Marxismo e psicoanalisi

(la figura di Wilhelm Reich)

di Alessandro D'Aloia

Il lavoro di Wilhelm Reich, psicologo marxista e studioso vissuto tra il 1897 ed il 1957, rappresenta una chiave di lettura eccezionale per affrontare il rapporto fra psicoanalisi e marxismo evitando approcci specialistici all’argomento. La drammaticità della sua vicenda umana, infatti, lega in sé, in modo organico, tutta una serie di questioni che altrimenti resterebbero isolate.

La sua formazione

La figura di Reich è per lo più sconosciuta al grande pubblico della psicanalisi, al punto che famosi pensatori della “scuola di Francoforte” hanno potuto attingere a larghe mani dal suo pensiero meno noto (quello del periodo marxista), distorcendone significativamente il contenuto, senza che nessuno ne sapesse niente. Il grande pubblico infatti non si spinge molto al di là degli scritti classici di Freud, privandosi così di un contributo scientifico di importanza fondamentale per quanto attiene la comprensione della scienza psicoanalitica, nelle sue attuali contraddizioni e da un punto di vista di classe, il quale, ribalta completamente gli aspetti più reazionari dei postulati freudiani “riformati”. L’opera più nota è “La rivoluzione sessuale” pubblicata nel 1930 a Vienna, ma la sua produzione è ben più ampia e contempla titoli come: La funzione dell’orgasmo; L’irruzione della morale sessuale coercitiva; Individuo e stato; Materialismo dialettico e psicoanalisi; Psicologia di massa del fascismo; ed altro. Fu un membro di spicco della Società Psicoanalitica Internazionale (S.P.I.) fondata da Freud e il probabile erede dell’autorità scientifica dello stesso Freud, fino al momento della sua prima importante pubblicazione (La funzione dell’orgasmo) che conteneva già chiaramente in nuce tutti i motivi di scontro con la teoria del “secondo Freud”.

Bisogna infatti specificare che Reich era in perfetto accordo con il maestro quando questi individuava nella vita sessuale del paziente l’origine fondamentale delle sue turbe psichiche attraverso le seguenti scoperte: gran parte della vita psichica è governata da processi inconsci; i bambini sviluppano una vivace sessualità e l’energia sessuale è il motore di tutta la vita psichica; la sessualità infantile viene rimossa dalla coscienza con gravi conseguenze per la salute psichica; la moralità tradizionale ben lungi dall’essere di origine soprannaturale, è il risultato di misure oppressive dirette a reprimere la sessualità dell’infanzia, nell’adolescenza e nell’età adulta.

Egli però sviluppava coerentemente questa teoria approfondendo la relazione fra la vita sessuale e la “morale borghese” e quella fra la morale e la struttura socio-economica che la determina. Così mentre la repressione sessuale borghese, che agisce anche a livello inconscio, diventa la causa principale delle nevrosi, una vita sessuale liberata da sensi di colpa diventa la migliore terapia a quel tipo di nevrosi, ma la liberazione dai sensi di colpa può essere solo la conseguenza di una morale non autoritaria e perciò di un sistema economico che superi la necessità della repressione. Il problema è che fu Freud, ad un certo punto, a cambiare le conclusioni delle sue scoperte affermando nella sua nuova opera “Inibizione sintomo ed angoscia” del 1926 che “è l’angoscia che produce la repressione e non, come ho creduto in passato, la repressione che produce l’angoscia”. Con questo ribaltamento di 180° Freud passava ad una lettura dell’angoscia come un fatto endogeno e non come il risultato di condizioni esterne, che di conseguenza venivano sgravate di ogni influenza. Un’anticipazione di tutte quelle teorie (come quella del gene del crimine, per esempio) che vedono i difetti dell’uomo come connaturati all’esistenza in sé e non determinati dalle condizioni dell’esistenza, contraddicendo la visione materialistica secondo la quale è l’esistenza sociale dell’uomo a determinare la sua coscienza e non viceversa. Da questo momento in poi la teoria di Freud diventava nient’altro che una colossale giustificazione della realtà così come essa si presenta, senza possibilità alcuna di pervenire a soluzioni neanche teoriche dei problemi clinici che studiava. Questo si spiega con il fatto che ciò avveniva alla fine degli anni venti quando cioè l’avanzata del Nazismo avrebbe provocato l’inevitabile chiusura della S.P.I., se questa non avesse rivisto i suoi presupposti teorici. In questo senso è possibile parlare delle influenze del nazismo anche nel pensiero di insospettabili scienziati borghesi.

L'attività

Mentre Freud si autocensurava, Reich., nel 1928, si iscriveva al Partito Comunista Austriaco diventandone un militante molto attivo, convinto da buon marxista, che non è possibile scindere la critica del capitalismo dalla pratica politica organizzata. Lo stesso anno fondò insieme ad altri medici progressisti di Vienna l’Associazione Socialista di Consulenza e Ricerca Sessuale che insieme al Partito Comunista organizzò i primi centri di consulenza psicologica destinati ad operai e impiegati anziché alla borghesia, che costituiva invece la naturale utenza dei freudiani. Bisogna dire che l’operazione non aveva il fine di risolvere il problema dei conflitti psichici delle masse perché Reich, come visto, era convinto che le nevrosi e le turbe mentali come prodotto di un determinato ordinamento sociale, quello capitalistico e autoritario, si potevano sradicare solo attraverso il superamento del capitalismo e l’instaurazione del socialismo. Tuttavia l’associazione di ricerca aveva bisogno di una larga base clinica per studiare concretamente i problemi che trattava e comunque poteva offrire un servizio immediato alla classe di riferimento. Il contatto con un gran numero di casi, di gran lunga superiore a quello che potevano vantare i freudiani, fornì infatti una base statistica eccezionale per la ricerca e le successive opere di Reich che dal punto di vista scientifico erano suffragate dalla quantità assolutamente maggiore di dati, rispetto ai “concorrenti”. Fu proprio attraverso quest’esperienza che Wilhelm Reich potè rendersi conto, tra l’altro, dell’incidenza enorme del problema delle gravidanze indesiderate, in pieno periodo da politica di “sviluppo demografico”. Ciò gli confermò l’assurdità di un lavoro puramente clinico dietro il quale si trinceravano tutti gli altri professionisti i quali non concepivano la necessità di comprendere il nesso esistente fra la malattia mentale e le sue cause sociali.”..Ben di rado c’erano motivi validi per riconoscere un'indicazione medica nel senso corrente del termine. Appellarsi ad essa, nascondersi dietro di essa, chiudere gli occhi di fronte alla cosa principale era semplicemente stupido, oltre che criminale nei confronti delle madri e dei nascituri... Quelle donne e quelle ragazze erano infatti del tutto incapaci dì amare un bambino, di averne cura, dì comprenderlo, di allevarlo, di non farlo a pezzi. Tutte quelle donne, senza eccezione, erano gravemente malate dal punto di vista emozionale. Tutte, senza eccezione, avevano un rapporto sbagliato (o non ne avevano alcuno) con l'uomo che le aveva messe incinte. Erano frigide, logorate dalla fatica, intimamente sadiche od apertamente masochiste.. ..avevano già tre o sei figli o allevavano i figli degli altri. Odiavano il bambino ancor prima che nascesse. Non di rado erano picchiate dai mariti alcolizzati. Detestavano i figli che avevano intorno. Parlare di “santo amore materno” dinanzi a tanta criminale sofferenza mi sembrava delittuoso.”

Da questo tipo di constatazione Reich sviluppò approfonditamente l’analisi delle conseguenze che la morale borghese determina in particolar modo sulla vita psichica delle donne, fornendo un importante contributo scientifico alla “questione della liberazione della donna” in polemica con le concezioni degli “specialisti di igiene sessuale” del periodo, che predicavano la castità prematrimoniale femminile in modo esplicito: “dobbiamo stimare e coltivare la castità della donna come il più alto bene nazionale; infatti è solo con la castità della donna che ci viene fornita l’unica sicura garanzia d’essere veramente i padri dei nostri figli, e di lavorare e faticare per il nostro stesso sangue. E senza tale garanzia non c’è possibilità di un’intima e sicura vita familiare, fondamento indispensabile perché Stato e popolo possano prosperare... Se è lei a non essere legata si rischia molto di più che non se non lo è lui” (Max Von Guber. "Higiene des Geschlechtslebens dargestellt fur Manner, Stoccarda 1930. Ovvero “Igiene della vita sessuale per maschi”). Praticamente un'ammissione involontaria e lampante di quanto sostenuto da Engels nella sua opera "L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato" e cioè che, secondo le parole di Reich: "la conseguenza più immediata della proprietà privata è l'interesse per la castità prematrimoniale e la fedeltà al marito" per cui il legame sessuale tra due persone cessa di essere una questione inerente semplicemente la vita sessuale e in cui, per i motivi visti, è la donna a subire le pressioni morali maggiori. Fatto confermato numericamente da un dato statistico che ai tempi di Reich vedeva il 90% delle donne con disturbi sessuali a fronte del 60% degli uomini, in ogni caso una percentuale talmente elevata da cambiare i termini della “normalità” in entrambi i casi e da rendere il problema diffuso a livello di massa. La situazione, però, non preoccupava più di tanto gli igienisti sessuali nazisti, che anzi propagandavano teorie come quella della “predisposizione delle donne alla monogamia” secondo la quale le donne sarebbero in realtà state capaci di soddisfazione sessuale solo tra i 20 e 25 anni e comunque solo in vista di una maternità e questo “per natura”. È evidente il legame strettissimo con i predicati della chiesa che è stata, in definitiva, la somma artefice dell’ideologia dominante e che ha svolto storicamente un ruolo così importante per lo Stato da non potervi rinunciare per il fine stesso del mantenimento di una delle istituzioni basilari della società borghese: il matrimonio. È precisamente nell’esistenza stessa di questa istituzione l’impossibilità di risolvere, in modo definitivo nella società borghese, da un lato tutte le conseguenze psico-fisiche della morale repressiva (nevrosi e disturbi sessuali) e dall’altro questioni come quelle inerenti l’aborto, che minano alla base i concetti di verginità prematrimoniale e di fedeltà coniugale, togliendo al matrimonio l’esclusività della funzione riparatrice nel primo caso e quella di controllo nel secondo, (in base alla logica che se la donna è fedele al vincolo matrimoniale non ha nessuna necessità di ricorrere all’aborto, nella visione maschilista della questione, come se non esistessero altri problemi al di fuori della fedeltà coniugale).

“Se si dovesse riuscire veramente a sterilizzare le donne temporaneamente e a volontà, mediante cure interne, sarebbe assolutamente impellente trovare il metodo per rendere accessibili e distribuire tali mezzi, che assicurasse... un vantaggio... per l’igiene, ma sventasse l’inaudito pericolo che incomberebbe sull’ordinamento sessuale e la morale, più ancora sulla vita e la civiltà in generale” (Max Marcuse. “Il matrimonio. La sua fisiologia, psicologia, igiene ed eugenetica. Un libro biologico sul matrimonio, Berlino/Colonia 1927.) La negazione della possibilità dell’aborto e della contraccezione espropria la donna della proprietà della sua vita, entrando d’autorità nel suo ambito più intimo per mantenerla nella sua condizione di subalternità all’uomo con il fine di conservare le istituzioni borghesi in difesa della proprietà privata del capitale. E tutto questo, ancora oggi, nonostante il concetto di famiglia all’interno del sacro vincolo matrimoniale sia, di fatto, in crisi e messo in discussione dalla precarizzazione generalizzata dell’esistenza che il capitalismo stesso impone alle masse attraverso il nuovo “verbo” della “flessibilità” in nome del nuovo dio “capitale”. Per il tema: contraddizioni teologiche dell’ideologia dominante, vecchie e nuove divinità.

Nucleo teorico e polemica con i freudiani

Si è già detto del vicolo cieco in cui entrò la psicoanalisi freudiana dopo la svolta giustificazionista della realtà, nel 26, in cui s’imbarcò Freud e con lui l’intera S.P.I., ma è utile analizzare meglio gli aspetti fondamentali della vicenda. Il rifiuto freudiano di mettere in relazione l’effetto (le turbe psichiche) con la causa (sociale) lo portò a formulare tutta una serie di postulati incredibilmente reazionari. Non potendo, infatti, in questo modo spiegare l’origine dei mali che studiava fu costretto ad inventarsi l’Istinto di Morte, ovvero quell’originario impulso auto-distruttivo che riporta l’individuo alla condizione primordiale di inerzia cui tutta la materia tenderebbe a tornare. Siccome le terapie freudiane non sortivano, su questa base teorica, effetti positivi era allora chiaro che il principio di autodistruzione inerente ogni individuo si manifestava in un bisogno inconscio di punizione che entrava in conflitto con la spinta verso il piacere. Di qui, per i freudiani, la nevrosi, che diventava ovviamente una condizione biologica dell’essere umano, la cui esistenza era segnata per sempre da questo masochismo primario che spiegava la resistenza dei pazienti a voler guarire! Inutilmente Reich faceva notare che i pazienti si erano ammalati in seguito alla paura della punizione per i loro impulsi sessuali e non certo per il desiderio di essere puniti, ma ormai i fautori dell’Istinto di Morte (una vicenda che per certi aspetti ricorda quella del Big Bang) aumentavano in numero e in prestigio spostando il problema su un terreno lontano da quello della prevenzione sociale delle nevrosi attraverso una riforma delle norme comportamentali e delle istituzioni sociali che le generavano.

Nel 1931 Freud pubblicava il “disagio della civiltà” in cui sosteneva che la civiltà stessa era edificata sulla repressione della sessualità e della sua sublimazione, come dire che la repressione è necessaria alla civiltà, ne costituisce una sorta di precondizione a cui l’uomo deve rassegnarsi inevitabilmente imparando a sublimare i suoi impulsi primitivi, trasformandoli cioè per volgerli a mete socialmente accettabili. Un’evidente totale capitolazione alla morale idealistica borghese, se si considera che predica niente di diverso dallo spirito di sacrificio con cui da sempre la religione ha blandito le masse nel loro sfruttamento secolare. Reich commentava come Freud non avesse considerato affatto se e in che misura la realtà fosse razionale o irrazionale, strutturata a servizio dell’uomo e della sua felicità o invece sull’oppressione e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Senza considerare, ovviamente, che riferendosi alla civiltà Freud non faceva altro che assolutizzare un momento dello sviluppo umano storicamente determinato, pretendendo di trarre da questo conclusioni generali rispetto alla natura della psiche umana valide perciò una volta per sempre e fautrici di un pessimismo immobilizzante rispetto alla realtà data.

Una generalizzazione analoga è alla base del famoso “complesso di Edipo” che si basa sull’esistenza storicamente determinata della famiglia monogamica e che se spiega la formazione del carattere sessuale del soggetto a partire dal riferimento ai caratteri sessuali dei due genitori, quindi come processo dialettico non determinato a priori dalla sola biologia, lo fa appunto soltanto nell’ambito relativo e non assoluto di questa determinata forma familiare, per cui non può rappresentare una teoria completamente esaustiva dell’argomento. Secondo tale teoria infatti il bambino non è privo di sessualità, essa però risulta indeterminata fino al superamento del complesso, ovvero la compresenza del desiderio della morte del genitore dello stesso sesso e del desiderio sessuale per il genitore di sesso opposto, dal cui esito dipende l’intero profilo psicologico dell’individuo adulto. L’impossibilità della realizzazione di questi desideri da parte del bambino a causa della struttura socio-culturale che li impedisce reprimendoli porta alla maturazione della personalità attraverso il processo che Freud definisce di sublimazione delle pulsioni primitive. Questa repressione risulta dunque inevitabile ai fini della vita associata civile, nelle attuali condizioni. Ma mentre questo processo di “sublimazione” che resta, in ultima analisi, imposto al bambino, serve a Freud per spiegare la formazione del carattere psichico dell’individuo nella “società civile” fondata sulla famiglia monogamica, esso non può pretendere di diventare anche una terapia per evitare le nevrosi che la morale autoritaria ingenera continuamente nell’individuo adulto, perché resta un palliativo alla repressione degli impulsi senza presupporre il superamento della necessità repressiva, che viene accettata nonostante sia la causa vera delle nevrosi.

Per di più la possibilità concreta della sublimazione delle proprie repressioni attraverso la propria attività creativa è un concetto applicabile a limitate cerchie sociali non certo alla maggioranza dei componenti della massa alienata che in nessun modo possono trovare soddisfazione attraverso l’attività che la società assegna loro attraverso la divisione del lavoro. La possibilità di trasferire le energie sessuali represse in un’attività creativa o di altro tipo, che permette di “scaricare” la tensione sessuale fungendo da surrogato della stessa, non può derivare da un’imposizione sociale se vuole essere efficace e presuppone quindi una libertà di scelta della propria attività produttiva che resta prerogativa di un elite ristrettissima costituita da tutti coloro che sono riusciti, per vivere, a fare quello che hanno sempre voluto, oppure da chi non ha problemi di sostentamento materiale. Per tutti gli altri e cioè la stragrande maggioranza, la parola sublimazione è completamente priva di significato terapeutico, quindi parlare di sublimazione al di fuori di considerazioni di tipo sociale ed economico è semplicemente astratto.

L'espulsione dalla S.P.I.

È evidente che a questo punto la natura stessa e la profondità della divergenza di visione di Reich rispetto all’ideologia di fondo cui la S.P.I. si era accomodata, dovesse portare alla sua espulsione, che maturò nel 1934 sul pretesto della militanza politica di Reich, tanto più paradossale visto che il Partito Comunista austriaco, già ampiamente stalinizzato, aveva provveduto a sua volta nel 1933, cioè un anno prima, ad espellere “lo psicologo borghese” dalle sue fila. Anche in questo caso fu utilizzata pretestuosamente la polemica sulla “cultura proletaria” che definendo la psicologia una “moda da salotto borghese” (come per certi versi essa era, nell’interpretazione freudiana, come visto) non poteva ammettere che uno psicologo potesse essere marxista. I motivi veri erano chiaramente altri.

In primo luogo il contenuto di “Psicologia di massa del fascismo” pubblicato nel 1933 (che tra l’altro creò problemi consistenti anche alla S.P.I., tutta intenta a non scontrarsi con i dettami nazisti), metteva in evidenza alcuni caratteri delle dinamiche del consenso di massa e del culto della personalità che seppure riferiti al fascismo potevano essere letti in chiave antistaliniana.

Reich e Trotskij

In quel periodo Reich si avvicina al pensiero di Trotskij. Particolarmente illuminanti furono gli scritti del rivoluzionario russo sull’ascesa del nazismo in Germania, della cui “correttezza fondamentale” Reich era convinto. Proprio la catastrofe del 1933 fa aprire gli occhi a Reich come a molti altri sulla vera natura dello stalinismo. Entra in contatto con alcuni membri dell’Opposizione di sinistra rifugiati all’estero e scrive a Trotskij, proponendogli una collaborazione di lunga durata. In questa lettera dell’ottobre ’33 lo studioso austriaco spiega tra l’altro che “ho acquisito la convinzione che il suo punto di vista sia stato fondamentalmente giusto e seguo con attenzione il lavoro dell’opposizione di sinistra”. (M.Konitzer, Reich, Erre Emme editore, pag 178)

Reich non ignorava come Trotskij avesse in più occasioni mostrato interesse per lo sviluppo delle scienze psichiche. Il capo dell’Armata Rossa era dell’idea che la teoria di Freud era del tutto materialista, malgrado quest’ultimo fosse un idealista riguardo alle concezioni filosofiche. Aveva spinto affinché lo psicologo russo Pavlov integrasse il suo pensiero con le scoperte freudiane. Anche recentemente, in un discorso a Copenhagen del 1932, Trotskij dichiara che “grazie al genio di Sigmund Freud, la psicoanalisi ha sollevato il coperchio di quello che viene poeticamente definito come animo umano.” Trotskij risponde ritenendo auspicabilissima la collaborazione, ma confessando le sue scarse conoscenze nel campo della psicoanalisi. Alla fine una discussione fra i due avrà luogo, all’inizio del 1936, ma non rappresenterà l’inizio di un lavoro comune. Reich aveva già iniziato la sua parabola che descriveremo in seguito, ma che già vedeva il tentativo dello studioso austriaco di spingersi troppo in là, vale a dire l’applicazione delle leggi della psicoanalisi alla politica o alla sociologia. Anche quando si avvicina in maniera importante al marxismo, Reich sottovaluta sempre l’importanza della costruzione di un partito rivoluzionario, mentre rifiuta esplicitamente la necessità di un’organizzazione internazionale. Come scriverà nella sua autobiografia, “La Quarta internazionale di Trotskij mi sembrava un inutile fallimento” (W. Reich, Individuo e Stato).

È questo atteggiamento ambiguo di Reich che pregiudicherà quindi ogni ulteriore collaborazione con Trotskij. Non si può denotare una contraddizione fondamentale del pensiero dello scienziato austriaco, anche in questo, che rappresenta il suo periodo migliore: mentre i suoi argomenti “tecnici” risultano piuttosto coerenti con una visione materialistica dei fenomeni che tratta, i suoi argomenti politici sono rinunciatari e contraddittori rispetto al dovere di un marxista di difendere apertamente le concezioni rivoluzionarie all’interno del partito in cui milita dalle degenerazioni di ogni forma che la burocrazia impone ad esse. Si può affermare che in Reich è del tutto assente una critica “politica” allo stalinismo, si voglia a causa di un malinteso senso di fedeltà al partito, si voglia a causa di una percezione poco concreta del livello di degenerazione del partito comunista, ipotesi suggerita anche dalla cronologia di tutta la sua vicenda, (se si pensa che alla data della sua iscrizione al partito il processo di “stalinizzazione” era, in fondo, già in atto).

Solo in questo modo è possibile comprendere la natura contraddittoria del suo atteggiamento e d’altra parte una conferma di questa lettura e sempre a proposito dello stesso scritto, è data dal fatto che mentre non lesinò critiche alle semplificazioni schematiche del tipo il “popolo è reazionario”, “il popolo è rivoluzionario” inquadrando il problema in una corretta visione dialettica che metteva in relazione i comportamenti umani con le condizioni socio-economiche, limitò, purtroppo, la sua analisi ai termini psicologici della questione. Spiegata in sostanza come una nevrosi di massa riguardante i quadri fascisti da un lato e le masse consenzienti dall’altro, non aiuta la comprensione degli aspetti politici del fenomeno nazifascista come strumento estremo di repressione di classe rivolto contro il proletariato e le sue organizzazioni politiche e il complesso processo che aveva portato il nazifascismo al potere. Come se il metodo del materialismo dialettico potesse applicarsi solo alla psicologia e non anche alla politica.

In secondo luogo, ed è questo il motivo fondamentale della sua espulsione, nei suoi studi sulla disgregazione della famiglia monogamica nell’esperienza sovietica, (sviluppando alcune tematiche contenute nel“L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato” di Engels) che si riferivano allo scritto di Trotskij del 1923 “Rivoluzione e vita quotidiana”, Reich metteva in evidenza gli aspetti più progressivi di quella enorme sperimentazione sociale che aveva mostrato, seppure in tutte le sue difficoltà materiali:

l’inizio della rivoluzione sessuale con il dissolvimento in atto della famiglia; la sostituzione della struttura familiare patriarcale con il collettivo socialista; il coinvolgimento sempre maggiore di marito e moglie nello svolgimento di funzioni pubbliche; l’ingresso dei figli nei collettivi e la conseguente concorrenza tra i legami familiari e quelli sociali; il trasferimento della potestà dei figli dai genitori alla società e la collettivizzazione dell’educazione dei figli.

In questo modo Reich registrava chiaramente l’inversione di tendenza, che rispetto a quel processo in atto, si ebbe con la reintroduzione staliniana, nel 1934, del culto della famiglia e del paragrafo sull’omosessualità (il cosiddetto “nuovo corso”) che facevano, tra l’altro, piazza pulita della legislazione voluta da Lenin già nel dicembre del 17 con due decreti che si chiamavano “dello scioglimento del matrimonio” e “del matrimonio civile, dei figli e della registrazione presso l’Ufficio di Stato civile”. Con tali decreti al marito era tolto il diritto di guidare la famiglia e alla donna era dato pieno diritto di autodeterminazione materiale e sessuale con la libertà di decidere da sé cognome, residenza e cittadinanza.

Migrazioni, paranoia, incarcerazione e morte

Ancora prima dell’espulsione dalla S.P.I., Reich fu costretto a trasferirsi in Danimarca a causa dell’ostilità sempre maggiore nei suoi confronti anche nell’ambiente di lavoro, ma ben presto dovette lasciare la Danimarca, passando per la Svezia, poi per la Norvegia per approdare infine nel 1939 negli Usa dove per sua fortuna era ancora un perfetto sconosciuto. L’ostilità incontrata ovunque e l’impossibilità di portare avanti i suoi studi procurarono a Reich un preoccupante senso paranoico che si acuì sempre più anche nella relativa tranquillità dei primi anni della sua vita americana, dove comunque non tardò ad essere denunciato, sulla base del bigottismo dei suoi vicini che erano inquietati dal comportamento dello strano vicino e che perciò avevano indagato il suo passato e scoperto il contenuto antimoralista dei suoi scritti. Questo provocò l’indagine poliziesca che svelò la matrice marxista del suo pensiero precedente. Tuttavia questo processo durò anni, durante i quali Reich continuò a scrivere, ma sviluppando alcuni tratti delle sue teorie precedenti che purtroppo hanno ben poco di scientifico e che sono conosciute come “teorie del periodo orgonomico” e ben più note delle altre. L’enfasi eccessiva sull’energia sessuale lo portò a credere che questa fosse materialmente misurabile e che fosse in determinate condizioni addirittura visibile con adeguate apparecchiature (gli orgonoscopi). L’assoluta convinzione dell’esistenza di un’”energia positiva”, l’“orgone”, lo portò su posizioni misticheggianti e abbandonando qualsiasi riferimento materialistico arrivò addirittura a spiegare l’origine dell’universo come il frutto di un mega-orgasmo primordiale fra due entità orgoniche originarie, una sorta di Big Bang sessuale. Una totale capitolazione alla visione idealistica, tanto più incredibile se confrontata con la sua esperienza scientifica precedente nel quadro del materialismo dialettico, che si spiega solo col progressivo distaccamento dal senso della realtà che Reich subì in seguito all’isolamento politico e scientifico sempre più netto e che negli ultimi anni assunse i tratti di un vera e propria persecuzione personale.

Per questi motivi è importante quando si parla di Reich, distinguere attentamente i due periodi del suo pensiero: 1919-1938 e 1938-1957, ma anche le edizioni dei suoi scritti. Reich negli anni posteriori all’esperienza marxista intervenne, infatti, più volte sui suoi scritti precedenti cambiandone in taluni casi solo le terminologie e in tal’altri anche il contenuto in modo sostanziale.

Un esempio è rappresentato dalla prefazione alla terza edizione di “psicologia di massa del fascismo” del 1946, in cui Reich si lancia in affermazioni completamente contraddittorie con tutto quanto affermato in precedenza descrivendo il fenomeno del fascismo addirittura come l’”espressione politicamente organizzata della struttura caratteriale media”, vale a dire una componente strutturale e non indotta dello strato medio del carattere umano, secondo lo schema per il quale la vita psichica dell’uomo è divisa in tre strati: quello biologico dell’istinto alla vita, quello inconscio in cui l’azione della morale autoritaria genera la perversione attraverso la repressione degli istinti dello strato biologico e quello cosciente in cui l’azione della morale addomestica gli istinti contraddittori di primo e secondo livello producendo nevrosi e disturbi fisici. Quindi il fascismo non più come fenomeno politico e neanche come “nevrosi di massa” ma addirittura connaturato al carattere umano! Una visione anche peggiore e più pessimista dell’Istinto di morte freudiano che tanto Reich aveva combattuto.

In questo senso solo le prime edizioni degli scritti del periodo 19-38 sono fedeli ad una visione più coerente con il materialismo dialettico, anche se, come detto, solo dal punto di vista specialistico della psicologia, e si può dire che anche lui come il suo maestro seguì una parabola discendente, innescata proprio dalla sua rinuncia ad una critica politica ferma ed inflessibile dello stalinismo che, con il passare del tempo, lo portò prima a “revisionare” le sue idee, poi ad abbandonarle del tutto.

Il contenuto sessuale della teoria orgonomica non gli risparmiò, in fine, il trattamento da pervertito sessuale, a cui si sommò, nei processi che seguirono, la tesi del “complotto comunista” di cui sarebbe stato un attivista. Ormai disperato cercava di difendersi rinnegando completamente tutto il suo passato comunista, sforzandosi in questo di apparire più anticomunista di chi lo accusava nell’incapacità totale di difendersi a causa del suo cedimento suicida allo schema dell’ideologia dominante che si alimenta nella confusione di stalinismo e comunismo e che lo portò diritto nel vicolo cieco della paranoia. Dopo anni di processi finì dunque in carcere dove poco dopo, nel 1957, morì.

 

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