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Le "nuove Brigate rosse" PDF Stampa E-mail
Storia e Memoria
Scritto da Claudio Bellotti   
Mercoledì 22 Marzo 2006 04:38

Caricatura di un’esperienza tragica

L’attentato all’Istituto Italia-Usa, i volantini inviati alle rappresentanze sindacali di diverse aziende in giro per l’Italia, e da ultimo gli arresti operati a Milano hanno riportato all’attenzione la cosiddetta "emergenza terrorismo". Né sono mancate, nelle manifestazioni del 25 aprile e del Primo maggio, le consuete esortazioni dei politici di governo e dei dirigenti sindacali a combattere uniti contro l’eversione, a difendere la democrazia, e via di seguito.

Qualche "sapiente" progressista (a partire dagli editorialisti de Il Manifesto) ha già stilato la propria analisi: il terrorismo favorisce obiettivamente la destra, perché alimenta la richiesta di "legge e ordine". Conclusione, suggerita se non detta esplicitamente: i terroristi sono perlomeno strumentalizzati, forse addirittura manovrati, da chi vuole favorire Berlusconi. A noi pare che queste "analisi" non aiutino a capire il fenomeno terrorista, né tantomeno possano essere la base di una sua critica. Prima di addentrarci sul terreno delle ipotesi, del classico "a chi giova tutto questo?", è necessario innanzitutto cercare di capire chi è realmente l’autore di questo attentato.

Da quanto riportato sulla stampa, evidentemente in base alle notizie fornite da chi conduce le indagini, ci pare che il quadro sia abbastanza chiaro e trasparente. Esistono in Italia diverse organizzazioni, di diversa origine, che tendono a una unificazione sulla base di un ritorno alla "lotta armata", cioè a una politica di attentati. Con un processo che presumibilmente va avanti da diversi mesi, si tenta una fusione, o un assorbimento, tra sigle diverse e di diversa origine.

Alle Br-Pcc, autori dell’omicidio D’Antona, si stanno presumibilmente avvicinando perlomeno altre due sigle (Nuclei territoriali antimperialisti - Nta, e Nuclei d’iniziativa proletari rivoluzionari - Nipr). Qual’è la base di questo avvicinamento? La ricerca, da parte di un ristretto gruppo di attivisti presumibilmente passati attraverso una militanza politica negli ultimi 5-10 anni, di una via d’uscita dalla "palude" politica di questi anni, e il loro incontro con alcuni terroristi della generazione precedente.

Chi ha occhi per vedere lo può capire facilmente: per un decennio tutte le organizzazioni in qualche modo collegabili alla "sinistra" hanno subìto una forte involuzione moderata, a partire dai Ds e dalla Cgil; il Prc è stato influenzato da questo processo con la partecipazione al governo Prodi, che ci ha portato a una fase di disgregazione politica e organizzativa dalla quale siamo ancora lontani da uscire; la stessa area "antagonista" per eccellenza, i centri sociali, vede una forte istituzionalizzazione di gran parte dei suoi gruppi dirigenti, con l’emergere di posizioni chiaramente riformiste al loro interno.

In questo contesto, come stupirsi se qualche decina di militanti (perché non devono essere molti di più) per reagire a tutto questo imbocca la strada del terrorismo? A dire il vero, ci sarebbe da stupirsi se non fosse così.

Le nuove Br non sono altro che una versione ridotta e farsesca delle Br degli anni ’70. Organizzativamente non sono neanche l’ombra del terrorismo di 20-30 anni fa, che era in grado di raggiungere direttamente decine di posti di lavoro e migliaia di lavoratori attraverso la propria rete di simpatizzanti nelle fabbriche.

Dal punto di vista politico, dicano quello che vogliono i giornali sulla "raffinatezza" delle analisi e dei metodi dei nuovi gruppi terroristi, sono tornati indietro non di trenta, ma di cento anni e più. Ci piacerebbe poter rivolgere a queste autonominate "avanguardie" alcune semplici domande: uccidere un funzionario come D’Antona ha in qualche modo, sia pure minimamente indebolito la concertazione sindacale che si diceva di voler attaccare? Forse che grazie a questo attentato nelle fabbriche ci sono stati più scioperi, più presa di coscienza di quanto questa sia dannosa per i lavoratori? Nell’ultimo anni i segnali di crisi e di critica crescente fra i lavoratori alla continua svendita dei loro diritti si sono moltiplicati; come già più a volte abbiamo sottolineato su questo giornale: Zanussi, Fiat, Ferrovie, Tim, e così via. In tutti questi casi gli elementi di crisi di concertazione si esprimono non attraverso attentati, ma attraverso azioni di massa, scioperi, assemblee che contestano la linea del sindacato, e così via.

Di fronte a questo, cosa fa un gruppo terrorista? Mette una bomba e usa il clamore suscitato dall’attentato per spedire per posta qualche decina di copie della lunga rivendicazione per "spiegare" ai lavoratori cose che questi sanno già benissimo, lavoratori tra l’altro che non leggeranno mai il messaggio, perché la stampa e la Tv ne presenteranno solo quello che a loro interessa.

Ancora più sconclusionato l’attentato di Roma se lo si considera dal punto di vista della "lotta all’imperialismo". L’imperialismo Usa è la macchina militare più potente e oppressiva che la storia abbia mai conosciuto; L’Unione europea vuole mettersi sulla stessa strada, e così pure il Giappone. Ci dovrebbero spiegare, questi "combattenti"; in quale modo la bomba di Roma contro l’Istituto Italia-Usa indebolisce o scalfisce la forza dell’imperialismo. La risposta è evidente.

A difesa di questi attentati resterebbe l’unico argomento possibile, quello di "svegliare" la coscienza delle masse, di "denunciare" i crimini di questo sistema. E qui si rivela una volta di più la logica elitaria che pretende di "illuminare" le masse e spiegare loro quanto brutto sia il mondo nel quale vivono. Le masse, cari signori, non "imparano" dalle vostre azioni, ma dalle proprie esperienze, dalle proprie condizioni sul lavoro e nella società, e soprattutto dalla partecipazione collettiva alla lotta sindacale e politica, e se qualcuno vuole considerarsi "avanguardia" di questo processo, cioè vuole porsi il compito di accelerare questa presa di coscienza, di introdurre obiettivi politici più avanzati nel movimento operaio, di mostrare le connessioni tra le lotte quotidiane e i meccanismi generali della società capitalista, chi vuole fare tutto questo ha un solo modo per farlo: partecipare apertamente al movimento, sottoporre le proprie proposte e le proprie posizioni al dibattito democratico del movimento operaio e all’interno di esso lottare per diventare maggioranza. Il resto sono solo frasi roboanti, sottolineate dall’uso di una violenza del tutto gratuita.

Quanto all’idea che la "lotta armata" costituisca una strategia rivoluzionaria, per motivi di spazio ci limitiamo a una sola, brevissima considerazione. Le nuove Br non sono in grado neppure di trarre qualche lezione dalla storia drammatica e disastrosa del terrorismo italiano degli anni ’70 e primi anni ‘80. Ripetere oggi come un disco rotto la vecchia litania sull’"attacco al cuore dello Stato" e non saper neppure guardare alla sconfitta disastrosa subita da tutte le organizzazioni terroriste di quell’epoca, non vedere il deserto politico che quella sconfitta si lasciò dietro, non riuscire neppure a tenere conto di tutte le elaborazioni politiche autocritiche (non parliamo qui di "pentiti" o "dissociati", ma di ex terroristi che cercarono seriamente di capire le cause della propria sconfitta) sviluppate da ex brigatisti a partire dalla metà degli anni ’80, costituisce veramente una dichiarazione di totale cecità politica

Quanto alle conseguenze di questi attentati, ci paiono evidenti: il centrosinistra può presentarsi come la vittima del terrorismo, giudici e forze dell’ordine provvedono alle "necessarie" retate nelle quali, presumibilmente, pescheranno nel mucchio tra i gruppi di sinistra considerati potenzialmente contigui alle organizzazioni terroristiche, Polo e Ulivo aprono una gara su chi è il miglior guardiano dell’ordine costituito. Come da tutto questo possa risultare un avanzamento nella coscienza delle masse è un mistero che aspetta ancora di essere rivelato.

Il risultato è invece un profluvio di dichiarazioni sulla inaccettabilità della violenza, che ovviamente non sono dettate tanto dalla paura del nuovo terrorismo, quanto dalla volontà di approfittare di una ghiotta occasione per criminalizzare qualsiasi opposizione a questo sistema, dalle manifestazioni contro il G-8 previste per Genova, alle lotte dei popoli oppressi come i palestinesi o i kurdi, agli scioperi che violano le "regole" della concertazione.

L’opposizione dei comunisti al terrorismo deve essere ferma, per i motivi che abbiamo tentato di spiegare in precedenza. Ma ancora più ferma deve essere la nostra opposizione a questa campagna propagandistica.

La futilità politica di questi attentati non può farci dimenticare che a questo mondo esiste ben altra violenza che non quella del terrorismo: la violenza delle classi dominanti, dei loro eserciti, la violenza silenziosa dei 1200 morti di lavoro ogni anno, la violenza che in mille forme, palesi o occulte, garantisce il perpetuarsi del dominio del capitale. Sì, a tutto questo gli oppressi hanno diritto di opporsi con tutti i mezzi a loro disposizione, contro tutto questo dobbiamo cercare di suscitare l’opposizione e la mobilitazione dei lavoratori, dei giovani, di tutti coloro che subiscono l’oppressione di questo sistema. Ma i mezzi a disposizione della classe lavoratrice sono, da sempre, le lotte di massa, la partecipazione attiva di milioni di uomini e donne alla lotta di classe, e anche laddove questa ha assunto forme violente, come nella rivoluzione russa, o nella lotta contro il fascismo, tra queste non sono certo rientrate imprese come questi attentati.

 
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