Sostienici
Ultimi articoli
Prossime iniziative
-
La Resistenza, una rivoluzione mancata
-
La Resistenza, una rivoluzione mancata?
Mailing list
| 1956 - Rivoluzione in Ungheria |
|
|
|
| Storia e Memoria | |||
| Scritto da Carlo Ferri | |||
| Giovedì 28 Settembre 2006 11:55 | |||
Oggi e sempre dalla parte dei lavoratori
Sono passati 50 anni dalla rivolta operaia ungherese, da quell’Ottobre 1956 che provò a realizzare una rivoluzione politica, a farla finita con il regime stalinista, che aveva abolito il capitalismo, ma negato la democrazia operaia. Da allora la borghesia ha usato “i fatti dell’Ungheria” per attaccare il socialismo. Cosa che le è stato facilitato dal comportamento complice di tanti dirigenti dei partiti comunisti e socialisti. Il Presidente Napolitano, degno rappresentante di quella burocrazia stalinista che appoggiò allora la repressione della rivoluzione e nascose ai lavoratori italiani il suo vero carattere, oggi “ammette” di aver commesso degli errori. Nasconde accuratamente, allora come oggi, il fatto più importante, qualcosa che ha una validità anche dopo che tanto tempo è passato: la capacità dimostrata da parte dei lavoratori di sollevarsi e prendere il potere malgrado il regime più repressivo. La redazione di questo sito vuole invece far parlare i fatti. Ripubblicando oggi quello da noi scritto nel 1986, intendiamo ricordare ancora quei compagni ungheresi che non hanno piegato la testa, che hanno voluto immaginare un socialismo senza burocrati e carrieristi. Oggi che non esiste né l’Urss, né i regimi del cosiddetto “socialismo reale”, la loro esperienza è un punto di riferimento per i lavoratori di tutto il mondo. Non è un caso che “i fatti ungheresi” vengano spesso usati per polemiche di bassa lega, ma sempre nascondendo proprio i fatti e il carattere stesso della rivoluzione. 28 settembre 2006
Ungheria ’56 dalla parte dei lavoratori
È in atto un tentativo da più parti di sfruttare la repressione della Rivoluzione Ungherese del ‘56 in chiave anti-comunista. Da parte della borghesia si insiste sull’intervento russo e sull’appoggio datogli dai dirigenti del PCI, nascondendo il carattere rivoluzionario del movimento ungherese, le rivendicazioni socialiste dei Consigli di Fabbrica sorti nelle aziende e il fatto che la reazione non aveva un appoggio di massa. Purtroppo la posizione dei dirigenti del PCI è stata confusa e ora non sono in grado di rispondere come si dovrebbe a questa strumentalizzazione. Il compagno Natta ha detto “che stavano in campo certamente sinceri rivoluzionari che volevano un socialismo diverso e questo va detto con chiarezza, ma non si può nascondere che c’erano autentici controrivoluzionari che guardavano ad Horty (dittatore dell’Ungheria prima della Seconda Guerra Mondiale ndr.). Era l’inizio della guerra civile” (L’Unità 12-10-86). Ma chi erano, quanti erano, che posizioni avevano conquistato questi controrivoluzionari, la stessa storia raccontata dall’Unità non ne parla. Mikus Vasarhelyi membro del partito Comunista Ungherese e collaboratore di Imre Nagy, sull’Unità del 24 ottobre, spiega che “non c’era nessuna spinta preoccupante ad una restaurazione capitalista”. No, la posizione del compagno Natta è strumentale e sostanzialmente non è diversa da quella di Togliatti del ‘56. Allora, ci dice lo stesso Natta, si parlò di “dolorosa necessità” (dell’intervento sovietico ndr.); oggi si dice che occorre “rendere giustizia a Imre Nagy la cui esecuzione fu un fatto terribile e lacerante” ma non si deve “decidere, con una sorta di giudizio sommario sulle ragioni e sui torti di tutti i protagonisti di quelle tragiche vicende” (Natta sull’Unità del 12-10-86). Invece, se veramente si vuole difendere l’immagine del socialismo occorre essere più chiari, occorre prendere posizione. Il problema della direzione del PCI da Togliatti in poi è che non ha mai compiuto un’analisi approfondita della degenerazione burocratica del socialismo in Urss e nei paesi dell’Est. Questa mancanza per vari decenni ha portato a una difesa ad oltranza dei misfatti della burocrazia (vedi processi di Mosca, il patto Hitler-Stalin, la spartizione della Polonia e perfino il silenzio complice sulla repressione subita dai comunisti italiani in Urss). Togliatti non parlò della degenerazione stalinista finché Kruscev non tirò fuori la questione nel XX° Congresso del Pcus; nonostante ciò l’invasione dell’Ungheria trovò l’appoggio delle direzioni comuniste e, quando nel ‘68 toccò alla Cecoslovacchia, Longo parlò di un tragico errore! Invece quando gli operai polacchi si sono sollevati contro i burocrati hanno visto costanti appelli alla trattativa tra Poup (Partito Comunista Polacco) e Solidarnosc, per poi condannare il Golpe di Jaruzelsky e parlare di esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre. Infine ora, con Gorbaciov si è passati ad una posizione di appoggio critico. In tutte queste prese di posizione manca una spiegazione dell’esistenza della burocrazia, delle sue basi economiche, politiche e sociali. Manca cioè una prospettiva chiara per questi paesi, così importante per ogni comunista. Vorremmo che l’ennesima strumentalizzazione da parte della borghesia fosse stroncata nell’unico modo possibile: aprendo cioè una discussione approfondita sulla natura e sul futuro di questi regimi e sulla posizione dei comunisti italiani rispetto ad essi dove, ricordiamolo, vive un terzo dell’umanità. --- Ungheria ‘56: I lavoratori in lotta per la democrazia operaia
Nella primavera del ‘53 moriva Stalin. In giugno, a Picsen in Cecoslovacchia, ci furono sommosse operaie. Il 17 dello stesso mese scioperarono i lavoratori edili di Berlino Est, anche in Polonia ci furono rivolte contro la burocrazia. Sia a Berlino che in Polonia uscirono i carri armati russi nelle strade. In Polonia ci furono morti e feriti. A Budapest 20.000 lavoratori delle acciaierie dell’isola di Csepel iniziarono uno sciopero per salari migliori, contro il cottimo e contro la penuria di generi alimentari. La cricca burocratica rispose con un aumento spettacolare della repressione. Da Mosca Kruscev tentò un cambiamento nel vertice “prima che la burocrazia fosse cacciata dai lavoratori a calci nel sedere”. Il Comitato Centrale del Partito Comunista Ungherese si piegò alla richiesta e condannò gli errori del governo Ràkosi, il 27 Giugno del 53. Nonostante ciò egli restò come Segretario del Partito e la risoluzione contro di lui non fu pubblicata. A capo del Governo fu chiamato Imre Nagy. Egli era un vecchio membro del Partito; nonostante l’appoggio dato per decenni alla linea stalinista nella Terza Internazionale, non condivideva i metodi di Ràkosi. Come si vedrà, gli mancava un’analisi chiara della situazione e un programma per costruire una società socialista basata sulla democrazia operaia. Nella mancanza di una direzione marxista, i lavoratori ungheresi sceglieranno lui come punto di riferimento e lo chiameranno a guidare il Governo dopo l’insurrezione di Ottobre. Ma Nagy si manterrà sempre un passo indietro rispetto ai lavoratori; sono questi che lo costringono a muoversi e già nei pochi giorni tra l’inizio dell’insurrezione e il secondo intervento russo la sua popolarità cala enormemente. Il Governo Nagy Nel 1953 Nagy aveva abbandonato la politica di industrializzazione forzata e di collettivizzazione delle fattorie, eseguita da Ràkosi. Nel settembre del 53 e nel Marzo del 54 abbassò i prezzi dei generi alimentari; fu raddoppiata l’attività edilizia; i salari aumentarono. Nagy si espresse anche contro lo stato di polizia e il 31 ottobre 1953 venne proclamata un’amnistia generale. Nel 1954, con la liberazione di migliaia di prigionieri vennero rese pubbliche le mostruosità della repressione sotto Ràkosi. L’atmosfera si riscaldava some conseguenza della scoperta delle montature e dei processi farsa che come quelli staliniani del ‘36 e del ‘38 avevano condannato tanti innocenti. I primi ad essere toccati da queste esperienze furono gli scrittori comunisti che fino ad allora si erano limitati a glorificare il regime e due anni dopo con gli studenti della Gioventù Comunista giocheranno un ruolo decisivo come catalizzatori della rivolta. Verso la fine del 1953 Làslò Kònya, il segretario di organizzazione del partito nel sindacato degli scrittori decise di mandare i suoi colleghi nei villaggi per convincere i contadini a rimanere nelle fattorie collettive. Quando gli scrittori andarono nelle campagne furono sconvolti. Di ritorno a Budapest si tenne una riunione che durò tre giorni. Ogni scrittore portò un rapporto. Andrài Sandor dichiarò: “L’Ungheria non è una dittatura del proletariato, ma una dittatura di leccapiedi”. Mancavano tre anni alla rivolta, la tensione sotto la superficie continuava a salire e come sovente succede il fermento degli intellettuali e degli studenti era il primo sintomo di quello che sarebbe successo. Nagy destituito dalla carica di primo ministro Nagy aveva le mani legate; le sue riforme non potevano distruggere l’apparato burocratico che continuava a controllare il Partito e la polizia segreta (AUH). Dal Governo emanava decreti che non aveva la forza di far attuare. Le forze produttive erano bloccate dalla burocrazia. Solo nei primi tre mesi del ‘54 il ministero delle finanze emise ben 387 regolamenti diversi! In un discorso all’Accademia delle scienze tenutosi il 14 Giugno del ‘54. Nagy denunciò quello che secondo lui era il fallimento della pianificazione. In realtà, l’unico modo di uscire da questa situazione era rivolgere un appello ai lavoratori e ai giovani, alle forze sane della società per lottare contro la burocrazia. Ma Nagy non era disposto a farlo; credeva nella possibilità di riformare il regime. Riducendo la repressione, ma mantenendo la pianificazione burocratica Nagy ottenne i peggiori risultati. I lavoratori, che continuavano a non essere coinvolti nella gestione della società, videro che la repressione diminuiva; il risultato fu il calo dell’impegno sul lavoro, l’assenteismo e l’indisciplina che aumentarono per tutto il ‘54. Nagy venne convocato a Mosca il 7 gennaio 1955 e fu accusato di aver rovinato l”economia del paese. Ubbidiente, il 22 marzo il Comitato Centrale si riunì a Budapest senza di lui. La risoluzione approvata accusava Nagy di pericolose idee di destra e ad aprile fu destituito dalla carica di Primo Ministro. Dopo la sua caduta Nagy sperava ancora di riformare il partito e lo Stato. La sua testimonianza ha quindi un doppio valore. Scriveva nel dicembre 1955, otto mesi dopo la sua destituzione, una lettera al Comitato Centrale: “Ci sono in prigione più persone di quante ce ne siano mai state; il numero dei condannati è così grande che molte migliaia non possono neppure entrare in prigione per mancanza di spazio. Ma la cosa più allarmante è che la maggioranza è formata da operai”. Il circolo Petöfi Il circolo Petöfi nacque nell’ambiente di liberalizzazione creato come conseguenza del rapporto segreto di Kruscev nel XX° Congresso del Pcus. Era formato da iscritti del partito e alla organizzazione giovanile comunista (Disz); settimanalmente svolgeva dibattiti sulle questioni di attualità. Era la prima volta che si poteva parlare in pubblico con una certa libertà. La burocrazia stalinista non sapeva come agire e rallentò la stretta. Già il 30 maggio del ‘56 gli oratori denunciarono apertamente la politica di Ràkosi. Il 19 giugno 2000 ex-partigiani si riunirono per discutere “del vecchio Partito Comunista clandestino e dei giovani intellettuali di oggi”. All’inizio si parlava della guerra civile in Spagna e del regime di Horty; ma ad un certo punto si sentì una voce: “Nei cinque anni di dittatura stalinista dal 48 al 53, sono stati imprigionati, torturati e uccisi più comunisti che nei 25 anni di regime Horty!!”. Ne seguì un silenzio imbarazzante rotto dalla parole di Julia, vedova di Làslò Rajk, dirigente del PC ungherese prima del ’45, che fu processato e impiccato per “alto tradimento” e poi riabilitato nell’ottobre ‘56 (il processo era stato una completa montatura). Essa attaccò duramente la burocrazia e dopo di lei l’assemblea tuonò: “Abbasso Ràkosi, abbasso i colpevoli, viva l’Ungheria.”. Il 27 giugno fu organizzata una conferenza sulla situazione della stampa. Erano presenti più di 6000 persone tra le quali impiegati statali, operai e perfino agenti di polizia e soldati in divisa. Fra gli applausi Tibor Dery, un romanziere di 50 anni e vecchio comunista, si domandò “Qual’è la radice dei nostri problemi? È la mancanza di libertà. Spero che non rivedremo più il terrore poliziesco. Sono un ottimista e spero che riusciremo a liberarci dai nostri attuali dirigenti”. E ancora: “Dobbiamo agire, 1500 o 2000 persone, sempre le stesse facce che passano da un dibattito all’altro... Dove stiamo andando? Ci metteremo a vendere, forse, il nostro diritto all’azione in cambio di qualche miserabile dibattito?”. Martin Horvàtz direttore del “Popolo Libero”, tentò di difendere il partito… fu accolto con “siamo noi il partito!”. La discussione finì alle tre del mattino con grida di “abbasso il regime! Viva Imre Nagy”. Il 30 giugno il Comitato Centrale dichiarò il Circolo Petöfi controrivoluzionario e denunciò i suoi membri come fascisti, imperialisti e agenti al soldo degli USA. Tapdos e Dèry, due degli organizzatori, furono espulsi dal partito, ma la misura non fu approvata dal Sindacato degli scrittori. Il regime aveva convocato un’assemblea di lavoratori per condannare il circolo Petöfi, ma i lavoratori non aderirono. Fu un avvertimento che la burocrazia stalinista non volle tenere in considerazione. In questo ambiente la censura si affievolì. La “Gazzetta Letteraria” e altre pubblicazioni diventarono tribune pubbliche dell’insoddisfazione delle masse. Nel 1955 Ràkosi aveva rilanciato un programma di “collettivizzazione volontaria”. Nel mese di settembre la rivista “Stella” pubblicò un articolo di Marcus, esperto di sociologia agraria in cui riportava le denuncie di villaggi della contea di Somogy e proponeva riforme radicali. Il circolo Petöfi discusse questo articolo il 25 settembre 1956. “Erano presenti scienziati, presidenti di fattorie collettivizzate, scrittori, dirigenti di consigli dei villaggi.. Tutti gli intervenuti, senza eccezione, si dichiararono d’accordo sulla necessità della collettivizzazione, ma criticarono gli errori di attuazione” (Szabad Ifyusàg, organo della gioventù comunista, 25-9-56). Le conseguenze di Poznan Il 14 ottobre Imre Nagy fu riabilitato ufficialmente dal Partito. Gli avvenimenti polacchi, con la repressione degli operai a Poznan avevano scaldato gli animi. Quando venne eletto Gomulka a capo del Partito polacco molti credevano che qualcosa di simile sarebbe potuto succedere in Ungheria (il fatto che Gomulka, un ex-prigioniero degli stalinisti, sia poi quello che ha guidato la repressione nel ‘70 e nel ‘76 contro i lavoratori dà una idea dell’impossibilità di riforme in questo regime). Le maggiori agitazioni si svolgevano tra gli studenti. Si facevano assemblee nelle facoltà. La maggioranza di queste decise di uscire dalla Diszi e di fondare una nuova organizzazione studentesca autonoma dal Partito: il Mefesz. Si redassero statuti nei quali si dichiarava che lo scopo dell’organizzazione era la “costruzione del socialismo” e il marxismo-leninismo la sua base ideologica. Fu indetta una grande manifestazione di appoggio alla Polonia per il 23 ottobre. La burocrazia sospesa in aria La burocrazia aveva proibito i cortei ma questi ebbero luogo ugualmente. Sandor Kopacksi, questore di Budapest, ex-operaio ed ex-artigiano si rifiutò di reprimere gli studenti; racconta la sua impressione sul principale corteo uscito dal Politecnico: “Si leggevano cartelli che dicevano: *borse di studio che permettano di vivere *no all’insegnamento obbligatorio del russo *democratizziamo il partito. Imre Nagy al potere *i russi in Russia! I cortei marciano verso il Parlamento. Sono più di 2000 persone che chiedono di sentire Nagy.” La repressione e la rivoluzione politica Si fa notte davanti al parlamento dove una folla di centinaia di migliaia di persone aspetta da ore di sentire Imre Nagy. Era il 23 ottobre. Fanno parte di questo assembramento non solo studenti ma anche molti operai richiamati dai volantini che gli studenti hanno distribuito in mattinata. Ci sono anche 800 allievi ufficiali dell’Accademia Petöfi. Le donne sono in maggioranza. La folla ha coscienza del proprio potere. Si è riunita sfidando la burocrazia, che non sa come reagire. Alle 12,30 “il partito” aveva proibito il corteo; alle 14,23, quando già la gente era per le strade, il corteo viene autorizzato. Finalmente Nagy parla nella piazza del Parlamento, ma le sue parole sono lontane anni-luce dalle aspettative delle masse, chiede che la manifestazione si sciolga e propone la via delle riforme per risolvere i problemi. La gente è delusa e decide di andare alla radio per pubblicizzare i 16 punti approvati dagli studenti del Politecnico. Nemici del popolo? Nel frattempo Gero, il segretario del partito comunista, parla alla radio e dice: ”Oggi, l’obiettivo principale dei nemici del popolo è quello di distruggere il potere della classe operaia....” Parole come queste non fanno più paura, servono solo a provocare la folla. Aumenta la pressione per far trasmettere alla radio i 16 punti. Sarà proprio attorno al palazzo della radio che cominceranno gli scontri. Racconta Sandor Kopacsi, questore di Budapest, nel suo libro “In nome della classe operaia“: ”Quando partirono i primi colpi, una squadra motorizzata dell’esercito si trovava nelle vicinanze; i soldati assistettero così agli spari e al panico creatosi. Furono immediatamente circondati da una folla esasperata che chiedeva loro le armi per potersi difendere contro quegli assassini dei servizi segreti (l’OVH, la polizia politica, ndr.) Un soldato, poi un altro, tesero le loro armi alla folla; furono seguiti da tutti“. L’esercito fraternizza coi lavoratori In poche ore i generali si rendono conto di non avere più forze militari su cui contare. Man mano che le truppe vengono inviate sul teatro degli scontri, solidarizzano con i lavoratori, danno loro le armi o addirittura sparano anche loro contro la polizia politica. Il regime stalinista burocratico è sospeso in aria. Può contare solo su alcune forze della polizia politica. Tutto l’apparato repressivo crolla in poche ore. Il potere è nelle strade, si erigono barricate dappertutto e cominciano a nascere comitati rivoluzionari nelle fabbriche, nelle scuole e nelle università, tra i soldati. In un modo confuso, spontaneo, senza coordinamento e senza una direzione centralizzata si stava sviluppando una rivoluzione. Ma per i burocrati come Gero si trattava invece di una “controrivoluzione”. Sandor Kopacsi spiega invece che quando interrogò 15 prigionieri in questura scoprì che “c’erano quattro metalmeccanici, due studenti, un apprendista fonditore e due figli di agricoltori, uno di loro aveva anche la tessera del Partito”. Nagy primo ministro Costretta dagli avvenimenti, la burocrazia russa fece pressione su Gero perché si dimettesse. Nagy fu nominato Primo Ministro. Janos Kadar, un leader del Partito che era stato in prigione sotto Ràkosi, fu eletto Primo Segretario del partito. Ma queste riforme non bastano e allora viene deciso di chiamare le truppe sovietiche per ristabilire “l’ordine”. Nagy non si oppone. Alle 8 di mattina del 24 ottobre il nuovo governo decreta la legge marziale. Alle 14 Nagy parla alla radio: ”Popolo di Budapest, vi informo che tutti quelli che avranno deposto le armi e cessato i combattimenti alle 14 di oggi non saranno sottoposti alla legge marziale...” Il carattere rivoluzionario e antistalinista della rivoluzione aveva attratto come una calamita i soldati ungheresi. Praticamente non avevano sparato un solo colpo contro gli insorti. Per paura di simili reazioni da parte dei soldati sovietici, viene loro detto che devono contrastare un “attacco fascista”. Lo scontro diventa durissimo. Gli insorti utilizzano contro i carri armati bombe molotov e tutti i tipi di armi prese nelle caserme. Ma la situazione è contraddittoria perché, mentre in alcune zone della città i spara all’impazzata, in altre i soldati sovietici fraternizzano con gli insorti. Sempre Kopaski ci racconta un episodio significativo accaduto quando un corteo di migliaia di persone, girando l’angolo di una strada, si trova davanti a tre carri armati russi: ”Un ragazzo introdusse qualcosa nella feritoia. Non era una bomba a mano, era un foglio di carta scritto in russo dagli studenti della Facoltà di Lingue Orientali. Cominciava con una citazione di Marx: ”Un popolo che ne opprime un altro non può essere libero“. Passavano i minuti, non accadde nulla. Poi la parte superiore del primo carro si aprì e ne uscì il comandante. Le mani della folla si tesero verso di lui. Una ragazza lo baciò. Allora la folla capì. Ci fu un’esplosione di gioia. Si gridava: ”Viva l’esercito sovietico”. In molti casi non solo l’esercito sovietico non spara contro la folla, ma la difende contro la polizia politica che spara dai tetti del Parlamento. Di conseguenza centinaia di soldati e ufficiali sovietici saranno poi fucilati per ordine dei loro stessi comandanti, perché considerati contaminati dalla rivoluzione. La rivoluzione si allarga in tutto il paese Parallelamente alla decomposizione del regime burocratico, nasceva un nuovo potere attorno ai consigli rivoluzionari che venivano eletti dappertutto a Budapest e nelle province. L’ambiente in quei giorni era esplosivo. L’amico di Kopacsi, Joska Szilàgyi, va a trovarlo e gli dice: ”Questa è una rivoluzione meravigliosa. I ragazzi sono puri. Hanno un’etica che farebbe impallidire dall’invidia i più grandi personaggi della storia… Aveva visto delle gioiellerie con le vetrine frantumate, dove gli insorti montavano la guardia perché nessuno toccasse nulla delle casse aperte in cui i passanti lasciavano fasci di banconote per le vedove e i figli dei combattenti”(Ibid.) Szilàgyi spiega a Kopacsi come “nelle fabbriche, nelle aziende, nei municipi, nell’esercito, la gente comincia ad eleggere a scrutinio segreto i comitati rivoluzionari, unici organi che, d’ora in poi, saranno incaricati della direzione degli affari” A Debrecen viene eletto un comitato rivoluzionario. Altrettanto succede a Magyaròvàr. Il dirigente di quest’ultimo consiglio è Belà Nagy, ex responsabile del partito per la Società Elettrica, espulso l’anno prima. Si organizza uno sciopero generale nelle miniere che producono solo il carbone necessario per le centrali elettriche. I contadini lavorano per gli insorti, da centinaia di camion i viveri vengono distribuiti gratuitamente a Budapest e nelle altre città. Ben presto la burocrazia del partito resta senza base. Un partito di 800mila iscritti si scioglie come neve al sole. Molti di loro fanno parte degli insorti, alcuni ricoprono il ruolo di dirigenti, come i fratelli Pongràcz, giovani operai di Budapest, o come Sàndor Angyal dell’isola di Csepel. La caccia al burocrate Il 26 ottobre l’isola di Csepel cade nelle mani degli insorti. Il comando di polizia viene devastato. La gente saccheggia la sede del partito. In quei giorni portare la divisa della polizia politica era a volte sufficiente per essere giustiziati. Evidentemente in questa confusione pagano spesso quelli che meno hanno colpa: giovani reclute che non hanno trovato in tempo abiti civili. Formalmente c’è il governo, ma in realtà il potere è nelle piazze, in mano ai consigli rivoluzionari che organizzano la vita nelle città fin nei minimi particolari. È sotto la loro pressione che Nagy decreta il cessate il fuoco e chiede il ritiro delle truppe sovietiche (come abbiamo visto anche gli ufficiali russi avevano tutto l’interesse a ritirare i loro soldati contagiati dallo spirito rivoluzionario). Il 28 ottobre Nagy forma un governo di coalizione, al quale partecipano anche membri del vecchio partito comunista;la polizia politica viene abolita e le truppe sovietiche si ritirano da Budapest e – promettono – dall’Ungheria nell’arco di 3 mesi. Nagy aveva promesso elezioni libere e una trattativa coi russi per rivedere la posizione dell’Ungheria nel patto di Varsavia. Ritorno al capitalismo? Quando Maleter, il colonnello che ha difeso la caserma Kilian contro i sovietici, viene raggiunto dai giornalisti occidentali tiene a precisare: ”Soprattutto non crediate che noi non siamo socialisti, perché lo siamo. Questa ribellione non è fatta da capitalisti che tentano di restaurare il vecchio regime. Il suo scopo è liberare l’Ungheria e restituire la libertà al popolo ungherese”. Si può affermare che la stragrande maggioranza degli insorti non intendeva mettere in discussione il sistema socialista, il comunismo e la pianificazione democratica; lottava contro quella caricatura mostruosa del socialismo che è lo stalinismo. Nella prima parte di questo articolo abbiamo spiegato in quali condizioni si trovava la classe operaia. Il regime si reggeva sull’apparato repressivo e sulla censura. Molti comunisti non erano affatto contenti di come andavano le cose e, difatti, sono stati i giovani comunisti e gli scrittori del partito ad iniziare la protesta. Ma neanche loro avevano idee chiare su cosa occorresse fare per mettere fine alla dittatura burocratica. È stata la provocazione della polizia davanti al palazzo della Radio a scatenare la reazione della folla e l’inizio della rivoluzione. Quando i lavoratori si sono visti forti, uniti ed armati, non si sono più fermati. Le rivendicazioni, seppur confuse in alcuni casi, puntavano chiaramente verso un regime socialista basato sulla libertà dei partiti politici, di stampa e di assemblea. I consigli rivoluzionari nelle fabbriche e nell’esercito (il capo di quest’ultimo era un comunista, il generale di divisione Lorinc Kàna), insieme alla nascente Guardia Nazionale reclutata tra gli insorti avrebbero impedito qualsiasi tentativo controrivoluzionario. Il fatto che, subito dopo l’abolizione del sistema monopartitico, siano nati più di 40 partiti, non ha un significato reazionario. I lavoratori non avrebbero permesso il ritorno al capitalismo avendo il potere nelle loro mani. Dunque il socialismo non era in pericolo, la proprietà statale delle fabbriche non sarebbe scomparsa, ma la produzione sarebbe stata organizzata in base alla pianificazione democratica. In pericolo era invece la burocrazia di tutto l’est europeo. In quei giorni Tito, Kruscev e Mao dimenticavano le loro divergenze e erano d’accordo sulla necessità di schiacciare “la controrivoluzione ungherese” cioè la rivoluzione politica antiburocratica, che minacciava di contagiare gli altri paesi dell’est. La seconda invasione La domenica 4 novembre, alle 4,25, i carri armati sovietici aprono il fuoco su Budapest. Più di 600 carri sono arrivati con nuove truppe dalle zone musulmane dell’Urss e della Mongolia. Era stato detto loro che erano diretti a Berlino e che dovevano schiacciare una controrivoluzione fascista appoggiata dagli Usa. Altri credevano addirittura di essere stati mandati al canale di Suez! Il governo Nagy, che governava solo sulla carta, crolla immediatamente, ma la resistenza dei giovani e dei lavoratori no. A Budapest, Kobanya, Soroksare, nell’isola di Csepel (la maggior concentrazione di fabbriche del paese) la lotta continua per una settimana. A Csepel i lavoratori scrivono dei grossi cartelli: “I 40mila aristocratici e fascisti sono in sciopero”. Già il 2 novembre Kadar formava un governo a Szolnok che faceva appello ai sovietici perché lottassero “contro il pericolo controrivoluzionario”. Mentre nelle strade di Budapest compariva questo cartello: ”ATTENZIONE: 10 MILIONI DI CONTRORIVOLUZIONARI INFESTANO IL PAESE. CENTINAIA DI MIGLIAIA DI PROPRIETARI TERRIERI, DI CAPITALISTI E VESCOVI SONO USCITI DAI QUARTIERI ARISTOCRATICI PER ANDARE NELLE ZONE INDUSTRIALI. PER COLPA DI QUESTA BANDA DI ASSASSINI NON RESTANO CHE 6 OPERAI NEL PAESE. ESSI HANNO FORMATO UN GOVERNO A SZOLNOK”!! Il 12 novembre Kadar sostituisce ufficialmente il governo Nagy. Ma la resistenza continua. I consigli operai, che si sono estesi a tutto il paese, si coordinano e creano un Consiglio Operaio Centrale della regione di Budapest, come primo passo verso un consiglio operaio nazionale. La sede viene installata negli uffici del sindacato dei trasporti; il presidente è un operaio di 23 anni, Sandor Ràcz. Pretendevano di confrontarsi con Kadar, forti dell’appoggio che avevano nelle fabbriche e dello sciopero generale ancora in atto. Kadar chiede loro di ritornare al lavoro, cosa che fanno il 19 novembre. Il movimento è in declino ed il 21 vengono arrestati centinaia di delegati delle fabbriche; allora ricomincia lo sciopero ma ormai senza prospettive. A dicembre cominciano gli arresti di massa e le deportazioni. Il 19 dicembre viene reintrodotto il fermo per ragioni politiche. Il 5 gennaio 1957 viene decretata la pena di morte per gli scioperanti. Nonostante ciò, solo nel novembre ‘57 vengono sciolti gli ultimi consigli operai. Gli arresti e i processi continuano per due anni. Alla fine i morti sono più di tremila, mentre i rifugiati all’estero sono più di 130mila. L’importanza della rivoluzione ungherese Per noi lavoratori, che in tutto il mondo lottiamo per un socialismo basato sulla democrazia operaia, per noi comunisti che ci battiamo sulle tradizioni di Lenin e non di Stalin, la rivoluzione ungherese è un punto fermo che dimostra come l’alternativa alla brutalità dello stalinismo non è un ritorno al capitalismo, ma un regime basato sulla democrazia dei Consigli dei Lavoratori. Ma i lavoratori ungheresi a differenza dei loro compagni russi nel 1917, non avevano un partito come quello Bolscevico in grado di unificare gli sforzi in base ad un programma e a prospettive chiare. I lavoratori ungheresi hanno fatto molta strada, in poche settimane, sul terreno pratico della rivoluzione politica, molta meno sul programma e la teoria. Questa mancanza favoriva la confusione, infatti come distinguere gli appelli anticomunisti in generale da quelli contro il partito comunista burocratico? I burocrati russi e quelli degli altri paesi stalinisti hanno strumentalizzato questa confusione per condannare quella che definivano la “controrivoluzione”. Il fatto che la rivoluzione fosse spontanea spiega il ritardo nel coordinamento tra i diversi comitati rivoluzionari. Particolarmente grave e stata la mancanza di un appello di classe ai lavoratori degli altri paesi dell’est e dell’ovest. Di fatto l’unica possibilità di vittoria era legata all’estensione della rivoluzione in primo luogo alla Polonia, dove infatti ci fu un movimenta di solidarietà con gli ungheresi, e poi all’Urss. La burocrazia, nonostante giocasse ancora un ruolo relativamente progressista in Urss e pertanto contasse su un certo appoggio sociale, era terrorizzata dalla rivoluzione politica e fece ampie concessioni, benché fin dall’inizio pensasse a soffocare la rivoluzione. La fraternizzazione delle truppe ungheresi e di quelle sovietiche con gli insorti è un precedente: utilizzare i militari contro una rivoluzione politica è estremamente difficile. In Polonia, Jaruszelski ne tenne conto quando si rifiutò di far intervenire le truppe contro i lavoratori di Danzica nell’agosto ‘80. Oggi, quando il ruolo d freno della burocrazia viene a galla in tutti i paesi dell’est, quando Gorbaciov è costretto ad ammettere l’esistenza di una burocrazia paralizzante nella società sovietica, la rivoluzione ungherese torna alla memoria. Oggi in Urss, Gorbaciov è costretto a fare un appello alle masse per mettere fine all’inefficienza burocratica. In realtà cerca l’appoggio delle masse per la sua ala della burocrazia, contro quelli che sono contrari alle sue proposte di riforma. Ma queste proposte sono lontane, sia da quelle degli operai ungheresi del ’56, che dalle posizioni esposte da Lenin in “Stato e rivoluzione”. Ciò nonostante, è costretto a informare – almeno parzialmente – le masse, se vuole il loro appoggio, rischiando così che i lavoratori prendano sul serio la sua lotta contro la burocrazia e pretendano giustamente di farla finita coi burocrati ”riformisti” e con quelli “conservatori”, coi Ràkosi e i Nagy russi, per portare fino in fondo la rivoluzione cominciata settant’anni fa e aggiungere a quella che fu la conquista di allora, la proprietà collettiva dei mezzi di produzione, una vera democrazia operaia. Per questo compito le rivendicazioni di Budapest del ‘56 saranno una guida per i lavoratori di tutti i paesi dell’est. Le rivendicazioni del Consiglio operaio centrale di Budapest * Ritiro delle truppe sovietiche da Budapest e da tutto il paese. * Libere elezioni, libertà di organizzare partiti politici. * Proprietà socialista delle aziende. * Mantenere i consigli operai e ristabilire sindacati democratici. * Diritto di sciopero e assemblea, libertà di stampa e di religione.
Come l’Unità “informò” i lavoratori italiani
24/10/56: “Elementi ostili alla democrazia popolare”… “gruppi armati controrivoluzionari”. 25/10/56: Titolo dell’ Editoriale: “Da una parte della barricata a difesa della democrazia”. “L’intervento sovietico è un dovere sacrosanto” senza il quale “si ritornerebbe al terrore fascista tipo Horty”. Il corrispondente de L’Unità, O. Evangelista, scrive che “le squadre dei rivoltosi sono composte prevalentemente da giovani rampolli della aristocrazia e della grossa borghesia”. Comunicato della direzione del Pci: Il Pci “è favorevole alla democratizzazione” auspicata dal XX Congresso del Pcus. Si giudica “doloroso” che “per difendere il regime socialista” il governo ungherese abbia ritenuto necessario ricorrere all’aiuto sovietico. 27/10/56: Scrive Ingrao, allora direttore de L’Unità: “sappiamo che vi sono masse che seguono gli insorti ma sono estranee ai fini e agli obiettivi controrivoluzionari; e fra queste masse ci sono operai, studenti, intellettuali, trascinati dagli errori dei dirigenti ungheresi a prendere oggi le armi contro il regime popolare.” 29/10/56: Di Vittorio, segretario regionale della Cgil afferma: “Sbaglierebbero coloro i quali pensassero che le cose possano tornare come prima nel mondo socialista". 5/11/56: Terracini: “L’intervento sovietico non può che trovare unanime appoggio e solidarietà in tutti i veri democratici e socialisti italiani”. 12/11/56: L’Unità riporta un discorso di Togliatti a Perugia nel quale fa un paragone fra l’intervento in Spagna delle Brigate Internazionali contro Franco e l’intervento sovietico a Budapest. 14/11/56: Jacoviello, inviato in Ungheria nei giorni della rivoluzione scrisse: “Errore sarebbe dimenticare che al movimento hanno partecipato anche i lavoratori” e perciò “non bisogna chiudere gli occhi davanti a questo aspetto della realtà”. Ammette inoltre che almeno all’inizio (solo???, ndr) della rivolta, il popolo di Budapest “era per il socialismo, nella sua più autentica forma, che è poi l’unica, e non contro il socialismo” Tratto da Falcemartello, numero 3 - 4 - 5 Novembre e dicembre 1986 , Gennaio 1987
|





