“Preferisco votare per qualcosa che voglio e poi non
ottenerlo
piuttosto che votare per qualcosa che non voglio e ottenerlo” -
Eugene Debs 1
Le elezioni presidenziali del 2004 segnano un nuovo punto di svolta nella coscienza della classe lavoratrice americana che si conferma in rapida evoluzione. Il risultato ha distrutto le speranze di milioni di persone che avevano sinceramente sperato di potersi liberare di Bush votando il “meno peggio”.
I Democratici hanno conquistato un sostegno importante nei grandi centri ad alta concentrazione di iscritti al sindacato, da parte delle minoranze e degli settori più poveri in generale. Gli elettori stanno chiaramente cercando una soluzione alla crisi economica e sociale che si trovano a fronteggiare. Per milioni di persone in realtà il sostegno ai Democratici rappresenta un sano rifiuto delle politiche di Bush, e uno spostamento a “sinistra” (almeno per gli standard americani). Per la mancanza di un’alternativa quindi molti elettori si sono turati il naso e hanno votato per Kerry. Riponendo però le loro speranze nei Democratici, non solo non hanno avuto il “meno peggio”, ma anzi hanno ottenuto l’esatto contrario. La lezione principale da trarre da queste elezioni è che i lavoratori non possono fare affidamento sui rappresentanti di altre classi per la difesa dei propri interessi. Possiamo fare affidamento solo sulle nostre forze e le nostre organizzazioni e dobbiamo costruire un partito di massa dei lavoratori che difenda realmente i nostri interessi.
Prima ancora che fossero scrutinati tutti i voti, Kerry ha chiamato Bush per riconoscere la sconfitta e congratularlo per la sua vittoria. L’argomento centrale della loro conversazione è stato la necessità di “rimarginare le ferite” e dell’ “unità nazionale”. Nelle parole dello stesso Kerry c’è un “disperato bisogno di unità”. Anche Bush ha sottolineato questo punto nel suo discorso di investitura. Entrambi i candidati borghesi si rendono conto del fatto che nei giorni più caldi della battaglia elettorale hanno acceso le speranze di milioni di persone, particolarmente fra i sostenitori dei Democratici, speranze che sono state ancora una volta tradite.
L’America è polarizzata come non mai. La rabbia e l’insoddisfazione che sta montando sotto la superficie e non ha trovato oggi una piena espressione nelle elezioni, esploderà in altre forme nel prossimo futuro. Ecco perché Bush e Kerry si sono affrettati a parlare di unità e rispetto reciproco. In altre parole oggi che le elezioni sono finite, tutti coloro che pensavano che andando a votare potevano cambiare qualcosa possono tornare a casa e restarci per altri quattro anni lasciando ai politicanti miliardari portino avanti i loro affari.
L’Ohio, lo stato decisivo per queste elezioni, è un po’ un microcosmo dell’America: un grande contrasto tra l’America rurale conservatrice e città industriali strangolate dalla crisi economica. Dal 2000 ad oggi un posto di lavoro ogni ventitre è stato perso. Sono stati distrutti più posti di lavoro nell’Ohio che in ogni altro stato degli Usa durante il mandato di Bush. Nonostante il declino degli ultimi vent’anni, l’Ohio ha ancora un tasso di sindacalizzazione più alto del resto del paese: 16,1% rispetto alla media nazionale del 13,8%. In una delle tipiche contraddizioni americane, molti lavoratori che hanno la tessera del sindacato sono anche iscritti alla National Rifle Association, l’associazione conservatrice che difende il diritto di possedere armi da fuoco. Nonostante ciò, l’Ohio pareva proprio il posto giusto per chiunque volesse portare avanti una campagna elettorale contro le politiche economiche di Bush. Ma come abbiamo spiegato più volte i Democratici non sono riusciti a convincere la gente a votare per loro e hanno lasciato spazio alla propaganda reazionaria.
Marx ha spiegato che la democrazia borghese è la democrazia per i padroni. Di tanto in tanto possiamo scegliere quale esponente della borghesia ci “rappresenterà” in parlamento e al governo, portando avanti politiche che andranno a vantaggio solo della borghesia. Anche queste elezioni non hanno fatto eccezione. I lavoratori, le minoranze etniche, i poveri e, più in generale, tutti gli oppressi sono i veri perdenti. Era evidente fin dall’inizio che, qualunque fosse stato il risultato, la classe capitalista sarebbe rimasta al potere e gli interessi della classe lavoratrice sarebbero stati calpestati. Altri quattro anni di Bush significheranno la continuazione della guerra senza esclusioni di colpi contro i lavoratori negli Usa e all’estero. Ma, anche se le elezioni fossero state favorevoli a Kerry, quest’ultimo avrebbe continuato il lavoro di Bush, mettendoci solo una faccia più simpatica e gentile. Pensare che le cose sarebbero potute andare in maniera diversa significa foderarsi gli occhi di prosciutto.
L’occupazione dell’Iraq, la “guerra al terrorismo”, gli attacchi ai diritti democratici e sindacali, la crisi economica e il deficit di bilancio galoppante, il Patriot Act: tutto ciò avrebbe continuato a perseguitare le vite dei lavoratori e delle loro famiglie. Le promesse elettorali equivalgono spesso a parole vuote. Ricordiamoci che Bush venne eletto sulla base di un programma che aveva al centro lo slogan “prima di tutto l’America”, rifiutando ogni intervento degli Stati uniti all’estero. A un certo punto la realtà è cambiata e Bush ha agito a difesa degli interessi delle multinazionali americane nel mondo. Mentre le caratteristiche personali possono naturalmente influenzare aspetti secondari, gli interessi fondamentali difesi dai due contendenti erano gli stessi. Ambedue erano strenui difensori degli interessi della classe dominante.
Democrazia?
Bush, Kerry e tutti gli altri capitalisti borghesi sono molto solerti nel dare lezioni di democrazia e della necessità di tenere elezioni libere in tutto il mondo. Tali dichiarazioni sono il massimo del ipocrisia. Gli Stati uniti sono infatti ben lontani dall’essere quel “faro della democrazia” per il resto del pianeta.
In un sistema elettorale dove il vincitore si piglia tutto, il presidente eletto assume il controllo completo sulla ramo esecutivo del governo Usa.Tutti i ministri e un numero infinito di giudici federali sono nominati, non eletti, e la loro nomina è quasi sempre ratificata dal Congresso (il parlamento, ndt.). I democratici hanno votato a favore di ultra reazionari come Rumsfeld, Rice, Powell, Wolfowitz e tutta questa gente fa quotidianamente funzionare la macchina governativa, ma non sono responsabili in alcun modo davanti agli elettori.
Poi c’è il meccanismo dei grandi elettori, dove non esiste un elezione diretta e popolare ma piuttosto un voto per degli “elettori” scelti dagli stessi partiti politici.
A parte pochissime eccezioni, chi vince si aggiudica tutti i “grandi elettori”. C’è una certa proporzionalità nella distribuzione stato per stato di questi ultimi, ma, dato che ogni stato ha diritto a un minimo di tre rappresentanti, si tende a favorire le aree rurali della nazione. Si prenda l’esempio del North Dakota, che ha tre grandi elettori per 650 mila residenti (un elettore ogni 217mila residenti) e la si paragoni allo stato di New York che ha 31 grandi elettori con una popolazione di venti milioni di persone (un elettore ogni 645 mila residenti), e si comprende come ci sia chi possa essere eletto senza la maggioranza dei consensi. Non proprio un esempio esaltante di democrazia.
Come sempre nella politica americana, tutto è deciso dalla disponibilità di denaro. La campagna elettorale del 2004 è stata la più costosa di tutta la storia americana. Un totale di seicento milioni di dollari sono stati spesi in spot televisivi e radiofonici, il doppio di quello speso nel 2000. Non ci vuole molta immaginazione per capire cosa si sarebbe potuto fare con tutti questi soldi. Chi fa pubblicità non spende miliardi per nulla. Sanno bene che pubblicità efficaci possono far comprare ai consumatori beni inutili di cui nessuno ha bisogno. Lo stesso vale per i politici. I commentatori spiegavano apertamente che quei candidati con un “vantaggio finanziario” avevano più possibilità di vincere. Solo chi ha i soldi può permettersi una campagna elettorale con speranze di successo, o affidandosi al suo patrimonio personale o a donazioni provenienti da miliardari o da grandi multinazionali. E come dice proverbio, chi paga l’orchestra sceglie la musica.
In America le differenze fra ricchi e poveri non sono mai state così grandi e crescono giorno dopo giorno.Ciò ha portato a grandi contraddizioni sociali, che si esprimono in maniera distorta, dovuta alla mancanza di un’alternativa di classe. Tre quarti degli elettori bianchi evangelici e frequentatori regolari della Chiesa hanno ad esempio votato per Bush, mentre il novanta per cento dei neri hanno appoggiato Kerry.
Era una condivisione generale che un’affluenza alle urne maggiore avrebbe favorito i democratici e che per i Repubblicani fosse meglio mantenere basso il numero dei votanti. Alla fine invece la mobilitazione della base repubblicana è stata simile a quella dei democratici. Specialmente nelle aree rurali i sostenitori di Bush hanno saputo mobilitare i loro elettori decisivi per la vittoria repubblicana in Florida e Ohio.
Bush vorrebbe usare questa “storica” vittoria come un assegno in bianco da parte del popolo americano nei suoi confronti. Ma se prendiamo in considerazione tutti quegli americani che non hanno potuto votare perché in carcere, non registrati e che non sono andati a votare non è così irragionevole affermare che Bush è stato votato da poco più del 20% degli americani.
I Democratici non possono offrire un’alternativa
Molti si sono chiesti come sia possibile come il più odiato, arrogante, ignorante e incompetente presidente degli ultimi tempi sia stato rieletto. Così è diventato un luogo comune oggi raffigurare l’americano medio come un “rozzo ignorante”che si merita un presidente come Bush. Ciò fornisce in realtà un’immagine del tutto fuorviante di quello che pensa la classe lavoratrice americana. Se si analizzano queste elezioni da un punto di vista di classe il risultato non è poi così difficile da comprendere. Alla base di questo risultato si trova il sistema bipartitico dominato dal grande capitale che fino ad oggi ha dominato la politica americana. Non è stato l’Ohio a decidere le elezioni, ma il fatto che molti americani non vedono nessuno dei due maggiori partiti come un’alternativa. Con lo slogan “chiunque tranne Bush” molti onesti progressisti hanno chiuso tutte e due gli occhi su chi fosse veramente John Kerry: un rappresentante della borghesia americana.
L’Iraq e l’economia erano le questioni centrali nella testa dell’elettore democratico. La guerra in Iraq rappresentava una preoccupazione maggiore per i newyorchesi rispetto al terrorismo, nonostante l’11 settembre. La scelta di Kerry come candidato dimostra una totale mancanza di collegamento con la base da parte dell’apparato del partito Democratico. Così non può sorprendere che, mentre molti si sono registrati e hanno votato per il “male minore”, tanti altri sono rimasti a casa proprio perché non erano spinti a votare per un candidato che aveva appoggiato l’invasione dell’Iraq e i finanziamenti per la relativa missione che non aveva nessun piano per far finire l’occupazione a parte invitare altre nazioni nel pantano iracheno. Dopo questa amara sconfitta, i sostenitori di Kerry saranno costretti a riflettere rispetto al loro appoggio ad un partito che ha presentato un candidato a favore della guerra.
La realtà è che la maggior parte degli americani o hanno contro Bush, o non hanno votato per nulla. Ma allo stesso tempo milioni di persone non hanno sentito necessario andare a votare per qualcuno che su tutta una serie di argomenti si è dimostrato essere la copia carbone del presidente uscente.
Bush per molti è un candidato coi piedi per terra e più vicino alla gente comune, qualcuno con cui bere una birra davanti alla tv mentre si guarda la partita di football americano. Se lo paragoniamo al noioso Kerry, che sarebbe stato il più ricco presidente degli Usa se avesse vinto, non possiamo poi sorprenderci se l’americano “normale” preferisce avere un Presidente “normale”.
L’affluenza alle urne è stata maggiore rispetto al 2000 e in alcune zone ha raggiunto livelli record. Ma comunque non è stata maggiore rispetto ai tempi di Reagan ed è stata inferiore a quella delle elezioni del 1992, quando Clinton sconfisse Bush senior. Se Kerry fosse riuscito a mobilitare solo l’1 o il 2% di coloro che non si sono recati alle urne, la vittoria sarebbe stata assicurata. Ma per fare ciò avrebbe dovuto portare avanti un programma di difesa degli interessi dei lavoratori. Qualcosa che per lui era proprio impossibile da compiere.
Bush è il primo presidente dalla Grande Depressione dell’inizio degli anni trenta che si trova a governare in un periodo in cui si sono persi posti di lavoro (circa un milione). Eppure Kerry non ha puntato su questo e ha focalizzato la sua propaganda nel dimostrare che era più affidabile di Bush sulle questioni riguardanti la sicurezza nazionale.Nonostante le sue promesse Kerry, come Bush, non aveva nessuna proposta per offrire veramente a tutti una sanità e un’istruzione pubbliche. Non c’era nessun programma di lavori pubblici per creare le infrastrutture di cui il paese ha bisogno e così creare posti di lavoro. L’unica proposta per salvare l’occupazione consisteva in nuove regolamentazioni da introdurre per impedire alle imprese americane di esportare capitali all’estero.
Kerry invece ha inseguito Bush sulle questioni del terrorismo e della guerra in Iraq, appoggiando l’antidemocratico Patriot Act, pur “con qualche modifica” e rivendicando che la guerra in Iraq deve essere condotta “con più efficienza”.
I prossimi anni saranno di grandi cambiamenti nella situazione sociale ed economica e saranno accompagnati da drammatici cambiamenti nella coscienza di decine di milioni di americani.
Oggi molta gente è demoralizzata a causa del risultati elettorali.Ciò è il frutto di una strategia sbagliata da parte di molti leaders “progressisti”.Tutti coloro che urlavano in maniera isterica “chiunque tranne Bush” avranno tanto su cui riflettere nei prossimi mesi. Per loro appoggiare i Democratici era qualcosa di più “pratico” mentre costruire una vera alternativa, come un partito dei lavoratori di massa, era “non realistico”.Questo approccio, per quanto in molti elementi era onesto, ha portato a grande delusione e disappunto, e un sacco di entusiasmo ed energia di milioni di attivisti sono andati sprecati.
Particolarmente gli attivisti sindacali devono ragionare rispetto al fallimento della strategia di appoggio ai Democratici sostenuta dai loro dirigenti. Milioni di dollari di quote sindacali sono stati buttati nella spazzatura. Se soldi ed energie fossero stati messi nella costruzione di un’alternativa di classe, oggi si sarebbero potute porre le fondamenta per le future battaglie. Solo un partito dei lavoratori può condurre la lotta per difendere ed ampliare i diritti dei lavoratori e delle loro famiglie. I sindacati devono rompere i legami con i Democratici che ci hanno in ogni occasione difendendo interessi contrapposti ai nostri.
Certo, vogliamo sconfiggere i Repubblicani e rifiutiamo le politiche antioperaie di Bush. Dobbiamo lottare contro questi attacchi ma non possiamo più affidare il nostro destino politico nelle mani di un partito che è organicamente incapace di difendere i nostri interessi. Nader, i verdi e gli altri partiti a sinistra che hanno presentato candidati indipendenti non potranno mai guadagnarsi un consenso di massa. La creazione di un partito di massa dei lavoratori basato sui sindacati è il compito urgente del movimento operaio americano.
Tutte le minoranze etniche e gli afroamericani in particolare sono stati sempre defraudati dal sistema bipartitico. La rabbia e la frustrazione dei giovani e dei lavoratori americani devono essere indirizzate verso un vero cambiamento.
È importante capire che il sistema bipartitico non è sempre esistito e non esisterà per sempre. In ogni paese, nuovi partiti sono nati mentre altri si disintegravano. Ricordiamoci che nell’ottocento i Democratici erano il partito degli schiavisti del Sud mentre i Repubblicani erano un piccolo partito abolizionista!
L’attacco al tenore di vita della classe operaia è la via d’uscita dei padroni alla crisi economica, e Bush, sentendosi più forte dopo la vittoria elettorale aumenterà le provocazioni nei confronti dei lavoratori americani. Questi ultimi saranno costretti a lottare, ma saranno vittoriosi solo se conteranno solo sulle proprie forze. Abbiamo bisogno di un partito dei lavoratori con un programma di trasformazione socialista e il momento per costruirlo è ora.
4 novembre 2004
1 - Eugene Debs (1856 - 1923): socialista americano, fondò nel 1893 il sindacato dei ferrovieri (protagonista, l'anno seguente, di grandi scioperi). Nel 1897 entrò nel Partito socialista americano e fu candidato alla presidenza degli USA per quattro volte, dal 1900 al 1912 e nel 1920 (mentre stava scontando dieci anni di carcere inflittigli per il suo attivo pacifismo internazionalista). Venne rilasciato nel 1921 su iniziativa del Presidente Harding.