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Settembre 1920: L’occupazione delle fabbriche PDF Stampa E-mail
Storia e Memoria
Scritto da Francesca Esposito   
Martedì 21 Settembre 2010 04:56

 

Ricorre quest’anno il novantesimo anniversario dell’occupazione delle fabbriche; settembre 1920: una “rivoluzione mancata” che lasciò un segno indelebile nella storia della lotta di classe italiana. Questo articolo va letto assieme a quello apparso sul numero 226 del nostro giornale (Torino, aprile 1920: Quando la rivoluzione era possibile), di cui costituisce il necessario complemento.

 

Il contesto economico e sociale

 

L’apparato industriale italiano, soprattutto il settore siderurgico, meccanico e chimico aveva conosciuto, negli anni della prima guerra mondiale, un’espansione eccezionale, una grande occasione per uscire dalla stagnazione che aveva accompagnato la produzione negli anni prebellici. In quattro anni le attività industriali erano quadruplicate e il prodotto lordo era passato dai 4,6 miliardi di lire del 1914 ai 16,7 miliardi del 1918. Contemporaneamente erano enormemente accresciute le file del proletariato italiano, alimentate anche dalle grandi emigrazioni di massa dei contadini del Sud verso le ricche e industrializzate regioni del Nord: solo alla Fiat, ad esempio, si passava dai 4mila dipendenti del 1914 ai 40mila del 1918.

Era chiaro che la fine della guerra avrebbe creato serie difficoltà sul piano economico e a catena su quello politico e sociale.

Nel periodo postbellico lo Stato usciva letteralmente dissanguato e debole. Allo stratosferico indebitamento, che nel 1919 ammontava ad oltre 69 miliardi di lire, realizzato in gran parte con cinque prestiti nazionali resi necessari per finanziare la guerra, va aggiunto l’aumento di moneta in circolazione che determinò una progressiva diminuzione del valore della lira e un conseguente aumento del costo della vita, che risultò quasi triplicato.

La crisi economica si espresse in un calo drastico della produzione di frumento e granoturco, della produzione meccanica, chimica, nelle miniere; l’importazione degli alimenti subì un tracollo del 40% e il prezzo delle materie prime continuava a crescere.

La fine del conflitto richiedeva quindi un ulteriore sforzo da parte dello Stato per rispondere alle sollecitazioni degli industriali che, arricchitisi enormemente sulla pelle degli operai e dei combattenti (il capitale delle industrie metalmeccaniche crebbe del 252% durante la guerra – vedi Tab. 1), si guardarono bene dal puntare ad una riconversione delle industrie belliche.

Nei primi mesi del 1919 le campagne italiane vennero investite da un movimento di protesta, che puntava alla liquidazione del latifondo e alla distribuzione delle terre incolte, a nuovi rapporti nella gestione delle aziende agricole, con un peso maggiore affidato ai lavoratori. E questo si traduceva nell’occupazione delle terre incolte soprattutto nelle regioni centrali e meridionali.

Di pari passo avanzavano le rivendicazioni degli operai delle fabbriche che lottavano contro il carovita, contro l’aumento del prezzo del pane e richiedevano la giornata di otto ore, la difesa dei salari e del posto di lavoro.

 

Aria di rivoluzione

 

La Rivoluzione Russa fa da sfondo alla lotta di classe che si stava espandendo in Ungheria, nei Balcani, in Inghilterra, in Germania con la nascita dei Consigli operai sulle orme dei Soviet. Come scrisse Trotskij, il 1919 “fu l’anno in cui l’intera struttura dell’imperialismo europeo barcollò sotto l’impatto della più grande lotta di massa del proletariato verificatasi nella storia”.

In Italia la comparsa sulla scena della classe operaia si espresse attraverso un poderoso afflusso verso le organizzazioni tradizionali maggiormente riconosciute dai lavoratori: la Cgl che nel 1918 aveva 250mila tesserati arriva a un milione e 160mila iscritti nel 1919 e a due milioni e 300mila nel 1920.

Il Psi uscì rafforzato dalla guerra, nonostante la sua parola d’ordine “non aderire nè sabotare”. La sua “guerra alla guerra”, la propaganda per la pace, la prevalenza dell’area massimalista che puntava ad una rivoluzione di stampo “soviettista”, tutto ciò gli diede grande prestigio da farlo passare a 87mila iscritti nel 1919 e 200mila nel 1920, dai 24mila iscritti del 1918.

Tra le masse prevaleva la sensazione di un imminente cataclisma, anzi c’era la certezza che ben presto anche in Italia ci sarebbe stato un sovvertimento sociale e politico. Si parlerà retrospettivamente di “attesa messianica” e di “rivoluzionarismo generico”, perché a quella spinta rivoluzionaria non seguì un’azione concreta.

Gli avvenimenti si susseguirono in un rapido crescendo.

L’avanguardia del movimento era Torino; qui la combattività si era già espressa in lotte politiche e sindacali (le 8 ore lavorative vengono conquistate tre mesi prima della promulgazione a livello nazionale nel febbraio 1919) tali da ergerla a “Pietrogrado d’Italia” da Antonio Gramsci. È a Torino che le locali sezioni del Psi e della Cgl prenderanno man mano le distanze dalle rispettive direzioni nazionali per i forti richiami che la rivista Ordine Nuovo, diretta da Gramsci, farà all’esperienza russa: “la rivoluzione internazionale ha acquistato forma e corpo da quando il proletariato russo ha inventato (…) lo Stato dei Consigli, scavando nella sua esperienza di classe sfruttata, estendendo alla collettività un sistema di ordinamento che sintetizza la forma di vita economica proletaria organizzata nella fabbrica intorno ai comitati interni e la sua forma di vita politica organizzata nei circoli rionali, nelle sezioni urbane e di villaggio, nelle federazioni provinciali e regionali in cui si articola il Partito Socialista”.

 

Dibattito nel Psi

 

Nel Psi il leit motiv era di “fare come in Russia” e la certezza veniva data tra l’altro dalla mozione approvata dalla Direzione del partito nel dicembre 1918, lì dove si proponeva “come obiettivo l’istituzione della repubblica socialista e la dittatura del proletariato”, così come dalla sua adesione alla III Internazionale sin dal marzo 1919, all’atto della costituzione. Ma oltre alle parole dal Psi non scaturiva nessun programma conseguente.

Nel XIV Congresso nazionale del Psi che si tenne a Bologna dal 5 all’8 ottobre 1919, il tono era di un ottimismo estremo. Vincerà la mozione dei ‘massimalisti’ di Serrati, di coloro cioè che rivendicavano il metodo rivoluzionario per attuare il programma massimo, che parlavano della necessità dell’”uso della violenza per la conquista dei poteri”, dell’”abbattimento degli organismi dello Stato borghese”. Quanto però al richiamo della III Internazionale, di formare “nuclei dai quali si potranno sviluppare i Soviet”, la risposta rimase piuttosto vaga. Come giustamente osservò Nenni più avanti, la maggioranza del Psi “nonostante il frasario antidemocratico e antiparlamentare di moda, restava fedele al metodo democratico e addirittura non concepiva altra forma di lotta e di agitazione all’infuori della propaganda orale e scritta, della lotta parlamentare, della metodica organizzazione di classe e delle elezioni”.

Anche le minoranze al Congresso non usciranno fuori da questi schemi; da una parte c’erano i riformisti di Turati con un’aperta visione democratico-parlamentare e dall’altra, all’estrema sinistra, il gruppo di Bordiga la cui polemica si incentrò esclusivamente sulla necessità di astenersi dalle imminenti elezioni per dare alle masse una educazione ed una preparazione alla rivoluzione. Gramsci erroneamente non pose in questa sede le posizioni della locale sezione torinese, che correttamente rivendicava il fatto che “la rivoluzione comunista possano attuarla solo le masse e non possa attuarla né un segretario di partito, né un presidente di repubblica a colpi di decreto”; questo atteggiamento rese l’Ordine Nuovo un caso a sé nel movimento operaio italiano, un errore che venne pagato a caro prezzo.

Le elezioni del novembre 1919 furono un ulteriore conferma del clima combattivo che si respirava: il Psi ottenne un grosso successo con circa due milioni di voti e 156 deputati eletti.

La questione dei Consigli di fabbrica continuava a prendere piede nelle fabbriche: venivano identificati dai lavoratori come i loro organismi, in cui democraticamente si prendevano le decisioni espressione dei loro interessi ed esigenze. E poi c’era intorno il contesto rivoluzionario, la percezione che qualcosa di reale avrebbe cambiato la loro condizione in fabbrica; essi si sentivano ormai soggetti e non più oggetti del proprio destino.

Per questo motivo i Consigli iniziarono a destare serie preoccupazioni negli industriali, al punto da minacciare la serrata delle fabbriche.

Inevitabilmente la discussione investì anche i dirigenti riformisti del Psi e della Cgl che, invece di essere conseguenti ai loro proclami rivoluzionari, rimasero terrorizzati di fronte alla messa in discussione della propria egemonia in fabbrica. Per D’Aragona, segretario generale della Cgl, i rappresentanti dei Consigli erano dei “disorganizzati”, pertanto l’unica e legittima rappresentanza rimaneva quella delle organizzazioni ufficiali. Dalle file del Psi, lo stesso Serrati tuonò contro il voto concesso ai “disorganizzati” e condusse una battaglia in seno al partito contro chi avrebbe proclamato “la capacità rivoluzionaria della massa amorfa”, dimostrando di fatto una totale sfiducia nei confronti della classe lavoratrice.

Quando nella primavera 1920 si aprì lo scontro con il famoso “sciopero delle lancette” (vedi Falcemartello nr. 226), che poneva la questione fondamentale del potere politico in fabbrica attraverso il riconoscimento dei Consigli, l’Amma (associazione padronale) lo usò a pretesto per proclamare la serrata degli stabilimenti metallurgici. Ebbe inizio una lotta con 10 scioperi generali, che per un mese intero si propagò per tutto il Piemonte e si collegò con l’agitazione dei braccianti, coinvolgendo 500mila operai industriali e agricoli. Il movimento in quell’occasione si ritrovò però isolato e venne sconfitto.

 

Lo scontro finale

 

Il morale però non era ancora spezzato, come concluse l’ultimo bollettino del Comitato di sciopero: “questa battaglia è finita, la guerra continua”. Il proletariato torinese era stato sconfitto localmente, ma aveva vinto a livello nazionale, perché come scrisse l’Avanti! torinese “la sua causa è diventata quella di tutto il proletariato nazionale”.

La necessità della presa del potere prospettata da Gramsci in una mozione approvata dalla sezione torinese del Psi, verrà tra l’altro considerata da Lenin come “pienamente rispondente ai principi fondamentali della III Internazionale” sia nel criticare l’immobilismo del partito, sia nelle proposte presentate.

E così iniziò la battaglia per espellere i riformisti dal partito e dalla Cgl, accusandoli di aver bloccato l’ascesa rivoluzionaria delle masse. Si trattava però di un lavoro iniziato troppo in ritardo rispetto al rapido evolversi degli avvenimenti.

In tutto questo periodo la borghesia non era restata con le mani in mano. Nel marzo 1920 era nata la Confederazione nazionale dell’industria e nell’agosto 1920 fu costituita la Confederazione generale dell’agricoltura. Segno che i padroni si stavano organizzando ad un duro scontro per fronteggiare le pressanti rivendicazioni salariali dovute al continuo aumento dei prezzi.

Lo Stato, nella più totale debolezza, come estremo rimedio pensò di far tornare Giolitti al potere per ristabilire un minimo equilibrio politico. Ma la situazione era ormai fuori da ogni controllo. La vertenze assumevano un carattere sempre più aspro. Quella dei metallurgici, iniziata a maggio incontrerà il totale rifiuto a ogni compromesso da parte degli industriali, tanto che la Fiom sarà costretta in agosto a convocare un congresso straordinario invitando anche rappresentanti del Psi e della Cgl. Si decise di applicare dal 21 agosto la linea dell’ostruzionismo (rallentamenti della produzione) su scala nazionale e in caso di serrata come risposta padronale, si sarebbe passati all’occupazione degli stabilimenti.

Nei primi giorni della lotta la produzione calò drasticamente: alla Fiat Centro dove lavoravano 15mila operai, la produzione calò del 60%.

La prima provocazione arrivò da Milano, dove il 30 agosto due mila operai della Romeo trovarono i cancelli chiusi e la fabbrica presidiata dalle truppe.

La Fiom allora prevedendo l’estendersi della serrata, diede indicazione ai lavoratori di prendere possesso di 300 stabilimenti cittadini; gli industriali in tutta risposta chiusero tutti gli stabilimenti non presidiati dagli operai.

Anche a Torino gli industriali si stavano preparando per la serrata, quando giunsero inaspettate alcune dichiarazioni di Giolitti che li disorientò: egli sconsigliava il ricorso alla serrata in quanto non si poteva contare sull’intervento della forza pubblica: “per cacciare gli operai dalle fabbriche - dichiarò - occorre l’artiglieria. Sono in grado di provvedere subito. A Torino c’è il settimo reggimento di artiglieria da montagna: do ordine immediato che domani sia bombardata la Fiat e sia liberata dagli occupanti”. Agnelli, presidente della allora Confindustria rispose: “No, no”. Il progetto di Giolitti era chiaro: meglio fiaccare il movimento, lasciarlo andare sin quando preso dalla necessità sarebbe stato costretto a seguire il primo “cavaliere che gli indica la strada mostrandogli una manciata di fieno…”

Tra il 1° e il 4 settembre l’occupazione si estese alla quasi totalità delle fabbriche metallurgiche, da Milano a Genova, Roma, Napoli, Palermo. Parteciperanno alla lotta 500mila operai, i Consigli di fabbrica si autodisciplinavano economizzando sull’elettricità, curando la propria pulizia e vietando l’introduzione in fabbrica di alcolici. In generale, il clima che si viveva era festoso, di euforia, ma anche di ordine. Gli incidenti saranno pochissimi, si organizzeranno mense comuni e compariranno armi per l’autodifesa. Gli ordinovisti terranno comizi sul tenore dell’“emancipazione dell’umanità dalle cricche capitalistiche”. Colpirà il gran numero di bandiere rosse che sventolavano sulle ciminiere.

Dal 6 settembre la coscienza rivoluzionaria si era espansa a macchia d’olio: anche i contadini del Mezzogiorno iniziarono ad occupare gli ex feudi. I ferrovieri solidali col movimento assicurarono il trasporto delle materie prime, mentre tessili e chimici presero anch’essi ad occupare gli stabilimenti.

Davanti ai cancelli non ci saranno solo gli operai, ma fiumi di familiari, cittadinanze intere che portavano solidarietà e viveri.

La lotta era all’apice. La Fiom si rese conto che gli stava sfuggendo di mano e tentò subito di rimediare aprendosi ad un accordo al ribasso. I dirigenti del Psi in tutto questo periodo resteranno fermi a guardare l’inesorabile disfacimento dello Stato, nell’attesa di raccoglierne i frutti e si guarderanno bene dal dare alla lotta una prospettiva o una parola d’ordine.

Il limite fondamentale della lotta fu colto da Gramsci: mancava un collegamento tra sindacato e partito. Uno sciopero generale avrebbe sicuramente spostato sul piano politico le rivendicazioni dei lavoratori e avrebbe posto apertamente la questione della conquista del potere da parte della classe operaia, unico sbocco possibile per la crisi rivoluzionaria.

 

Una sconfitta che chiuse un ciclo

 

Il 9 settembre il direttivo della Cgl si riunì per fare il punto della situazione e invitò alcuni dirigenti del Psi. A Togliatti e Tasca, che rappresentavano la sezione torinese del Psi, venne lanciata dalla direzione Psi e da quella Cgl la provocazione di iniziare a Torino il movimento insurrezionale. In cambio però non gli si dava nessuna certezza che le organizzazioni avrebbero poi esteso il processo su scala nazionale. Intuendo la trappola, i torinesi rifiutarono: il rischio sarebbe stato ancora una volta una concentrazione di forza pubblica nella città, come accaduto in aprile, e la sconfitta del movimento. Quello che necessitava, come spiegò Togliatti, era un’azione “simultanea delle campagne e soprattutto un’azione nazionale”. Che non ci fu, neppure nelle intenzioni delle direzioni nazionali. Anzi, questo fatto servì a burocrati e riformisti per giustificare il loro tradimento mascherandolo con la debolezza dell’avanguardia torinese.

Il 10 e 11 settembre si tenne il Congresso nazionale della Cgl allargato alla Direzione del Psi dove, con varie manovre prevarrà un ordine del giorno, presentato da D’Aragona, che in sintesi non prevedeva uno sbocco rivoluzionario, ma una trattativa sindacale. La rivoluzione era stata messa ai voti ed era stata respinta! D’Aragona verrà definito più avanti, dal prefetto Lusignoli, come il “salvatore d’Italia”.

In un primo momento nessuno parlerà di sconfitta; i riformisti, da Turati a Buozzi pensavano che quella dignitosa uscita avrebbe offerto loro grandi ritorni in termini di consensi e di potere nelle fabbriche.

Nella sinistra invece prevaleva la sensazione che la rivoluzione italiana era cominciata e ci si affrettò per preparare il terreno politico: la scissione in seno al Psi era ormai ineludibile, occorreva impedire che si ripetesse il sabotaggio riformista della rivoluzione; bisognava espellere i riformisti così come chiedeva l’Internazionale. Una scissione, quella che portò alla nascita del Pcd’I a Livorno, necessaria, ma che non sarebbe stata purtroppo in grado di impedire lo scatenarsi di una feroce reazione da parte della borghesia, con l’ascesa del fascismo. Ormai l’occasione era sfuggita di mano.

Come sostenne Trotskij: “il fascismo è la rivincita, la vendetta attuata dalla borghesia per il panico vissuto nel settembre del ‘20 e nello stesso tempo è una lezione tragica per il proletariato italiano, una lezione su ciò che deve essere partito politico, centralizzato, unito e con le idee chiare. Un partito che deve essere cauto nella scelta delle condizioni, ma anche risolutamente deciso nell’applicazione dei metodi necessari nell’ora decisiva (…) Ne consegue dunque che (…) il lavoro da fare oggi è soprattutto interno, organizzativo, di preparazione e di educazione…”

Di fronte allo stato attendista e comatoso della sinistra oggi e di fronte ai numerosi arretramenti accettati dalle direzioni sindacali nelle vertenze sindacali (le burocrazie cambiano il pelo ma non il vizio!) occorre riprendere in mano il proprio destino e lottare senza mai rilasciare cambiali in bianco ai dirigenti sindacali e politici. La nostra battaglia oggi è quella di far sì che i vertici della Cgil rispondano alle esigenze dei lavoratori e solo a quelle e che il Prc abbandoni le scorciatoie istituzionali per dedicarsi a un necessario e imprescindibile lavoro di radicamento nei posti di lavoro. Saranno gli stessi lavoratori che troveranno i mezzi e i tempi necessari per percorrere questa strada.

 
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