Noam Chomsky ed il marxismo

Le radici dell' 'autoritarismo' moderno

- prima parte -

di Heiko Khoo

 

Noam Chomsky si definisce un “anarchico libertario”. Con questa formula si individua qualcuno che lavori per la distruzione di ogni ingiustificata forma di autorità ed oppressione, che lotti per la realizzazione del pieno sviluppo dell’individuo e del collettivo sociale, per un sistema basato sull’”organizzazione industriale” o il “comunismo consiliare”.

L’“anarchismo” di Chomsky s’ispira ad un buon numero di pensatori illuministi, in cui egli include tutta una tradizione che, a suo dire, comprende Humboldt, Jefferson, Bakunin e Rosa Luxemburg. Sebbene nei suoi scritti non si ritrovi alcuna critica specifica degli scritti di Marx (ammette di non esserne uno studioso), numerosi sono i passaggi da cui s’inferisce una valutazione del marxismo come di una tradizione autoritaria, facendo puntualmente risalire questo giudizio ad una cosiddetta “tradizione libertaria di sinistra” interna al marxismo, rappresentata, per Chomsky, da Matick, Pannekoek, e Luxemburg.

Chomsky sostiene che “siamo in una fase storica di passaggio del potere alle grandi imprese, di consolidamento e centralizzazione del potere. Questo dovrebbe andare bene ad un progressista, un marxista-leninista ad esempio. Tre grosse cose, il fascismo, il bolscevismo e la tirannia delle imprese hanno origini comuni: si sono sviluppate più o meno tutte a partire dalla stesse radici hegeliane. (Chomsky, Class Warfare p.23)

Nel pensiero di Chomsky, la centralizzazione dei mezzi di produzione non è intrinseca alla dinamica del sistema economico capitalistico. Al contrario egli ritiene che “avvocati e tribunali hanno definito un nuovo sistema socio-economico”. Ancora, ritiene che per i marxisti-leninisti la centralizzazione del potere “dovrebbe andare bene”. In realtà per i marxisti la centralizzazione non è un “bene” in se. Quello che Marx, ed i marxisti, sostengono è che per creare una società socialista bisogna sviluppare enormemente i mezzi di produzione e che il modo migliore per riuscirvi è attraverso la centralizzazione. Tanto maggiori saranno le capacità produttive dell’economia, tanto più velocemente sarà possibile affrancare il genere umano dalla schiavitù economica.

Da quanto citato prima, si desume come, per Chomsky, le idee hegeliane abbiano generato i processi di centralizzazione del potere di cui parla. In estrema sintesi, il suo punto di vista può essere riassunto in questo modo: “sono i filosofi che hanno creato il mondo in diversi modi, il punto è dunque quello di cambiare la filosofia. Chomsky scrive che, al volgere del XIX secolo, “avvocati e tribunali si sono imposti ed hanno creato un intero nuovo corpus dottrinario che ha dato alle imprese potere ed autorità senza precedenti. Se si guarda alle origini di tutto questo, si nota come siano le stesse che hanno portato al fascismo ed al bolscevismo”. (ibid. p.23)

Il marxismo non esclude il ruolo di avvocati e tribunali nella costruzione di una struttura di relazioni sociali, ma le forze dell’economia e gli ambiti nei quali queste operano, ne limitano fortemente l’indipendenza. Al contrario, Chomsky cerca di elevare a fattore determinante delle forme socio-politiche attuali l’insieme di deliberazioni e regole proveniente da istanze legislative.

I marxisti considerano la dinamica verso la centralizzazione come strettamente inerente al modo di produzione capitalistico. Posto che la centralizzazione, che sarebbe più appropriato definire monopolizzazione, è un processo economico universale che si svolge da 150 anni, a prescindere dall’influenza di Hegel, ci si chiede cosa esattamente Chomsky stia cercando di dire. Centralizzazione e monopolizzazione derivano dalle economie di scala introdotte dall’industrializzazione.

I singoli individui possono senz’altro avere un certo ruolo nella definizione dei sistemi socio-economici, ma solo all’interno di ben precisi limiti materiali definiti dalle relazioni di classe e dallo sviluppo materiale della società. Ad esempio, un prodotto della centralizzazione introdotta dall’economia capitalistica è il processo di urbanizzazione. Dobbiamo ritenere che anche questo sia il prodotto di idee hegeliane? Il ruolo dominante delle città sulle campagne è da ritenersi anch’esso prodotto di un disegno hegeliano? Di fatto Chomsky, come Hegel, ritiene che sia ‘l’idea’ il motore dello sviluppo economico e sociale.

L’argomento di Chomsky lascerebbe intendere che, a suo avviso, avvocati e tribunali, al volgere del XIX secolo, potrebbero aver definito anche qualunque altro sistema socio-economico. Secondo quest’ordine di ragionamento non esisterebbe impulso sociale più potente delle idee e, in quel caso specifico, dell’idea fondamentale di abbandonare il liberalismo classico. Se solo si fossero mantenuti fedeli alle idee dei classici liberali quali “Thomas Jefferson, Adam Smith o uno qualunque di loro”, le cose sarebbero andate decisamente meglio, e forse tutti gli orrori del XX secolo ci sarebbero stati risparmiati.

Chomsky continua dicendoci che quanto è avvenuto nello scorso secolo avrebbe “fatto rabbrividire” e “scandalizzato” i classici liberali. Purtroppo, invece, gli architetti del nuovo sistema socio-economico hanno lavorato al consolidamento del potere statale e delle grandi imprese contro la volontà popolare.

In estrema sintesi questo è quanto Chomsky pensa sul perché, oggi, siamo nella situazione in cui siamo. Infine, per chiudere il ragionamento aggiunge che il capitalismo centralizzato delle multinazionali (leggasi tutte le democrazie capitaliste), il fascismo (leggasi tutti i regimi di destra) ed il bolscevismo (leggasi ogni sedicente stato comunista), provengono tutti “più o meno” dalla mente di Hegel.

Il fatto che questi processi di centralizzazione si siano prodotti in tutti i paesi capitalisti a prescindere dall’”hegelismo” dei suoi governanti indicherebbe piuttosto che la tendenza verso la centralizzazione sia connaturata alle leggi di sviluppo del capitalismo. Per essere corretti, il professor Chomsky caratterizza l’affermazione sull’origine della tirannia da radici hegeliane con un “più” o un “meno”: probabilmente la centralizzazione economica giapponese si situa verso il “meno”, mentre la povera vecchia Germania ha dovuto sopportare per intero il peso della tirannia ideologica hegeliana, fascista, stalinista e delle grandi imprese.

Confrontiamo questo metodo con quello di Marx: ne Il capitale, quest’ultimo ha studiato e descritto le diverse fasi dello sviluppo del modo capitalista di produzione, arrivando fino ad osservare il processo, ai tempi ancora in fase embrionale, di monopolizzazione imperialista. Lenin ed altri, all’inizio del XX secolo, osservando i processi economici che andavano producendosi, studiarono le dinamiche di sviluppo del capitalismo monopolistico. Nel suo libro l’Imperialismo, fase suprema del capitalismo, Lenin prova a fornire alcuni strumenti analitici per comprendere la dinamica del capitalismo mondiale, ad esempio il dominio del capitale finanziario su quello industriale, la natura delle relazioni tra le più potenti nazioni imperialiste con le altre meno sviluppate e le colonie, le ragioni della prima guerra mondiale.

La divisione del lavoro a livello mondiale ha fatto in modo che il mondo si sia trasformato in una entità economica unica, cosa che il marxismo considera progressista nella misura in cui apre la strada, economicamente e culturalmente, all’unificazione socialista del mondo. Tuttavia, l’imperialismo mantiene ad arte la divisione del mondo in stati nazionali capitalistici, in modo che ognuno si tenga stretto il proprio malloppo e cerchi di proteggerlo dagli altri, scatenando guerre, rivoluzioni e controrivoluzioni. Il professor Chomsky non si sforza di spiegarci come e perchè un “marxista-leninista”, secondo lui, dovrebbe ritenere il “passaggio del potere alle grandi imprese… consolidamento e centralizzazione del potere” come un “bene”. Su questo Chomsky ritiene che le sue affermazioni, per qualche motivo, si spieghino da sè.

L’“antiautoritarismo” di Mikhail Bakunin ed il marxismo

Chomsky riconosce in Bakunin una delle fonti principali del suo pensiero politico. Nelle sue parole, Bakunin: “aveva previsto che ci sarebbero stati due tipi d’intellettuale moderno: il primo appartenente a quella che chiamava la ‘burocrazia rossa’, che utilizza le lotte popolari per cercare di prendere il controllo del potere statale ed istituire le più spietate e corrotte dittature della storia; il secondo appartenente al gruppo di quelli che ritengono che in tal modo non si possa accedere al potere e che quindi diventano servitori del potere privato e della democrazia capitalista di stato attraverso la quale, nelle sue parole, ‘bastonano il popolo con il suo stesso bastone’, ossia fanno gran parlare di democrazia, ma solo per rivolgerla contro il popolo stesso. Che io sappia, nelle scienze sociali questa è, di fatto, una delle poche previsioni che si siano avverate, e mi sembra piuttosto perspicace”. (Chomsky, On Democracy and Education, p. 248)

Bakunin era un tipo pittoresco, le cui idee erano un misto di spunti ispirati e contorcimenti ideologici deliranti. Tuttavia, gli attacchi di questi contro Marx ed i dirigenti della Prima Internazionale sembrano essere al centro dell’analisi di Chomsky del leninismo e della sua alternativa anarchica. Per molta parte della sua vita politica attiva, Bakunin ha professato idee pan-slaviste, attraversando diversi movimenti politici e filosofici dell’Europa del XIX secolo.

Un punto che immediatamente balza all’attenzione, in una pur non troppo approfondita analisi dell’attività politica di Bakunin, è il totale disinteresse per la creazione di strutture democratiche e la totale mancanza di qualsiasi forma di controllo dal basso in ogni organizzazione nella quale fosse coinvolto. Al contrario, fosse stato per lui, avrebbe fondato una associazione segreta dopo l’altra, il cui principio organizzativo avrebbe potuto essere riassunto, sostanzialmente, in termini di una dittatura individuale.

Nelle parole di Daniel Guérin: “La sua focosa, precoce carriera politica di cospiratore rivoluzionario non aveva molto a che fare con l’anarchismo, che abbracciò solo nel 1864, a seguito del fallimento dell’insurrezione in Polonia cui prese parte. I suoi scritti giovanili, in ogni caso, non avrebbero cittadinanza in un’antologia del pensiero anarchico.”. (Daniel Guérin’s Anarchism, p.6)

Neppure le affermazioni di Guerin reggono a studi più approfonditi. Lo storico E. H. Carr, infatti, rileva come, ben dopo il 1864, l’”Alleanza Segreta” di Bakunin, che lavorava nella Prima Internazionale, non era null’altro che una dittatura cospiratoria personale, guidata da Bakunin stesso:

La rivoluzione deve essere diretta ‘non già da un potere visibile, ma dalla dittatura collettiva di tutti i membri dell’Alleanza’. Per questo, essi debbono intenzionalmente sottomettere la loro libertà personale ad una disciplina rigida come quella dei gesuiti (enfasi nostra; è da rilevare che Bakunin torna spesso al paragone con i gesuiti), la cui forza sta nella ‘obliterazione dell’individuo dinanzi alla volontà collettiva, alla organizzazione ed all’attività(enfasi nostra). Bakunin non riteneva affatto incompatibile la richiesta di forme organizzative più leggere possibili per l’Internazionale e, per converso, più rigide possibili per i militanti dell’Alleanza”. (E. H. Carr, Bakunin, p. 440)

Come vedremo in seguito, questo apparato dittatoriale sarà replicato nella direzione della FAI [Federazione Anarchica Iberica, ndt] del movimento anarchico spagnolo. Inoltre, si troverà spesso nella storia dell’anarchismo, che i gruppi più famosi siano individuati da nomi derivati da un singolo individuo, come ad esempio i Makhnoviti ucraini o gli Amici di Durruti in Spagna, e questo non è un gran segnale per un “movimento non gerarchico” senza dirigenti, una forma organizzativa che non si è mai riscontrata nella vita reale.

E. H. Carr, nella sua interessante biografia di Bakunin, ne riassume l’opera come segue: “Bakunin è noto nel mondo come uno dei fondatori dell’anarchismo. Meno spesso, però, lo si ricorda come uno dei principali ispiratori della concezione del partito rivoluzionario chiuso e composto da elementi rigorosamente selezionati, tenuti insieme non da ideali comuni, ma dal legame dell’obbedienza implicita ad un dittatore assoluto rivoluzionario” (ibidem, p. 455, enfasi nostra). Facciamo notare come sia proprio per questo concetto di “partito d’avanguardia” che il leninismo viene rigettato dagli anarchici.

Al contrario, noi riteniamo che la massima parte, se non tutti, i “movimenti non gerarchici e antiautoritari” anarchici siano, di fatto, movimenti cospirativi segreti, altamente autoritari e gerarchizzati. Bakunin, in primis, era assolutamente ossessionato dall’organizzazione cospirativa. Egli era convinto del fatto che creando delle organizzazioni rigidamente controllate dalla sua direzione illuminata, sarebbe riuscito a guidare le rivoluzioni verso i suoi obiettivi, volta per volta: nazionalismi variamente borghesi, trasformazione dello zarismo, pan-slavismo, anti-germanesimo, anarchismo libertario. Dunque, per quanto l’elemento cospirativo o clandestino sia presente in tutti i movimenti rivoluzionari per contrastare l’azione delle polizie politiche o degli apparati statali che cercano di infiltrare, sabotare e controllare i movimenti stessi, Bakunin enfatizzò la cospirazione fino a livelli estremi.

Contrariamente ai metodi organizzativi bakuniniani, il marxismo opera sulla base dell’adesione dei militanti alle sue idee e crea forme organizzative che corrispondano, volta per volta, alle esigenze del momento. Pertanto l’organizzazione marxista sarà aperta ed estremamente democratica o invece centralizzata, a seconda di quanto sia richiesto dal momento o dall’obiettivo politico. Una caratteristica fondamentale del leninismo è che il controllo democratico all’interno dell’organizzazione rivoluzionaria sia disegnato per rispondere con flessibilità alle esigenze organizzative contingenti, in risposta alla natura dei compiti politici all’ordine del giorno. Non si può, ad esempio, pensare di avere la stessa forma organizzativa in una democrazia borghese e sotto una dittatura fascista; così come guidare un movimento di lotte salariali e scatenare un’insurrezione sono due cose che richiedono strutture organizzative radicalmente differenti.

Bakunin applicò sempre la sua dittatura personale alle sue organizzazioni, ancorchè molte di queste esistevano poco più che solo nella sua fantasia. Al contrario, Marx e Lenin cercarono sempre di conquistare il consenso delle organizzazioni in cui lavoravano attraverso metodi e procedure democratici. Lenin trascorse molta parte dei primi anni del XX secolo nella lotta per la conquista alle sue idee ed ai suoi metodi della maggioranza del Partito Operaio Socialdemocratico Russo. Perfino durante la Rivoluzione si tennero elezioni, financo per le azioni che richiedevano la massima disciplina, come l’insurrezione armata o la proibizione delle correnti nel 1921.

Bakunin vedeva nei contadini la forza principale dell’incipiente rivoluzione, che riteneva avrebbe guidato direttamente attraverso le sue organizzazioni segrete. La rivoluzione avrebbe dovuto vedere tutti insieme contadini, operai ed elementi criminali, le cui “passioni malvagie e socialiste” per la distruzione sarebbero state di grande aiuto per smantellare l’ordine costituito e lo stato, al quale nulla si sarebbe sostituito, in una nuova società in cui le cose si sarebbero autoregolate fin dal primo giorno.

Che cosa questo volesse dire in pratica lo si vide a Lione nel 1870. Un’insurrezione popolare spontanea aveva portato al potere i radicali borghesi, Bakunin aveva instaurato il suo “Comitato per la salvezza della Francia” e, ad un comizio, il 24 settembre, aveva dichiarato, tra le altre cose: “la macchina amministrativa ed il governo dello stato, ormai impotenti, sono abolite” e “tutte le organizzazioni municipali esistenti sono soppresse e sostituite, in tutte le Comuni federate, dai Comitati per la salvezza della Francia, che eserciteranno pieni poteri, sotto l’immediata supervisione del popolo”.

Nel giro di tre giorni, la Guardia Nazionale prese il quartier generale degl’insorti. Il tentativo avventurista di Bakunin di abolire lo stato per decreto non aveva tenuto conto dei rapporti di forza reali, e dello spirito delle masse e delle forze sociali in gioco. Semplicemente, il nostro si era precipitato a Lione ed aveva annunciato la nascita del suo “Comitato per la salvezza della Francia” e l’abolizione dello stato.

Lo stato, tuttavia, che non aveva creduto granché alla sua saggezza liberatoria, soffocò nel sangue la rivolta e ne arrestò i dirigenti, ma Bakunin riuscì a mettersi in fuga, pronto a preparare nuovi decreti e comitati fantasma per il futuro (ibidem, p 417-22).

Ci sorprende, dunque, come Chomsky consideri Bakunin un liberale antiautoritario, quando ogni evidenza indica il contrario mentre, ancora una volta, ritiene che le sue affermazioni si dimostrino da sé.

Gli scritti di Engels contro l’antiautoritarismo dei seguaci di Bakunin riassumono chiaramente quanto ci sia di sbagliato nell’antiautoritarismo anarchico:

...nessuna azione da parte delle Comuni è da ritenersi possibile senza la sottomissione di alcuni ad una volontà esterna, ossia ad una autorità. Sia che ci troviamo di fronte ad una maggioranza di votanti o ad un comitato di gestione autocratico, l’autorità sarà inevitabilmente una volontà imposta ad alcuni dissidenti: tuttavia senza quella unica volontà di controllo, non sarà mai possibile alcuna cooperazione. Provate a far funzionare una delle grandi fabbriche di Barcellona senza alcuna forma di controllo, senza un’autorità! O a mandare avanti una ferrovia senza avere la certezza che ogni ingegnere ed ogni macchinista sia al proprio posto quando deve esserci! Ci piacerebbe sapere se il buon Bakunin affiderebbe la gestione di una linea ferroviaria al suo fascinoso piano, secondo cui non necessariamente si deve stare al proprio posto di lavoro se non si vuole sottostare a dei regolamenti, regolamenti che, in ogni situazione reale della società sarebbero ben più autoritari di quelli del Congresso di Basilea! Tutte queste frasi magniloquenti ad effetto, ultraradicali e rivoluzionarie, servono solo a nascondere la colossale ignoranza delle condizioni nelle quali si svolge la vita quotidiana. Si pensi soltanto ad abolire ‘ogni autorità, anche il semplice consenso’ tra i marinai a bordo di una nave!” (Engels a Lafargue, 30 Dicembre 1871, Collected works, Vol 44 p. 286)

Chomsky sulla Rivoluzione Russa ed il leninismo

La teoria leninista sostiene che il partito d’avanguardia debba assumere il potere dello stato e guidare il popolo verso lo sviluppo economico e, per qualche miracolo non spiegato, anche verso la libertà e la giustizia. Si tratta di un’ideologia che naturalmente affascina grandemente l’intelligentsia radicale, cui fornisce una giustificazione per il loro ruolo di gestori del potere statale. Non riesco a trovare alcuna ragione - né logica, né storica - per prenderla sul serio. Il socialismo libertario (e gran parte del marxismo più comune) ha abbandonato, giustamente, con sdegno queste posizioni.”
(Chomsky, <http://www.zmag.org/chomsky/interviews/9612-anarchism.html>)

“L’intelligentsia leninista ... calza perfettamente nella descrizione che Marx traccia dei ‘cospiratori’ che pregiudicano lo sviluppo del processo rivoluzionario’ e lo distorcono ai loro propri fini di dominio”.

“Sin dalle sue origini, lo stato sovietico ha cercato d’imbrigliare le energie del suo stesso popolo in ogni momento, al servizio di quegli uomini che avessero potuto trarre vantaggio dal fermento popolare della Russia del 1917, per prendere il potere dello stato nelle loro mani.” (Chomsky, The Soviet Union Versus Socialism)

Sebbene negli scritti di Chomsky non si trovi molto su Lenin o Trotskij, non si può non essere colpiti dalla sufficienza con la quale Chomsky fa affermazioni liquidatorie (e false) sulle loro idee e sulle loro azioni. Come vedremo in seguito, egli li considera entrambi fondatori e sostenitori di quel sistema tirannico che i marxisti definiscono stalinismo. Lo sdegnoso rifiuto del “leninismo” da parte di Chomsky si basa sia sull’ignoranza intellettuale che sulla deliberata falsificazione storica, e sembra poggiare l’analisi solo su fonti di seconda mano.

La preparazione di un movimento rivoluzionario

Il bolscevismo si sviluppò, a partire dal 1903 in avanti, come corrente rivoluzionaria della socialdemocrazia russa, da cui si distinse soprattutto sulle questioni inerenti la preparazione organizzativa ed ideologica per la rivoluzione. Nel 1903, Lenin avanzò l’idea di una socialdemocrazia che fosse il “partito d’avanguardia” della classe operaia. Lenin riteneva che la lotta economica non fosse sufficiente e che i lavoratori richiedessero anche la lotta politica.

Nella socialdemocrazia russa vi era una certa tendenza ad ignorare la lotta politica. Secondo il pensiero del tempo, tutto sarebbe venuto dall’organizzazione sindacale, attraverso la lotta “economica”. La storia ha ripetutamente dimostrato che non è così. La classe operaia necessita una direzione rivoluzionaria, un partito rivoluzionario, che non viene fuori dal nulla, spontaneamente, ma deve essere coscientemente costruito dai marxisti rivoluzionari.

L’“intelligentsia leninista” (ossia il Partito Bolscevico) cercò di costruire la base politica e l’influenza tra la classe operaia per la socialdemocrazia, in modo che la classe stessa diventasse “l’avanguardia combattente per la democrazia”. L’idea di Lenin era quella di costruire un movimento rivoluzionario che fosse capace di spezzare la macchina statale zarista. Per far questo la socialdemocrazia era tenuta a lavorare sia in maniera legale che in clandestinità, nella misura in cui la legalità poteva consentirle di avere strutture aperte e democratiche, mentre l’illegalità, inevitabilmente, portava con sé forme organizzative cospirative che non avrebbero potuto basarsi sempre su una discussione aperta e democratica rispetto ai compiti da portare avanti.

I bolscevichi usarono tutti i canali a loro disposizione, comprese le opportunità parlamentari, ma furono anche costretti alla clandestinità. Il lavoro rivoluzionario in tempi di dittatura richiede l’attività cospirativa, altrimenti sarà presto distrutto. Una rivoluzione vittoriosa richiede preparazione su tutti i fronti: politico, ideologico ed anche militare.

In un certo senso Chomsky accetta questo ragionamento, infatti a proposito della rivoluziona spagnola scrive: “i successi della rivoluzione popolare in Spagna, in particolare, si basarono sul paziente lavoro di molti anni di organizzazione e formazione, un lavoro parte di una lunga tradizione di impegno e militanza.” A rigori, dunque, non ci dovrebbe essere nulla di male nel prepararsi per la rivoluzione, come fecero i bolscevichi, attraverso “una lunga tradizione di impegno e militanza”.

Secondo Chomsky, tuttavia, i bolscevichi pregiudicaronolo sviluppo del processo rivoluzionario”. Sottinteso è che i bolscevichi non avrebbero dovuto prendere il potere perchè era troppo presto, la crisi rivoluzionaria sarebbe maturata ancora, e meglio, se i cospiratori leninisti avessero aspettato che gli operai ed i contadini russi avessero istituito il “comunismo consiliare” da sé. L’aspetto ironico di questa posizione è che, nei fatti, la vecchia dirigenza bolscevica si oppose alla proposta d’insurrezione da parte di Lenin proprio perchè, come Chomsky, ritenevano che questa pregiudicasse lo sviluppo del processo rivoluzionario. Su questo punto, Chomsky si trova d’accordo con molti dirigenti bolscevichi, quali Kamenev, Zinoviev e perfino Stalin, che inizialmente aveva una posizione ondivaga sulla questione!

La valutazione fatta da Lenin nell’ottobre 1917 si basava sul fatto che l’esercito si stava ammutinando, rivolte contadine scoppiavano in ogni angolo della Russia, il governo provvisorio continuava a sostenere la guerra sempre più odiata, sentori di rivolta andavano esprimendosi in tutti gli eserciti europei ed i bolscevichi godevano del sostegno di massa nei principali soviet cittadini e nei consigli operai.

In precedenza, nel luglio del 1917, Trotskij aveva dovuto mettere in campo tutta la sua autorità personale e politica per convincere i lavoratori armati a non prendere il potere, proprio per non “pregiudicare lo sviluppo del processo rivoluzionario”. In quel momento, la valutazione di Lenin e Trotskij era che un’insurrezione sarebbe stata sconfitta. La storia della lotta per il socialismo è una storia anche di aspri scontri su se e quando prendere il potere, se farlo attraverso un’insurrezione o aspettando che le condizioni siano “pienamente mature”. Tipicamente, quelli che sostengono sempre che si debba attendere che le condizioni siano pienamente mature per il socialismo sono i riformisti.

Il padre fondatore del “revisionismo”, Eduard Bernstein, l’antenato ideologico di Tony Blair e Gerhard Schroeder, sosteneva che il capitalismo si sarebbe gradualmente evoluto nel socialismo e, poichè quest’ultimo restava senz’altro il sistema migliore, quando le masse se ne sarebbero rese conto, il socialismo sarebbe stato instaurato. È questo il “marxismo più comune” cui si riferisce Chomsky?

Lo stato e la rivoluzione

Chomsky ritiene “perverso considerare il bolscevismo come ‘marxismo applicato’, …la critica di sinistra del bolscevismo, che tiene conto delle circostanze storiche della Rivoluzione Russa in cui il bolscevismo si è mosso, è molto più appropriata”. Chomsky cita, quindi, Paul Mattick, che dice che i bolscevichi “non si spinsero fino in fondo nell’avvalersi delle sollevazioni in Russia per scopi strettamente proletari”. (Chomsky, Notes on Anarchism)

Se un attimo fa avevamo visto Chomsky pensare che i rivoluzionari leninisti erano stati troppo precipitosi, pregiudicando “lo sviluppo del processo rivoluzionario”, ora cambia imbastitura e concorda con Mattick che la rivoluzione non solo non era prematura, ma perfino che i bolscevichi “non si spinsero fino in fondo”. È la critica “di sinistra del bolscevismo” ad avere ragione, mentre un attimo fa, lo ricordiamo, era la “gran parte del marxismo più comune”, ossia il riformismo.

Non diamoci pena per la mancanza di coerenza, l’obiettivo di Chomsky è, infatti, quello di far sembrare sciocche le idee e le azioni di Lenin e Trotskij, per dimostrare come queste non possano essere prese sul serio. Chomsky attacca da due fronti: da una parte i bolscevichi non avrebbero dovuto prendere il potere, mentre dall’altra, quando effettivamente lo fecero, non si spinsero fino in fondo “per scopi strettamente proletari”. In definitiva, sembrerebbe di capire che, per Chomsky, i bolscevichi avrebbero dovuto promuovere ed instaurare una qualche forma di comunismo libertario, o consiliare, fin dal primo momento.

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