Sostienici
Ultimi articoli
Prossime iniziative
-
La Resistenza, una rivoluzione mancata
-
La Resistenza, una rivoluzione mancata?
Mailing list
| Scommessopoli: l’ennesima puntata di un sistema in declino |
|
|
|
| Tutto il resto... | |||
| Scritto da Stefano Cavallaro | |||
| Martedì 05 Luglio 2011 09:31 | |||
|
Dopo lo scandalo di Calciopoli di qualche anno fa siamo punto e a capo. Ora si parla di risultati pilotati e combinati per mano di giocatori, arbitri, dirigenti e vari addetti ai lavori per favorire l’ingente giro di scommesse attorno a numerose partite. È stata rilevata anche la presenza di alcune infiltrazioni mafiose che controllavano e gestivano parte delle puntate.
L’universo-calcio si trova ormai in un vicolo cieco e gli appelli per avere uno sport credibile risuonano sempre più sordi. Soprattutto se a fare tali appelli alla “moralità” sono i commentatori delle Tv che ogni anno si contendono a suon di decine di milioni di euro i diritti televisivi dei vari campionati. Quali interessi si celano? Se vediamo l’importanza assunta dal calcio nella società possiamo risalire al nocciolo della questione. È un settore fonte di cospicui investimenti di capitale da parte della classe dominante con lo scopo di trarre maggiore profitto ed evadere le tasse. Il dominio è principalmente finanziario ma si manifesta anche a livello ideologico e culturale imponendo dei veri e propri stereotipi. La figura del calciatore ricchissimo e muscoloso che può permettersi di tutto viene gettata in primo piano attraverso una massiccia propaganda di massa (rete, televisione e giornali su tutti) e, cosa ancor più grave, risulta un esempio da emulare per le giovani generazioni che, ultimati gli studi, si affacciano sul mondo del lavoro. Ma non è tutto oro quello che luccica. Il minimo salariale di un calciatore si attesta attorno ai 1.500 euro e non esiste un tetto stabilito per calmierare la retribuzione massima percepibile, quindi, osserviamo come i calciatori risultano di fatto privilegiati perchè illuminano il dominio dei padroni (mascherati come presidenti delle società) mostrando il modello capitalista come vincente e senza fronzoli. La differenza con gli altri settori è abissale perchè troviamo condizioni lavorative sempre più precarie e senza sicurezza sul luogo di lavoro, assistiamo a tagli, licenziamenti, chiusure e delocalizzazioni a dispetto di stipendi sempre più risicati con cui si fatica ad arrivare alla fine del mese. È paradossale ma va ricordato che a metà stagione i calciatori avevano minacciato di scioperare e quindi di non scendere in campo per tutelarsi dallo strapotere contrattuale e decisionale delle società. La realtà mostra all’ordine del giorno continui adeguamenti contrattuali e rilanci sulla base delle richieste dei calciatori e con il benestare dei procuratori, sempre pronti a spuntare una percentuale maggiore di stipendio. La situazione è arrivata a livelli insostenibili e ogni società vede crescere progressivamente il proprio indebitamento e va avanti grazie al credito bancario e alla benevolenza dei “controllori” perchè... una squadra di calcio non può fallire! Neanche l’intervento statale è riuscito a mettere una pezza: qualche anno fa il governo di centrodestra varò un apposito decreto spalmadebiti, tuttora in vigore, che consente alle società di ripianare il bilancio nell’arco di più anni. Inserendo questa cornice nel contesto generale di crisi verticale del capitalismo che segna una fase di forte instabilità economica, politica e sociale, vediamo come le contraddizioni di questo sistema emergano inesorabili e trovino la loro naturale proiezione nelle varie sovrastrutture che lo rendono egemone, tra cui il mondo del pallone occupa un posto di rilievo. Lottare per un calcio pulito significa mettere in discussione l’intero sistema che svuota e intossica l’essenza di questo sport, principale passione di molti lavoratori e giovani italiani.
Lettere alla redazione
|





