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Sciopero generale contro il governo dei banchieri PDF Stampa E-mail
Movimento operaio
Scritto da Paolo Grassi   
Mercoledì 30 Novembre 2011 16:46

Il 24 novembre si è svolto lo sciopero generale in Portogallo. Un successo. In Inghilterra, mentre andiamo in stampa, i sindacati stanno portando centinaia di migliaia di persone in piazza contro i tagli imposti dal governo. In Grecia dopo 14 scioperi generali prosegue la mobilitazione, alla quale si è affiancato il rifiuto di pagare la tassa sulla casa e sulla luce promossa dai sindacati. Queste mobilitazioni hanno un solo denominatore comune, opposizione ai dettami del Fondo monetario internazionale.

 

E in Italia? Il principale sindacato del paese che contro Berlusconi ha promosso ben 5 scioperi generali si sta attrezzando a promuovere una controffensiva al nuovo governo Monti? Che, è opportuno ricordarlo ancora una volta, si è impegnato a rispettare i 39 punti della lettera della Banca centrale europea, ovvero tagli allo stato sociale, privatizzazioni e attacchi ai diritti dei lavoratori.

A quanto pare No! Solo poche ore dopo la nascita del governo Monti la Cgil ha comunicato che la manifestazione nazionale del 3 dicembre è stata declassata a semplice assemblea con qualche migliaio di delegati.

Il motivo è evidente. La manifestazione, convocata da tempo, contro il governo Berlusconi non deve diventare la prima mobilitazione contro il nuovo governo. Perché il Partito democratico è una delle colonne portanti del Professore e perché è da mesi che la segretaria nazionale della Cgil gira per il paese a garantire a padroni e Cisl che il suo è un sindacato responsabile.

Eppure il curriculum dei nuovi ministri è noto: tutti al servizio del grande capitale. E se è vero che le proposte non sono ancora state definite sappiamo già che ci sarà una manovra correttiva da 20 miliardi di euro entro dicembre, per cominciare, reintroduzione della tassa sulla casa, aumento dell’accisa sulla benzina e dell’Iva. Tutte misure che colpiranno pesantemente le già misere tasche di pensionati e lavoratori. Saranno avviate le procedure per la vendita del patrimonio immobiliare pubblico e la privatizzazione di servizi fondamentali.

Riguardo alle pensioni la ministra Fornero “...è una strenua sostenitrice del metodo contributivo a tutti i lavoratori e della previdenza complementare” (Corriere della sera, 17 novembre). Ha subito rassicurato tutti che le riforme sono già state largamente fatte e quello che serve ora è semplicemente anticiparne i tempi. Tradotto significa che si passerà al contributivo per tutti. Cambieranno in peggio i coefficienti di calcolo legati all’aspettativa di vita, sarà alzata l’età in cui si andrà in pensione. L’aumento dell’età pensionabile per le donne è anticipata di un anno, la previdenza complementare per i giovani sarà obbligatoria. Ma non eravamo scesi in piazza contro queste cose?

Infine l’immancabile riforma del lavoro: promuovere contratti per nuove assunzioni a tempo indeterminato senza la possibilità di usufruire dell’articolo 18. Che se non sarà fatto entro natale è comunque nel programma a breve del governo.

Intanto Marchionne disdice i contratti in Fiat estendendo quello di Pomigliano, chiude Termini Imerese.

Continua l’emorragia di posti nell’industria con pesanti ricadute su terziario e trasporti, i lavoratori pubblici continuano a subire l’offensiva. La disoccupazione ufficiale supera il 10%, quella giovanile tocca quota 30%. Una ricerca dell’Ires Cgil dice che sono 8 milioni i lavoratori che, a causa di cassaintegrazione, lavori part-time e precariato, vivono in un permanente stato indigenza, un terzo della forza lavoro del paese.

Come se non bastasse, grazie all’accordo del 28 giugno e all’articolo 8 dell’ex ministro del lavoro Sacconi, ci viene tolto anche il diritto a sperare in un contratto nazionale dignitoso.

Tutto ciò dovrebbe essere più che sufficiente per mettere in campo una strategia conflittuale urgente. Succede proprio il contrario, sono bastate alcune dichiarazioni diplomatiche della ministra per avere dalla segretaria della Cgil, ma anche da Vendola e perfino dal quotidiano Il Manifesto, aperture e apprezzamenti speranzosi. L’opposizione sociale contro il governo Monti non è una possibilità tra le molte variabili che potremmo avere nel prossimo periodo, l’opposizione sociale è una necessità che i lavoratori, a causa del perdurare del peggioramento delle proprie condizioni di vita e di lavoro, metteranno in campo nei prossimi mesi. Le lotte operaie, le mobilitazioni come quella contro la Tav, la manifestazione del 15 ottobre ci dicono che nel paese non c’è rassegnazione e che contrastare il governo dei banchieri è possibile.

La sinistra sindacale in Cgil, quella che sta all’opposizione, non certo Lavoro società, la cosiddetta sinistra interna alla maggioranza, che per l’ennesima volta avvalla le politiche moderate della Camusso, ha l’opportunità di uscire dalle secche e offrire ai lavoratori un’alternativa a questa direzione. A patto che abbandoni le ambiguità che l’hanno accompagnata in questi mesi. Tra molti militanti, delegati e lavoratori c’è voglia di risalire la china organizzando vere mobilitazioni, disponibilità a scontrarsi anche nel sindacato contro chi sparge demoralizzazione per poi andare a firmare, senza mandato, qualsiasi cosa. Ma per fare questo è necessario in primo luogo promuovere una vasta campagna di denuncia sui programmi e interessi che difende questo governo, rifiutando gli appelli all’unità a causa dell’emergenza nazionale e gettando le basi per una vera opposizione nel paese.

 
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