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| Le tante falsità sulla rivoluzione ungherese del ’56 |
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| Storia e Memoria | |||
| Scritto da Carlo Ferri | |||
| Martedì 17 Ottobre 2006 10:36 | |||
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Sono passati 50 anni dalla rivolta operaia ungherese, da quell’ottobre 1956 nel quale milioni di operai e giovani ungheresi tentarono di rovesciare lo stalinismo per stabilire un regime di autentica democrazia operaia. La borghesia ha sempre mistificato i fatti ungheresi tentando di farci credere che si sia trattato di una rivolta anticomunista quando in realtà l’obiettivo dei consigli operai che si formarono in quel frangente era proprio quello di applicare i principi autenticamente comunisti combattendo la burocrazia del partito e dello Stato ungherse. Questo è stato loro facilitato dal comportamento complice di tanti dirigenti dei partiti comunisti anche qui in Italia.
Non ci occuperemo dei discorsi più rozzi, di quegli esponenti della reazione borghese, che presentano la rivoluzione ungherese come il primo atto degli avvenimenti del 1989-1990, quando caddero i regimi stalinisti dell’Europa dell’Est. In alcuni casi si coprono di ridicolo, come quando -poche settimane fa- George Bush ha tenuto un discorso contro “la tirannide comunista” confondendo la rivolta del 1956 con la rivoluzione ungherese del 1848… Ci interessano invece di più le posizioni espresse dal Presidente Napolitano e più recentemente da Fausto Bertinotti, presidente della Camera dei Deputati. Napolitano nel ‘56 era già ai vertici del Pci e sostenne convintamente (come lo stesso Ingrao) la linea di Togliatti di appoggiare la repressione dell’Armata Rossa. Tutti loro furono complici nel nascondere ai lavoratori italiani il vero carattere della rivoluzione del 1956. Non solo oggi è un po’ tardi per ammettere gli errori ma ciò che più conta è che Napolitano, 50 anni dopo, anche se da un versante diverso caratterizza allo stesso modo la rivolta dandogli un carattere democratico borghese, dove l’obiettivo dei manifestanti era semplicemente conquistare la libertà. Allo stesso modo Fausto Bertinotti, che pure non ha responsabilità politiche dirette, in quanto era troppo giovane ai tempi, parla di rivoluzione nazionale democratica. Secondo Bertinotti si è trattato “di un processo complesso, partecipato sì da una prevalenza operaia e segnato dai Consigli dei lavoratori, ma appunto sintetizzabile in una rivolta nazionale e democratica” (Liberazione, 11 ottobre 2006). La realtà è tutt’altra: la stragrande maggioranza dei combattenti ungheresi nel 1956 non avevano generiche aspirazioni “democratiche”, e men che meno guardavano al capitalismo. Difendevano le basi socialiste del paese e per farlo si battevano contro la degenerazione burocratica dello Stato. Non lottavano per la “democrazia” senza aggettivi tanto cara alla borghesia, ma per la democrazia operaia basata sui consigli.
Ieri burocrati, oggi capitalisti
Il presidente della Repubblica ungherese Laszlo Solyom, che ha invitato Giorgio Napolitano ad andare a Budapest per commemorare il cinquantenario, è un degno discendente di quella burocrazia che represse nel sangue l’ottobre ungherese. In buona compagnia della maggioranza dei burocrati dei paesi dell’Est e dell’Urss scoprì nel 1989 che i propri privilegi poteva difenderli meglio sotto un regime capitalista. La controrivoluzione capitalista in Ungheria come negli altri paesi dell’Est vide la maggior parte della burocrazia stalinista trasformarsi nella nuova classe capitalista. Come si è dimostrato i veri “controrivoluzionari” erano loro e non i consigli operai che volevano difendere le basi socialiste del paese. È logico che la borghesia voglia nascondere il carattere anticapitalista e antiburocratico della rivoluzione. Molto meno logico che a questa operazione si presti chi in Italia vuole “rifondare” il comunismo e invece di apprendere da quella lotta operaia contro la stalinismo le dà un carattere “democratico nazionale”, dunque borghese, come la rivoluzione del 1848, se le parole e i termini hanno un senso. La redazione di questo giornale vuole invece che siano i fatti a parlare. A questo proposito abbiamo ripubblicato sul nostro sito un lungo articolo da noi scritto nel 1986, intendiamo in questo modo fare onore alla memoria di quei compagni ungheresi che non hanno piegato la testa, che hanno lottato per un socialismo dei consigli, libero da burocrati e carrieristi.
Imre Nagy non rappresenta l’Ottobre ungherese
Nell’ottobre del 1956 in Ungheria ebbe luogo un tentativo di tanti operai e studenti, appoggiato dalla stragrande maggioranza dell’esercito e una buona parte della base del partito, di cacciare i burocrati, l’odiata polizia politica e gli stalinisti russi che li appoggiavano. Siccome non mettevano in discussione le basi socialiste del paese, ciò viene definito dai marxisti una rivoluzione politica, un tentativo delle masse di sottrarre ai burocrati il potere effettivo e sviluppare un regime di democrazia operaia basato sui Consigli. Non è un caso che il nuovo regime ungherese, come pure lo stesso Napolitano, si concentri nelle commemorazioni sulla figura di Imre Nagy, il Presidente della Repubblica nell’ottobre del ‘56. Il Corriere della Sera pochi giorni fa ha pubblicato una lettera inedita di Nagy, dalla prigionia in Romania, diretta al Comitato centrale del Pci, che chiedeva di intervenire per contrastare la repressione e le menzogne contro l’Ottobre ungherese. Tutto ciò serve, mentre si nascondono le sue vicende politiche e storiche, ad arruolarlo assieme ai 25mila morti dell’Ottobre, tra le fila disciplinate dei “combattenti per la libertà”. Ma i fatti sono altri. Nagy ben rappresentava quella fascia di dirigenti stalinisti che di fronte ai peggiori aspetti del regime burocratico decisero di tentare una riforma dall’alto del sistema. Nel 1953, poco dopo la morte di Stalin, fu chiamato da Kruscev a sostituire l’odiato governo di Ràkosi e il suo progetto si mostrò irrealizzabile. Scrivevamo vent’anni fa nell’articolo che abbiamo ripubblicato sul sito “…Nagy abbandonò la politica di industrializzazione forzata e di collettivizzazione delle fattorie, eseguita da Ràkosi. Nel settembre del ‘53 e nel marzo del ‘54 abbassò i prezzi degli alimentari; fu raddoppiata l’attività edilizia; i salari aumentarono. Nagy si mosse anche contro lo stato di polizia e il 31 ottobre 1953 venne proclamata un’amnistia generale. Nel 1954, con la liberazione di migliaia di prigionieri si vennero a sapere le mostruosità della repressione sotto Ràkosi. L’atmosfera si riscaldava come conseguenza della scoperta delle montature e dei processi farsa che come quelli staliniani del ‘36 e del ‘38 avevano condannato tanti innocenti. I primi ad essere toccati da queste esperienze furono gli scrittori comunisti che fino ad allora si erano limitati a glorificare il regime e due anni dopo con gli studenti della Gioventù Comunista giocheranno un ruolo decisivo come catalizzatori della rivolta. Verso la fine del 1953 Làslò Kònya, il segretario di organizzazione del partito nel sindacato degli scrittori decise di mandare i suoi colleghi nei villaggi per convincere i contadini a rimanere nelle fattorie collettive. Quando gli scrittori andarono nelle campagne furono sconvolti. Di ritorno a Budapest si fece una riunione che durò tre giorni. Ogni scrittore portò un rapporto. Andrài Sandor dichiarò: “L’Ungheria non è una dittatura del proletariato, ma una dittatura di leccapiedi”. Mancavano tre anni alla rivolta, la tensione sotto la superficie continuava a salire e come sovente succede l’agitarsi degli intellettuali e degli studenti era il primo sintomo di quello che sarebbe successo. Nagy aveva le mani legate; le sue riforme non potevano distruggere l’apparato burocratico che continuava a controllare il Partito e la polizia segreta (AUH). Dal Governo emanava decreti che non aveva la forza di far attuare. Le forze produttive erano bloccate dalla burocrazia. Solo nei primi tre mesi del ‘54 il ministero delle finanze emise ben 387 regolamenti diversi! In un discorso all’Accademia delle scienze tenutosi il 14 giugno del ‘54, Nagy denunciò quello che secondo lui era il fallimento della pianificazione. In realtà, l’unico modo di uscire da questa situazione era fare un appello ai lavoratori e ai giovani, alle forze sane della società per lottare contro la burocrazia. Ma Nagy non era disposto a farlo; credeva nella possibilità di riformare il regime. Riducendo la repressione, ma mantenendo la pianificazione burocratica Nagy ottenne i peggiori risultati. I lavoratori, che continuavano a non essere coinvolti nella gestione della società, videro che la repressione era minore; il risultato fu il calo dell’impegno sul lavoro, l’assenteismo e l’indisciplina che aumentarono per tutto il ‘54. Nagy venne convocato a Mosca il 7 gennaio 1955 e fu accusato di aver rovinato l’economia del paese. Ubbidiente, il 22 marzo il Comitato Centrale si riunì a Budapest senza di lui. La risoluzione approvata accusava Nagy di pericolose idee di destra e ad aprile fu destituito dalla carica di Primo Ministro.” Come vediamo Nagy non fu capace di trarre tutte le conclusioni della sua critica alla burocrazia. Credeva nella possibilità di riformare il sistema, quando invece era necessario rovesciarlo. Non capiva il carattere controrivoluzionario dello stalinismo, e soprattutto aveva paura dell’azione rivoluzionaria delle masse. Quando dopo l’inizio della rivoluzione venne chiamato ancora al governo rimarrà sempre alla coda del processo. La sua tragedia politica e personale è da rispettare, ma ciò e ben differente dal considerarlo l’autentico rappresentante dell’Ottobre ungherese. Il simbolo di quella rivoluzione non è Nagy, ma i consigli operai che la animarono ed è impressionante come le ipotesi di Trotskij contenute nella Rivoluzione Tradita, scritta 20 anni prima, trovino conferma negli avvenimenti ungheresi. Dunque se c’è uno che aveva ragione non è certo Nenni, come ha sostenuto Napolitano, ma Lev Trotskij, che a differenza di Nenni non ha mai ricevuto a Mosca il premio Stalin, come avvenne invece al dirigente socialista italiano nel 1949. Fu trucidato dagli stalinisti come lo furono gli operai ungheresi che meriterebbero che si facesse giustizia rispetto alle ragioni per le quali persero la vita. Almeno da chi oggi si considera di sinistra.
17/10/2006
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