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L’esperienza del primo centrosinistra in Italia PDF Stampa E-mail
Storia e Memoria
Scritto da Simone Raffaelli   
Martedì 04 Aprile 2006 13:29

Storia del movimento operaio italiano


La relazione di Fausto Bertinotti al congresso nazionale di Venezia riprendeva molti degli argomenti che condussero Nenni ad entrare nel 1963 in un governo di centrosinistra.

Ripercorrere quell’esperienza è utile per apprenderne le lezioni più importanti, in un momento in cui Rifondazione Comunista si appresta ad entrare, come allora il Psi, in un governo di collaborazione di classe.

La borghesia e il centrosinistra

Nelle grandi fabbriche come nelle campagne dopo il 1948 i padroni erano passati alla riscossa e avevano impresso una svolta repressiva. Migliaia di operai comunisti venivano licenziati. In molte aziende la Cgil era ridotta alla semiclandestinità. Al posto dei vecchi combattenti fortemente politicizzati, nel corso degli anni ’50 entrava nelle fabbriche una numerosa fascia di giovani lavoratori, spesso meridionali, di origine contadina e senza alcuna formazione politica.

Accanto alla repressione nelle fabbriche c’era quella più generale, di piazza, il cui obbiettivo era terrorizzare e dissuadere da ogni tentativo di resistenza all’offensiva padronale.

Dal 1948 in poi il governo del paese era sempre stato la risultante dell’alleanza della Dc con una serie di minuscoli partiti borghesi che le gravitavano attorno come repubblicani e liberali e i socialdemocratici.

Alla fine degli anni ’50 alcuni settori della borghesia in maniera molto prudente incominciarono ad avvicinarsi alla prospettiva di un governo di centro-sinistra.

Una delle ragioni principali era sicuramente che tutti i tentativi dei governi precedenti di ridurre al lumicino la forza del movimento operaio erano falliti.

La strategia perseguita fino a quel momento era giunta all’esaurimento. La Dc ad ogni elezione perdeva voti, di fronte a un aumento della forza del Partito comunista.

Le contraddizioni covavano sotto uno strato di apparente tranquillità. Il peggioramento delle condizioni di lavoro, il miserabile tenore di vita di milioni di persone, specialmente al Sud, dieci anni di provocazioni poliziesche incominciavano a pesare e non solo sui vecchi militanti operai, ma anche su centinaia di migliaia di giovani entrati in fabbrica nell’ultimo periodo, che avevano avuto la possibilità di sperimentare sulla propria pelle la realtà del sistema.

Nel maggio 1962 Valletta, dirigente della Fiat, si incontrò con Kennedy e auspicò un appoggio finanziario degli Usa ai socialisti attraverso la Dc, “come leva per ottenere la cooperazione del partito socialista”.

La tattica della borghesia era di legare i vertici del Partito socialista a una politica di collaborazione di classe attraverso la gestione di nicchie di potere.

A partire dal 1960, a orientarsi verso la soluzione di centrosinistra furono specialmente i grandi gruppi, come Olivetti, Fiat e Pirelli, che espressero anche abbastanza apertamente come contassero sulla “ragionevolezza” del Psi per contenere le tensioni che montavano in fabbrica.

I vescovi fecero cadere le preclusioni “morali” a eventuali alleanze della Dc con “partiti atei”.

Ma il “matrimonio” non poteva avvenire così, senza traumi o scosse. La borghesia in Italia chiedeva al Partito socialista un adattamento completo al capitalismo.

Si voleva uno spostamento a destra del Psi netto anche se graduale, capace di isolare gli elementi più radicali ma nello stesso tempo di far entrare in testa a milioni di lavoratori che il capitalismo era l’unico sistema possibile, e questo glielo dovevano far capire i loro dirigenti.

Le giornate del luglio 1960

Nel febbraio 1960 cadde il governo Segni, sostenuto da Dc e liberali. Due mesi dopo si presentò alle Camere il nuovo presidente del consiglio, il Dc Tambroni.

L’8 aprile il governo ottenne la fiducia con il voto determinante dei fascisti del Movimento sociale italiano. Il clima sociale si arroventò. Il nuovo governo diede inizio a una nuova fase di repressione delle lotte.

A Palermo e in Puglia la polizia aprì il fuoco sui dimostranti. Ai primi di maggio la Corte costituzionale dichiarò perfettamente legittima ogni forma di serrata padronale.

All’inizio di maggio il Msi rese nota la convocazione del suo congresso nazionale per i primi giorni di luglio a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza.

Ai primi di giugno nelle fabbriche genovesi si respirava una rabbia diffusa, provocata soprattutto dall’approssimarsi del congresso dei fascisti. Il 24 giugno un comizio indetto dalla Cgil venne vietato. Il giorno successivo i portuali scesero in sciopero e si unirono al corteo studentesco. Furono caricati duramente.

Il Msi, per completare la provocazione rese nota la presenza al suo congresso di Basile, ultimo prefetto fascista della città, complice della deportazione e della fucilazione di molti antifascisti genovesi.

Uno sciopero convocato il 30 dalla Camera del Lavoro incontrò una adesione altissima.

Dopo un corteo partecipatissimo, nel pomeriggio, quando la dimostrazione si stava per sciogliere, iniziarono gli scontri con la celere, che videro un’alta combattività dei giovani e dei lavoratori, che elevarono le barricate, mettendo in difficoltà la polizia.

In quel momento tutte le forze politiche della sinistra erano state scavalcate dalla rabbia della piazza. Sorse un comitato di liberazione nazionale, pronto “ad assumere il governo della città”, e i partigiani con le loro organizzazioni divennero immediatamente un punto di riferimento.

Solo i capi partigiani più conosciuti riuscirono a evitare che gli scontri si trasformassero in vera e propria battaglia e si protraessero nei giorni successivi.

Per il 2 luglio fu convocato un nuovo sciopero generale, senza però chiarire quale dovesse essere il suo scopo, se una semplice dimostrazione antifascista o si ponesse il problema del controllo della città e delle fabbriche.

Questo sciopero fu revocato non appena la questura, terrorizzata, annullò il congresso missino.

Mantenerlo avrebbe significato provocare l’insurrezione generale della città, e abbiamo visto come lavoratori e partigiani avessero già preparato un organismo in grado di sostituire il potere borghese.

Ma la rivolta di Genova innescò un meccanismo che uscì dal controllo e dalle previsioni come dalle direzioni del movimento operaio, quanto delle forze repressive.

A Reggio Emilia il 7 la polizia aprì il fuoco su un corteo uccidendo cinque dimostranti.

In pochi giorni la situazione tornò quasi al livello delle giornate insurrezionali del ’48.

In una situazione così favorevole, il freno più grande fu determinato dalla volontà dei dirigenti dei lavoratori di cercare ad ogni costo una ricomposizione con le altre “forze democratiche”.

Il dirigente comunista Terracini appoggiò l’appello del presidente del senato Merzagora per una “tregua” di 15 giorni in cui le forze armate sarebbero rimaste consegnate in caserma, mentre partiti e sindacati si sarebbero astenuti da manifestazioni e scioperi.

Il dibattito in seno al Psi

L’inizio degli anni ’60 venne così caratterizzato da una ripresa della combattività operaia. Nuovi problemi si posero all’ordine del giorno nelle organizzazioni della classe lavoratrice. Al dibattito sul centrosinistra fra le forze borghesi fece eco la discussione nel Psi, i cui dirigenti videro una concreta possibilità per smarcarsi dalla “subalternità” politica nei confronti del Pci. Nel 1959 al congresso socialista di Napoli Nenni fece una “critica” dello stalinismo e delle degenerazioni dell’ “esperienza comunista”, difendendo la linea dell’“alternativa democratica”.

Bisognava rinunciare alla presa rivoluzionaria del potere; il partito si doveva candidare a diventare un grande partito capace di strappare l’egemonia nel movimento operaio al Pci e nello stesso tempo doveva porsi come alternativa alla Dc fra i partiti “democratici”, ponendosi l’obbiettivo di attrarre gli scontenti con un programma più a sinistra.

Si “sfidava “ la Dc a “una rottura palese e irreversibile con la destra economica e politica, interna ed esterna alla Dc”.

All’epoca il Psi vedeva al suo interno due aree fondamentali: una di sinistra, diretta da Basso e Vecchietti, e gli “autonomisti”, la corrente del segretario Nenni.

Nel 1961, al congresso di Milano, uno dei leader del partito, Riccardo Lombardi, spiegò perché il partito doveva avere come obbiettivo la creazione di un governo di coalizione con i partiti borghesi di centro.

Innanzitutto partì dalla considerazione che “la dottrina socialista ha bisogno di una revisione” di fronte ai problemi posti dal capitalismo sviluppato.

L’intervento dello stato nell’economia, con colossi come l’Eni, avrebbe cambiato in parte la natura stessa dello stato: “noi riteniamo che lo stato, pur essendo, come è sempre, espressione degli interessi della classe dominante…ha subito trasformazioni importanti che postulano la possibilità di una conquista dall’interno….oggi la direzione degli investimenti, del credito, è un elemento fondamentale per una pianificazione dell’economia…”.

La realtà era che i capitalisti e i loro partiti non avevano nessuna intenzione di cedere il potere.

Per gestire l’economia e la società nell’interesse dei lavoratori era necessario attrezzare il partito per una bataglia rivoluzionaria in primo luogo contro la borghesia e i suoi partiti. La teoria del condizionamento dall’interno come si vedrà dall’esperienza stessa risultò del tutto velleitaria, perché per stare all’interno di questo governo i socialisti dovevano appunto rinunciare a ogni lotta che mettesse in pericolo tanto la proprietà quanto i profitti.

L’analisi di Lombardi eludeva completamente questo passaggio.

In realtà alla borghesia interessavano le nazionalizzazioni nella misura in cui le fornivano materie prime a basso costo e investimenti strutturali che solo lo Stato poteva fare.

Per il Psi invece cardine della trasformazione diventavano le “riforme di struttura”, strumenti di passaggio graduale al socialismo. Per fare questo però i socialisti dovevano entrare nel governo in coalizione con la Dc, come disse Nenni entrare nella “stanza dei bottoni, ora che con l’accrescersi delle prerogative dello stato nel campo economico i bottoni sono enormemente aumentati di influenza e di numero”.

Quali riforme?

Nel giugno 1962 viene avviata la nazionalizzazione dell’energia elettrica. Era una misura di razionalizzazione imposta dalle stesse esigenze del capitalismo italiano.

L’obbiettivo era una riduzione dei costi dell’elettricità per l’industria in rapido sviluppo.

Nonostante Lombardi fosse nel comitato ristretto che discuteva le modalità dell’attuazione della riforma, passò la linea di un cospicuo indennizzo alle vecchie aziende, in modo che potessero reinvestirlo.

La maggioranza del Psi interpretò la nazionalizzazione come un successo e una conferma delle proprie posizioni.

In realtà l’esproprio era avvenuto in maniera “fredda”, senza nessun coinvolgimento dei lavoratori; la borghesia aveva opposto resistenze puramente platoniche, ed era stata confortata da ricchi risarcimenti, che di fatto lasciavano ai vecchi padroni un grande potere economico.

Su queste basi, il Psi non sviluppava nessuna agitazione per coinvolgere le maestranze nel processo, anzi ne rifuggiva per paura di “turbare” i fragili equilibri raggiunti nella collaborazione con il governo.

Nell’estate i democristiani chiesero al Psi di rinunciare a formare giunte “frontiste”, cioè Pci-Psi, nelle “regioni rosse” dell’Italia centrale.

Il pericolo di una ricomposizione del fronte dei partiti operai di fronte a quelli borghesi era evidente: avrebbe dimostrato che era possibile una alternativa di governo di sinistra sia al centrosinistra che alla Dc.

Se poi una maggioranza frontista si fosse appoggiata sulle mobilitazioni per difendere un programma socialista, questo avrebbe avuto un effetto dirompente sulla situazione della lotta di classe nel paese.

Nenni, cedendo alle pressioni, disse che il Psi sarebbe stato pronto a rinunciare a giunte con il Pci. In cambio, a Roma ci sarebbe dovuto essere un governo di centro sinistra stabile per portare avanti i suoi impegni programmatici.

Di conseguenza nel corso dell’anno i socialisti formarono maggioranze di centrosinistra nelle provincie di Milano, Genova, Firenze, Venezia.

Le lotte del 1962

La classe operaia era nel pieno di una ripresa delle lotte in grande stile. I redditi da lavoro dipendente nel corso dell’anno aumentarono significativamente.

La lezione era che solo la lotta paga. Nel giugno alla Fiat gli scioperi della Fiom incontrarono per la prima volta da anni una adesione di massa anche fra i giovani operai, che mostrarono subito di essere fra i più combattivi.

Il 4 luglio, di fronte al contratto firmato separatamente dalla Uil e dalla Sida, il sindacato giallo aziendale, esplodeva a Torino la rabbia dei giovani lavoratori. Scontri scoppiarono fra operai e polizia a Piazza Statuto durante un corteo spontaneo per contestare la Uil. Nonostante i dirigenti di Cgil e Pci si spendessero in prima persona per far rientrare la protesta, gli scontri durarono tre giorni, durante i quali la polizia non riuscì ad aver ragione degli operai, appoggiati dalla popolazione dei quartieri circostanti, in gran parte formata da immigrati meridionali.

La rivolta di Piazza Statuto è importante perché segna un salto di qualità nel coinvolgimento di nuove fasce di operai e

nella radicalità delle forme di lotta. Fu un piccolo anticipo dell’Autunno Caldo.

In realtà, le contraddizioni che si formavano in un sito produttivo con decine di migliaia di lavoratori concentrati, nonostante tutti gli artifici di Valletta e Agnelli, dovevano prima o poi esplodere.

E lo avevano fatto in maniera assolutamente imprevista. Le ore di sciopero furono 46,2 milioni nel 1960, 79,1 milioni nel ’61, 181,7 milioni nel 1962.

La risposta dei dirigenti socialisti a questa nuova fase si intonò al cammino verso il governo: presentarono poco dopo una proposta di legge per il disarmo della polizia in servizio nei conflitti di lavoro, che cadde naturalmente nel vuoto.

Il PSI nel governo e la scissione

Verso la fine del 1963 si realizzò la possibilità dell’entrata dei socialisti nell’area governativa. Il dibattito si accese, tanto negli organismi dirigenti quanto nella base.

Migliaia di militanti avvertirono il pericolo dell’alleanza con l’avversario di classe; collegarono il legame che c’è fra la ripresa delle lotte e l’“apertura” della classe dominante al Psi.

Un dirigente come Vecchietti correttamente evidenziava come “la rottura della collaborazione governativa per il fallimento dell’esperimento di centrosinistra non lascerebbe le cose come sono, perché almeno il Psi ne uscirebbe con le ossa rotte.”.

Purtroppo nè lui nè altri dirigenti della corrente di sinistra avevano una idea chiara di cosa proporre.

Difendevano il mantenimento dell’unità d’azione con il Pci, ma non erano a priori contro una collaborazione di governo con la Dc.

Questi dirigenti vedevano il fronte di Pci e Psi piuttosto come un blocco con cui andare ad accordarsi con i partiti borghesi con maggiore “potere contrattuale”.

Nel gennaio del 1964, appena sancita l’entrata del Psi in maniera organica nel governo Moro, con Nenni vicepresidente del consiglio, gran parte di quest’area si scinderà, andando a formare il Partito socialista di unità proletaria (Psiup), che si porterà via almeno un terzo dei quadri sindacali del partito, tra cui il segretario aggiunto della Cgil Foa.

La formula del centrosinistra durò fino alla prova del ’68. Ci arrivò senza aver mantenuto le sue promesse.

Il problema della scuola era stato accantonato. Fu concessa una riforma ormai improrogabile, che eliminò l’avviamento professionale e portò la scuola media dell’obbligo a 14 anni, ma tutti i problemi riguardanti il sovraffollamento, l’edilizia scolastica, l’istruzione dei figli dei lavoratori, l’università restarono insoluti.

Tra il 1963 e il ‘64 gli “alleati” bloccarono tutte le leggi su cui i socialisti avevano riposto le speranze: l’istituzione dell’ordinamento regionale, la legge urbanistica (che avrebbe dovuto colpire la speculazione edilizia), le leggi agrarie per il superamento della mezzadria, l’istituzione del sistema sanitario nazionale.

Dopo 5 anni di centro sinistra, se ne potevano trarre alcune conclusioni: la prima, era che la coalizione con i partiti borghesi aveva ingabbiato il Psi, che in quegli anni era dovuto “andare incontro” agli alleati dando garanzie di pace sociale. Lungi dal rappresentare una rottura con il passato, questa coalizione aveva dato la possibilità alla Dc di utilizzare i socialisti per “coprirsi a sinistra”. L’altro dato era che il Psi non era uscito indenne da 5 anni di governo: da un lato era lievitato un settore di dirigenti e amministratori “socialisti”, con un peso nel partito, che gestivano ampie nicchie della “cosa pubblica” e avevano perciò radicati interessi nel sistema che il partito avrebbe dovuto abbattere. Nello stesso tempo, tutti questi elementi avevano provocato la fuoriuscita dal partito, e in certi casi anche dalla militanza, di migliaia di giovani e lavoratori delusi dalla politica dei dirigenti di un partito che credevano rivoluzionario.

Il Psi ne uscì fortemente sfigurato e da lì a 10 anni il craxismo si sarebbe affermato. Questo deve far riflettere Rifondazione. Si noti oltrettutto che quel governo si muoveva in un contesto di boom economico mentre il futuro probabile esecutivo guidato da Prodi agirebbe in un contesto di profonda crisi del capitalismo per cui non ci saranno i margini neanche per riforme di secondaria importanza. Ma ci saranno attacchi dietro attacchi al movimento operaio.

 
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