arrivino e costringano (Aristide) a lasciare il potere in maniera non democartica o incostituzionale” ha affermato il segretario di Stato Colin Powell. (Agenzia d’informazione Alai-Amlatina 23 Febbraio). Gli Stati Uniti si candidano quindi come arbitro fra due schieramenti considerati ambedue inaffidabili. Un arbitro comunque del tutto parziale che se entrerà in gioco difenderà unicamente i propri interessi, non solo ad Haiti ma in tutti i Caraibi, con un occhio di riguardo per Cuba.

Forse c’è qualcuno alla Casa Bianca che pensa che in caso di intervento tutto filerà liscio come nel 1994. La situazione politica e sociale nell’area è totalmente cambiata. Solo nell’America Centrale gli scioperi generali si sono susseguiti nell’ultimo anno in maniera ininettrotta, da Panama al Costarica fino ad arrivare allo sciopero generale di 48 ore che ha paralizzato la Repubblica Dominicana (paese confinante con Haiti) il 28 e il 29 gennaio. Un intervento militare nordamericano provocherà una reazione delle masse latinoamericane senza precedenti. Ed anche un possibile coinvolgimentio dell’esercito della Repubblica Dominicana, che alcuni strateghi di Washington stanno considerando per evitare un ulteriore coinvolgimento di propri soldati in giro per il mondo in un anno elettorale, potrebbe essere un ulteriore fattore di destabilizzazione. In un paese sconvolto dalla lotta di classe un’avventura militare nella vicina Haiti potrebbe provocare una vera e propria crisi rivoluzionaria.

Su una cosa non ci sentiamo di dubitare: se c’è un fattore che  accomuna la situazione politica dal Rio Grande alla Terra del Fuoco è il forte odio per gli “yankee” fra ampie fasce della popolazione, che aumenterà esponenzialmente in caso di intervento armato ad Haiti o in qualunque altro paese.

Gli Stati Uniti stanno dunque giocando col fuoco. La risposta antimperialista della classe lavoratrice dell’America Latina potrebbe essere di grande aiuto per la classe operaia di Haiti. Una classe nell’ultimo periodo falcidiata dalla crisi economica. Su una popolazione di otto milioni di persone ci sono solo centomila lavoratori regolari! E solo una risposta rivoluzionaria della classe lavoratrice insieme alle masse urbane e ai contadini poveri, potrà porre fine agli orrori che hanno trasformato un paradiso come Haiti in un incubo che si chiama capitalismo.